Santa Severina il quartiere di Porta Nova

Pacichelli Portanova

In evidenza il quartiere Porta Nova. Veduta di Santa Severina nella stampa contenuta in “Il regno di Napoli in prospettiva” dell’abate Giovanni Battista Pacichelli (1703).

Sappiamo che al tempo della minaccia turca le fortificazioni della città furono rinforzate. Risale alla fine del Quattrocento la Porta Nova, che si collegherà con la Porta Vecchia attraverso la Strada detta della Piazza.

Le porte della città
Nella “Reintegra” del 1521 troviamo le tre porte della città: la porta vecchia detta della Piazza, la porta nova detta di San Domenico e la porta della Grecia detta anche di Santo Nicola, dal nome della vicina chiesa costruita al tempo di Andrea Carrafa. Quest’ultima era situata tra la città ed il sottostante quartiere della Grecia. (“N. Jo. Bap.ta Stricagnolus per uno loco gructae in timpa portae S.ti Nicolai qua descendit ad greciam iux.a gructam mag.ci Fer.di condopoli et viam pu.cam”, 1521, f. 20). La porta della Grecia, successivamente verrà spostata più a valle includendo il quartiere della Grecia. Le tre porte, che mettono in comunicazione la città con l’esterno, sono anche citate in documenti successivi.
Nell’agosto 1575 nella contesa tra il governatore della città Jo. Batt.a Garrafo ed il commissario del Sacro Consiglio Claudio Bonetti, essendo alcuni cittadini renitenti al pagamento delle imposizioni, il commissario afferma che era in difficoltà nel far pagare i debitori ma tra i suoi capitoli vi era “che non permetta di serrare le porte ma quelle stiano sempre de notte et de di aperte, ma è ben vero che quando se volesse fare una buona esigenza se conveneria far star serrate le due porte et una aperta dala quale passano tutte le genti che sono debitori per farle pagare” ( Santoro, ff. 147-148).
Nell’apprezzo del 1653 si legge: “… S’entra in essa per tre porte una dalla parte di ponente chiamata il Salvatore la 2.a dalla parte di levante chiamata porta Nova di Santo Dominico la 3.a dalla parte di mezzo giorno chiamata la porta della Grecia et da dette tre porte si ha l’ingresso in d(ett)a Città per strade pendine parte d’esse inselicate.…”. Vi era poi la porta di Santo Nicola che separa la città dal quartiere della Grecia “.. da mezzo giorno e uno quartiero detto Grecia il quale si trova sotto d.a Citta che viene ad essere separato con la porta di S. Nicola..” ( Apprezzo 1653, 31 A). Sempre alla Grecia vi era una postierla, cioè una piccola porta segreta, lontana dalla porta principale, che permetteva di uscire di nascosto dalla città (“Antonio figlio di Rita Lopitropo passò da questa vita a 23 di luglio 1666 disgratiatamente precipitato dalla posterola della Grecia, e fu sepelito nel monasterio di S.to Domenico”, 11D, fasc. 1).
Le tre porte sono citate anche nell’apprezzo del 1687: “… più avanti vi si trova una strada inselicata di pietra viva, per la quale si giunge alla porta di detta città detta della Piazza … vi è la strada che si cala al borgo detto la Grecia … e si cammina verso la porta, detta della Grecia … Poco più in basso seguita la strada e vi è la porta della città detta Portanova, la quale sta vicino al monistero di S. Domenico”. (Sib. 110). In seguito avviene la soppressione della porta della Grecia, molto probabilmente con la costruzione delle nuove mura della città. La mancanza di questo accesso alla città determinerà anche l’emarginazione e la decadenza del quartiere della “Grecia”, il suo spopolamento e la soppressione della chiesa parrocchiale di Santo Pietro. Alla fine del Seicento le porte della città sono solo due, come testimonia il canonico Francesco Maria del Sindico, mastrogiurato della fiera di Santa Anastasia. Il 25 maggio 1698 il canonico afferma di avere avuto in consegna le due chiavi della città dal mastrogiurato laicale Marc’Antonio Calio e di averle tenute per tutti gli otto giorni della durata della fiera. Avendo terminato il suo ufficio, egli restituisce le chiavi, che sono “una è della porta della Città detta La Piazza, e l’altra dell’altra porta detta di San Domenico”. Essendo il Calio assente, le chiavi sono prese in consegna dal sindaco dei nobili della città Domenico de Luca. (12A, f. 429).

La chiesa di Santo Dionisio di Porta Nova
Fuori dalla città lungo la via pubblica, che uscendo da Porta Nova e discendendo dalla timpa su cui sorge la città, vi era la chiesa di Santo Dionisio. La chiesa situata sotto Portanova era vicina al timpone de li giudei ed al biviere di Portanova. Nella località vi erano alcune proprietà con orti, ulivi, vigne ed alberi da frutto, tra le quali una appartenente alla cappella di Santo Francesco di Paola di juspatronato della famiglia Caruso (“li celsi posti sotto Portanova confine lo Biviero e conicella sopra S. Dionisio la via publica …”, 1589). La maggiore apparteneva a Francesco Carrafa e fu acquistata nel 1570 da Antonella Trombatore che la vendette nel 1577 ad Antonio Zurlo.
(Antonella Trombatore, vedova di Joanne Martino Infosino, compera da Francesco Caraffa, zio del conte Vespasiano Carrafa “ quasdam possessionem arboratam olivis amendulis et nonnullis aliis arboribus domitis et indomitis cum quibusdam vineis sitam et positam in dicto territorio S.tae Severinae in loco ubi dicitur sotto porta nova jux.a olivetum D.ni Gregoriis deli Pira olivetum m.ci Jo.is Ber.ni Sacchi jux.a terras Malchiori Muti dictas lo timpone de li giudei eccl. am S.ti Dionisii via pu.cam, Santoro, 1570; Antonella Trombatore possiede una possessione “arboratam olivis q.nus petiis vinearum amendulis ficubus et aliis arboribus domitis et indomitis sitam in districtu S. S.nae jux.a ecc.am S.ti Dionisii di portanova jux.a olivetum Melchionni Muti et per cristas descendit ad cerarmacum jux.a l’ogliastritto jux.a locus de cocina jux.a terras m.ci Jo. Bartoli Sacchi viam publicam et olivetum m.ci petri Antoni delo Sindico, Santoro, 1574,. 40; Antonella Trombatore ha “quamdam poss.nem arboratam olivis vineis et aliis arboribus domitis et indomitis sitam suptus ripas p.tae Civitatis in loco dicto sotto porta nova jux.a ecc.am S.ti Dionisii jux.a olivetum Malcioni Muti jux.a terras mag.ci Joannis Ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci petri antoni de Sindico via med.te et viam pub.cam”, la vende ai fratelli Horatio e Jacobo de Rasis per ducati 270, Santoro 1575, 90-91; Antonella Trombatore ha “possessionem vitatam et arboratam vineis olivis ac aliis arboribus domitis et indomitis sitam et positam in districtu p.tae Civ.tis loco dicto Santi Dionisio di porta nova jux.a ecc.am p.ti S.ti Dionisii jux.a olivetum q.d fuit Malchioni Muti jux.a olivetum m.ci joannis ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci petri antoni del sindico viam m.e viam pu.cam”, la vende a Antonio Zurlo per ducati 310, Santoro, 1577, 126).

Fonte, Cisterna e Beviere di Portanova
Sotto Porta Nova vicino alla rupe della città ed alla via pubblica vi erano tante piccole proprietà. Un biviere ed una cisterna alimentavano i numerosi orti con alberi da frutto. Vi era “l’ortale” di Puccio Brundolillo, il “locum arboratum” di Hieronimo de Gennaro, “l’hortale arboratum” di Dionisio Caruso, “l’hortum” di Antonio de Padula (f.15), “l’hortum” di Franciscus Pergolus, nonno dei figli ed eredi di Carolus Pergolo, (f. 11v), il luogo alberato “arboribus amigdolarum et ficuum” di Pyrrhus de Valenti, l’oliveto di Francesco Jaquinta, la vigna di Alexandro Gisolfo (f. 13), il “Jardinum” che fu di Scipione Infosino, (f. 14v), il luogo alberato con due grotte del diacono Cobellus Nicolucha (f. 15) ecc.

Via pubblica da Portanova a Merto, via pubblica delle Carra Vecchi
Nella descrizione dei censi pagati alla mensa arcivescovile nel 1576 troviamo che Jo. Dom.co Fiasco possedeva un oliveto che era appartenuto Jacobello de Aminò. L’oliveto era situato sotto le timpe della Grecia e confinava con la costa di Merto ed il vignale delle Grotte di Paulo Archimanno, il vallone di Merto e la via pubblica “che cala di Portanova a Merto”.
Sempre sotto Portanova vi erano l’oliveto dei Milea, che era situato alla “Cona sotto Portanova”, detta anche “Cona di Cocina”, l’oliveto dei De Sindico, la via pubblica, il vignale con ulivi del messere Pietro Cosentino e la possessione del messere Gio Bartolo Oliverio, erede della magnifica Lucrezia Deodato. La “possessione” dell’Oliverio era costituita da “terre vacue, viti, olivi ed altri alberi”. Essa era situata sotto Portanova e confinava con un “giardino” appartenente al convento di S.to Domenico, il vallone di Cafiri e la via pubblica detta “delle Carra Vecchi”.

Sopra Porta Nova dentro la città
Tra i “Bona dictae Curiae noviter reintegrata intus Civitatem” troviamo “domus et gructa una quas occupaverat Stephanus Dormigliosus supra timpam de portanova iux.a dictam timpam viam publicam et domum heredis delo Tudisco , il “palaczettum” dell’erede di Scipione Infosino che confinava con la casa terranea del nobile Lorenzo Infosino vinella mediante e la via pubblica ed il terreno vacuo presso la Timpa di Portanova, confinante con la casa dell’erede di Joannello Russo ed il casalino del magnifico D. Thomasio Sarconi de Cotrono. Tra le case da abbattere per la sicurezza della città vi era la “Domus una terranea in timpa dicta de S.to Dom.co iux.a ecc.a Monasterii S.ti D.nici et domum Nob. Alfonsi Susannae quam tenebat Joannis Tarentinus” (1521, ff. 61v,64, 66).

La chiesa parrocchiale di S.to Apostolo
La chiesa parrocchiale è già presente all’inizio del Cinquecento, come documentano alcune donazioni al Capitolo: Nel mese di giugno XIIII Ind.e (1526) “passò da questa vita donno raimo m.o e lasciò una casa al capitolo in parrocchia di S. Giovanni Battista la detta casa fu scambiata per lo reverendo capitolo con mastro Joanni Jaquinta per uno palazio alla piacza avanti santa maria de la catina alla par. di S.to Ap.lo confine la via publica e la casa di vartulo lo cordaro” ; Nell’ agosto 1545 “la casa palatiata che fo de m.r galieno in par. di S.to Apostolo confine la casa de Evangelista Jono et la casa dela herede de Victorio Palermo et la via publica dela quale de supra et de subto è concessa in enfiteusi al R.do don joani Infosino” e “La casa che fo de q. Joanni Florani palatiata sita et posta in la parochia de S.to Apostolo jux.a la casa terrana di ber. De Florani et la gructa de Sansone pullizi et la timpa e stata concessa ad donno luc.o taglaferro (1D, Censi del Capitolo).
Nell’elenco dei censi della mensa arcivescovile dell’anno 1548 troviamo i nomi di alcuni parrocchiani. Tra tutti spiccano “lo S.or Decano Jo. Infosino” ed il “Messer” Alfonso Susanna. Seguono i “donno” Martino de Lamendula e Girolimo Tagliaferro; quindi i “mastri” Joanni e Marco Tosscano e Petro Carcello, poi Cola e Macteo de Francho, Francisco Capoza, Antonino Germano, Bactista Carnelevare, Francisco Scandali, Francisco Pergulo, Cola Todissco, Salvature Grecu, Bactista Caruso, Vangelista e Petro Jannino, Bactista Condopoli, Antoni de Amato, Sansone Pullizi, Juliano de Costantia. Ci sono poi le “Donna” Catherina Lacordara, Minica La siciliana e Joanna de Cammarello, quindi Catherina Pinnella e Antonina Dormigluso ed i “laereda” de Victurello Tarantola, de Joandominico Palermo, de Joanni Frochali, de Macteo Jannino, de Jacobo Pancali, de Joancola Archomanno e de Santo Creature.
Nel maggio 1559, dopo aver visitato la chiesa di Santa Maria della Grazia con l’annesso oratorio di Santa Maria della Catena, il cantore Giovanni Tommaso Cerasia, vicario dell’arcivescovo Ursini, entrò nella chiesa parrocchiale di Santo Apostolo. Recitata l’orazione davanti all’altare, visitò la chiesa. Trovò un altare fabbricato con un altare portatile e di sopra un crocifisso di legno. Nella chiesa vi erano anche un panno nero, una croce di legno, un calice di peltro con corporali e patena, un vestimento sacerdotale completo, tre tovaglie, un coprimento di tela dipinta, un altro di tela, due candelabri, due orcioli fittili, un messale, un cuscino, un certo ripostiglio della SS.ma Eucarestia nel quale non c’era l’eucaristia, ventidue tovaglie, quattro coprimenti vecchi di tela, quattro manipoli e due stole e quattro amitti, due cuscini, un coprimento vecchissimo, una lampada, una campanella grande e quattro veli di seta. La chiesa aveva oltre all’altare principale anche un altro altare. Il Cappellano era Jo. Antonio Caruso. Le rendite della chiesa erano costituite dai quattro carlini e mezzo provenienti da censi, dall’affitto di quattro tomolate di terra a Torrotio e dalle decime dei parrocchiani. Il vicario trovò un’arca di abete e due banchi. Egli ingiunse al cappellano di rifare e di meglio adattare la porta e di conservare con cura i beni inventariati. Il vicario con il suo seguito, completata la visita alla chiesa di Santo Apostolo, si diresse verso la vicina e soprastante parrocchiale di Santo Giovanni Evangelista. (16B)
Il cappellano Donno Gio. Antonio Caruso amministrerà a lungo la chiesa, egli è ancora citato in un atto notarile del settembre 1574 e forse sarà l’ultimo parroco (V,14).
Durante il periodo in cui fu arcivescovo Francesco Antonio Soriano ( 1573 -1586), a causa della diminuzione della popolazione e per le poche rendite, le parrocchie furono ridotte a sette (Visitatio ap.lica Sanctae Severinae, 1586). La parrocchia di Santo Apostolo fu soppressa ed unita a quella di Santo Giovanni Evangelista. L’ambito parrocchiale di Santo Apostolo era compreso tra la Porta Nova, dove c’era la chiesa ed il convento dei domenicani (5 giugno 1571. Cesare Scandale abitava in parrocchia di Santo Apostolo “iusta domum Nicolai Fra.ci De Costanza ecc.am S.ti D.nici viam pu.cam, II, 103), le timpe della città (21.9.1574. Francesco Carrafa possiede una casa palaziata in parrocchia di Santo Apostolo “iux.a ripas Civitatis viam publicam et ecc.am S.ti Gregorii vinella mediante”. La dona “cum eius hortale” alla chiesa di S. Gregorio con la condizione che il cappellano della chiesa di Santo Apostolo Donno Jo. Ant.o Caruso vi celebri una messa alla settimana nella chiesa di S. Gregorio per se e per i suoi defunti, V, 14), e gli ambiti delle parrocchiali di S. Nicola dei Greci e di S. Giovanni Evangelista (9.12.1573. I coniugi Alfonso Caloianni e Antonina de Rogiano possiedono una casa terranea in parrocchia S.ti Apostoli iux.ta domum donna Virginia de Caruso iux.a ripas S.ti Joannis Evangelistae et domos Marci Antoni Guertio la scambiano con una apoteca terranea in parrocchia di Sant’Angelo dei coniugi Marco Antonio Guertio e donna Julia de Franco, IV, 40-41). La parrocchia era attraversata dalla via pubblica della Piazza, che collegava la Porta Vecchia con la Porta Nova, ed al suo interno vi erano le chiese di Santo Gregorio e di Santa Maria della Grazia. La parrocchia è citata negli atti del notaio Marcello Santoro fino al 1582, la soppressione con unione avvenne quindi tra il 1582 ed il 1586.
5.6.1571. Cesare Scandale abita in parrocchia S.ti Apostoli iuxta domum Nicolai Fra.ci de Costanzo eccl.am S.ti D.nici viam pu.cam” ( II, 103); 22.9.1573. Il nobile Jacobo de Martino possiede una “domum palatiatam cum cameris duabus in parrocchia S.ti Apostoli jux.a domum S.tae Mariae de Gratia viam pu.cam de duobus lateribus”. La vende a Marcantonio Guardata per 50 carlini d’argento ( IV, 7); 4.11.1573. Donna Gesimina de Caloianni, vedova di Cesare Scandale, possiede una casa palaziata in parrocchia di Santo Apostolo che confina con la casa dell’erede di Evangelista Iannino. La vende per ducati 40 a Dianora Milea, moglie di Petro Demani (IV, 34v-35r); 11.8.1574. I fratelli Iannino possiedono una casa palaziata in parrocchia di Santo Apostolo la vendono a Martino Gatto per ducati 52 (IV, 118); 1.12.1576. Thesiodo Liveri possedeva un “maghazeno avante S.to Apostolo jux.a la casa di donna julanda de Martino” dove conservava grano e orzo ( VI, 107); 17.2.1577. Finitia de Dorabile per testamento “lassa a S.to Ap.lo uno dupletto novo per avante altare et reparatione de detta chiesa” (VI, 172); 16.9.1581. Donno Jo. Jac.o Guandata possiede una casa terranea “ante ecc.am S.ti Apostoli iux.a domum Martini la Mendola et domum R. Capitoli S.tae Sev.nae” a lui pervenuta in quanto erede del fu Jo. Guandata. La vende a La Mendula per ducati 15. (IX,19v-20r); 11.10.1581.Matteo Leone possiede una casa in parrocchia di S.to Apostolo confinante con la casa che fu di Gio. Phi.po Yemme e la via pubblica ( IX, 37v-38r); 29.1.1582. Donna Margarita de Bonaiuto porta in dote al no. Cesare Russo “una casa palaciata con camera iux.a la casa de Macteo Leone e lo R.do donno Infosino in la cappella di S.to Apostolo et via pu.ca” ( IX, 79 – 80). Nel gennaio 1621. R.D. Fabritio Burdaria è “canonico et Parocho della chiesa di S. Giovanni Evangelista et unita con la chiesa di S. Apostolo”. 3C, 20v).

La chiesa di S.ta Maria della Grazia
La chiesa già esiste all’inizio del Cinquecento: “Carolus de S.to Felice tenet et possidet intus Civitatem p.tam in parrochia S.ti Nicolai de grecis domum unam terraneam iux.a domum ecclesiae S.tae Mariae de Gratia..” (Reintegra, 1521, f. 14). La chiesa non parrocchiale, di ius patronato della famiglia d’Infosino d’Alto, era situata tra le chiese parrocchiali di Santo Nicola dei Greci e Santo Apostolo. Essa si trovava ai confini dell’ambito parrocchiale di Santo Apostolo sulla via pubblica detta la strada della Piazza (S. Maria della Grazia, chiesa dentro d.a città nel luogo d.o di “La Piazza”, Sib.,162). (“Casa palatiata posta in detta cappella (S. Apostolo) iux.a la via publica di due parti e la chiesa di S.ta Maria la Gratia”, Platea mensa arciv. 1576).
Nel maggio 1559, dopo aver lasciato la chiesa parrocchiale di Santo Nicola dei Greci, proseguendo la visita il vicario Cerasia entrò nella chiesa di Santa Maria della Grazia. Fatta l’orazione visitò l’altare, che era consacrato e fabbricato, e di sopra vide le immagini dei profeti. Quindi trovò un piccolo crocefisso in rilievo, una immagine della Beatissima Vergine, tre tovaglie, due coperte di tela, una delle quali era di “saya” verde, due cuscini, uno di cuoio figurato e l’altro semplice, un vestimento sacerdotale completo nuovo nel quale c’era una cassula di “saya” verde, un calice d’argento dorato con patena e corporali e purificatori. Quindi quattro altri cuscini di tela, un calice di peltro con patena. Vi erano dieci coprimenti di tela, un altro coprimento antico dipinto, un vestimento sacerdotale di tela completo, una casula di seta rossa, una casula di tela bianca, due orcioli di ottone, due candelabri, due coprimenti di tela con frange “ad contaglio”, dodici tovaglie di tipo diverso, nove mandili e nove spalleri, tre cippe antiche, tre amitti, un “riglierius”, un messale a stampa, un quaderno per cantare le messe.
Nella parte destra della chiesa c’era una cancellata lignea davanti all’immagine della Beatissima Vergine. Vi erano due altari ed una croce lignea. Nella parte sinistra c’erano alcuni voti e da una porta piccola si entrava nell’oratorio di Santa Maria della Catena nel quale c’erano un coprimento, tre tovaglie, una immagine della Gloriosa Vergine. La chiesa aveva anche un campanello grande. Il vicario trovò il cappellano donno Jacobo Cerentia ed il magnifico Jo: Vincenzo Infosino; quest’ultimo disse che la chiesa era di suo iure patronato e presentò al vicario il suo fratello Jo : Bernardino Infosino. Interrogato sulla dote della chiesa affermò che aveva tre case ed un piccolo terreno al “Timpone deli Giudei”. Il vicario impose che entro otto giorni gli presentassero i documenti della concessione e della dotazione, quindi finita la visita prosegui per Santo Apostolo (16B).
Nella chiesa vi era una cappella dedicata a Santa Maria del Carmelo e sarà sede per tutto il Seicento della confraternita laicale delle Cinque Piaghe. La confraternita è già esistente nel settembre 1620, come risulta dalla richiesta di “monitione di scomunica” che il 24 settembre 1620 il priore della confraternita Prospero Galluccio ed il procuratore Marco Russo chiesero all’arcivescovo “contro tutte quelle persone che havessero, tenessero o havessero occultato robbe danari e grano di detta chiesa” (3D, fasc. 1).
Come si legge nell’inventario dei beni, presentato il 9 ottobre 1630 nell’atto della Visita dell’arcivescovo Caffarelli dal cappellano della chiesa Gio. Battista Oliverio Infosino, per opera dei priori della confraternita la chiesa era stata da poco ampliata ed era stata costruita la sacrestia, demolendo due casalini situati dietro la chiesa. Anche la vicina strada era stata allargata, utilizzando il suolo lasciato da una casa, che era davanti alla chiesa ed al cortile della famiglia Marzano.
Per la presenza della confraternita alla metà del Seicento la chiesa assumerà il titolo di Santa Maria delle Grazie e delle Cinque Piaghe ( “Ecc.a sub titulo Sactae Mariae Gratiarum, et quinque Plagarum D.ni N.ri, cui est annexa confraternitas laicalis”, “dove li confrati ogni venerdi sera fanno esercitii spirituali”). In seguito perderà il titolo originario e verrà chiamata semplicemente come chiesa delle Cinque Piaghe.
Nell’ottobre 1686 l’edificio subì gravi danni causati dal crollo di alcuni casaleni soprastanti.( “Adi 29 di ottobre 1686 ad hore quattro di notte cascò una muraglia delli casaleni del q.m Marzano e rovinò parte della chiesa di S.ta Maria La Gratia et anco la casa della vedova Elisabetta Novellise essendo restata sotto le rovine d.a casa morta tanto la stessa Elisabetta quanto Lonardo et Angela Paluti figli scavati da sotto li pietre furono sepelliti in S. Maria La Gratia”).
La famiglia Infosino d’Alto oltre ad avere il ius patronato sulla chiesa aveva anche il ius patronato della cappella o oratorio di Santo Lorenzo. L’oratorio è già presente all’inizio del Seicento. Esso era in origine situato dentro la chiesa metropolitana; infatti il presbitero Gio. Battista Oliverio Infosino risulta rettore fin dal gennaio 1615 dell’oratorio di Santo Lorenzo dentro la cattedrale e della chiesa Santa Maria della Grazia nel luogo detto La Piazza. L’Oliverio era seguito a Scipione Burlarias, morto nell’ottobre 1614. In seguito le rendite della cappella di San Lorenzo furono trasferite al beneficio sotto il titolo di S. Lorenzo Protomartire nell’altare di Santa Maria delle Grazie dentro la chiesa delle Cinque Piaghe, come appare nella descrizione dell’arcivescovo Antonio Ganini (1763 -1795): “La chiesa delle Cinque Piaghe di Nostro Signor Gesù Cristo con la sua effigie mentre viene deposto dalla croce è retta da un procuratore designato dall’arcivescovo e che rende allo stesso conto dell’amministrazione. Vi era un sodalizio di confrati ora dismesso. Si celebra ogni sabato per i benefattori. Vi sono quattro altari. Uno è dedicato a Santa Maria delle Grazie nel quale è eretto un beneficio sotto il titolo di S. Lorenzo Protomartire con l’onere di messe a seconda delle rendite ed è retto per il beneficiato D. Nicola Riccio di Roccabernarda. L’altro beneficio di S. Maria di Monte Carmelo è retto dal beneficiato D. Marco Aversa e vi è l’onere di messe a seconda delle rendite. Il terzo è intitolato alle Anime Purganti è ha l’onere di una messa ogni lunedì. Il quarto è dedicato a S. Maria di Trapana ed è di pertinenza dell’università della città, ma essendo abbandonato è mantenuto dal procuratore della chiesa”( Rel. Lim. 1765).

La chiesa di S.to Gregorio
La vicinanza tra il convento dei Domenicani, la casa dell’aristocratico Alfonso Susanna e la chiesa di Santo Gregorio è evidenziata nella “Reintegra” del 1521. Nell’elenco delle case da abbattere per una migliore difesa della città vi erano: “Domus una terranea in timpa dicta de S.to Dom.co iux.a ecc.am Monasterii S.ti Dom.ci et domum Nob. Alfonsi Susannae quam tenebat Joannis Tarentinus” e un “Casalenum unum in timpa de S.to Gregorio quod tenebat N. Jo. Paulus Scolerius iux.a ecc.am S.ti Gregorii et domum p.ti Nob. Alfonsi Susannae et domum dotalem Donnae Stefaniae de Susannae eius sororis (f. 66). La timpa della città dove si trovava la chiesa era chiamata la “timpa di Santo Gregorio”. Il luogo era attraversato dalla via pubblica e da vie vicinali ed oltre agli edifici citati vi erano i palazzetti di Donna Stefania de Scolerio, di Loysio de Lauria e di Petro de Lauria, il palazetto diruto di Bernardino Mazulla, le case terranee di Augustino de Arcudio e di Simone Abitabile, le case di Antonio Marraieni, di Stefano Novellisio, di Bernardino Mazulla, di Joanne Cappellano e di Nicola Misasio, i casaleni di Antonio Marraienio”, di Vincenzo de Planis”, del mag.co Federico de Asagnes, di Nicola Misasio, di Joanne Abinabile e di Simone Abinabile, le grotte del mag.co Federico de Asagnes e di Luca Jo. Infosino e la “domuncula “ e l’orto del mag.co Federico de Asagnes.
L’appartenenza della chiesa di Santo Gregorio alla parrocchia di Santo Apostolo è evidenziata da un atto del notaio Marcello Santoro. Il 21 settembre 1574 Francesco Carrafa, proprietario di una casa palaziata in parrocchia di Santo Apostolo “iux.a ripas Civitatis viam publicam et ecc.am S.ti Gregorii vinella mediante”, la dona “cum eius hortale” alla chiesa di S. Gregorio, con la condizione che il cappellano della chiesa di Santo Apostolo Donno Jo. Ant.o Caruso celebri una messa alla settimana nella chiesa di S. Gregorio per se e per i suoi defunti ( V, 14).

Il convento di Santo Domenico
Una relazione scritta alla metà del Seicento dai domenicani di Santa Severina afferma che, secondo i documenti esistenti nel convento, l’arcivescovo di Santa Severina Alessandro della Marra (1488 – 1509) donò ai domenicani la chiesa di Santa Severina dedicata alla Annunziata e concesse loro di fondare il convento circa l’anno 1500. Comunque il convento era in costruzione nei primi anni del Cinquecento, dopo l’arrivo degli Spagnoli e la presa di possesso della città da parte del feudatario Andrea Caraffa.
Con il breve che inizia “In Ap.lica Dignitatis specula constituti” del 24 maggio 1502 il papa Alessandro VI confermava ai superiori ed ai frati del convento dell’Annunziata di Santa Severina la donazione a loro fatta della chiesa dell’Annunziata, situata dentro e vicino alle mura nel luogo detto Portanova, e di un pezzo di terra, ad essa contiguo, sul quale i frati avrebbero potuto edificare il loro convento. Il breve papale “in carta pergamena col sigillo pendente di piombo” si conserverà ancora alla metà del Seicento tra le carte del convento.
Situato dentro le mura, accanto alla strada maggiore ed vicino alla porta della città detta la “Porta Nova” , il convento fu eretto con il contributo dei cittadini e dell’università di Santa Severina; quest’ultima, per far fronte ai costi di costruzione ed alle future spese per i lavori di restauro dell’edificio, impose una tassa sulla carne, che veniva introdotta e consumata in città. Il tutto risulta nelle “Costituzioni della città e stato di Santaseverina”: “Item supplicano V. S. Ill.ma se digne avere in commendatione lo monasterio de S. Dom.co de Portanova de dicta Citta, et ordinare a tutti cittadini abitanti et commoranti in dicta citta, officiali, erarii, domestici et familiari de V. S. Ill.ma che compereranno, sive intrarano carne in dicta citta habbiano da pagare, et contribuire ad la gabella, seu datio sopra dicta carne imposta, sive imponenda ad beneplacito de ipsa Un.ta con gratia de V. S. I. per la elemosina et subvenimento, sive reparatione de dicto monasterio”. La supplica fu approvata dal conte e feudatario di Santa Severina, Andrea Caraffa, il 16 marzo 1525, il quale rese esenti dalla stessa solo coloro che erano addetti al castello ed al suo palazzo. La tassa sulla carne imposta dall’università, assieme agli altri capitoli, sarà confermata anche dai feudatari successivi.
La chiesa intitolata all’Annunziata cambiò presto titolo, assumendo dapprima quello di Santa Maria della Misericordia, ma fu poi comunemente conosciuta come San Domenico. Come tale è citata in una relazione del 1586: “San Domenico dove sonno monaci dominichini… dove resedono da cinque a sei frati” (Il primo ottobre 1573 nel convento vi erano il priore Frate Vinc.o Montisoro ed i frati Tho de Yerocarne, Ferrante de Montelione, Aug. no de Cropalati, Tho de S.ta Severina e Benedetto de Simeri , IV, ff. 15v-16).
Il convento allora poteva contare su una rendita annua di circa cento e cinquanta ducati, con la possibilità di mantenere sette o otto frati, ed era sede della confraternita del Rosario e del Nome di Dio. In seguito le entrate avranno un lieve incremento soprattutto per l’apporto dei censi bollari, frutto dell’attività creditizia, mentre il numero di frati si manterrà più o meno stabile. Nel 1630 vi erano le cappelle di Santo Giacinto della famiglia Tramonte e del SS. Mo Rosario.
Così è descritto nell’apprezzo del 1653: “Nell’Ultimo della Città dalla parte di levante vi è il Convento de Padri Dominicani sotto titulo di santo Dominico nel quale e una Chiesa ad una Nave grande con Cappellone In testa coverta con Cupola sotto coro con altare calice con Custodia Indorata grande dove assiste il S.mo Sac.o detto altare è Cona di N. S.ra alla destra è Santo Dominico e alla Sinistra è Santo Pietro martire nella nave alla destra è una Cappella Sfondata dove è l’altare di Santo Dominico Soriano alla destra è Santa Cat.na et alla Sinistra Santa m.a madalena con ornam.to di stucco Azzurro et oro nell’finimento e la finestra dove e N. S.ra con lo Bambino in braccia di buona pittura d.a mano sono quattro altre Cappelle sotto diversi nomi di Santi nella quale si Celebra messe alla sinistra sono tre altre Cappelle una dove è N. S.re in Croce de Rilievo. L’altra pittata in muro e la 3.a e la Cappella dell SS.mo Rosario dove e una bella Cona guarnita di stucco azzurro et oro dove è la confraternità con Pulpido a levatore. La quale Chiesa è Coverta con Intempiatura repartita de quatri et nell’mezzo vi e una Cona della Circong.ne tiene l’apparati con li Calici e tutte Comodità e Campana.
Per Comodità delli P.ri vi è Portaria con corritroro dove sono le stanze per le fuine dall’quale si trova uno largo aperto et Scoverto nel mezzo è la bocca della Cisterna nelli quatri vi sono alcuni piedi di Agrume et per gradiata di fabrica si ascende al dormitorio dove vi sono diece Celle et altre stanze per Comodità de P.ri.
Nell’quale vi assiste il suo Patre Priore con quattro Sacerdoti e dui laici però ne aspettano più Padri e Sacerdoti Conf.e La Bulla di sua Santità teneno vigne Giardini li quali viveno d’intrate et altri offici d’anime
Et dal detto Dormitorio et Celle si Godono lontani Paesi de la marina di Cotrone, et altri luochi delitiosi.”, (31A).

Scalilla di S.to Domenico
Una vinella collegava la parrocchia di Santo Giovanni Evangelista con la sottostante via della scalilla di Santo Domenico posta sopra Porta Nova in parrocchia di Santo Apostolo (La cappella del S.mo Sacramento possiede una casa palaciata posta nella cappella di S. Giovanni Evangelista “ iux.a le case de Not.o Jo. Fran.co Infantino iux.a la la via che cala alla scalilla de S.to Dom.co et lo casaleno de mad. Dianora de Martino, Platea Mensa Arcivescovile 1576-1579, 13B, f. 23)
Vicino alla “scalilla vi erano alcune grotte (Marzano de Caccuri della parrocchia di S.to Apostolo possedeva una grutta sotto la scalilla,censi 1568; La mensa Arcivescovile possedeva una grutta sopra porta nova alla scalilla iux.a la casa del capitolo,13B, f. 18v) e delle case (Il Capitolo possiede quattro case attaccate delle quali “una casa fo di Jo. Floccari in la cappella di S.to Apostolo iux.a la via dela scalilla di S.to D.nico iux.a la casa delo Capitolo et la timpa di detta scalilla” ed un’altra “fo di Petro Pinnella”, Platea cit., 13 B, f. 24v).

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