Vicende dei Pipino delle loro proprietà e dei palazzi

Pipino arme

Arme dei Pipino: 1) “Campo turchino sbarra d’argento, dentro la quale sono tre conchiglie rosse, sopra vi è un lambello rosso con tre denti” (Nola Molise G.B., Cronica …, 1649).

Pipino arme due

2) Un albero con due leoni dritti appoggiati a quello in campo turchino (Nola Molise G.B., Cronica …, 1649).

I Pipino baroni di Zinga
I Pipino sono già presenti a Crotone nella seconda metà del Quattrocento. Thomas Pipinus partecipa ai lavori di fortificazione della città (1485/1486) (1). Essi succedettero ai Malatacca nei feudi di Zinga, Xiloppico e Carnevale. Giovanni Pipino, figlio di Elisabetta Malatacca, ebbe confermato la baronia di Zinga con le cause civili e criminali (2). Durante i primi decenni del Viceregno, tranne un breve periodo, in cui il feudo fu confiscato per fellonia, avendo parteggiato per i Francesi (3), i Pipino lo mantennero con Gio. Antonio (1506) (4), Giov. Oratio (1536) (5). Faustina Pipino, baronessa di Zinga, si unì con Prospero Lucifero, figlio di Marcantonio, passando così il feudo ai Lucifero (6). I Pipino parteciparono al grande affare della costruzione delle nuove fortificazioni della città con Petro, Cola, Jo. Matteo, Franc.o e Jo. D.nico. Francesco Pipino fu proprietario di schiavi (Francesco Nigro e Marco Nigro), che fece lavorare nella “fabrica”. Sposò Beatrice Camposacca (7) e abitò nelle sue case in parrocchia di San Pietro, che confinavano con le case dei Martorani e quelle di Camillo Pipino (8). Pipino Marchesina fu badessa in Santa Chiara (1560). Dionisio Pipino sul finire del Cinquecento prese in appalto i lavori alle mura della Capperrina (9) e fu vicesecreto della dogana di Crotone e del fondaco delle Castella (10). I Pipino, famiglia facente parte del sedile di San Dionisio, all’inizio del Seicento ebbero come maggiori rappresentanti Annibale, sposato con Dianora Lucifero ed abitante in parrocchia del SS. Salvatore, e Peleo. Quest’ultimo, capitano dell’artiglieria della città (1602), ricoprì la carica di sindaco dei nobili (1611/1612) (11). Dall’unione con Aurania Foresta ebbe un figlio di nome Fabio.

Protagonisti nelle lotte cittadine per il potere
Fin dalla metà del Cinquecento troviamo i Pipino protagonisti delle lotte per il potere. Nel 1548 i contrasti tra le casate per impossessarsi delle cariche cittadine, per usurpare i beni pubblici e speculare, indebitando sempre più l’università, avevano causato l’uccisione di un Pipino, morto “in lo assalto … dela torre de li Caraccioli”. Con la prepotenza e le alleanze i Pipino controllavano l’operato dei sindaci e facevano ruotare le cariche pubbliche tra i loro aderenti, garantendosi il latrocinio (12). All’inizio del Seicento essi occupano importanti cariche pubbliche ed ecclesiastiche cittadine. Pipino Gio. Francesco nel 1606 ebbe il tesorerato della chiesa di Crotone, che lasciò nel 1614 per il decanato, fece parte della confraternita nobiliare dell’Immacolata Concezione, che si radunava nella chiesa di San Francesco D’Assisi, di cui fu rettore (1628). Mantenne fino alla morte, avvenuta nell’ottobre 1644, anche il rettorato del beneficio semplice di Santa Maria delle Grazie, San Francesco e Sant’Antonio da Padova di iuspatronato delle famiglie Pipino e Caposacchi.
Le due famiglie Pipino e Montalcino, con i loro fautori, si contesero per lungo tempo il controllo dell’economia cittadina, del patrimonio comunale e di quello ecclesiastico. A dire del governatore di Calabria Ultra Lorenzo Cenami, inviato a Crotone per porre “rimedio alle fazioni ed inimicizie che rovinano quella terra”, esse tramavano in modo che “la città resti in discordie e in confusione per buscarsi per tal modo più comodamente la vita e impedire che si possano conoscere e punire i loro falli e rivedersi i loro conti e pagare il non poco che debbono per le loro sindacature passate alla povera università”. Tutto ciò era soprattutto opera della macchinazione dei Pipino, i quali erano debitori, e di non poco, per due sindacature. Essi, secondo il Cenami, “son mala gente e ridotta in grande povertà”. Durante queste lotte per il potere Valerio Montalcino ed i suoi fratelli uccisero nel 1622 il capitano Peleo Pipino. Dopo poco, nel marzo 1623, il figlio Fabio Pipino, capo della fazione dei Pipino e più volte sindaco dei nobili (1620/1621, 1633/1634), ed altri ammazzarono Giovanni Montalcini, figlio del capitano Annibale, che deteneva il cantorato, la carica ecclesiastica più importante dopo quella vescovile . Questi fatti di sangue, preceduti e seguiti da ferimenti, scontri e risse, gettarono la città nel caos. Gli aderenti alle due fazioni scorrazzavano, trovando nei luoghi religiosi asilo e sicuro rifugio dalla giustizia. I fuorusciti che agivano in difesa dei Montalcino avevano fatto il loro quartiere principale nel monastero dell’Osservanza, poco fuori la porta della città, mentre quelli che sostenevano i Pipino si erano insediati all’interno dell’ospedale, situato appena dentro la porta. Il tentativo del governatore di riformare il governo cittadino e di tenere lontano i Pipino dalle cariche pubbliche non sortirà gli effetti voluti. Infatti il 15 novembre 1623 un memoriale del municipio di Crotone faceva presente che “i Pipino e i loro congiunti e aderenti non vogliono acquetarsi, poiché , vedendosi esclusi dal maneggio del municipio della città, procurano per altre vie d’impadronirsi delle rendite, per rimettersi con quelle e finir di perdere quella città, come han fatto per il passato, ciò che è stato la causa che essa debba oggi da quattromila ducati ai fiscali”. Nel frattempo Fabio Pipino, che accusato dai Montalcino, era stato rinchiuso a Napoli nelle carceri, fu assolto dalla corte della vicaria. Dopo essere stato costretto a rimanere un po’ di tempo lontano da Crotone, potette ritornarvi nella primavera del 1624 (13).

Il palazzo degli eredi di Fabio Pipino
I Pipino erano presenti a Crotone alla metà del Seicento con due rami principali: uno discendente da Fabio Pipino, l’altro da Dionisio Pipino. Le case dei Pipino erano situate al centro della città tra la parrocchia del SS.mo Salvatore e quella di S. Pietro e Paolo, nella zona attualmente delimitata tra via Media, via Milone e vico Giglio. Fabio Pipino possedette il palazzo paterno, il “giardino, turri ed altri edificii”, detto “delli Capuccini e L’Acqua Vona”, che era appartenuto ai coniugi Laura Cano e Camillo Lucifero ed ai suoi genitori (14), un orto e dei magazzini, detti le “Botteghe dei Pignatari”, situati fuori la porta della città presso il “Vallone delli Mattoni”.
Si unì dapprima con Anna della Motta Vigliegas, figlia del castellano Antonio e di Eleonora Leone (15). Rimasto vedovo, si risposò nel 1657 con Antonia Presterà. Tra i figli ricordiamo Gio. Francesco e Sigismonda.
Fabio Pipino abitava in parrocchia di S. Pietro e Paolo e la sua abitazione confinava con le case dotali di Leonardo Arena. Il palazzo, i magazzini ed il giardino, nel quale vi era “uno stabile consistente in un vaglio seu cortile grande murato di fabrica, nel quale vi sono tre magazeni di differenti capacità per conservare e riponere biade sopra due de quali magazeni vi sono fabricate tre camere con li loro superiori o suppigni et altri membri commodità et edificii di fabrica”, passarono dapprima al figlio chierico Francesco (16). Francesco, rettore del beneficio di iuspatronato della famiglia Caponsacco e Pipino fu Fabio senza altare e cappella intitolato a Santa Maria delle Grazie, San Francesco d’Assisi e Sant’ Antonio da Padova e del beneficio di iuspatronato della famiglia Foresta senza altare e cappella intitolato alla Putificazione (17), andò ad abitare a Napoli. Alla morte di Francesco, avvenuta nei primi anni del Settecento, il tutto passò alla sorella Sigismonda, figlia di Fabio e di Antonia Presterà, la quale vendette il palazzo nel 1713 per ducati 1400 a Giuseppe Antonio Ramirez (18); il palazzo era ancora pubblicamente chiamato “La casa di Fabio Pipino” (19). Sigismonda Pipino si sposò con Mirtillo Barricellis, essa nel 1743 era ancora proprietaria di un comprensorio di terre detto “Il Giesù, consistente in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso d’orto, vigne, torre, magazeni, vaglio murato, giardinello serrato di fabrica, pozzo con siena, pila ed altre commodità all’intorno detto comprensorio di terre serrato di fossi, confine da una parte il pozzo universale detto l’acquabona, la chiesa della SS.ma Annunziata ed il Ponte d’Esari” (20) e di due magazzini ossia botteghe per uso di mastri pignatari (21). La figlia Francesca Barricellis Pipino ereditò parte dei beni della madre tra i quali la cappella gentilizia con altare dei Pipino, dove erano sepolti gli avi, che era situata in cornu epistole nella chiesa di San Francesco d’Assisi dei frati minori conventuali (22). Essa si sposò con Valerio Grimaldi. Una sorella di Francesco, Agnesa, aveva preso il velo in Santa Chiara dove fu discreta e badessa (1706/1707). Veniva meno così a Crotone la famiglia discendente da Fabio Pipino.

Il palazzo degli eredi di Giovan Paolo Pipino
Sempre nella seconda metà del Seicento troviamo Giovanni Paolo Pipino, figlio di Dionisio, che fu sindaco dei nobili (1679/1680, 1683) (23) e mastrogiurato (1670,1674, 1690) (24). Sposò Dianora Suriano (22 dicembre 1668), possedette una turca bianca di nome Musco, che nel 1687 aveva circa 13 anni (25). Istituì un beneficio con altare e cappella in cattedrale sotto il titolo dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, dotandolo con alcune vigne, una bottega in piazza Lorda ed alcune case e bassi del suo palazzo, situato in parrocchia del SS.mo Salvatore.
Nel 1699 egli era già morto ed i suoi beni erano passati al figlio Dionisio ed ai suoi tre fratelli. Allora il beneficio di iuspatronato della famiglia Pipino del fu Giovanni Paolo, sotto titolo dell’Assunzione con altare e cappella in cattedrale, era mancante di rettore per libera dimissione del chierico Matteo Pipino (26). Il beneficio possedeva ed affittava tra l’altro una casa vicino al palazzo dei Pipino, che era appartenuta agli stessi Pipino, e tre magazzini sotto il loro palazzo. La porta di uno affacciava alle case di Onofrio Messina, un altro chiamato La Scalilla dava sulla casa dell’eredi di Donna Lucrezia Berlingieri, cioè gli Albani, ed il terzo, situato sotto il quarto abitato da Giovanni Tramonte, aveva la porta sul cortile del palazzo (27).
Il chierico Dionisio Pipino si sposò con Antonia Aragona, che gli portò una dote del valore di 2200 ducati, consistente nel territorio La Mortilla e nel valore di un palazzo. A causa dei debiti ereditati egli vendette il territorio e con il ricavato acquistò il palazzo accanto al palazzo paterno, che era situato in parrocchia del SS.mo Salvatore nel luogo detto “L’Incutata”. Il palazzo acquistato era costituito da “uno cortile con suo portone di cantoni, uno magazzeno a man destra nell’entrata contiguo al quale vi è la gisterna et appresso una stalla a man sinistra un altro magazeno, et il basso unito, una scala di pietra col vignano, una sala, due camere a man destra et altre due a man sinistra nell’entrata a d.a sala et sopra quella e le dette due camere a man dritta altri membri superiori dalla parte di fuori un magazeno con l’arco di cantoni in mezo che sta sotto le due camere di man sinistra nell’entrata della sala con l’uscita alla strada publica dirimpetto al palazzo dei Sig.ri Albani”. Sempre in questi primi anni del Settecento, nel 1704, i due coniugi per alcune occorrenze, prendono a prestiti 400 ducati al 5% dall’arcivescovo di Santa Severina e per esso alla cappellania fondata e dotata nella chiesa parrocchiale di Santa Veneranda ed Anastasia (28).

Dionisio Pipino e la sua famiglia
Due anni prima, nel 1702, per non dare adito a discordie i due fratelli Dionisio e Lorenzo Pipino, quest’ultimo dimorante a Rossano, si erano spartiti i beni ereditari. Essi consistevano in beni stabili ed in bestiame e furono divisi in due parti. A Dionisio restò il palazzo paterno, “consistente in più e diversi membri superiori, ed inferiori con cortile e scala, dove al presente habitano essi fratelli”, a Lorenzo andò il bestiame, dieci buoi e quattordici vacche, un altro palazzo, attaccato al predetto, consistente in più membri superiori e inferiori con cortile e scala, che era in fitto da più anni a Gio. Domenico Tramonte ed altri ed una continenza di case, attaccate dall’altra parte al primo palazzo sopra il cortile del medesimo, “quali al presente si locano a Giacinto Campoliti ed altri”. I due palazzi e la continenza di case erano siti e posti in parrocchia del SS.mo Salvatore e confinavano con le case di mastro Stefano Carranza, via pubblica ed altri confini. Dalla divisione restò fuori il territorio detto Racchio che rimase in comune ed indiviso tra i fratelli (29).
Il palazzo situato in parrocchia del SS. Salvatore “in frontespizio al palazzo dello spagnolo Giuseppe Antonio Ramires (30) aveva numerosi bassi che erano affittati a diverse persone, tra le quali Angela Fellapane che abitava in una casa posta dentro il cortile (31).
Nel 1716 i Pipino, per estinguere il debito dovuto alla cappellania di Santa Veneranda e Anastasia, vendono il palazzo a suo tempo comprato con parte dei soldi della dote di Antonia Aragona e confinante con muro comune col palazzo paterno. Nella stesso tempo vengono anche ceduti i due magazzini contigui, “uno detto La Scalilla, l’altro a Mandretta, che si trovano sotto il palazzo in frontespizio al palazzo del signor Giuseppe Antonio Ramires, e che erano di proprietà del beneficio dell’Assunta della famiglia Pipino. Gli acquirenti sono i fratelli Dionisio e Cristofaro Giaquinta che acquistano il tutto per ducati 750 di carlini d’argento (32). Il palazzo ben presto passò dai Giaquinta all’ecclesiastico Domenico Rinaldi. Il palazzo di Domenico Rinaldi confinava col palazzo dei Pipino (33) dove il beneficio dell’Assunta, di cui era rettore Annibale Pipino, continuava a possedere ed affittava un magazzino sotto il palazzo, una casa attaccata al palazzo ed a quella del canonico Ignazio Caranza ed un’altra casa dentro il cortile del palazzo (34). Dionisio Pipino fu sindaco dei nobili nel 1721/1722, anche se ormai la potenza della casata era di molto scemata, infatti all’atto del suo insediamento egli dovette assoggettarsi al fatto “che ogni deliberazione et espediente doverà esso Dionisio prendere come sindaco da sé ove non è necessario il consiglio e voto degl’altri officiali compagni dell’amministratione, cioè nell’intrapprese liti o chiamate di ministro, o cosa simile, questo non farlo da solo, ma lo debba fare con l’intelligenze di tre, che sono d.i SS.ri D. Francesco Cesare Berlingeri, D. Cesare Presterà e di d. Annibale Pipino” (35).
Al tempo del catasto del 1743 il palazzo dei Pipino che si trovava in parrocchia del SS. Salvatore era abitato dal nobile e vedovo Dionisio Pipino, degli antichi patrizi della città di 67 anni, e dai figli Annibale, sacerdote di 50 anni, e Gio Paulo, sacerdote e regio abate di Santa Maria de Prothospatariis di 41 anni. Vi sono anche un servitore, Antonio Fallacca di 26 anni, e la serva, Francesca Rosa Rocca di 38 anni. Il palazzo ha numerosi bassi: in uno vi è il molino centimolo dei proprietari, alcuni sono stati affittati, altri appartengono al beneficio dell’Assunta di cui è sempre rettore il sacerdote Annibale Pipino. Quest’ultimo possiede ed affitta una casa attaccata a quella di Antonio Antico, una casa dentro il cortile ed un altro basso dentro il portone del palazzo (36). I Pipino mantengono oltre al palazzo patrimoniale ed al mulino, il territorio Racchio. Essi devono versare ducati 30 annui alla cappellania laicale di Santa Anastasia della famiglia Berlingieri per un capitale di ducati 600, altri ducati 5 al beneficio della famiglia Tarallo per capitale di ducati 100 ed annui ducati 40 per il patrimonio sacro del sacerdote Gio. Paulo Pipino (37).

Ampliamento del palazzo e liti con i vicini
Il palazzo di Dionisio Pipino confinava con quello del canonico Domenico Rinaldi, che l’abitava assieme ai fratelli, i massari Gregorio, Salvatore e Carlo, alla sorella Maria ed alla madre vedova Angela Giaquinta (38).
Proprio in questi anni i Pipino cominciarono ad elevarlo, facendovi nuova fabbrica e nuove finestre ed entrando così in conflitto con il Rinaldi. Il canonico ricorre nella Regia Corte della città ed ottiene un decreto, che intima a Dionisio Pipino la sospensione dei lavori. Il Pipino però dichiara di non aver alcuna responsabilità nelle costruzione, in quanto i lavori sono eseguiti per volontà del figlio, il regio abbate Gio. Paulo e dello zio Antonio Pipino, compadrone del palazzo. Presentando altre istanze, i Pipino cercano di proseguire nei lavori ma la lite non cessa. Il canonico si rivolge alla Regia Udienza di Catanzaro ed Antonio Pipino alla Gran Corte della Vicaria. Poiché le spese aumentano le parti, “conoscendono li rancori e dispendi che sogliono produrre le liti e l’infelice evento di esse”, si rivolgono ad una “persona capacissima e di tutta integrità amica comune di esse parti, la quale avendo inteso le raggioni di amendue d’esse medesime e coll’ispezione oculare visto e considerato la nuova fabrica e finestre controverse ha dichiarato il suo sentimento”. L’accordo prevede tra l’altro che il canonico Rinaldi potrà alzare il quarto superiore del suo palazzo, appoggiandosi al muro dei Pipino, senza pagare niente, ma la nuova costruzione dovrà essere ristretta fino alla perfezione del quarto superiore del palazzo; cioè “le nuove camere costruende dalla travatura dove si trova collocata presentemente, la quale non dovrà amoversi dal presente sito abbiano palmi 14 d’altezza di netto e colla mattonata tetto e tegole non venghino ad eccedere da detta travatura che palmi 16 meno un terzo dal piano della fresa con che le dette tegole del cennato quarto di detto Sig. Rinaldi debbano terminare nella parte inferiore da sotto il segno fatto alla pietra gialla e da detto segno secondo la linea salti la fresa che viene in faccia al cantone della cimasa della finestra di detti Sign. Pipino che sta collocata sopra la cavallera di detto Sig. Rinaldi e dovrà serrarsi come sotto”. Era invece lecito ai Pipino terminare il loro quarto superiore e continuare la nuova costruzione “nella giusta altezza di palmi 14 netta” e “volendo fare una o due fenestre sopra le tegole d’esso Sig. canonico Rinaldi possano liberamente farle dummodo li bassamenti di dette fenestre fussero situate sopra il piano delle tegole del nuovo quarto faciendo da esso Signor Canonico Rinaldi coll’altura di sopra limitata secondo la detta linea che comincia da detta pietra gialla e va a ferire al cantone di detta cimasa” (39).

Passaggi di proprietà
Il palazzo dei Pipino ed il territorio di terre rase ed aratorie, col diruto casino o torre, chiamato Racchio, confinante con Alfieri, da Dionisio passarono al figlio Annibale, dottore dell’una e dell’altra legge e sacerdote secolare, il quale per sanare i debiti cedette Racchio nel 1761 a Giuseppe Micilotto, favorendo quest’ultimo “giache in tutte le sue occorrenze e bisogni non ha ad altri veduto, che l’abbiano favorito, se non che al sud.to Sig. Micilotto” (40). Il palazzo di Annibale Pipino confinava con quello dei Rinaldi, che dall’arciprete Domenico Rinaldi era passato in eredità ai fratelli Salvatore e Carlo (41). Il palazzo dei Rinaldi con atto di divisione tra i due fratelli dapprima perveniva a Carlo (42), il quale in seguito con atto testamentario del 25 maggio 1767 lo lasciava al fratello Salvatore (43). Morto Annibale il palazzo dei Pipino passò agli eredi. Questi nel 1793 possedevano il palazzo che era stato di Annibale Pipino e che serviva per loro abitazione. Di esso locavano diverse camere e bassi, oltre ad alcune case unite al palazzo, a diverse persone (44). Sempre in tale anno il beneficio dell’Assunta del beneficiato Domenico Pipino locava una casa ed un basso dentro il cortile del palazzo (45). Il palazzo continuava a confinare con il palazzo che dai Rinaldi era passato per compra a Michele Montefusco ed ai suoi fratelli, i canonici Francesco e Vincenzo. I Montefusco vi abitavano e affittavano alcune camere situate sotto il palazzo, che erano appartenute a Carlo Rinaldi, e due bassi con le due camere soprane (46).

Gli Avarelli
Giovannni Avarelli conprò il palazzo che da Giuseppe Antonio era passato al figlio Gaspare Ramires. Dal catasto del 1793 risulta che il palazzo era abitato dai figli ed eredi di Giovanni Avarelli i quali locavano il quarto di sopra e un basso che dava nella strada dell’Incutata (47). Gli Avarelli allargarono le loro proprietà su quelle che erano state dei Pipino. Alla metà dell’Ottocento lo stemma dei Pipino era sul portone del palazzo Avarelli (48), i quali tuttora risultano tra i proprietari del palazzo.

 

Note

1. Dip. Som. 1-3, 196, ASN.
2. Falanga M., Il manoscritto da Como, in Rivista Storica Calabrese, n. ½, 1993, p. 260.
3. Il 2 novembre 1528 Mariano Abenante è investito della baronia di Zinga che era stata devoluta al fisco per fellonia di Giovanni Pipino, Falanga M., Gli Abenante di Corigliano, feudatari di Calopezzati e Cirò, in Calabria sconosciuta, n. 63, 1994, p. 26.
4. Ferdinando il Cattolico nel 1506 confermò o privilegi della città (di Crotone) essendo andati per sindaci e ambasciatori Gio Antonio Pipino, barone di Cinga, Nardo Lucifero e Bartolomeo Tibaldo, Nola Molise G. B., Cronica cit., p.197.
5. Mazzoleni J., fonti cit., pp. 193, 197.
6. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., p. 208.
7. A ricordo dell’unione esisteva in cattedrale un beneficio semplice senza altare e cappella di iuspatronato delle famiglie Pipino e Caposacchi sotto invocazione di Santa Maria delle Grazie e dei santi Antonio da Padova e Francesco d’Assisi. Ne fu rettore (1614 – 1644) Io. Francesco Pipino, Russo F., Regesto, V, (27344); VII (34669)
8. ANC. 49, 1591, 61v.
9. ANC. 15, 1583, 114.
10. ANC. 15, 1583, nn.; 49, 1591, 72.
11. ANC. 49, 1612, 12.
12. Galasso G., Economia e società cit., p. 299.
13. Volpicella L., Epistolario ufficiale del governatore di Calabria Ultra Lorenzo Cenami, Archivio Storico della Calabria, aa. I –II.
14. Nel 1647 Fabio Pipino riscatta dal capitolo un debito che gravava sul giardino. Il debito era stato contratto dai coniugi Laura Cano e Camillo Pipino e dalla madre Aurania Foresta, vedova di Peleo Pipino, ANC. 229, 1657, 26.
15. ANC. 117, 1626, 80 –82.
16. Nel 1695 Francesco Pipino vendette lo stabile situato ad Acquabona a Tomaso Pisciotta. Nel 1719 la sorella Sigismonda lo ricomprò da Pietro Moccia, ANC. 660, 1719, 180-182.
17. Acta cit., ff. 30v, 32v.
18. Il palazzo di Sigismonda Pipino venduto al Ramirez confinava con le case di Leon Arena, ANC. 635, 1713, 13.
19. ANC. 635, 1710, 68.
20. ANC. 666, 1744, 45 –46.
21. Nel catasto Onciario del 1743 la famiglia risulta formata dai coniugi Mirtillo Barricellis di 64 anni e Sigismonda Pipino di 68 anni, e dalla figlia Chiara di 34 anni che abitano nella casa patrimoniale in parrocchia di S. Pietro e Paolo, Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 151.
22. ANC. 912, 1747, 121- 124.
23. Gio. Paulo Pipino nel 1679 fu eletto sindaco “et esercitò la sua carica con tutta rettitudine e charità verso i poveri e diede i conti alla detta città”, poiché la città è piccola e non vi sono tanti uomini probi, alcuni nobili nel 1683 ne richiedono l’elezione, nonostante non siano passati i 5 anni previsti, Prov. Caut., 251, f. 220 (1683), ASN.
24. Nel 1691Gio. Paulo Pipino viene opposto a Pietro Suriano da un gruppo di nobili (Carlo Berlingieri, Fabio Antinori e Ferrante Pelusio), i quali vogliono imporlo nonostante che l’anno prima egli aveva svolto la carica di mastrogiurato e quindi non erano passati i tre anni, per assumere quella di sindaco. Gli avversari del nuovo sindaco Pietro Suriano per protesta si assentano e non consegnano né il sigillo né le chiavi della città, Prov. Caut. 273, f. 297 (1691), ASN.
25. Gio Paulo Pipino compra per ducati 25 nel 1687 una turca bianca dal patrone Felice Scarpato, che l’aveva acquistata a Fiume, ANC. 335, 1687, 19.
26. Nel novembre 1690,per rinuncia fatta da Domenico Pipino nelle mani del vicario capitolare, essendo la sede vescovile vacante, la cappellania dell’Assunzione di B.M.V. fu assegnata a Gio. Matteo Pipino di 11 anni, presentato dalla metà dei patroni, Russo F., Regesto, IX, (46287); Acta, 5v.
27. Acta, 106.
28. ANC.659, 1716, 88-89.
29. ANC. 497, 1702, 39.
30. ANC. 659, 1716, 88.
31. ANC. 612, 1715, 224.
32. ANC. 659, 1716, 88-89.
33. ANC. 912, 1745, 114 –115.
34. Anselmus cit., 72.
35. ANC. 613, 1721, 79 –84.
36. Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 226v-227.
37. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 43.
38. I Rinaldi possedevano oltre al palazzo numeroso bestiame (vacche, tori, vitellazze, scrofe, giumente, giovenche ecc.), un magazzino al Fosso, una casa ed una chiusura vitata. Domenico Rinaldi aveva il canonicato di San Cataldo ed era rettore del beneficio della Circoncisione, Catasto Onciario Cotrone 1743, ff. 134, 196,214, 231v.
39. ANC. 912, 1745, 114-115.
40. Il territorio di Racchio del valore di circa 2500 ducati e di annua rendita di circa ducati 105 fu ceduto a Giuseppe Micilotto, ANC. 1342, 1761, 1v-2.
41. ANC. 1128, 1762, 215; 916, 1767, 490.
42. Carlo Rinaldi, proprietario di un magazzino e del palazzo, pervenuti per divisione dall’arciprete Rinaldi, essendo il suo unico mestiere quello di seminare, indebitatosi per alcune annate sterili, deve vendere un magazzino, ANC. 1128, 1762, 214-216.
43. ANC. 916, 1967, 50.
44. Catasto Onciario Cotrone 1793, f. 42v.
45. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 161.
46. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 106.
47. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f.41.
48. Sculco N., Avanzi cit.

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