Storia di famiglie di Crotone. Dalle case dei Mangioni ai palazzi dei Suriano

Arme della famiglia Mangione.

Arme della famiglia Mangione.

I Mangioni, nobili crotonesi, facevano parte del seggio di San Dionigi. La loro arme, come è descritta dal Nola Molise, era costituita da “uno scudo diviso in due parti uguali, la superiore turchina, l’inferiore d’oro. Nel centro un leone a figura intera con la corona in testa. Metà leone è turchina in campo d’oro e l’altra metà è d’oro in campo turchino”.

Sempre il Nola Molise ci informa che al suo tempo il monte Maccoditi “è proprio quello ch’oggi è detto la Torre di Mangioni gentil’huomini di detta Città”. La famiglia Mangione aveva una cappella con altare sotto il titolo della Annunciazione B.V.M. in cattedrale. Nel gennaio 1656 il beneficio semplice della SS.ma Annunciazione di iuspatronato della famiglia Mangione, vacante per morte di Aloisio o Alfonso Mangione, è concesso al cantore Gio. Giacomo Mangione (Russo, 37751).

I Tre fratelli
I fratelli Fabritio, Pompeo e Gio. Battista Mangione sono presenti a Crotone già alla fine del Cinquecento. Essi esercitano uffici regi di controllo della attività portuale, detengono importanti dignità e benefici ecclesiastici e partecipano all’amministrazione cittadina. Nel 1591 Fabritio Mangione è luogotenente del mastro portolano della provincia di Calabria Ultra (49, 1591,72). Nell’annata 1610/1611 Gio. Battista Mangione è uno degli eletti dei nobili (49, 1610, 66) e nel 1621/1622 lo è Gio Francesco (117, 1622, 21). A quest’ultimo il 17 settembre 1623, per avvenuta morte di Mutio Susanna, è affidato dal luogotenente del regio secreto e mastro portolano della provincia di Calabria Ultra Scipione Mendicino l’importante incarico di sostituto del regio vicesecreto del regio fondaco e dogana della città di Crotone (117,1623, 86v – 89). I Mangione furono protagonisti della vita cittadina, sia sociale che religiosa, nella prima metà del Seicento. Ancora oggi rimane il loro ricordo in alcuni toponimi del territorio crotonese, dove troviamo: Destra di Mangione e Terzo di Mangione.
Strinsero legami di parentela con i di Nola, i Sillano, i Catizzone, i Pipino, i Suriano, i Berlingieri e i Rizon dela Cerda. Isabella Mangione, figlia ed erede di Dianora di Nola, figlia del Dottor Gio. Vincenzo di Nola, dapprima promessa sposa di Gio. Francesco Mangione(118, 1627, 39), si unì poi con Scipione Berlingeri (1628). Le sue case erano situate in parrocchia del SS.mo Salvatore e confinavano con la casa palaziata di Gio. Battista di Nola Molise e di Geronimo de Nola (117, 1622, 31). Giulia Mangione fu prima moglie di Geronimo Sillano (333, 1685, 26), rimasta vedova, sposò il capitano spagnolo D. Julian Rizon dela Cerda (229, 1651, 60v – 61r). Gio. Gioseppe Mangione fu secondo marito di Maria Catizzone, figlia di Caterina Rotella e di Gio. Thomaso Catizzone(1665). Dianora Mangione sposò un Pipino Vittoria Mangione fu erede di Gio. Paolo Suriano (Legatum q.m Dianorae Mangione Matris, et Aloisiae Pipino olim uxoris Joannis Bap.tae Barricellis”, Acta 54v). (Legatum q.m Vittoriae Mangione heredis q.m Joannis Pauli Suriano, Acta , 55).

Il Cantorato della Cattedrale di Crotone
Nel biennio 1622/1623 si inasprisce la faida tra i Pipino ed i Montalcino per il controllo del governo cittadino, in modo da appropriarsi ed usurpare le entrate ed il patrimonio comunale, rendendo l’università sempre più indebitata con il regio fisco. Dopo l’uccisione del capitano Pelio Pipino per mano di Valerio Montalcino e dei suoi fratelli, avvenuta nel dicembre 1622, nel marzo 1623 è la volta dell’assassinio del cantore della cattedrale di Crotone Ioanne Montalcino, figlio del capitano Annibale, da parte di Giovan Jacobo Mendicino e di Fabio Pipino, figlio di Pelio.
I fuorusciti della fazione dei Montalcini avevano trovato rifugio poco fuori la porta della città nel convento dell’Osservanza; gli aderenti ai Pipino appena dentro la porta nella chiesa dell’ospedale. La faida che si prolungò per diversi mesi vide protagonisti anche i Mangione alleati dei Pipino.
Soprattutto Egidio Mangione fu accusato di essere stato il protagonista nel settembre 1623 di un tumulto nella piazza della città e di aver resistito al giudice, che voleva arrestarlo come sedizioso. Perseguitato dalla giustizia alla fine di ottobre il Mangione non era stato ancora catturato, “ per essersi egli rifugiato in una chiesa”. (Volpicella L., Epistolario cit., p. 304). Nonostante che molti aderenti alle due fazioni fossero stati perseguiti dalla giustizia regia e si trovavano in carcere o in esilio, la faida continuava avendo per protagonisti i chierici, soggetti solo alla giustizia ecclesiastica. Così il governatore della Calabria Lorenzo Cenami scriveva al vicerè il 13 febbraio 1624: “vedendo che le persone soggette alla mia giurisdizione non si potevano muovere senza essere severamente punite, sono andati e vanno movendo i chierici, e per mezzo di costoro ricominciano con diverse occasioni forzose a commettere vari delitti”.(p. 602)
Frattanto, rimasta vacante la dignità del cantorato, prima dignità per importanza economica della chiesa di Crotone, dopo quella di vescovo, del valore di 300 ducati annui di rendita, nell’aprile 1623 il papa Gregorio XV la concedeva, a Pompeo, fratello di Fabritio Mangione. Sulla dignità gravava una pensione di 200 scudi romani in favore del cardinale Marco Antonio Gozzardino ( Russo, 28752). Nonostante gli sforzi del governatore Cenami di riformare il sistema elettorale, la lotta per il controllo delle governo cittadino non cessava. Anzi il governatore era accusato di favorire i Montalcini a scapito dei Pipino.
In previsione delle nuove elezioni nell’agosto del 1624 una supplica diretta al vicerè da parte della fazione dei Pipino, firmata da Giovan Battista Mangione, Prospero Lopez, Camillo Pipino, Scipione Mendicino, Giovan Battista NolaMolise, Ottavio Picchetto, Fabrizio Bernali, Francesco Antonio Barrietti, Roberto Marciano , chiedeva che al posto del Cenami fosse inviato l’uditore Don Giuseppe Echebelz Guzman (p. 184).
Nell’agosto 1626 il referendario della Segnatura e familiare del Papa Pompeo Mangione si dimette ed il cantorato passa al chierico Egidio Mangione, figlio del fratello Gio. Battista Mangione, riservata un’annua pensione in favore di Mutio Mangione, nipote di Pompeo.
Sempre in questi anni troviamo i chierici Mutio, Gregorio, Iacobo e Gio Francesco, titolari di alcuni benefici ecclesiastici (Nel maggio 1625 i due semplici benefici della cattedrale di Crotone di S. Giovanni Battista e di S. Nicola de Tolentino vacanti per morte avvenuta in marzo di Mutio Mangione sono concessi al chierico Gregorio Mangione, Russo, 29288), e la clarissa in Santa Chiara Vincentia (1620 – 1628), che muore nel 1628, ricoprendo la carica di badessa.
Poco dopo il cantorato passerà al chierico Gio. Francesco Mangione.
Morto nel 1626 il vescovo di Crotone Diego Cabeza de Vacca, il 29 maggio 1628 subentrava Niceforo Melisseno Comneno. Nella precaria salute del nuovo arrivato, Pompeo, residente in Roma, vide l’occasione per il balzo alla maggiore carica ecclesiastica della città. Per raggiungerla egli attivò i suoi numerosi nipoti.
In una lettera inviata il 26 gennaio 1630 al Papa Urbano VIII, il vescovo Melisseno, si lamentava “che Mons. Pompeo Mangiono di Crotone abbia ordinato ai suoi nipoti di avvertirlo, qualora il Prelato avesse qualche indisposizione catarrale, acciò possa impetrare la Chiesa crotonese. Avendo egli avuto un po’ di catarro, quelli si sono subito premurati di avvertirlo che era morto. Egli fa noto che Mons. Mangiono gli passa 20 anni e potrebbe morire prima di lui; al contrario egli sta bene e governa la sua Chiesa con molta soavità e comune soddisfazione ( Russo, 30584). Evidentemente le condizioni di salute del vescovo non migliorarono.
Il 10 marzo 1631 non potendo il vescovo personalmente recarsi a Roma per visitare i sacri limini per il triennio “propter malam valetudinem” e per le liti continue tra gli ufficiali regi e gli ecclesiastici, nominava suo procuratore a rappresentarlo il cantore della cattedrale di Crotone Joanne Francesco Mangione, il quale nei primi giorni di maggio dello stesso anno visitò i sacri limini, come certifica Gabriele Mancino sacrista della Basilica Vaticana.
La morte colse il vescovo Don Niceforo Milisseno a Conno il 17 febbraio 1632 e “si seppellì al vescovato”. Alla morte così repentina e sospetta del vescovo seguì nell’estate dello stesso anno l’uccisione di Gio. Francesco Mangione, come testimonia la nomina del chierico Gio. Iacobo Mangione, nipote di Pompeo, avvenuta il 4 dicembre 1632 al cantorato di Crotone, essendo la dignità rimasta vacante per morte di Gio. Francesco ( Russo, 31246). Le conseguenze di questi fatti duravano ancora anni dopo.
Nel 1634 “essendo successo l’homicidio in persona del detto Gio. Francesco Mangione si fornì informatione et inquisitione contro don Michele d’ayerbe de Aragono tanto in questa Regia Corte di Cotrone come anco nella Regia Audienza di Calabria Ultra et Gran Corte della Vicaria, dalle quali fu citato reputato contumace, forbandito et finalmente fu giudicato de homicidio”. A causa di tale assassinio i Mangione non cessarono di perseguitare l’omicida Michele d’Ayerbe. “Essi sempre hanno cercato di perseguitarlo .. e per tanto tempo hanno durato nell’istesso odio romore et intensa volontà di vendetta. Alla fine essendo stati moniti et riprovi da diverse persone religiose” accettarono che il detto Michele dovesse farsi cappuccino e ritirarsi in monastero. (108, 1634, 126).
Anche a causa di questi avvenimenti la chiesa di Crotone rimarrà vacante per sei anni. Infatti solo il 10 luglio 1638 entrerà il nuovo vescovo, lo spagnolo Ioannes Pastor. Pompeo Mangione non raggiunse il suo scopo. Referendario della Signatura, che si era affermato in Roma fino a diventare Decano dei Referendari della Signatura Apostolica, Pompeo Mangione di Crotone morì all’età di 72 anni in Roma il 5 febbraio 1635 e fu sepolto nella chiesa dei Gesuiti (Russo F., Regesto, VI, p. 78).
La dignità del cantorato rimase ancora per molto tempo ai Mangioni. Gio. Giacomo Mangione, resse a lungo il Cantorato, fu anche luogotenente generale del vicario apostolico di Crotone Carlo Boscarelli. Dopo la sua morte, avvenuta nel mese di aprile del 1661, la dignità fu concessa dal papa nel marzo dell’anno dopo a Francesco Gerace (Russo, 39485).

La decadenza
Dediti al commercio del grano e alla fornitura di pece navale proveniente dai paesi presilani, strinsero legami parentali con famiglie del luogo già inserite in queste attività. Nel settembre 1600 troviamo Decio Mangione che possiede alcune terre dotali presso la località Mutrò (117, 1632, 7).
Essi concedono in fitto i terreni ai coloni, anticipando sementi e denaro ed obbligandoli a consegnare il grano alla raccolta; grano che essi ammassano nei loro magazzini in località “Li Pignatari” in attesa di esportarlo (118, 1630,16v-17). Per il fallimento dei raccolti, le epidemie e la grave crisi seicentesca le loro fortune vennero meno. Il 18 agosto 1626 Gio. Battista Mangione assieme ad altri “negotianti et part(icola)ri” della città di Crotone dichiarava che il grano che si era venduto e si vendeva “ in questo mese di agosto” era al prezzo esorbitante di carlini due il tomolo (117, 1626, 71).
Nell’autunno 1626 una lunga lite vide da una parte il chierico Egidio Mangione, figlio di Gio. Battista, e nipote e procuratore del Reverendo Pompeo Mangione, residente a Roma, e dall’altra il chierico Aniballe Montalcino. Pompeo Mangione esigeva dal Montalcino ducati 100 “ per li frutti del cantorato” ed altri ducati 400 che avanzava il fratello Fabritio Mangione, che gli erano stati ceduti dal figlio di costui Ottavio, più censi non pagati per più anni. I capitali erano il frutto di un prestito dei Mangione al Montalcino e per sicurezza erano stati infissi sui terreni di quest’ultimo. Il Montalcino, fortemente indebitato e chiamato più volte in giudizio, per sfuggire al pagamento era stato costretto a fare due finte vendite: la gabella ”la marina di Santo Stefano” al canonico Gio. Francesco Petrolillo ed una continenza di terre in località Palazzo al chierico Tomaso Pantisano. In tale maniera aveva trasferito il debito e la continuazione delle liti ai due finti compratori delle sue terre. La lite proseguì ampliandosi e vide protagonisti i Petrolillo, i Pipino, i Labruto, i Mangione ed i Montalcino (117, 1626, 85-91).
Sempre nel maggio di quell’anno un accordo poneva fine ad una lunga lite tra i fratelli Gio. Hyeronimo e Gio. Vincentio Raymundo, figli ed eredi di Gio. Pietro Raymondo del casale di Papanice, e Portia e Detio de Napoli, figli ed eredi di Polita Massaris. I De Napoli richiedevano al restituzione di ducati 400 di dote della madre Polita Massaris per i quali era stata venduta da Polita Massaris e dal marito Fabritio de Napoli la gabella di Mutrò a Gio. Pietro Raymondo. In attesa della conclusione della lite i ducati 400 furono depositati in potere di Gio. Battista Mangione. Raggiunto l’accordo, questo prevedeva il pagamento di ducati 200 in tre rate annuali da parte dei Raymondo ai De Napoli ed il pagamento del resto da parte del Mangione. All’atto della terza rata i Raymondo ottengono dai De Napoli la cessione di “ogni raggione et attione che tengono contro le robbe del q.m Gio. Battista Mangione” ( 118, 1628, 64v – 65).
La pestilenza che dall’estate del 1631 si prolunga fino all’autunno del 1632 decima le casate. Il 10 agosto 1632 il cantore Jo.e Francesco Mangione assieme ai fratelli il chierico Jo.e Jacobo e Berardino, dichiara di essere in debito per ducati 300, dei quali ben ducati 60 per spese di medicine, di lutti e funerali, con Jo. Berardino Longobucco. Condannati al pagamento dalla Regia Udienza di Calabria Ultra devono cedere due magazzini situati fuori le mura in località Li Pignatari. (117, 1632, 56 – 57) . Poco dopo Gio. Francesco Mangione muore di morte violenta ed il 18 novembre 1632 i fratelli Berardino ed il chierico Gio Jacobo Mangione sono costretti a vendere per ducati 130 un altro magazzino situato in località Li Pignatari a Luccio Caparra (117, 1632, 96-97).
L’indebitamento continua. Il 10 marzo 1634 la vedova Lucretia La Piccola dichiara di aver fatto “molti negotii” con Bernardino Mangione ,“il quale l’ha molto sodisfatta di quanto li dovea sin ad hoggi perciò volendolo cautelare.. liberò et quietò lo sopradetto Bernardino Mangione tanto di capitale come censi et interesse et ogni altra cosa, che essa vidua Lucretia potesse pretendere” (108, 1634, 47v).
Da un atto notarile del 23 giugno 1643 risulta che il chierico Jo.e Josepho Mangione possiede come erede della sua bisava Isabella Nogale degli immobili nella piazza Lorda e nel luogo detto la Scalilla. Egli deve dare ducati 138 a Josepho de Squillacio per debito del padre il fu Jo. Francesco e del nonno il fu Berardino Mangione (119, 1643, 38). Il chierico era ancora vivo ne 1657 (229, 1657,73). Il 27 luglio 1651 il cantore Jo. Jacobo Mangione raggiunge un accordo con Julia Mangione, vedova del capitano D. Julian Rizon dela Cerda. Essendo in debito di ducati 400 Jo. Jacobo, non avendo denaro liquido, dà 600 tomoli di grano. 400 sono in un magazzino ed altri 200 si stanno raccogliendo da debitori. Al grano aggiunge anche 5 buoi ed una giumenta (229, 1651, 60v – 61r).
Alla metà del Seicento Iacopo e Berardino Mangione risultano indebitati e protagonisti di lunghe liti giudiziarie.

Le Case ed il palazzotto dei Mangioni
Nell’annata 1610/1611 Gio. Battista Mangione è uno dei nobili eletti della città (49, 1610, 66). Egli sposò Fulvia Torres, figlia di Jo. Jacobo Torres “de civitate Policastri”. Tra i beni portati in dote dalla Torres vi erano anche seicento cantara di pece navale, che il Mangione conservò nei suoi magazzini detti “delli Pignatari”. Il 23 settembre 1627 Fulvia Torres con il consenso del marito Gio. Battista Mangione vendette per ducati 1200 la pece al tesoriere della cattedrale Gio. Francesco Pipino. Non avendo il Pipino versato il denaro il contratto di vendita il 20 gennaio 1628 fu annullato. Nel frattempo Gio Battista Mangione, fratello del referendario apostolico Pompeo Mangione, era morto lasciando vedova Fulvia Torres (118, 1627, f.58; 1628, f.9). Dal matrimonio erano nati Alonso e Julia e, dopo la morte di Gio. Battista, D. Gognacovo e Gio. Berardino Mangione consegnarono alcuni gioielli alla vedova, affinchè fossero conservati per i figli. La Torres ritornò a Policastro e si risposò altre due volte; da ultimo con Gio. Battista Callea (182, 1643, 54v, 76v-77).
Il Palazzotto di Gio. Battista Mangione confinava con una “continentia di case grandi” appartenenti a Gio. Paulo de Lambruto. Le “case grandi” del Labruto erano “site et poste dentro la città con più et diversi membri superiori et inferiori cum cortiglio, stalla, magazeno, horto et gisterna dentro nella cappella di S.to Petro” e confinavano da una parte con il palazzotto del Mangione e dall’altra con le case del dottor fisico Gio. Andrea Canale (108, 1613, 102). Petro, Hippolita e Dianora Narvaes, figli ed eredi di Vittoria Caracalla, abitavano assieme al padre Gasparre in una casa in parrocchia di Santa Maria Proptospataris confinante con le case di Gio. Battista Mangione e le case del Reverendo Francesco e Pietro Antonio Bombino ( 118, 1627, 7). Gio. Battista Mangione possedeva anche un “horreum” in parrocchia di Santa Margarita confinante con un palazzo dei De Martino (118, 1628, 56).

Dai Mangione ai Suriano
Domenico (seniore) Suriano figlio di Annibale (seniore) il 27 marzo 1663 per atto del notaio Gioseppe Lauretta acquista per ducati 900 da Gioseppe Mangione una continenza di case palaziate, consistenti in più e diversi membri con pozzo e cortile, situate in parrocchia di Santa Maria de Prothospatariis nel luogo detto “la Judeca” (ANC. 312, 1666, 148 –149).
Sempre in quell’anno Domenico Suriano acquistava sempre dal Mangione una casa nel luogo detto Li Rivellini (311, 1664, 96). Ben presto il Suriano acquista anche le case vicine. Nell’aprile dell’anno dopo il chierico Domenico Suriano, figlio del fu Carlo, vende a Domenico Suriano di Anibale un magazzino che era appartenuto alla madre Lucretia Bernale. L’edificio è così descritto : Dui magazzeni fatto in uno grande con uno arco in mezzo sito dentro detta città nella cappella di S.ta Maria de Prothospataris confine le case delli Mangioni e al presente si possedono dal detto Domenico Suriano di Anibale e confine le case di Francesco Antonio Barricellis loco detto li Rivellini” ( 311, 1664, 60). Il mese dopo il Suriano acquista per ducati 60 dai frati del convento di San Francesco d’Assisi una casa palaziata detta anche torre o torretta. La torretta è formata da una camera con alto e basso ed è contigua alle case del Suriano. Essa è così descritta: “casa palatiata seu torre posta dentro la città nella parrocchia di Santa Maria Prothospataris confine le case che furno di Mangione al presente si possede per esso mag.co Dom.co Suriano nel loco detto Li Rivellini” ( 311, 1664, 68).

4 agosto 1634. In presenza del capitano Antonio Novega y Salazar governatore e capitano a guerra della città di Crotone Berardina Mangione tanto suo privato e principale nome come tutore nome e parte di Giac.o Gioseppe et Dianora Mangione figli del q. Gio. Francesco Mangione nec non il molto R.do Don Gio. Giacomo Mangione cantore della cattedrale chiesa di Crotone , il quale benche non sia sugetto alla n.ra jurisditione pure in questo atto si sottopone spontaneamente. Come l’anno passato essendo successo l’homicidio in persona del detto Gio. Francesco si fornì informatione et inquisitione contro Don Michele d Ayerbe de Aragono tanto in questa Regia Corte di Cotrone come anco nella Regia Aud.a di Calabria Ultra e Gran Corte della Vicaria dalla quale fu citato refutato contumace forbandito et finalmente forgiudicato et havendo detto Don Michele persistito nell’istessa contumacia et forgiudica essi sempre hanno cercato di perseguitarlo con grosso loro danno per tanto tempo hanno durato nell’istesso odio romore et intensa volontà di vendetta. Alla fine essendono stati moniti et ripresi da diverse persone religiose che havessero per amor di nos. S.re Dio contentarsi che detto D. Michele offertosi si facci cappuccino et perseverassi per tutto il tempo di sua vita in d.a habito, massime per ispiratione divina detto D. Michele gia s’è vestito cappuccino et ritirato in uno monasterio con d.a intentione et li Padri et Superiori di d.a Religione non lo vogliono ricevere senza il consenso volonta et contentamento di essi Berardino et Giac.o. Perciò havendo in ciò cooperato la gratia divina et volendo vivere da veri cristiani per lo presente atto essi et ciascheduno di essi donano libera facultà aut.a et consenso alli detti Padri cappuccini, che possano ricevere nella loro Religione lo detto D. Michele de Ayerbe d’Aragona et quello restare giache loro si contentano con patto et conditione pero che lo d.o sia per tutto il tempo di sua vita et ivi fare professione … Però in qualsiasi modo et per qualsivoglia etiam urgentissima lo detto Don Michele lasciassi l’habito cappuccino et non perseverasse in quello, ne facesse la professione lo predetto loro consenso sia nullo …” (108, 1634, 126-127).

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