Il castello di Santa Severina da imperiale a baronale

Santa Severina castello

Il castello di Santa Severina (KR).

Il castrum di S. Severina compare come castello imperiale al tempo di Federico II di Svevia. Esso allora era amministrato da un castellano nominato dalla curia imperiale ed era sottoposto alla sorveglianza di “magistri” e “provisores”, designati dall’imperatore.

Questi ultimi avevano il compito di redigere un accurato rapporto sullo stato della fortificazione, del suo armamento, dei viveri e del personale. Si interessavano anche alle spese per la sua riparazione, alle quali dovevano concorrere i feudatari e le abbazie che avevano possedimenti nel “tenimento” di S. Severina.
Da una “carta” riguardante il monastero di S. Angelo de Frigillo, rileviamo che durante la prima metà del Duecento il castello fu sottoposto ad almeno due significativi interventi di riparo.
Una prima volta al tempo in cui l’imperatore era partito per la crociata e cioè tra il giugno 1228 ed il giugno 1229. Allora furono designati ad ispezionare ed ad interessarsi alla riparazione del castello due “magistri” e “provisores”: il templare Burrello e l’ospedaliere Rogerio.
Una seconda volta nel marzo 1240 quando la curia imperiale aprì un‘inchiesta per stabilire se il monastero di S. Angelo de Frigillo doveva concorrere alle spese. In quest’ultimo caso su mandato di Giovanni Vulcano di Napoli, provisore dei castelli imperiali dal fiume Salso a porta di Roseto, furono incaricati di indagare Goffredo da Roccabernarda ed il giudice Stefano da Crotone, i quali interrogarono testi oltre che della città di Santa Severina anche dei casali di S. Mauro, Scuro Iohanne, San Giovanni Minagò e Cutro e delle terre di Rocca Bernarda e di Mesoraca, abitati che evidentemente erano soggetti a fornire prestazioni per il castello (1).

Dagli Svevi agli Angioini
La città di Santa Severina godette con gli Angioini, tranne brevi periodi, la condizione demaniale, per privilegi concessi sia dal re Carlo I d’Angiò che dal figlio Carlo II d’Angiò (2). Fu perciò amministrata da propri rappresentanti con la presenza di capitani e castellani di nomina regia. Durante la guerra del Vespro, nell’estate 1296, sotto la guida dell’arcivescovo Lucifero Stefanuzza oppose una lunga resistenza l’esercito di Federico II d’Aragona. Il sovrano, vista l’impossibilità di prenderla con la forza, la costrinse ad arrendersi a patti assetandola (3). Un secolo dopo, nella guerra tra Ladislao di Durazzo e Luigi II d’Angiò nei primi anni del Quattrocento, seguì le sorti del marchese di Crotone Nicolò Ruffo, che si era schierato con l’angioino. Stretta d’assedio si arrese alle truppe di Ladislao, il quale nel giugno 1404 scese con l’esercito in Calabria (4). Rimasta in demanio fu amministrata da capitani regi (5) anche se dovette subire, prima di cadere nelle mani di Antonio Centelles, la presenza degli esattori di Luigi Galeotta, il quale dopo aver ottenuto la concessione delle entrate della città da Luigi III d’Angiò ne ebbe anche la riconferma nel 1438 da Renato d’Angiò (6).

Al tempo di Antonio Centelles
Durante la conquista aragonese la città cadde in potere del capitano catalano Antonio Centelles il quale nel 1440 concesse moltissime grazie alla città (7). In seguito all’unione con Herrichetta Ruffo, la città andò a far parte del vasto complesso feudale del novello marchese di Crotone, che fu ribelle al re. L’esercito di Alfonso d’Aragona alla fine di ottobre 1444 giunse in Calabria per soffocare la ribellione. Il Centelles si preparò a sostenere l’assalto: fortificò e rifornì di armi e di viveri i castelli e nello stesso tempo fece terra bruciata davanti al nemico, ordinando l’abbandono degli abitati non difendibili, per impedire al nemico il vettovagliamento. Entrato nelle terre del marchese, il re assaltò Cirò, che quasi subito si arrese, poi proseguì per Crotone. Mentre ad una ad una cadevano le terre del marchese (Rocca Bernarda, Belcastro, ecc.) le truppe regie circondarono Santa Severina, che si arrese a patti. Alfonso il 29 novembre era ancora “in felicibus castris” presso Santa Severina. In quel giorno il sovrano approvava i capitoli e le grazie dell’università. Tra le varie concessioni vi era, oltre all’incorporazione definitiva nel regio demanio, la grazia di liberare i cittadini da ogni spesa per un eventuale recupero del castello, che evidentemente per l’assedio doveva aver subito gravi danni. I Sanseverinesi infatti affermavano, che era meglio “che dicto castello dirrupi”, come era nelle intenzioni del vicerè Giovanni de Yxar, il quale lo riteneva inutile, in quanto Santa Severina “è tucta castello et non ce bisogna altro castello”. Poiché il suo mantenimento gravava sulla città e sui casali, se il sovrano voleva ripristinarlo, doveva farlo a spese della regia corte e non dell’università (8).

Lavori al castello in età aragonese
Il castello fu riparato, infatti il primo agosto 1447 lo stesso re concedeva la castellania del castrum o fortillitium di Santa Severina a Pietro Bucca de faro, ordinando nello stesso tempo al castellano o detentore dello stesso di consegnarlo al beneficiato o ad un suo delegato con le armi, viveri, munizioni ed ogni altra cosa di cui era provvisto (9). Due anni dopo il Boccadi faro, robosterio e familiare del re, ne era ancora in possesso. Un ordine del luogotenente del Gran Camerario, Innico d’Avalos del 29 gennaio 1449 comandava al tesoriere del ducato di Calabria, Gabriele de Cardona, di eseguire una disposizione reale, già inviatagli fin dal passato novembre, che disponeva il pagamento degli stipendi al Boccadefaro ed a quindici soci, addetti alla custodia del castello di Santa Severina, e cioè 120 ducati annui per il castellano e tre ducati al mese per ciascun socio (10).
Un mese dopo, il 27 febbraio, lo stesso luogotenente ordinava al Viceré del Ducato di Calabria, al tesoriere, ai giudici ecc. di rendere esecutiva un’altra regia disposizione emessa il 15 febbraio 1448. Con essa il re aveva nominato Pietro Boccadefaro governatore a vita della città di Santa Severina e di tutto il suo distretto e delle sue pertinenze (11). La presenza opprimente di un governatore a vita che assumeva in sé le cariche sia di capitano che di castellano, è messa in evidenza dalle grazie richieste al re Ferdinando dopo il fallito tentativo di rivolta sviluppatosi alla morte di re Alfonso. Allora il Centelles era ritornato in possesso dei suoi antichi feudi tra i quali la città di Santa Severina, che assieme alle altre terre del marchese verrà assediata e si arrenderà alle truppe regie nell’autunno 1459.
Tra i capitoli confermati dal nuovo re, il 25 febbraio 1460, vi era la richiesta di non avere più governatori ma capitani di durata annuale e che il capitano non potesse essere anche castellano. Tali capitoli verranno riconfermati dallo stesso sovrano dopo la breve parentesi in cui la città era ritornata in potere del Centelles. Quest’ultimo infatti il 24 giugno 1462 era stato reintegrato nei suoi antichi feudi, tra i quali Santa Severina, e nel giugno 1464 ebbe anche il titolo di Principe di Santa Severina. Con la scomparsa del marchese, all’inizio del 1466, ritornava libera, ottenendo il 25 febbraio 1466 l’approvazione dei capitoli presentati dai sindaci a nome dell’università. Il re si impegnava a non dare più in feudo la città con i suoi casali e ad annullare ogni diritto e titolo che potessero ancora vantare sulla città Antonio Centelles, i suoi figli, fratelli e affini (12).
A testimonianza dei lavori fatti fare dal re Ferdinando, rimane ancora oggi l’arme del sovrano, datata MCCCCLXI, rinvenuta in un bassofondo.
La città ritornava in demanio, anche se alcune concessioni non verranno rispettate. Troveremo infatti ad esercitare la carica di governatore Lall Luise, milite e regio consigliere (13), e nel 1481- 1482 Carlo Borromei, maestro portulano di Calabria (14). Con l’affacciarsi del pericolo turco anche le difese di Santa Severina furono rinforzate. Ne abbiamo la conferma da un breve di Sisto IV. Il papa il 26 settembre 1482 permette di utilizzare ducati 200 delle rendite lasciate per la morte dell’arcivescovo Antonio Cantelmi per la fortificazione e l’armamento della città (15). Tuttavia il suo castello cominciò a perdere d’importanza, rispetto a quello di Crotone. Infatti il 7 maggio 1487, per fronteggiare il pericolo di incursioni dal mare con il ritorno della bella stagione, Ferdinando ordinava al condottiero delle genti d’arme del re Iacobo Castracane, di recarsi nella provincia di Calabria e, radunati tutti gli armati che vi sono, andare a stanziare fino al mese di luglio a Crotone ; in modo da custodire e vigilare la città e le marine vicine con cento uomini d’arme così da proteggerla “che non se arma per lo turco o per altro”. Lo sollecitava inoltre a recarsi da Don Pietro d’Aragona, figlio del Duca di Calabria, e “nostro nepote, al quale da nostra parte dirrete che debba provedere de artigliaria per lo castello di detta citta, togliendone da quelli castelli rocche so dentro terra, dove non sono utili et importanti, in modo che decta città stea ben provista” (16).
Il rinforzo dell’apparato difensivo costiero con le sue ingenti spese ed il mutamento imposto dall’introduzione delle nuove armi da fuoco, oltre a determinare l’abbandono delle fortificazioni interne e delle rocche troppo esposte alle bombarde, causeranno anche la perdita della demanialità della città.

Dal castello regio al castello baronale
Nell’ottobre 1496 re Federico vendeva la città di Santa Severina con il titolo di conte e con altre terre e feudi ad Andrea Carrafa ; tuttavia il conte trovò l’opposizione degli abitanti. Nonostante la promessa fattagli dal Paolo Siscar conte di Ayello, allora viceré e governatore della provincia di Calabria, di “dare opera cum effecto a fare conseguire ad esso Conte di Santa Severina, la pacifica, integra et vera possessione della città di Santa Severina con lo castello, et fortellecza et etiam della terra delle Castelle.. per lo predetto Conte de Agello minime fu adimplita detta promissione sincomo e publico noto et manifesto ad ogni persona et signanter della provintia di Calabria”. Il Carrafa ne entrerà in possesso solamente con l’arrivo degli Spagnoli ed in seguito all’intervento di Consalvo Ferrante gran Capitano e Duca di Terranova (17).
Così la città di Santa Severina “cum eius castro et fortellitiis, muro, fossatis et vallatis cum bombardis et aliis monitionibus, variis artiglieriis et armis ad defensionem castri praedicti necessariis” (18), passò in potere del conte anche se pochi anni dopo, nell’aprile 1512, sparsasi la falsa notizia della morte del feudatario nella battaglia di Ravenna, tenterà la via della ribellione. La città fu assediata lungamente e poi devastata dalle truppe regie di Bernardo Villamarino, conte di Capaccio, luogotenente del vicerè Raimondo de Cardona. Molti cittadini salvarono la vita, ma non i loro averi, con la fuga; altri perseguiti e catturati furono messi a morte, mentre i superstiti dovettero subire le atroci rappresaglie e sopportare il giogo feudale, reso più duro dalla sospensione, più che decennale, delle costituzioni della città, in precedenza concesse dal feudatario.
Con la perdita dello stato demaniale al presidio ed al castellano di nomina regia subentrarono un castellano, scelto dal conte, e le sue guardie baronali che esercitarono essenzialmente funzioni costrittive e repressive sulla popolazione. Da un inventario del 1521 veniamo a conoscenza che ancora al tempo di Andrea Carrafa il castellano baronale di Santa Severina godeva di prerogative antichissime, già riscontrabili all’inizio del Dodicesimo secolo, quando lo stratego di Santa Severina, per l’importanza militare della città, esercitava la sua giurisdizione anche su Crotone (19). All’antico “castellano regio”, per la custodia e sorveglianza che faceva fare delle campagne dalle genti d’arme, “pro honoratico solvi debito dicto castro vetusta et antiqua observantia”, i fidatori delle mandre, che d’inverno prendevano in fitto il pascolo a Santa Severina ed a Crotone, dovevano corrispondere per ciascun corso fino a 12 ducati, a 60 pezze di cacio, a 60 ricotte e sempre comunque un montone ed un capretto. All’inizio del Cinquecento, pur non esercitando più la vigilanza armata delle campagne, il castellano baronale di Santa Severina non aveva però perso il diritto di riscuotere, anche se nel 1608, al tempo della vendita del feudo alla famiglia Ruffo, tutte queste prestazioni erano già state abolite (20).
Durante il periodo in cui la città fu sotto il dominio feudale di Andrea Carrafa e precisamente al tempo in cui egli ricoprì la carica di luogotenente del Regno di Napoli, sostituendo nel governo il viceré Carlo di Lannoy (1522 – 1524) partito per guerra in Lombardia, il castello fu rifatto e potenziato (21). Se ne ha una eco nelle costituzioni delle città approvate dal conte il 16 marzo 1525. Infatti l’università supplicava il feudatario affinché nessun abitante né della città né dei suoi casali fosse costretto a “servitio alcuno de persona ne con bestie, ne meno con robbe senza conveniente pagamento”. Ciò era stato concesso in passato dal conte ma poi questa “gratia fu interrupta per le fabriche et reparationi del castello” (22).
I lavori proseguirono durante il periodo feudale del nipote Galeotto Carrafa come si rileva da una iscrizione murata “A D 1535 DIE/ 27 IUNI 8 INDI/CIONE” ma in seguito il castello cadde in abbandono.
Se il Nola Molise affermava che Santa Severina era “fortissima di sito, per essere una Rocca come una pigna di pietra fortissima, dove si saglie per stretti sentieri, e nella sommità è un castello intagliato dentro l’istessa pietra, con fosso, e contrafosso, con due ritirate, conforme il Castello Nuovo di Napoli, che la rende inespugnabile” (23), un anonimo ben conoscitore del luogo aggiungeva : “l’eminenza del sito sovra cui sta collocata Santa Severina è tale, che aggiuntavi la Rocca fondata sopra il sasso vivo di fabrica non molto antica, ben’intesa e fiancheggiata da più rivellini e torrioni opportunamente disposti riesce fortezza di molta considerazione. Ma questa piazza pure è senz’acqua, né v’ha memoria, che nelle passate rivoluzioni del Regno si sia mantenuta mai contro l’inimico: anzi a rendersi fu sempre delle prime, a ciò forse astretta dalle necessità, o indotta dall’incostanza naturale de l’abitatori. Il che forse conosciuto dagli Spagnuoli, hanno di proposito trascurato di mantenerla, trovandosi anche al presente in tutto sfornita di presidio, e d’arme e la Rocca non ch’altro disabitata” (24).

Note

1. Pratesi A., Carte cit., pp. 399 – 402.
2. Nel dicembre 1346 Santa Severina e Crotone sono ricordate tra le poche università demaniali, Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, p.31.
3. Speciale Niccolò, Historia Sicula, Lib. III, cap. X., in Muratori L.A., Rerum cit, t.X, pp.975-976.
4. Pacella F., Un barone condottiero della Calabria del sec. XIV – XV : Nicolò Ruffo marchese di Cotrone, conte di Catanzaro, in ASPN, III, 1964, p.66
5. Capitani della città di Santa Severina nominati da Luigi III d’Angiò : 2.1.1425 Roberto de Marano di Cosenza, 13.9.1425 Paolo de Ammirato di Salerno, 1.3.1431 Luigi Galeotta di Napoli, Orefice I., Registro della Cancelleria di Luigi III d’Angiò per il Ducato di Calabria 1421 -1434, ASCL. 1977/1978, pp. 326, 343, 368.
6. Campanile F., Dell’armi overo insegne dei nobili, Napoli 1680, p. 287.
7. Bernardo S., Santa Severina nella vita calabrese, Napoli 1960, p.70
8. Caridi G., Un privilegio inedito di Alfonso il Magnanimo alla città di Santa Severina, in Nuovi Annali della Facoltà di Magistero dell’Università di Messina, n. 2, 1984, p.157.
9. Fonti Arag., I, 61 -62.
10. Fonti Arag., I, 72.
11. Il Boccadefaro aveva avuto anche l’incarico di custodire la torre del casale di San Mauro, Fonti Arag., I, 72-73.
12. Un prezioso documento del secolo XV in Siberene p.172 ;
13. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, In Arch. Stor. Cal., 1916, p.268.
14. Maone P., San Mauro Marchesato, Catanzaro 1975, p.101.
15. ARM. XXXIX, 15, f. 38v, Arch. Segr. Vat.
16. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, in Arch. Stor. Cal., 1916, p.261-263.
17. Processo Grosso ff. 451v- 452, Arch. Vesc. Crot. La città fu venduta al Carrafa con privilegio di Federico d’Aragona concesso in Castello Novo Napoli il 14 ottobre 1496 e fu riconfermata al conte da Ferdinando D’Aragona, da Salamanca il 18 gennaio 1506 e da Castello Novo Napoli il 20 maggio 1507, Reintegra delli territori e robbe del vesc.to dell’Isola di carte trenta sei nell’anno 1520, f.6, Arch.Vesc.Crot.
18. Bernardo S., cit., p.187.
19. Nell’aprile 1121 in un atto interviene Costa “notarium et strategum S. Severinae et Crotonis”, Trinchera F., Syllabus cit., p.114.
20. Diritti feudali a Santaseverina, in Siberene pp.562, 569.
21. Bernardo S., cit., p.187.
22. Costituzioni della città e stato di Santaseverina, in Siberene p.292.
23. Nola Molise G.B., Cronica, cit., p. 87.
24. Mercati G., Calabria e Calabresi in un manoscritto del XVII secolo, in Collectanea Byzantina, Bari 1970, II, p.704.

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