Presenza veneziana a Crotone nel Sei e Settecento

Porto di Crotone, murales.

La presenza veneziana nell’Ionio è documentata fin dal primo Medioevo. Secondo una tradizione nell’anno 831 gli abitanti di Cropani per l’aiuto offerto al vascello in difficoltà, che trasportava il corpo dell’evangelista San Marco da Alessandria d’Egitto a Venezia, ottennero dai marinai di quella barca una reliquia del santo ed inoltre, nella Collegiata “vi era una certa carta ancora privilegiata d’esserne trattati tali, quali Cittadini, in tutto il Veneto dominio; e perciò liberi, e franchi da qualunque gravame: Privilegio, che fra molti all’età de’ nostri Padri, pratticò senza contrasto, Aurelio Politi”.[i]

Durante il Quattrocento il porto di Crotone è uno dei luoghi dai quali le barche veneziane estraggono soprattutto grano. Sempre a Crotone è documentata la chiesa[ii] e la fiera di San Marco.[iii] Un Veneziano, Antonio Valerio, ha un magazzino dove commercia in ferro.[iv]

Durante il Viceregno rara è la presenza veneziana a Crotone[v] mentre sono molto presenti le barche napoletane e genovesi, che estraggono grandi quantità di grano e formaggio dal porto verso l’area napoletana.

Crotone, “Porto Vecchio”.

 

La Serenissima

Da una economia fiorente seguì per la Serenissima un lento declino. Oltre a difendersi dai pericoli provenienti dalla terraferma, essa dovette proteggere la sua espansione commerciale nell’Egeo, tutelando il traffico navale con l’oriente e difendendo i suoi domini, che garantivano la sicurezza delle sue rotte.[vi] Lo spostamento dei traffici verso l’Atlantico, l’avanzata turca e la concorrenza mercantile dei paesi del Nord Europa, spinsero i gruppi capitalistici veneziani ad impiegare le finanze nella terraferma e nella produzione artigianale e industriale. L’esportazione di manufatti e di lavorati pregiati e di lusso, oltre alle spezie, verso le aree ricche divenne una delle caratteristiche del nuovo commercio navale veneziano.

Leone di S. Marco a Venezia (da Wikipedia).

 

Il porto di Crotone

Anche in questa nuova evoluzione dei traffici marittimi, con lo spostamento del commercio verso nuove rotte, non più solo verso oriente ma anche per occidente, per le barche veneziane e per quelle dei suoi domini (Stato da mar), il porto di Crotone diviene solamente un punto costretto di appoggio o di ultimo rifugio in caso di maltempo o di pericolo. Infatti per gli Spagnoli, che presidiano la città, Veneziani e Francesi sono considerati nemici.[vii]

Il più delle volte noi sappiamo della loro presenza e di ciò che trasportano dagli inventari fatti eseguire dal mastro portolano di Crotone, che sopraintende al recupero di una barca naufragata a causa del maltempo nei capi vicino alla città, oppure dal sequestro di un veliero sospetto di trafficare con il nemico, sospinto ad ancorarsi al porto a causa del maltempo. Dall’inventario della merce trasportata era facile individuare la provenienza e se la barca era sospetta o diretta verso luoghi nemici, scattava il sequestro. È il caso del carico di una tartana naufragata, di cui invano i governanti di Crotone cercarono di nascondere l’identità.

Crotone 21 febbraio 1651. Il regio capitano della città D. Giuseppe Timoneri si reca col notaio nei magazzini del monastero dei frati cappuccini situati fuori le mura. In un magazzino con la porta aperta sono conservate le merci salvate dal naufragio di una tartana genovese, avvenuto pochi giorni prima nella marina della città. Egli ha ricevuto un ordine di Carlo Sanseverino conte di Chiaromonte, emanato in Catanzaro il 15 febbraio 1651, nel quale lo rimprovera di non aver segnalato il naufragio del vascello e gli ordina di inventariare e sequestrare le merci e di consegnarle ad una persona sicura, in attesa di un nuovo ordine. Dall’inventario delle merci recuperate dal naufragio risulta infatti che la barca proviene da luoghi ostili. Inventario delle merci: Uno quartarolo pieno di trimintina. Dui altri quartaroli pieni di trimintina. Uno ballo di libri stampati squaternati e bagnati. Dui barili di chiodi. Tre cascie piene di carta di scrivere che per esser scassate è tutta bagnata. Deceotto risime di carta bagnata. Sei altre cascie scassate di carta di scrivere bagnata. Quattro altre cascie scassate pieni di carta di scrivere tutta bagnata. Due cascie pieni di sapone scassate. Un’altra cascia scassata con poco sapone. Una cascia dentro la quale vi sono una scatola d’alacca, una scatola piena di semente di tinta. Una scatola piccola rotta con argento vivo. Uno sacchetto di colla di pesce. Una scatola piena d’alacca. Uno pezzo di mirra raccogliato in carta. Una vestica piena di colore rosso. Uno sacchetto di pelle di camoscia pieno di torchino. Un altro sacchetto di pelle di camoscia con torchino. Un altro sacchetto pieno di spica. Un sacco grande pieno di semente di tinta. Una cascia piena di tinta negra. Una cascia vacante con brio di mari dentro dove appare essernovi stati vetri. Quattro cascie pieni di vetri. Un’altra cascia piccola di vetri. Cento e deceotto coyra di bufalo pelusi, setti quartaroli scassati vacanti senza timpagni. Cinque cascie vacanti tutte rotte. Uno barile e mezo di chiodi. Dui scatoli di bianchetto. Quattro vessiche pieni di colori. Una sacchetta di tinta negra. Un’altra sacchetta di terra verde quale si sono trovati dentro una cascia scassata.”[viii]

Crotone, “Porto Nuovo”.

 

Mercanzia di lusso

Nel Seicento e nel Settecento le merci che Venezia esporta sono costituite da manufatti di lusso e da spezie. I velieri di solito non attraccano al porto di Crotone, ma passano al largo e sono diretti soprattutto verso Messina, Palermo e Livorno.

Tutto ciò è documentato da quanto avvenne durante la rivolta antispagnola di Messina (1674-1678) con l’aiuto francese e negli anni successivi. Durante tale periodo il traffico navale sull’Ionio subì il blocco. Sia le navi dirette a Napoli che quelle sospette, furono costrette a fermarsi al porto di Crotone. Gio. Battista Besenzone di Sestri Ponente riviera di Genova, patrone della tartana San Giovanni Battista e Santo Gregorio, con i marinai Gio. Battista Carvo, Bernardo Labiano, Vitale Levatelli di Sestri Ponente e Stefani di Biasi, Luca Nicolò di Ragusa, il 6 maggio 1675 stipula un contratto di noleggio in Napoli con il pubblico negoziante Domenico Breven.

Dopo che egli scaricherà cavalli e soldati per servizio della Regia Corte, si dovrà recare nella marina di Cropani o di Corigliano, per imbarcare 850 cantara di pece, per portarla a Venezia. Qui imbarcherà “ferro, acciari et altre mercantie”, per portarle a Napoli, come da contratto.

Imbarcato il carico a Venezia e giunto a Crotone, il 18 agosto gli giunse un ordine dal Breven di sostare nel porto per paura dei Francesi “i quali tengono impedito tanto il passo per il faro, quanto per sopra l’Isola”.[ix] Allora le barche provenienti da luoghi sospetti a causa del blocco navale furono costrette al porto di Crotone.

In un atto notarile stipulato a Crotone il 6 maggio 1682, si legge che i patroni di barche seu sandali greci Costantino Michelizzi di Zante, Gio. Vittorio Cefalai di Cefalonia e Giorgio Magnaci di Corfù, anche in rappresentanza di altri patroni della stessa nazione, dichiarano che poiché non hanno console a Crotone, che potesse rappresentarli e difendere le loro ragioni in alcuni loro interessi e controversie, nominano console il più volte sindaco dei nobili Fabrizio Suriano, dandogli ampia potestà di poter servire di consolato per la loro nazione e per tutti i Veneziani, come se fosse fatto per la Repubblica di Venezia.

Egli eserciterà questo ufficio con tutte le prerogative ed emolumenti e per ogni imbarcazione potrà esigere carlini quattro.[x] All’inizio del Settecento è console della nazione veneta l’aristocratico e più volte sindaco dei nobili Gio. Battista Barricellis,[xi] segue il marchese di Apriglianello Francesco Lucifero, che alla metà del Settecento è viceconsole della nazione veneta in Crotone.[xii]

Crotone, porto vecchio.

 

Mercanzia veneziana

Particolarmente attivi nel commerciare vetri, specchi, cristalli, carta, libri, spezie, ferro, acciaio, ecc. sono gli Ebrei, i quali caricano le loro merci su barche non sospette (genovesi e napoletane) o su quelle francesi e le mandano ai loro corrispondenti a Messina, Palermo, Livorno, ecc.. Un atto del notaio crotonese Nicola La Piccola, rogato il 18 maggio 1710, descrive i rapporti esistenti tra gli ebrei veneziani e quelli residenti a Palermo e Livorno.

In presenza del notaio, del governatore della città Fra. D. Lorenzo di Rugiero e del regio giudice della città D. Filippo Muvini, Giulio Castagnola di Lavagna, riviera di Genova, patrone della tartana chiamata San Giuseppe attualmente ancorata al porto di Crotone, fa una dichiarazione. Egli afferma, anche in presenza dei capitani corsari Gaetano Palumbo e Domenico di Palma, che dopo aver caricato in Venezia mercanzie per conto di diversi mercanti, giunto in località “li giardinora”, fu fermato dalla galeotta del capitano corsaro Gaetano Palumbo, il quale lo interrogò se portava “merci d’inimici”. Egli negò e assieme ai suoi marinai affermò che aveva caricato in Venezia una cassa di cristalli di diverse sorti dal S.r Giovanne Vinelli (Vivante ?) “da consegnarsi in Palermo al S.r Giuseppe Bensi, dieci casse di lastre per conto del S.r Michele de Anugnes Cavaglio ebreo, da consegnarsi in Livorno a Giacobe e Joseph Sacchi anche ebrei, e sei cassette di acciari per conto dei SS.ri Todesco e Treves ebrei, per consegnarli in Livorno al S.r Giacobbe Bassano anco ebreo”. Interrogato dai capitani corsari di mostrare le polizze del carico, il patrone negò di averle. La tartana fu perciò sequestrata e portata al porto di Crotone.[xiii]

A volte sono le barche francesi a caricare a Venezia e cercare di sfuggire al controllo delle navi corsare spagnole. Il 10 marzo 1684 trovandosi il patrone trapanese Vincenzo Corviniello con la sua tartana al porto di Crotone, vide un ganghe francese al largo, avuto il permesso dal castellano, egli assieme ad alcuni marinai catalani andò a catturarlo. Condotta al porto, la barca fu sequestrata ed i marinai incarcerati. Le merci furono date in consegna al castellano, che le chiuse in un magazzino del convento degli Osservanti. Successivamente al castellano di Crotone, D. Giuseppe de Leone, fu ordinato di consegnarle a D. Giuseppe Lucifero, persona delegata dal preside Giuseppe Canale, Governatore dell’Arme della provincia.

La barca seu Ganga chiamata San Giuseppe trasportava diverse merci imbarcate a Venezia e Ancona. Essa era patronizzata dal francese Antonio di Massa di Marsiglia, e vi erano i marinai Buldasa di Massa, francese e fratello del patrone, Honorato Giugou francese dela Sena, Gio.e Ganè francese dela Ciusà, Gio.e Fortello francese dela Sena, Giuseppe di Brancato, Giuseppe Giancana, Bartolomeo Croclopi, maltesi, Gio.e Babici dela Sena, Scavone e Di Pietro Luise siciliano della Scaletta.

L’inventario. “La barca grande seu ganghe nom.ta S. Giuseppe con una vela di cottone latina mastra con due bollacconi vecchi, tre ancora, due gumine, dui capi vecchi, cinque remi grandi della ganghe, un caicco con quattro para di remi, cinque petrieri, novi maschi con cinque cugni di ferro per dette petriere, uno pinnone, una meza botte per poner acqua et una per poner vino vacui, tre scopeti, una bussola. Una cascia delo P.n Antonio di Massa dentro: una valata di saya bianca vecchia, uno calsone di saya rossa, uno calsone d’abraso seu lana vecchi, uno giusto core di panno di ciorrito fodarato di rosso, una squarcina, due carti vecchi di navigare, due para di calsetti di lana vecchi, uno paro di stivaletti vecchi, un altro paro di calsetti di capirciola vecchi. Una cascia del scrivano nom.to Honorato Giugou: uno paro di brache di seta listiati, un altro paro di tela bianca listiati, due giuppone di cottone bianchi, uno paro di calsone di cuttone bianchi, tre camisci di tela grossa usati, una valata di panno di ciarrito fodarata a color di vi.. una valata et calsone di stamagna, uno paro di stivali rossi, una carta di navigare con suoi compassi, un giletto di berdato, un paro di calsetti di lana, una canna d’India. Un’altra cascia di Baldasar de Massa ti di lana vecchi, uno paro di calsetti di panno veccho dentro: uno pustacore di panno fodarato di torchino, uno calene vecchio di tela torchina, uno paro di calsetti vecchi di panno, uno calsene di tela bianca vecchi, una corvatta con pizzi bianca usata. Una altra cascia di Giov. Giaine dentro: uno paro di calsene di tela turchina vecchi, uno giuppone di bordato vecchio con un calsone dell’istesso, due para di calseni di tela torchina vecchi, un altro giuppone di tela turchina vecchi, un altro giuppune consimile vecchio, un paro di calsi color di cannella di saya vecchi, uno gippone di panno vecchio, una camiscia et uno calssere vecchio, due para di calsetti di lana vecchi, uno paro di calsetti di panno vecchi, uno paro di calsetti di cottone.

Unaltra cascia Giov. Fortello: Un piego grande serrato con tre sigilli diretto al Gran Maestro di Malta, una giusta core et calsene di laniglia fodarati, una valata vecchia di laniglia, uno porta … , una camiscia et un paro di calseni vecchi, una carta di navigare con li compassi, un cappello nero, due canni d’India vecchi. Nota de Robbe che si son Cons.ti al S.r D. Gius.e Lucifero deleg.to dell’Ill.mo S.r Giuseppe Canale Preside di Q.sta Prov.a deleg.to di S. M.a e Reg.a Cam.a della Sum.a. Grano tomola sei cento trenta quattro. Casse due di Libri con sop.a scritta al P.re Arcore de Scalsi del Carmine de berdecos marsiglia. Cassi lastri n.ro vinticinque con marca G.D. mercati per marsiglia. Cassi tre lastri con marca B.M.. Lastri cassi due senza marca. Barile diecisetti vitriolo con marca P.F. redici casse di conteria cio’e patrino stelli minuti di vetro di piu colori, Cassi otto con marca M.V.. Casse cinque con marca S.E..Una cassetta di Arg(en)to vivo con marca C.C.. Manna cassi quattro con marca C.L. Casse due colori con marca P.. Cassa sei cristalli con marca L.O.. Unaltra cassa piccola cristalli con marca A.R. Cassi quattro di rottame di vetro. Una cascia con specchi e figuri. Una cassa vitri con marca M.B. unaltra cassa vitri con lettere di fuora che dicono all’Ill.mi SS.ri Proc.ri del Thesoro di malta. Unaltra cassa piccola con marca G. D. Una cassa che il Patrone non sa che vi è”.[xiv]

Crotone, porto vecchio.

 

Navi veneziane

A volte sostano al porto di Crotone navi dirette a Venezia[xv] altre volte sono le stesse barche veneziane a compiere il tragitto inverso verso Livorno, non senza il pericolo di naufragare o di essere preda di corsari.

Nel marzo 1704 era naufragata per una tempesta a Capo delle Colonne la barca veneziana “Unione” del capitano veneto Stefano Petrina che proveniva da Venezia, carica di diverse merci per portarle nel porto della città di Livorno. Il recuperato fu preso in consegna dal regio portolano di Crotone Fabrizio Lucifero e dal suo mastro d’atti.

Il 17 maggio 1704 il console della nazione veneta Gio. Battista Barricellis, residente nella città di Crotone, ottenuto il permesso dalla Regia Camera della Sommaria, ne chiese la consegna. Avute le “robbe recuperate”, il console le conservò in un magazzino e comunicò l’inventario alla Regia Camera. “Robbe contenute nell’inventario rimesso per detto Sig. Portolano nella R. Camera a 24 maggio 1704: Quattro vele maggiori, cioè trego di Maestra, Gabbia della Maestra, Trego di Prora e Barrocchetto di prora – Tre petriere di ferro senza maschi – Quattro voltaventi – Dodici scopette – Sei pistole – Undeci fra scialbe, e sei spadini per marinari – Due cerchi di ferro di botti – Una cassa di Zolfo – Una gomena detta il Prodese – Le Borine di Mastra – Un braccio di gabbia – Una bandiera con S. Marco vecchia di tela – un barrochetto vecchio quattro remi con barchetta – un capo di speranza. E per complimento delle robbe contenute in detto inventario mancano tom. 35 grano riso, che per essersi ricuperato bagnato, e patito, s’imputrì, e guastossi di tal maniera, che fattane far prima la recognitione da esperti, fu necessario per non infettarsi l’aria, buttarsi via, conforme costa ad esso Sig. Console, ed appare d’alcune reliquie putride romaste nel magazzeno, e da lui osservate. Robbe consegnate nel secondo inventario inviato nella R. Camera. Una taglia. Vetta di fanale. Capo piano dell’argani. Vetta sottile. Un capone d’ancora. Castellaccio di gabbia. Buzello per alzar l’ancore. Pezzo di vela vecchia. Maestra vecchia. Parochetto usato. Striscia di maestra nuova. Vetta di bugna di gabbia. Sinale, manto, e campana nuova. Striscio di trinchetto. Li mansicchi di maestra. Vetta usata. due vette di paranco di prora. Cinque palle di cannone, e tre pezzi ferri vecchi. Due cannoni di ferro, ed un’ancora posti nel molo (quali cannoni ed ancora si sono poi conservati in detto magazzeno). Una cassa scassata di carta bagnata di nessun servitio. Tre cassoni, uno de quali pieno di vetri diversi, e due altri mezzi, in tutti tre rotti, e sani, coperti di herba marittima, delli quali vetri, il detto Sig. Portolano ne have havuto carlini 27 in tantum pezzi fra grandi e piccoli estimati da esperti per ordine di detto Sig. Portolano e Sig. Console da escomputarsino alle giornate spettanti ad esso Sig. Portulano. Robbe recuperate dopo li sudetti primo e secondo inventari inviati nella R. Camera. Un’ancora grande della speranza posta alla marina. Una mezz’ancora rotta. una mezz’ancoretta rotta. Sei casse di zolfo. Cinque cantara di sartiami tutti fatti pezzi rotti. Altri due cantara di cordami rotti vecchi. Una vela vecchia. Il temone fracassato. In una cassetta. Specchietti piccoli tutti guasti dal mare trecentosessanta. Saccaglie p.i trecentonovanta. Centurini di cappello, trecentocinquanta. In un’altra cassetta. Perle false guaste di nessun gen. Reste n.ro ottanta. He di vetro n.ro trenta sei. Anelli di vetro di dozine quattro il mazzo, mazzi venti. Bottoni di vetro di due dozine a carta, carte sessanta. Granatini di vetro reste ottanta. Fondi di canna di vetro reste diciotto. Niorelle reste n.ro venti. Rosarj di vetro duna dozina a resta. Reste 50.”[xvi]

Crotone, porto vecchio, pennello ovest (1928).

 

Traffico navale nel Settecento

Nel Settecento con l’attivarsi del commercio marittimo aumenta la presenza di navi veneziane. Esse sono segnalate sia al porto di Crotone,[xvii] che nei naufragi che avvengono nelle vicinanze della città.[xviii]

Crotone 23 aprile 1744, la tartana “La Madonna della Grazia e L’Anime del Purgatorio” del patrone Marco Cappiello del Piano di Sorrento, imbarca olio a Brindisi e Gallipoli per Livorno, Genova, Marsiglia. Il 23 aprile all’alba, assieme a due navi veneziane ed al pinco del patrone Agostino Paturzo, arriva a Capo delle Colonne. A causa della nebbia e del maltempo il pinco ed la nave veneziana “La Beata Vergine del Rosario e L’Anime del Purgatorio” del capitano Antonio Marchettich si infrangono sugli scogli mentre la tartana si arena e subisce danni.[xix]

Porto di Crotone, 1770 (foto di A. Mussari).

 

Frodi e corsari

Spesso prendendo a pretesto il pericolo dei corsari e del rifornimento del grano sono commesse frodi da parte dei patroni delle barche.

Crotone 6 settembre 1670. Il pitacchio del patrone Lorenzo Rapallo d’Arenzano Rivera di Genova, carico di grano caricato a Manfredonia, ripara al porto di Crotone per paura dei Turchi. Il patrone dichiara che aveva visto che “sopra Capo delle Colonne della parte di fuore v’era una caravella di Turchi, la quale havea fatto presa di due navi veneziane, l’una pigliata con tutti li marinari dico genti et dell’altra se ne fuggirno”.[xx] Altre volte sono avvenimenti bellici come nel caso di quello che successe alla barca del patrone Gio. Battista Sorace di Scilla, il quale dichiarò che in agosto 1707, ritornando con la sua felluca messinese da Venezia, fu catturato dal capitano di galeotta Domenico Guariglia perché la sua barca innalzava la bandiera del passato governo. Il Guariglia portò la barca nel porto di Crotone e dopo aversi trattenuto 604 ducati di moneta, ducati 200 di droghe, la cassa del patrone, 16 scopette, un cannonetto di bronzo ed altre cose con le patenti, consegnò le merci rimaste agli ufficiali della dogana e poi affondò la barca.

Inventario fatto dal notaio Antonio Varano il 9 agosto 1707 delle merci consegnate agli ufficiali della dogana di Crotone. “Chiodi Barili diciotto col sott.o num.o di ciascheduno di essi e del sott.o peso. N.o 1 r.a 147 ½ – N.o 2 r.a 153 ½ – N.o 3 r.a 138 ½ – N.o 4 r.a 115 ½ – N.o 5 r.a 121 ½ – N.o 6 r.a 146 ½ – N..o 7 r.a 119 ½ – N.o 8 r.a 139 – N.o 9 r.a 131 ½ – N.o 10 r.a 119 ½ – N.o 11       r.a 117 ½ – N.o 12 r.a 117 ½ – N.o 13 r.a 103 ½ – N.o 14 r.a 120 ½ – N.o 15 r.a 143 ½ – N.o 16 r.a 119 ½ – N.o 17 r.a 115 ½ – N.o 18 r.a 114 ½. N.o 19 – Un Barilotto di Lande r.a 63 ½ – N.o 20 Una cassa di zuccaro r.a 109 ½ – N.o 21 Una cassa di zuccaro r.a 119 ½ – N.o 22 Una cassa di Cera lavorata r.a 86 ½ – N.o 23 Una cassa di cera lavorata r.a 94 ½ – N.o 24 Una cassa di cera lavorata r.a 99 ½ – N.o 25 Una cassa di cera lavorata r.a 65 ½ – N.o 26 Una cassa di cera in frasca r.a 149 ½ – N.o 27 Un sacco d’Incenzo r.a 52 ½ – N.o 28 Una cassa con Cannelle ed un coppo di Garofalo r.a 23 ½ – N.o 29 Due Scatole di China China r.a 23 ½ – N.o 30 Una scatolina di Telappa lib. 8 onc. 6. – N.o 31 Una scatolina d’occhi di Granci lib. 3 onc. 4. – N.o 32 Una scatolina di Rabarbaro lib. 4 onc. 7. – N.o 33 Una scatolina d’Arg.to vivo lib. 8 – Venti Torcette di Cera lavorata lib. 10 – Dodici Lomere di ferro. – N.o 34 Una Cassa di Merci colle sott.e robbe : Corone di vetro mazzi 13 ½ – Scatole di Corde d’acciaro e d’ottone n.o 13. – Rasoli di Barbiero docine 19. – Ami di pescare mig.ra 25. – Bottoni di stagno mazzi tre. – Arsenico lib. 15. Lib. 3 – Cenapro lib. 3 onc.4 – Landette n.o 75.”[xxi]

Torre del Greco (NA), ex-voto nella chiesa di Portosalvo.

 

Capo Alice

Andrea Frogoneo di Cavi di Lavagna, patrone della tartana San Domenico, che si trova a Venezia, tramite il suo procuratore noleggia la sua tartana al mercante napoletano Giuseppe di Lieto. Egli partirà da Venezia e andrà al porto di Campomarino dove imbarcherà del grano per portarlo a Reggio e Tropea.

L’undici aprile 1719 salpa da Campomarino ed il mese dopo a causa del maltempo dà fondo sotto la torre vecchia di Capo Alice. Qui è assalito da una nave “dulcignota”. I marinai abbandonano la nave, che è portata via dai corsari. Dalla testimonianza dei marinai risulta che nella barca oltre al grano vi erano anche le merci acquistate a Venezia per conto di Gio. Battista Martino di Ciavari, di Lorenzo N. di Sestri, di Giuseppe Farina, di Marc’Antonio Rivaiolo e di altre persone.[xxii]

3 giugno 1720. Presso Capo dell’Alice una tartana corsara turca preda e porta via con tutto l’equipaggio, la tartana del patrone Andrea da Dovero di Portofino ed insegue la tartana “Giesù, Maria, Giuseppe” del patrone genovese Angelo Bianco, di Lavagna. Quest’ultima imbarcazione, carica di mercanzia, imbarcata a Venezia per Civitavecchia, Napoli, è abbandonata dall’equipaggio, che temendo di cadere in schiavitù, ripara con un battello sotto la torre del Cirò, mentre la tartana è portata via dai Turchi.[xxiii]

Torre del Greco (NA), ex-voto nella chiesa di Portosalvo.

 

Esportazioni dai domini veneziani. Commercio degli Schiavi

Il 12 novembre 1664 su richiesta di Orazio Migliolo, regio sostituto arrendatore del fondaco della città di Crotone, il notaio Isidoro Galatio e alcuni testimoni, si recano al porto dove è ancorato il vascello del patrone Nicola Catavi di Corfù.

Poiché corre voce in città che è stata venduta una “sclavam moram”, il funzionario regio vuole cautelarsi nei confronti dei suoi superiori e certificare il suo corretto operato, dimostrando che ciò che si dice in giro è falso; vuole cioè dimostrare che la schiava non ha lasciato il vascello e tanto meno è stata consegnata al compratore. Saliti sulla barca, il notaio in presenza di testimoni e del richiedente accerta che vi ha trovato una schiava mora, che stava seduta.[xxiv]

Il 22 febbraio 1682 nella città di Zante, per atto del “civis et notarius Venetus” Julius Ziblettus in presenza di testimoni, il signor Santhi Planitero consegna un suo schiavo di nome Adruman, moro negro di circa venti anni, al patrone Costantin Michelizzi, nativo di Cefalonia ed abitante a Zante. Il Planitero, affidando lo schiavo al Michelizzi, dà a quest’ultimo la facoltà di venderlo a Messina o in altro luogo al miglior prezzo possibile, “rimettendosi alla di lui coscienza”. In acconto ed a cauzione del futuro affare il Planitero ottiene dal Michelizzi la somma di 50 reali ed altri 6 reali per cambio marittimo, “a risico e pericolo sopra il corpo della barca”, con dichiarazione espressa che, morendo lo schiavo prima della sua vendita (“che il Signor nostro Iddio non voglia”), in tal caso il signor Planitero sia obbligato alla restituzione dell’intero denaro avuto in anticipo. A sua volta il Michelizzi si impegna al suo ritorno a Zante a dare conto al signor Planitero, tanto del prezzo ricavato dalla vendita, quanto delle spese sostenute per la custodia, mantenimento e collocamento del moro negro e, fatti i calcoli, gli darà il rimanente. Il Michelizzi, preso in consegna lo schiavo, prima di lasciare l’isola lo munisce di una patente di salute, che è rilasciata in Zante il 3 marzo dello stesso anno. In essa è certificato che la città di partenza, cioè Zante, è “tutta sana et libera d’ogni sospetto e di mal contagioso” e tale è anche la merce cioè “Adruma’ turci moro passeggero con le sue robbe d’uso con barca di ventura per il viaggio di Messina. Però ove venisse a capitare ne stati e regni di Sua Maestà se gli potrà dare libera e sicura prattica”. Lasciata Zante con il suo brigantino “La SS.ma Trinità”, il Michelizzi, dopo aver compiuto alcuni scali, collocando parte della merce, attracca alla fine di aprile al porto di Crotone. Qui getta l’ancora e cerca di piazzare lo schiavo. Dopo vari tentativi e trattative si raggiunge un accordo. Per renderlo legale, il primo maggio il notaio Antonio Varano si reca nel castello di Crotone dove è redatto l’atto di vendita. Lo schiavo o moro negro detto Adruma’ è venduto per il prezzo di 72 ducati di moneta corrente del regno al castellano del regio castello di Crotone, l’Almirante Domingo Rodrigues. Così come il denaro sborsato ed intascato cambia di padrone, anche Adruma’ ne segue la sorte. Lo schiavo diventa dominio e possessione dell’Almirante e dei suoi eredi, i quali potranno “quello havere, tenere, possedere, vendere et alienare et farne come cosa propria”.[xxv]

Crotone, polena.

 

Esportazione di Catrame

Nella notte del 6 Maggio 1722, per il maltempo naufraga nella marina delle Castelle, il londro con sette marinai del patrone greco Zaccaria Zanlampa. Il Zanlampa aveva caricato per conto proprio del catrame su una sua barca in “Santa Maura del Stato Veneto” e voleva portarlo a Messina.

La mattina seguente furono recuperati otri cento quaranta di catrame per un peso di cantara cinquanta circa ed alcune parti della barca, che furono presi in consegna dal regio secreto e mastro portolano di Calabria Ultra di Crotone Giacinto d’Aragona. In seguito, ottenuto un ordine di consegna dalla regia Corte, lo Zanlampa ottenne la restituzione del catrame e degli attrezzi della barca e imbarcò il tutto in una barca di Reggio, per proseguire il suo viaggio.[xxvi]

Crotone 3 aprile 1756. Giacomo Maunier, francese di Mantega, capitano del bastimento La Maddalena, imbarca nel porto di Negroponte alcune Merci per conto del mercante francese Pietro Segout, abitante nell’isola di Malta. Partito da Negroponte per Malta dopo varie peripezie sofferte per il maltempo, naufragò l’otto dicembre 1755 a Capo dell’Alice. Le merci imbarcate consistevano in “Resina seu pece bianca cant.ra mille e trenta quattro, Caterame cantara trecento trentasei, Cera vergine oche cinquecento, Tavole di Platano num.o duemila e duecento, Coja di Bovi salati num.ro centonovanta nove.”[xxvii]

 

Note

[i] Fiore G., Della Calabria Illustrata, I, 212.

[ii] La piccola chiesa era situata tra la città e il fiume Esaro, vicino alla marina, detta nel Cinquecento appunto di San Marco. “Lo schifo che porta arena dala marina de san marco a lo spontone petro nigro” (1546). ASN, Dip. Som. 197.

[iii] Tra i capitoli concessi dal re Alfonso d’Aragona all’università ed uomini della città di Crotone, dopo la resa della città al tempo della ribellione del Centelles, vi era la richiesta di spostare la fiera dal primo di agosto al 25 aprile, festa di San Marco: “Item peteno la fera de Cutrone sia anno quolibet lo iorno de la festa de sancto marco de lo mese de aprile et dura iorni quindici franco perche le altre fiate lo dicto mercato solea essere lo primo jorno de augusto”. Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e all’università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV, Napoli 1923, p.12.

[iv] Nel luglio 1455 il veneziano Antonio Valerio abita a Crotone dove ha un magazzino di ferro, che smercia per la Calabria e fuori. Nel 1475 i mercanti veneziani avevano in Calabria un console Filippo Severino che tutelava i loro affari. Sposato P., Aspetti della vita economica e commerciale calabrese sotto gli Aragonesi, Calabria Nobilissima n. 17/1952, p. 210.

[v] “Addi 21 Februarii 1546 dmca. Ad marino di piero de venecia al p.nte tene la nave allo porto per lo preczo de dudici libani (corde di pescatori) consignati al monitionero se haveno pagati per adcor.o 6 – 0 – 0”. ASN, Dip. Som. F. 197, f.lo 2, f. 68v.

[vi] Fabrizio Lucifero, figlio di Jo. Francesco e di Berardina Maiorana, fu fatto schiavo dai Turchi. Rimasto in schiavitù per 16 anni continui fu liberato nell’isola di Santa Maura, grazie ad una incursione fatta dalla serenissima Repubblica di Venezia (1687). ASCz, B. 336, f.lo 1690, f. 99.

[vii] Crotone 3 settembre 1623. La vedova Dianora Petrolillo accusa Horatio Catizzone di aver rubato polvere dalla regia munizione e di averla venduta a “genti franzesi et venetiani”. Interviene subito il capitano a guerra D. Juan de Seraseda per indagare. ASCz, Not. Protentino G. A., B. 117, f.lo 1623, f. 83.

[viii] ASCz, Not. Protentino G. F., B. 229, 1651, ff. 17v-18r, 22r.

[ix] ASCz, Not. Tiriolo P., B: 253, f.lo 1675, ff. 59, 61.

[x] ASCz, Not. Varano A., B. 335, f.lo 1682, f. 45.

[xi] ASCz. Not. Cirrello S., B. 497, f.lo 1704, ff. 11r-14v.

[xii] ASCz, B. 912, f.lo 1744, ff. 39v-42.

[xiii] ASCz, Not. La Piccola N., B. 635, f.lo 1710, f. 26.

[xiv] ASCz, Not. Varano A., B. 335, f.lo 1684, ff. 29-33, 52 -59.

[xv] Crotone 16 settembre 1687. Antonio Ernandes e Francesco Ximenes dichiarano che nel mese di maggio del 1686 giunse nel porto di Crotone una tartana carica di soldatesca che andavano per servitio di Venetiani nella Città di Venetia. Essi allora erano guardiani del porto e presero “la patente di sanità per farli dare la prattica” (ASCz, B. 335, f.lo 1687, f. 79).

Crotone 15 dicembre 1718. Il veneziano Liberato Zane, marinaio del pinco del patrone genovese Michele Sirombia con atto del notaio Leonardo La Piccola denuncia che sopra il pinco vi era un francese chiamato Monseur Campo, il quale recava “Dispacci di grandissima consideratione del Generale Angioino sistente in Messina diretti a Venetia”. Il castellano Giovan Ramirez y Arellano manda i soldati tedeschi di guarnigione al castello e fa incarcerare tutti i marinai; allo stesso tempo sequestra il pinco “col carico di passi, marangi di Portogallo e limoni” (ASCz. Not. Tirioli P., B. 659, f.lo 1718, ff. 157v- 158.

[xvi] ASCz, Not. Cirrello S., B. 497, f.lo 1704, ff. 11r-14v.

[xvii] Dicembre 1710: naufraga al porto di Crotone il fregadone “Il Padre Eterno e la Madonna del Rosario” del capitano veneziano A. Grubas (ASCz, B. 497, f.lo 1711, ff. 14-17). 18 febbraio 1711: naufraga al porto di Crotone la polacca del veneziano F. Crivellier (ASCz, B. 497, f.lo 1711, ff. 26-27).

[xviii] La nave “La Beata Vergine del Rosario e l’Anime del Purgatorio”del capitano veneto Giacomo Marchetich, partita da Venezia, naufraga sugli scogli di Capo delle Colonne. Mentre i marinai superstiti sono intenti a porre in salvo ed a recuperare le merci, il capitano della nave ha una lite con il mastro Giovanni Surolovich, tanto che “fattesi li conti e datali l’avanzo che dovea avere, non volle riceverselo e così lo licenziò”.

In seguito lo stesso capitano, giunto a Crotone con il resto della ciurma, cercò di cautelarsi da una possibile e minacciata azione giudiziaria del marinaio licenziato e perciò pensò bene di stendere le sue ragioni. A sostegno ed a testimonianza della loro veridicità nei giorni sei e sette luglio 1744 fece convenire l’equipaggio dal notaio Antonio Asturi. Così si procurò due fedi dal contenuto uguale, alle quali prestarono il loro assenso dapprima sette componenti della nave, ai quali si aggiunsero il giorno dopo altri cinque marinai. I motivi che indussero al licenziamento del mastro, secondo il capitano, non potevano che essere molteplici. Il mastro sabotava il recupero delle merci naufragate, istigando gli altri marinai a non collaborare ed a non lavorare. Mentre i marinai erano impegnati nell’opera continuamente essi “eran susurrati, ed inquietati” dal mastro, “al fine di non farli attendere a detto recupero”. Ripreso per tale motivo dal nocchiero Francesco Drogozetich, che lo invitava ad allontanarsi ed a starsene sulla spiaggia, lo apostrofò dicendogli “di non credersi esser più maggiore di lui ma eguali, e perciò che lo tenea da dietro”. Nonostante il rimprovero, mentre tutti gli altri marinai erano intenti a prestare la loro opera, egli se ne “stava colle mani alla cintola”. Rimproverato dal capitano, che lo invitava a “buttare le mani a travagliare”, gli rispose in malo modo, dicendogli che non avrebbe mai più partecipato ad un viaggio con lui. Dovendosi poi fracassare un lato della nave, per facilitare il recupero delle merci, il mastro si rifiutò, adducendo la scusa che non aveva con sé gli attrezzi da lavoro. La molla però che fece scattare l’ira del capitano verso il mastro e forse la vera ragione del licenziamento, fu la scomparsa di una cassetta “d’azzari”, che era stata recuperata. Il capitano, visto il tipo e la qualità della merce, sospettò subito che fosse stata rubata da una persona su istigazione e “coll’intelligenza” del mastro e, convinto di ciò, cominciò a lamentarsi ed a parlare male del mastro. Il mastro lo venne a sapere ed una mattina affrontò il capitano e “con parole alte, e con prepotenza” gli disse: “Capitan Giacomo lei tiene la lingua fra denti e non sparli di me che io sarò uomo da farsela così stare dal maggistrato de Cinque Savii della Republica Serenissima Veneta”. Evidentemente il capitano non sottovalutò le minacce e le ragioni del mastro e cercò con le due fedi rilasciate dai componenti della nave e rogate in Crotone dal notaio in presenza anche del marchese di Apriglianello Francesco Lucifero, in qualità di viceconsole della nazione veneta in Crotone, di cautelarsi per quando sarebbe ritornato a Venezia. ASCz, B. 912, f.lo 1744, ff. 39v-42.

[xix] ASCz, B. 912, f.lo 1744, ff. 19-20.

[xx] ASCz, Not. Tiriolo P., B. 253, f.lo 1670, ff. 103v-104.

[xxi] ASCz, B. 497, f.lo 1707, ff. 70-71.

[xxii] ASCz, Not. Lipari S., B. 612, f.lo 1719, ff. 40v-42r.

[xxiii] ASCz, B. 613, f.lo 1720, ff. 85-86.

[xxiv] ASCz, B. 310, f.lo 1664, f. 29.

[xxv] ASCz, B. 335, f.lo 1682, ff. 40-43.

[xxvi] ASCz, B. 613, f.lo 1722, f. 57.

[xxvii] ASCz, Not. Antico F., B. 858, 1756, ff. 48-54.

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