San Leonardo di Cutro da grangia a villaggio

San Leonardo di Cutro Rizzi Zannoni

“S. Leonardo” e “T. di S. Leonardo” nella carta di A. Rizzi Zannoni (1808).

 

L’abbazia di Santo Leonardo era situata fuori le mura della città di Catanzaro. Abitata da monaci dell’ordine di San Basilio, possedeva una grangia, detta “le terre di S. Leonardo”, posta vicina a Tacina in territorio soggetto alla giurisdizione religiosa del vescovo di Isola.

L’abbazia, già presente in età normanna (sec. XII) era governata da un archimandrita. Nel 1310-1311 l’archimandrita del monastero di S. Leonardo assolve al pagamento della seconda decima e versa il reintegro della prima per la S. Sede. Nel 1324 l’archimandrita Ninfus versa un’oncia alla S. Sede.

In seguito l’abbazia decadde, il 4 dicembre 1354 l’archimandrita Ylarius è liberato da papa Innocenzo VI dalla prestazione del servizio a causa della povertà. La decadenza dell’abbazia e della grangia di San Leonardo fu accelerata dall’istituto della commenda.

Il 24 marzo 1437 l’abbazia vacante per morte dell’archimandrita Berardo è data in commenda da papa Eugenio IV al vescovo di Cerenzia Giovanni. Dopo vari commendatari pervenne a Giovanni Battista Rocca ed alla sua morte il 28 aprile 1554 Giulio III la concedeva a Gian Pietro Carafa, l’anno dopo passava al napoletano Tiberio Carafa.

Il vescovo di Potenza Tiberio Caraffa la concederà con parte delle rendite al Collegio dei Gesuiti di Catanzaro. La concessione già attiva nel giugno 1567 fu approvata da Gregorio XIII il 24 febbraio 1580. Non passa molto tempo che l’intera rendita dell’abbazia, stimata del valore annuo di ducati 200, sarà gestita dai Gesuiti (Russo F. Regesto, 237 sgg.).

I Gesuiti già alla metà del Seicento erano diventati potenti come testimonia Vincenzo D’Amato: “hereditando di tempo in tempo le pie dispositioni de’ cittadini, hoggi opulentissimo divenuto, è un de più famosi del Regno” (D’Amato V., 198).

 

Posizione della grancia

La posizione della grancia di Santo Leonardo situata tra i territori di Castelloum Maris, Tacina e Cutro sarà nel tempo occasione di lite con i confinanti. Le terre di Santo Leonardo erano situate all’incrocio di più vie. La più importante era la via traversa che “è strada pp.ca che vene da verso la torre de tacina et altre bande et va verso Cotrone et anco verso la città p.ta dell’Isola”. Questa via pubblica va “ad irto verso lo casale di Cutro et in lo deritto in verso lo casale di massa nova”. Nella terra dele Castelle “ce è una via la q.le se chiama la via traversa la q.le vene dalIsola et va verso Cropani et per d.ta via sta la magior parte dele vigne et ter.rii deli homini de d.ta t.ra dele Castelle et anco del conte de Ayello” (f. 98v).

Vi era poi una “via vetera”che si inestava sulla via pubblica. Per avere un’idea della viabilità all’inizio del Cinquecento riportiamo i confini della località Terrastro. La gabella confinava con il vallone Dragone, la riva del mare, il vallone Terrastro, i confini territoriali, la via che va a Mesoraca, il passo Lo Pirillo, le “aeras veteras” ed è attraversata dalla via nova che va al casale di Torre di Tacina (Processo cit., f. 531).

 

Vertenze territoriali

La baronia di Tacina e la sua dipendenza dai conti di Catanzaro è evidenziata dai possedimenti di alcuni catanzaresi. Oltre alle terre di San Leonardo appartenenti alla abbazia di San Leonardo, ci sono i possedimenti del monastero di Santa Chiara (Marinella e Rumbolo) e di Sigismondo Rocca (Porcaria).

Nel Quattrocento la grangia di San Leonardo è ormai un “tenimentum” spopolato, dove le gabelle che lo compongono sono date in fitto ora ai pecorai ora ai coloni. Esso risulta far parte della terra di Castellorum Maris in potere dei Ruffo, marchesi di Crotone e conti di Catanzaro. Il diritto di esigere “lo herbagio de Sancto Leonardo” che apparteneva all’abate del monastero di San Leonardo di Catanzaro è usurpato dal marchese Antonio Centelles. Dopo la confisca dei feudi del marchese da parte di re Alfonso nel 1445 la Camera della Sommaria ne disponeva la restituzione all’abate (Pontieri E., La Calabria cit., p.179n). Tuttavia ritroviamo poi che il marchese ne ritornava in possesso.

In un “quinterno”, compilato il 6 ottobre 1465 dal razionale Martino per ordine del principe di Santa Severina e marchese di Crotone Antonio Centelles e riguardante i diritti e possessi della sua curia, si legge che nella terra di Castellorum Maris il marchese aveva i seguenti diritti: “… Item in eadem terra est tenimentum S.ti leonardi quod solet vendi in herbagium anno quolibet de fertile ad infertilem in untiis duabus sunt un. II (Processo f. 63v). In seguito troviamo che coloro che pascolano nel corso di San Leonardo devono pagare la finaita al feudatario della confinante baronia di Tacina, baronia, che confiscata al ribelle Antonio Centelles, fu concessa dal re a Giovanni Pou: “Et duc.ti duj tari duj de Cristaudo de Jorno et Johanni de Piro contanti sono per li finati de Santo Leonardo” (ASN, Cunto dele intrati de la cita de lisola le castelle et de tacina, Dip. Som. Fs. 552, f.lo 1 , f. 16v).

Dopo la Congiura dei Baroni nel 1487 re Ferdinando per necessità di difendere il Regno vendette a Paulo Siscar, conte di Agello, per ducati 7000 la terra di Torre di Tacina ed il feudo di Campolongo e Ferulusello, feudi che erano stati confiscati al ribelle Giovanni Pou; in tale vendita era anche compreso il corso di Santo Leonardo (Processo cit., f. 69 sgg.). A Paolo Siscar seguirono per successione ereditaria Antonio Siscar (1505), Alfonso (1524), Antonio (1530) e Alfonso (1553). A causa dei debiti la baronia di Tacina fu devoluta alla Regia Corte che la mise all’asta e nel 1586 fu assegnata a Ferrante Carrafa Duca di Nocera. Passò quindi a Francesco Maria Carrafa (1595) che nel 1595 la vendette ad Agostino Doria. In seguito passò a Marco Antonio Doria.

 

Tra il feudo di Le Castella e la baronia di Tacina

All’inizio del Cinquecento il conte di Santa Severina Andrea Carrafa unì il feudo di Ferusulello ed il corso di Santo Leonardo, che erano nella baronia di Tacina, al suo tenimento di Le Castella (f.203). Tra le rendite del baiulo di Castellorum Maris: “habet pro jure stertiaturae quolibet die tarenum unum pecuniae a fidatoribus cursus campi longi et santi leonardi durante tempore dictae stertiaturae quae stertiatura est facienda per dictum baiulum singulis annis in mense praedicto januarii” (Processo, f. 498).

Dopo la morte del conte Andrea Carrafa, Antonio Siscar conte di Ayello mosse lite al nuovo conte di Santa Severina Galeotto Carrafa, per l’usurpazione che aveva fatto il conte Andrea Carrafa del feudo di Ferulusello e del corso di Santo Leonardo. ll primo aprile 1542 in Napoli, fu emessa sentenza definitiva dal Sacro Consilio con la quale si riconoscevano i diritti del conte Siscar e tra l’altro si dichiarava che: “… In cursu vero Santi leonardi iura diurnalium, finaytar. Iuvaticarum, spicarum, bayulationis dohanae et stertiaturae et possessionem seu quasi cognoscendi de causis civilibus et criminalibus in ditto cursu santi leonardi ipsumq. Excelletem comitem Agelli, manutenendum esse et conservandum …” (Processo f. 458v). Con tale sentenza il conte Galeotto e i cittadini delle Castelle che avevano usurpato “lo jus pascolandi”, lo persero. La grangia di Santo Leonardo allora era in potere dell’abate commendatario dell’abbazia di San Leonardo di Catanzaro Gio. Battista Rocca di Catanzaro (f. 165v).

 

I Carrafa duchi di Nocera dei Pagani

In seguito tutto il territorio alla sinistra della foce del Tacina passò in potere dei duchi di Nocera ed il corso di Santo Leonardo ritornò a far parte del territorio di Le Castella. Infatti il conte Galeotto Carrafa aveva venduto le terre di Cutro, Le Castella e Rocca Bernarda ed il casale di San Giovanni Minagò per ducati 238.791 a Ferrante Carrafa, duca di Nocera. Poi il tutto passò al figlio Alfonso Carrafa, duca di Nocera. In un documento del 1564 si legge che il duca di Nocera dei Pagani Alfonso Carrafa possedeva la “terram Castellorum cum juris.ne et jntroytibus et integro statu et terr.um seu tenimentum cursus Campi longi et S.ti leonardi cum juribus pascendi et stertiandi in omnibus terris patronatis etiam ecclesiarum ac ecclesiasticarum personarum sitis in tenimento terr.o dicti cursus et terrae p.tae” (Processo f. 29v).

In seguito nel 1581 la terra di Le Castella con i suoi diritti e rendite passò a Ferrante Carrafa e quindi nel 1595 a Francesco Maria Carrafa, che la tenne fino al 1619 quando fu messa all’asta e aggiudicata a Giovanna Ruffo Marchesa di Licodia. Nel 1650 è del figlio ed erede Francesco Maria Ruffo; poi fu messa all’asta e aggiudicata nel 1659 a Francesco Filomarino, principe di Rocca d’Aspro.

 

Le “Terre di Sancto Leonardo

Il corso di Santo Leonardo era costituito da gabelle che erano affittate tre anni a semina e tre anni a pascolo. I proprietari delle singole gabelle nei tre anni di semina, o a ogni uso, potevano affittarle ai coloni mentre nei tre anni di pascolo il corso era affittato ai pecorai dal feudatario, il quale si incaricava di pagare poi i proprietari. Il 16 febbraio 1578 il magnifico Aurelio Foresta dà in fitto per tre anni ad ogni uso sia a pascolo che a semina la gabella di Santo Leonardo a Gio. Maria Tambato. L’affitto inizierà il primo di settembre dello stesso anno e terminerà all’ultimo di agosto 1581 ed il Tambato si obbliga a versare ogni anno ducati 315 ogni 15 agosto. (ASCZ, 13, 1578, 138–139).

Le terre di Santo Leonardo confinavano con le gabelle di L’Acqua delo Judeo, con Riyitano e Sancto Andrea.

Prima della loro soppressione, avvenuta poco dopo la metà del Cinquecento, le tre chiese di Le Castella l’arcipretale di Santa Maria, la chiesa di San Nicola e quella di Sant’Andrea possedevano alcuni possedimenti nel tenimento di Santo Leonardo: alcuni vignali a Rijtano, quattro salmate di terre nel luogo Diodata, cinque tomolate nel luogo Colifoni, il vignale Sovarello ecc. Quando queste terre erano affittate “ad seminandum ad usum gabellae”, le chiese esigevano il pagamento annuale in grano.

Tra i beni della chiesa arcipretale di Santa Maria de Castellis ricordiamo un terreno di due salmate in località Riyitano confinante con le terre di San Leonardo, le terre di Simone Scazurro, le terre di Adoardo Sanaso, le terre dell’abbazia di Corazzo ed il vallone proveniente dalla “fontana dela petra”. Dal suo affitto la chiesa percepiva annualmente una salma e due tomoli di grano.Vi era poi il terreno di circa cinque salmate in località l’Acqua delo Judeo confinante con le terre di Alberito Improve la via pubblica le terre di San Leonardo la “via vetera usque ad terram planitieis” le terre di Stefano Saragò. Dal suo affitto percepiva annualmente sei salme di grano. Con l’abbandono di Le Castella queste terre furono incamerate dalla mensa vescovile e dal capitolo di Isola. In seguito esse passeranno di proprietà dei Gesuiti.

 

I Gesuiti popolano San Leonardo

Nell’autunno del 1563 inizia l’attività il Collegio dei Gesuiti di Catanzaro. I Gesuiti ottennero nel 1567 l’abbazia di San Leonardo di Catanzaro di cui era commendatario Tiberio Caraffa e con l’abbazia anche i possedimenti ed i privilegi (Russo, 21775). Essi procedono ben presto alla valorizzazione ed al ripopolamento delle nuove proprietà. Nel frattempo fondano un istituto per l’educazione di chierici e adolescenti, che mantengono fino alla loro espulsione da Catanzaro avvenuta il 29 novembre 1767: “..est etiam Collegium RR.PP. Societatis Jesus, in eo numerantur septem vel octo sacerdotes, qui quotidie sacra faciunt, confessiones excipiunt, singulis Dominicis et festis diebus unam concionem habent ad Populum, ad parandum sermonem, seu lectionem de iis rebus et ad salutem spectantibus, habent etiam classes duas ubi clerici ceterique adolescentes et pueri cum gramaticam, humanioresque litteras, tum vero maxime christianos mores docentur” (Rel. Lim. Cathacen. 1592).

 

I Gesuiti ed i vescovi di Isola

L’abbate del monastero di San Leonardo, come altri abbati che possedevano vasti territori in diocesi di Isola, pagava il 15 agosto di ogni anno un censo al vescovo di Isola, censo che il vescovo Annibale Caracciolo assegnò al seminario al momento della sua istituzione, poco dopo la metà del Cinquecento (Rel. Lim. Insulan. 1594).

Il Concilio di Trento infatti aveva stabilito che i seminari si mantenessero con le contribuzioni, provenienti dalle mense vescovili e dai benefici esistenti nel distretto della diocesi. Il vescovo di Isola Annibale Caracciolo convocò il clero ed il 6 novembre 1566 fece la tassa per il mantenimento del seminario. In primo luogo sottopose la sua mensa e quindi i beneficiati che possedevano beni nel suo distretto tra i quali sette grancie di sette abbazie: S. Maria dello Patire, abbazia di Corazzo, l’abbazia di Carrà, l’abbazia di Furgiano, l’abbazia di S. Nicola delli Maglioli, l’abbazia di S. Leonardo e l’abbazia di S. Stefano.

In seguito però i Gesuiti ed i cistercensi si dichiararono esenti dalla contribuzione: “ex quibus nunc defecerunt a solutione et contributione praed.ta Abbatia de furgiano quae est Ill.mi Card.lis S. Severinae, Abbatia de Curazzo, quae  est Ill.mi Card.lis Montisalti, Abbatia S. Leonardi quae est Patruum Societatis Jesu, quae tres graciae cum cessaverunt à solutione Ep.us supplet de proprio ne tam necessarium opus destrueretur” (Rel. Lim. Insulan., 1600).

 

I Gesuiti allargano i loro possedimenti

I Padri Gesuiti del Collegio della città di Catanzaro cominciarono dapprima ad acquisire i terreni vicini alle terre sulle quali l’abbazia di San Leonardo vantava dei diritti. Nell’agosto 1588 essi acquistano da Gio. Alfonso Cassano della terra di Cropani un fondo situato nel territorio di Tacina in località detto “pentise seu rumbulo vel la caputa”.

Il possedimento confinava con le terre dell’abbazia di San Leonardo e con quelle di Cesare Cassano, fratello del venditore (ANC. 43, 1588, 91 -92 ASCZ). Mentre cessavano le lunghe liti tra il vescovo di Isola Annibale Caracciolo ed il duca di Nocera Alfonso Carrafa, che avevano ridisegnato i diritti ed i confini dei rispettivi territori, iniziavano quelle tra il vescovo di Isola ed i Gesuiti per i diritti sul corso di San Leonardo, che rientrava nella diocesi di Isola.

Già nel 1569 era stato stipulato un atto tra le due parti (“Instrum.to di Ratificatione del Collegg.o di Catanzaro per le terre di Corvino”, Carte della chiesa d’Isola, AVC) ma molte questioni rimanevano aperte. Il 6 settembre 1590 in Napoli, con atto del notaio Thomas Anellus Baratta di Napoli, fu raggiunto un accordo tra il vescovo di Isola Anibale Caracciolo ed il tesoriere del capitolo della città di Isola Desiderio de Nofrio da una parte ed il Reverendo Cesare de Vivo di Napoli della società di Gesù, procuratore del collegio del Gesù della città di Catanzaro.

La vertenza riguardava il possesso di alcune gabelle situate vicino alle terre di San Leonardo, rivendicato dalla badia di San Leonardo. Con tale accordo il vescovo ed il capitolo di Isola, per porre fine alla lite, cedevano in enfiteusi perpetua ai gesuiti quattro gabelle piane ed adatte alla semina situate in territorio di “Turris Tacinae”, cioè la gabella Colascinto, confinante con la Caputa, le Lenze ed il vallone de Dragone, la gabella L’Acqua delo Judeo confinante con i beni di S. Leonardo e la Caputa, la gabella Reitano, confinante con i beni di S. Leonardo, le terre di Cicco Sanasi, le terre dell’Acqua della Petra e Sazzurro, e la gabella di Santo Andrea confinante con Cerza Muzza, Santo Leonardo e vallone de Dragone.

Dall’altra i Gesuiti si obbligavano a versare un censo annuo di tomoli 55 di frumento ogni metà di luglio e ducati 30 nel mese di maggio nel giorno della fiera di San Giovanni. (Instrum.to di concess.ne fatta per l’Ill.mo, e R.mo Vesc.o dell’Isola, et Rev.mo Tesoriero del Capitolo al Colleggio del Giesus di Catanzaro di cenzi stabili nel territorio della Torre di Tacina Provincia di Calabria di cenzo di d.ti 30 et tumuli 55 di grano imperpetuum anno 1590, in Inventario et Nota delle scritture pertinentino al Sacro Vescovato della Città dell’Isola et al suo Capitolo quali si conservano dentro un baulo per ordine de Mons. Il.mo Caracciolo vescovo di detta Città).

Ma l’accordo non fermò la lite. Il 30 aprile 1591 il papa Gregorio XIV incaricava il vicario generale del vescovo di Catanzaro e l’arcidiacono della chiesa di Catanzaro di intervenire per trovare una soluzione alla controversia che opponeva da una parte il vescovo, il tesoriere ed il capitolo di Isola al rettore del collegio dei Gesuiti di Catanzaro a riguardo ai diritti sui benefici L’acqua delo Judeo, Reitano, Colascinto e Santo Andrea, gabelle situate in territorio di Torre di Tacina, e rivendicate sia dalla chiesa di Isola che dal monastero di San Leonardo unito al collegio dei Gesuiti (Russo, 24228).

Sempre in questi anni i Gesuiti riaprivano una vecchia lite, che a suo tempo aveva contrapposto il conte di Aiello ed il conte di Santa Severina. Ora si fronteggiavano il padre Cesare de Vivo, rettore del Collegio dei Gesuiti di Catanzaro e patrono dell’abbazia di San Leonardo ed il Duca di Nocera Ferrante Carrafa, feudatario dello “Stato di Cutro” di cui faceva parte la Baronia di Tacina, a riguardo al diritto di “herbaggio” del corso e delle gabelle situate dentro il corso di San Leonardo. Lite che si concluse nel dicembre del 1593 con un accordo (ANC. 58, 1593, 91–92).

 

Inizia la costruzione del nuovo abitato

Per difendersi dal pericolo di incursioni turchesche il 17 luglio 1597 era stipulato in Catanzaro un contratto tra il rettore del collegio dei Gesuiti, Joannes Maria Santoro, ed i mastri fabricatori della città di Cava Adante Cafaro, Decio de Mauro e Ippolito Jordano; questi ultimi si impegnavano a proseguire e completare entro due anni, “seguendo la pianta comenciata”,la costruzione della torre, che era già iniziata “nelle terre dell’abatia di S.to Leonardo di detto Collegio nello territorio Baronia di Tacina … et di finire la fabrica predetta di detta torre fra termine di doi anni cominciando d’hoggi seguendo la pianta comenciata et questo per prezzo di carlini diciotto la canna”.

I mastri si impegnavano a mettere “ogni loro maestria, manipoli, calce arena petra acqua et ogni materia di fabricare, l’astraco a carlini otto la canna con ponerci ogni cosa … et batterlo che venga in perfectione et finito. La tonica a carlini doi la canna. La forma di legname delle lamie ad uno docato la canna con darci esso P. Rettore tre travi et sei puntilli per detta forma ad imprestito li cantoni che verranno alla torre dove bisogneranno come quelli che vi si ritrovano in detta fabrica ma più grandi conforme al disegno a grana diece lo palmo con la portatura tagliatura assettatura et lavoratura di detti Dante Decio et Polito et che detti cantoni assettati et fabricati in detta torre li si habbino ancora a detti mastri di mesurare per la fabrica alla ragione ut supra et per li anditi detto P. rettore habbia a detti mastri prestare venti  tavoli di russo quale fabrica et maestria ut supra voleno essi parti che si habbia di mesurare per doi mastri eligendi per esse parti secundo la Pragmatica et patti che detti mastri hanno fatto con la Regia Corte”.

Si conviene inoltre “detta torre di murarla della calce che si farà delli migliori petri delli territorii di detta Abbatia et convicini”; se essa sarà diroccata dai Turchi , il danno sarà dei commitenti, mentre “venendo a fare qualche lesione o apertura di muraglie sia in danno d’essi Dante Decio et Ippolito per culpa di fabrica”. Il rettore inoltre “per principio di pagamento” dovrà dare un paio di buoi con un carro del valore di ducati trenta e si impegnerà a versare ducati 40 alla fiera di S.Nicola e ducati 40 la volta man mano che il lavoro procederà.

I mastri saranno sollevati dai possibili danni causati alla torre da fattori,esterni mentre ne rispondevano se causati dalla loro imperizia o incuria,(ANC. 17, 1597, 199-200). Il lavoro alla torre durerà alcuni anni e all’inizio del 1604 non era ancora finita. Nell’aprile 1604 Aurelio Ponterio di Carpanzano ed il suo socio Galiotto Gangutia di Cutro, prendono in fitto dal Padre Jo. Lamberti, procuratore dei Gesuiti di Catanzaro, il territorio di S. Leonardo con la condizione “… di fare et complire la torre di d.o territorio di Santo Leonardo de l’infra.tti fornimenti cioè di farci fare lo ponte, la porta, fenestre et astraco di sopra per comodità et beneficio di essi affittatori et cosi anco di fare fare et dare forniti doi altri beveri novi in d.o territorio et tanto la detta torre quanto li beveri darli forniti per tutto il mese d’ottobre prossimo venturo” (ANC. 62,1604,29-31).

San Leonardo torre

San leonardo di Cutro (KR). Ruderi della torre dei Gesuiti.

Con il procedere dalla costruzione del nuovo abitato i gesuiti aumentano i loro possedimenti, aggiungendo, alle gabelle acquistate e quelle ottenute in enfiteusi dal vescovo e dal capitolo di Isola, il vasto comprensorio feudale di Le Lenze. Quest’ultimo, costituito da un insieme di terre adatte alla semina e al pascolo dell’estensione di circa 2000 tomolate, confinante con le Valli, Campolongo, la Marinella e la Mortilla, fu acquistato nei primi decenni del Seicento dall’indebitata Giovanna Ruffo Marchesa di Licodia (1619–1650). Il territorio, pur essendo parte del feudo di Tacina, è da questo separato come risulta nell’atto dell’acquisto all’asta dei feudi dei Ruffo del 1659 da parte di Francesco Maria Filomarino, principe della Rocca, dove si afferma “con dichiarazione espressa che in d.a compra non s’intenda incluso il feudo di Foti ne la raggione di ricomprare quello ne anco Le Lenze vendute alli PP. Gesuiti, quali tutti rimangono a beneficio delli creditori di d.o patrimonio di Scilla” (Ref. Quint. Vol. 198, ASN).

 

Il “locus Santus Leonardus”

All’inizio del Seicento è segnalata l’esistenza del “locus Sanctus Leonardus”, popolato con contadini dei paesi vicini: “Sotto Cutri è un luogo detto Santo Lonardo de’ Padri Gesuiti che tengono per commodo di seminare, e per altri loro usi”, (Nola Molise G.B., Cronica, Napoli 1649, p. 89). Il nuovo abitato ha la forma di un trapezio isoscele completamente chiuso. Vi si accede per una porta con arco situata in mezzo al lato parallelo inferiore. Nei lati sono costruite le case terranee, le cui mura isolano l’interno dall’esterno, e nel mezzo c’è la torre. I Gesuiti oltre alla torre ed alle case fanno costruire anche la chiesa ed un vasto magazzino per la conservazione del grano.

La “massaria” dei Gesuiti, posta in diocesi di Isola, è ben presto oggetto delle attenzioni del vescovo di Isola, che esige la cura delle anime. Il vescovo Ascanio Castagna (1622–1627), facendosi forte degli antichi privilegi, vuole il pagamento di un censo annuo e di poter visitare la chiesa, mentre il rettore dei Gesuiti si oppone perché sia la Compagnia che la religione cistercense ne sono esenti per privilegio apostolico. Il vescovo allora invia i suoi sgherri alla masseria e “armata manu rotte le porte dele stanze ha pigliato le galline,et paperi che vi erano et fatto prigioni X bovi aratori, levandoli dalla sementa, che facevano, et l’ha fatto condurre all’Isola” (Valente G., cit., p. 113).

Alcuni anni dopo il vescovo Francesco Biblia (1631-1633) relaziona: “Item adest, et alia Villa dicta de S.to Leonardo … in quo sunt convocati circiter quadraginta homines mares t.n non feminae, quibus et’ ministrantur sacramenta in ecclesia ibidem ab eisdem P.ribus aedificata per curatum ab Ep.o Insulan., electum et approbatum” (Rel. Lim. 1633).

Il vescovo seguente Martino Alferio (1634–1639) si lamenta perché i Gesuiti non gli permettono di visitare la chiesa: Di recente è stato fondato il “locus S.ti Leonardi” nel fondo dei Gesuiti di Catanzaro, i quali per coltivare i loro campi hanno fatto costruire molte case e la chiesa in modo da richiamarvi dai paesi vicini i rustici che così possono dimorarvi giorno e notte. Attualmente vi sono circa cento anime le quali ascoltano le messe nella chiesa da un prete sostituto scelto dai Gesuiti, i quali non permettono al vescovo di visitare la chiesa (Rel. Lim. 1635).

La vertenza tra i Gesuiti ed i vescovi di Isola per quanto riguarda la visita proseguirà con fasi alterne. Il vescovo Gio. Battista Morra (1647-1649) descrivendo la diocesi si sofferma sul nuovo abitato. Il “rus” o “pagus sub forma casalis” o “atrium” di S. Leonardo di Tacina è composto alla metà del Seicento da una torre che sorge in mezzo all’abitato, da una chiesa intitolata a S. Leonardo, e da alcune piccole case terranee abitate da un centinaio di coloni, che lavorano alle dipendenze dei Gesuiti. “Alter est quodam Rus sub forma Casalis cum turri possessum à R.dis Patribus Jesuitis in quo adsunt nonnullae parvae domus aliquor. colonor., qui deserviunt culturae massariar. p.ttor. R.dor Patruum ac alior. vicinor. et isti ascendunt ad summam anim.r centum et plus quar. Curam exercet quidam presb.r amovibilis ad nutum D.ni Ordinarii in quadam ecc.a sub titulo Sancti Leonardi in qua cotidie missam celebrat” (Rel. Lim. 1648).

La controversia si chiuderà dapprima a favore dei Gesuiti, come si ricava dalla relazione del vescovo Gio. Francesco Ferrari (1650–1657): “Est et aliud Rus cum turri, et ecclesia, olim Abbatis S. Leonardi, ad presens vero ad Colleggium Societatis Jesu Catanzarii spectans, in quo centum circiter homines masculini tantum sexus cohabitant, tum coloni terrarum d.ae Abbatiae tum alii. In ecc.a missa celebraturper Cappellanum ad id constitutum et amovibilem à praefato Colleggio , et ab ordinario approbatum, qui et. Sacramenta confessionis, et comunionis tam colonis quam aliis advenientibus in missa tantum administrat. Olim episcopi ecclesiam ipsam visitabant, sed paucis abhinc annis ex eorumq. incuria, et jesuitarum appropiatione hac visitatio fuit intermissa, eamq. Ipse met distuli donec ab ista S. Congreg.ne responsum accepero” (Rel. Lim, Insula.,1651).

Ma al tempo del vescovo Carlo Rossi la situazione religiosa era mutata: “…quod est Atrium cum turri, in quo degunt nonnulli cultores terrar., et cum eccl.a annexa Atrio, cui inservit cappellanus, certo sibi soluto stipendio a Jesuitis, in qua non conservantur Santissima Eucarestia, nec olea sacra, sed cura animarum, quoties contingit, exercetur ab Archipres.ro insulano” (Rel. Lim, Insula., 1673).

Il villaggio al quale sono ammessi soltanto maschi è gestito economicamente da uno o due frati laici, che abitano nella torre (Il “qm. fratello Berardino Vitale” risiedeva nella torre di S.Leonardo dei Gesuiti, ANC. 694,1738,37v), mentre il sacro è amministrato da un cappellano proposto e pagato dai Gesuiti e approvato dal vescovo di Isola che recupera il diritto di visita e di cura delle anime ma perde il censo annuo (Rel. Lim. 1700).

Alla fine del Seicento San Leonardo è ormai un luogo di una certa importanza sia religiosa che economica, come evidenzia la descrizione che ne fa il Fiore. Nella prima domenica dopo Pasqua vi si svolge “la Perdonanza, così la chiamano, di S. Leonardo nella chiesa di questo nome presso Le Castella, abbazia aggregata al Collegio della Compagnia di Catanzaro. Vi concorre gente di quasi tutto il Marchesato, altri per voti, altri per devozione, tutti per il piacere delle grandi delizie, quali si gustano in quelle per all’ora amenissime campagne” (Fiore, II, 453).

 

Tra Cutro e Le Castella

Il territorio di “S. Leonardo delli Castelli”, posto ai confini di Le Castella e della Baronia di Tacina , nel quale si trova l’abbazia dei Gesuiti è oggetto di controversia tra l’università di Cutro e quella di Le Castella. Accatastata nel 1742 a Cutro, i Gesuiti protestano e ricorrono alla Regia Camera perché vogliono “volersi tassare con questa università delli Castella”, esentandosi “dalle ingiuste usurpationi dei cutresi” (Valente G., cit., p. 114).

Altra lite oppone il marchese Doria, barone della baronia di Tacina e Massanova ed i Gesuiti “sopra molti capi e specialmente se da diece anni a questa parte li territorii seu gabelle, che possedono detti Padri nel Corso di San Leonardo chiamati Crescente, Piscione, Ganguzza e Rombolò site entro la giurisdizione della baronia di Tacina si aprissero o si sbarrassero in ciascheduno anno nella prima del mese di maggio con ogni sorte di bestiame” (ANC. 584,1741,9 ASCZ).

 

Il Catasto Onciario

Il catasto onciario della metà del Settecento evidenzia l’importanza che ha assunto il villaggio per i Gesuiti. Infatti l’abbazia di S. Lonardo di Cutro possiede completamente un vasto comprensorio di terre adatte alla semina e al pascolo presso il vallone delle Lenze e le gabelle Rumbolò, Piscione, Criscente, Ganguzza e Marrella, il tutto per  tomolate 2800 di terra e con una rendita annua di 1395 ducati (ASN, Catasto onciario di Cutro, Vol. 6959, a. 1744, f. 178).

 

L’espulsione dei Gesuiti

L’undici aprile 1762, giorno di Pasqua, il vescovo di Isola Giuseppe Lancellotti con il suo seguito visitò la chiesa di San Leonardo in diocesi di Isola e comandò di portare a compimento quanto prima la chiesa che era in costruzione. Quindi visitò le suppellettili e trovò tutto ben disposto e ornato.(Visitatio personalis et localis huius Civitatis et diocesis Insulanae, 1762). Pochi anni e nel 1767–1768 i Gesuiti sono espulsi dal Regno.

L’abbazia di San Leonardo con le sue terre passano alla Regia Amministrazione, che la affida alla Reale Azienda d’Educazione. Le proprietà della Badia sono date in fitto. Nel 1769 le deteneva Felice Muraca per tre anni. Oltre ai terreni sopracitati l’ex azienda dei Gesuiti comprendeva “un giardino per uso di verdure con 89 alveari … due vigne con olive ed altri alberi fruttiferi… magazzini, cantina con due botti, forgia con suoi stigli, chiesa con sue suppellettili, stalloni, casetta, torre e cucina (Valente G., cit., 114 -115).

 

Dal terremoto al Decennio

Dopo il terremoto del 1783 tutte le chiese di Isola furono abolite per mandato regio eccetto la cattedrale, la parrocchiale di Castellorum Maris e le due sue filiali di Villa S. Leonardo e di Torre dello Steccato (Rel. Lim. 1789).

E’ di questi anni una vertenza tra l’università delle Castella e la Badia di San Leonardo per il pagamento della bonatenenza per i beni che essa possiede sul territorio. Gli amministratori delle Castella il 30 agosto 1790 si rivolgono al re e chiedono che l’amministratore dell’abbazia Raffaele Barba paghi la rata dell’oncie ordinata dal Supremo Consiglio delle Finanze, “secondo l’istruzioni rimesse l’anno 1789 per la formazione del Catasto”. (Atti per la bonatenenza dovuta all’uni.tà delle Castelle dalla Badia di S. Leonardo di Cutro, 1790, C.S. Segreteria Pagana B. 100,maz.o 54, fol. 102, ASCZ.)

L’abbazia di S. Leonardo, situata dentro la Baronia di Tacina e confinante con il territorio di Le Castella, di estensione di circa 2800 tomolate fu data dapprima in fitto a Vitaliano de Riso di Catanzaro. Poco dopo la vasta tenuta , situata nel territorio di Le Castella, composta in buona parte da alberi fruttiferi e pascoli, è comprata da Matteo Vercillo, che poneva fine alla vertenza con l’università di Le Castella pagando nel maggio 1794 la bonatenenza per gli anni 1793 e 1794. Gli abitanti del villaggio di San Leonardo e delle terre dello Steccato, “applicati alle quotidiane fatiche della campagna”, vanno a far parte della parrocchia di Le Castella. Domenicantonio Alessio, arciprete curato delle terre delle Castella, villaggio di S. Leonardo e terre dello Steccato dichiara nel 1795 che G. Tratto di S. Ianni di Taverna risiede da 15 anni nel villaggio di S. Leonardo portatovi dal suo padrone Domenico Caruso all’età di sette anni circa, mentre l’università di Cutro ne rivendica l’accatastamento (Catasto di Cutro 1805, f. 191).

Durante il Decennio francese le proprietà del Vercillo non entrarono in ripartizione in quanto su quelle terre non vi erano mai stati usi civici e “le spighe sono state sempre serbate per il possessore ed accordate al conduttore”.

Masci 1 aprile 1811: “La vasta tenuta della Badia di San Leonardo appartenente un tempo ai Padri Gesuiti di Catanzaro, oggi al compratore Signor Matteo Vercillo è indubbiamente situata nel territorio di Castella, siccome apparisce dalla tassa formata nel 1785 per ordine del Signor Generale Pignatelli, considerato che la tenuta di San Leonardo in buona parte di alberi fruttiferi e dalle carte di antichi affitti si rileva che i pascoli, gli erbaggi, e le spiche sono sempre serbate per il Possessore ed accordate al conduttore, ed il comune di Castella non contravertè la qualità di chiusura = Considerato per le pretensioni affacciate dal comune di Cutro sopra questo fondo di San Leonardo non si è prodotto verun documento derivarsi la giustizia di tal dimanda. decide. Il signor Vercillo per le terre di S. Leonardo non sia molestato (Vertenza tra la terra delle Castella e l’ex feudatario, 1811, AVC).

Con la creazione dei Circondari, il villaggio, come parte del comune di Le Castella, nel 1807 è unito dapprima al circondario di Scandale (Nel 1808 San Leonardo ha 84 abitanti, Stato delle anime della Diocesi di Isola, AVC), poi nel 1811, come parte di Cutro è aggregato al circondario di Cotrone (Valente G., Le leggi francesi cit, pp. 33,95). Questa nuova organizzazione amministrativa tuttavia, secondo il Masci, non aveva privato i cittadini di San Leonardo dei diritti che esercitavano sui territori di Le Castella.

Nel riordino borbonico del 1816 S. Leonardo, che conta 66 abitanti, è frazione di Cutro (Valente G., Dizionario cit., 888). Due anni dopo, con la soppressione del vescovato di Isola, la chiesa di San Leonardo, che si trovava in diocesi di Isola e soggetta all’arciprete di Le Castella, va a far parte della diocesi di Crotone, che si estende fino al Tacina (Stato delle anime di Cotrone e diocesi al 15 dicembre 1818, AVC), includendo Isola con 1984 anime, Le Castella con 300, S. Leonardo con 134 e Steccato con 34. (“Terra Sancti Leonardi, animarum circiter centum octoginta septem, quarum cura adest Archipresbytero terrae Castellorum Maris, et oeconomus ab Episcopo adprobatus intendet curam ipsarum”, Todisco Grande L., Synodales Constitutiones et Decreta, Napoli 1846, p. 56).

 

Nel latifondo dei Barracco

Con il ritorno dei Borboni tutto il territorio compreso tra Le Castella ed il Tacina è acquistato dal Barracco, il quale entra in possesso dapprima della Baronia di Tacina e Massanova, detenuta da Marcantonio Doria. Nel 1813 M. Doria, gravato di debiti, riceve denaro in prestito dal Barracco, ipotecando l’ex feudo. Nel 1820 il Barracco diventa vicario generale della baronia e comprando i debiti del Doria ne diviene il maggiore creditore. Nel 1834 è stipulato l’atto di cessione della baronia al Barracco e poi del fondo di San Leonardo, che era passato ai fratelli Luigi, Ferdinando e Antonio Vercillo. Nel 1825 il Barracco acquista i due terzi delle proprietà dei Vercillo, il rimanente detenuto da Antonio entra in possesso del barone dopo che questi è riuscito a divenirne il maggiore creditore, (Petrusewcz M., Latifondo, pp. 44-45). Il potere dei Barracco rimarrà fino alla riforma agraria del secondo dopoguerra.

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Notizie sul villaggio rurale di San Leonardo di Cutro (anno 1947)

(Estratto da “Giuseppe Brasacchio, Nuovi orizzonti dell’agricoltura crotonese, Catanzaro 1950, pp. 202 sgg.”)

Il villaggio di San Leonardo di Cutro giace su di un piccolo altipiano, a una sessantina di metri sul livello del mare, da cui dista circa un migliaio di metri. Il villaggio è sito nel bel mezzo di un uliveto, che ne circonda tutto l’abitato. Ad un paio di chilometri, è la stazione ferroviaria omonima, a circa 5 Km. La litoranea jonica.

San Leonardo pianta abitato

Pianta del “Villaggio di S. Leonardo di Cutro” (1947).

Le strade esistenti, che allacciano il villaggio con gli altri centri di Cutro, Castella ed Isola, nonché quella che lo congiunge alla litoranea, son tutte mulattiere a fondo naturale.

Il terreno, su cui giace il villaggio, è di natura sabbiosa, ma, verso il lato Nord dell’abitato, è tendenzialmente argilloso. Nel sottosuolo son presenti numerose falde freatiche, che affiorano nel lato Sud, a qualche centinaio di metri, in numerose sorgenti, presso le “cinte” marine di Barretta e Barco di Vercillo.

Il villaggio è a cavalluccio tra i due valloni naturali di Dragone a Ovest e San Leonardo ad Est; il primo dei quali è stato sistemato. Tuttavia, durante l’inverno, il vallone di san Leonardo assume corso torrentizio e talora rovinoso, talchè ne risulta impedito anche il passaggio; l’acqua scorre solo limitatamente al periodo delle pioggie; i residui dell’acqua invernale rimangono fino all’autunno, sotto forma d’acqua stagnate (“ronzi”), dove gli anofeli ed altri insetti prosperano indisturbati.

Il villaggio è costituito da casupole, per lo più di un sol vano, disposte l’una a fianco dell’altra, spesso avendo un muro in comune. In particolare si notano 80 vani, costituenti altrettante dimore di contadini; tre fabbricati, di complessivi tredici vani, che sono abitati da tre famiglie di contadini agiati; una palazzina, con annesso esercizio di generi alimentari e cantina, dove abita il commerciante del luogo; un granaio; due magazzini; un forno; due abitazioni, di due vani ciascuna, abitate da imprenditori agricoli; una palazzina, dove ha sede il centro aziendale dell’uliveto; un oleificio; un piccolo fabbricato dove ha sede l’ufficio postale e la dimora dello impiegato; una scuola di due piccoli vani; una chiesetta; nove baracchette, adibite anch’esse ad abitazioni; una settantina di stalle per gli asini, Costituite da fasciname e legname; un abbeveratoio.

La maggior parte dei ricoveri degli animali, come può vedersi nella annessa pianta, è ubicata nelle immediate adiacenze dell’abitato; ma anche nel villaggio non mancano stalle e porcili, addossati alle mura delle abitazioni umane.Il pollame, di solito, trova riparo nella casa del contadino.

Nel villaggio v’è un gran numero di bestiame:circa un centinaio di asini; una cinquantina di cani; circa cento suini e molti polli. La consistenza numerica dei suini e polli è molto variabile per le frequenti epidemie. I cani, al primo apparire di sintomi di rabbia, sono uccisi, ond’è che il loro numero è molto vario da un anno all’altro.

I suini hanno una parte notevole nella vita del villaggio e della famiglia, che dedica loro le cure più amorevoli. Parte è tenuta nei porcili, nelle adiacenze del villaggio; parte gironzola per il villaggio e nell’oliveto; pochi sono attaccati a pioli fissati nel terreno.

Si vedono gruppi di maiali grufolare nelle immondizie; a volte, si sdraiano, mostrando le rosee pancie tremolanti al ritmico grugnito. Ma basta il noto richiamo della padrona perché si mettano a correre grugnendo verso l’abitazione per ricevere il mangime. Non di rado, si vede qualche maiale impaziente spingere col grugno l’uscio dell’abitazione del contadino reclamando, con alti grugniti, il mangime.

Di solito, dopo Natale, il numero dei suini adulti è ridotto notevolmente; rimangono i magroncini ed i lattonzoli.

Il proprietario delle umili case, eccettuate quelle nuove, è un ricco possidente, che è lo stesso proprietario del latifondo circostante al villaggio. Egli ha fatto atto di donazione delle case e d’un suolo attiguo, da adibirsi come edificatorio, secondo particolari modalità, ai contadini del luogo.

Senonchè litigi, cavilli ed animosità dei contadini hanno impedito che la spartizione avvenisse, talchè tuttora le cose rimangono in uno stato indefinibile. Invero, può dirsi che i contadini siano stati di fatto, anche in passato, i veri proprietari delle umili case, poiché l’esiguo canone di affitto, poche decine di lire all’anno, è stato appena sufficiente per le comuni spese di manutenzione, sostenute dal legittimo proprietario.

Il problema degli alloggi si presenta gravissimo nel villaggio, dove al costante incremento demografico non corrisponde un adeguato sviluppo delle abitazioni. La estrema povertà della più parte dei contadini impedisce lo sviluppo edilizio, talchè le famiglie spesso si raggruppano in nuclei, composti da vedove, vecchi genitori, generi, figli e nipoti, che, salva la irriverenza del nome, potrebbero definirsi tribù.

In tal guisa , l’umile stanzetta diviene un enorme scatolone, dove, tra lo spazio lasciato libero dal povero e rudimentale arredamento, si muovono con difficoltà i numerosi componenti del nucleo. L’ampiezza dei vani supera di rado i 25 metri quadrati; spesso ne è inferiore; le tegole poggiano su di uno strato di canna lacustre; a conveniente altezza del pavimento, vengono costruite soffitte (chiancati), che servono agli usi più svariati. Lo spazio è utilizzato al massimo: da quello sottostante il letto a quello murale, dove sono attaccati gli oggetti più disparati. Il piano del pavimento è sollevato dal livello del terreno di pochi centimetri; ma non sono rari i casi in cui è allo stesso livello o addirittura al di sotto.

Sono in atto i lavori per la costruzione del Cimitero. L’origine del villaggio è relativamente recente. Per prima sorse la palazzina del signore, con vicine le abitazioni della servitù e la scuderia; successivamente, accanto a questa piccola corte feudale, si sviluppò il villaggio, l’oliveto e l’oleificio.

Le dimore dei contadini, come può vedersi nella pianta, sono disposte per lo più su di una fila, una accanto all’altra. L’esser quasi addossate le une alle altre, è compensato dal fatto che la fila è isolata. Ciò nonostante, le condizioni igieniche sono estremamente precarie. Una sola finestra, piccola e con la sola imposta, spesso chiusa a causa del vento o delle intemperie, non è sufficiente a dar luce e conveniente aereazione all’ambiente.

Parimenti la porta, durante l’inverno, è spesso chiusa. In ogni casa vi è un caminetto che funge da cucina; nelle tre case nuove sono piccole cucinette con fornelli.

La popolazione (466 abitanti) è costituita da 115 nuclei famigliari. Non tenendo conto della famiglia del commerciante del luogo, che esercita prevalentemente attività commerciali né della sua dimora, che può definirsi borghese piuttosto che rurale, la popolazione occupa complessivamente 99 vani e 9 capanne; cioè circa un 12.mo dei nuclei famigliari vive, si può dire, accampato all’aperto; il resto della popolazione occupa in media un vano per ogni quattro persone.

Ma se dal generale si passa al particolare si notano casi limiti di sgabuzzini con oltre una dozzina di persone, vero formicolio di uomini, dove le malattie si sviluppano e diffondono con estrema facilità.

Lo stato delle capanne è quanto mai precario; i tetti e le pareti dalle tavole tarlate, dal fasciname consunto, non impediscono che l’acqua invada l’umile dimora, onde i rigori invernali mietono vittime specialmente tra i bambini …(continua).

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