1844: il dono dei fratelli Bandiera a Girolamo Calojero

Attilio ed Emilio Bandiera (da www.skuola.net).

La decisione di intraprendere la spedizione in Calabria da parte dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera[1] venne maturata nel corso dell’esilio di Corfù, all’epoca capoluogo del protettorato inglese noto come Stato Unito delle Isole Ionie[2]. I due, disertata la marina austriaca e di fatto fuggitivi, giunsero sull’isola in momenti distinti (Attilio il 17 febbraio, Emilio il 2 marzo) ma con lo stesso proposito: pianificare una spedizione che avrebbe “sollevato le masse”. Spedizione che inizialmente doveva avvenire presso l’attuale Tarquinia, successivamente spostata nella Maremma e, solo infine, pianificata in Calabria[3].

A mutare la decisione dei due fratelli furono numerose informazioni che all’epoca giungevano tramite i pescherecci ed i commercianti. Informazioni che parlavano di grandi rivolte in atto, di numerosi uomini armati pronti a sovvertire i Borbone. Voci completamente errate, che riguardavano i moti cosentini del 15 marzo 1844, sedati nel sangue da mesi e che videro cadere numerosi volti “eccellenti” della nobiltà rivoluzionaria, come il filosofo Pasquale Galluppi[4].

La spedizione venne dunque indirizzata in un luogo che si riteneva, erroneamente, già in fermento. La prima data fissata per la partenza era il 19 maggio, ma i due fratelli non riuscirono a trovare abbastanza uomini[5] né una nave per salpare. Con il passare dei giorni, riuscirono a radunare abbastanza “patrioti”, 19 per la precisione: Domenico Moro, Niccolò Ricciotti, Anacarsi Nardi, Giuseppe Miller, Giacomo Rocca, Pietro Piazzoli, Domenico Lupatelli, Francesco Berti, Francesco Tesei, Giuseppe Tesei, Giovanni Manessi, Giuseppe Pacchioni, Carlo Osmani, Luigi Nanni, Giovanni Venerucci, Tommaso Massoli, Paolo Mariani, Pietro Boccheciampe e Giuseppe Meluso[6]. A questi, si aggiungevano Attilio ed Emilio Bandiera.

La partenza, dunque, venne fissata per l’11 giungo, ma fu rimandata nuovamente a causa di un allarme dovuto a dei fuggitivi scappati di prigione[7]. Si temporeggiò per appena un paio di giorni, ed alla prima possibilità la spedizione partì a bordo dell’imbarcazione “San Spiridione”, comandata da Mauro Caputi e con la quale i fratelli Bandiera presero dei precisi accordi: l’imbarcazione avrebbe sbarcato il gruppo nei pressi della foce del fiume Neto, e sarebbe immediatamente ripartita[8].

Partiti nella notte tra il 12 ed il 13 giugno, lo sbarco presso la foce del Neto – alla sua destra, si dice – avvenne nella serata del 16 giugno. Gli uomini erano ben muniti di armi, ed erano vestiti in modo decisamente inusuale: “camiciotto azzurro con i paramani rossi e il collare rossoverde: sul berretto spiccava la coccarda tricolore”[9]. Pare che si commossero, e diversi di loro si misero a baciare la terra. Ma non ebbero molto tempo per festeggiare, e si misero subito in marcia.

Solo all’alba si fermarono in un casolare di campagna, che oggi sappiamo essere parte della Masseria Poerio, di proprietà del barone Filippo Albani[10]. All’interno del casolare trovarono due contadini, tali Bruno Abruzzino e Giovanni Battista Misiano, che dopo un iniziale spavento dovuto alla vista di così tanti uomini armati, si tranquillizzarono e fecero entrare l’intero gruppo di uomini[11]. Furono proprio i due contadini ad aggiornare gli spedizionieri sulla reale condizione della Calabria: “regnava ovunque la massima tranquillità, essendo stati ormai dispersi o catturati coloro che avevano tentato sommovimenti due mesi prima a Cosenza”[12]. Una vera e propria doccia fredda per chi credeva, fino ad un attimo prima, di trovarsi circondato da una folla pronta alla rivolta. A confermare quanto detto dai due contadini, nella stessa mattina del 17 giugno arrivò alla masseria l’affittuario Girolamo Calojero, seguito da quattro guardiani: Filippo Massari, Giuseppe Rocco, Francesco di Stagno e Giovanni Ammirata[13]. Tutti gli uomini, provenienti da vari fondi del crotonese, ribadirono agli incursori la totale assenza di moti e sommosse, e smentirono ogni voce riguardante presunti eserciti nascosti sui monti.

A questo punto, il gruppo, sconfortato ma determinato ad andare fino in fondo, tentò in qualche modo di convincere il gruppo di uomini ad unirsi alla loro causa. Non sappiamo di preciso cosa chiesero – probabilmente viveri, munizioni e degli uomini da assoldare – ma a quanto pare ottennero di sicuro qualche promessa da parte del Calojero. Sappiamo infatti che i due Bandiera, d’accordo con Ricciotti e Moro, decisero di donargli un prezioso pugnale, assieme ad una copia del loro manifesto[14].

Mentre il destino del prezioso pugnale è ignoto, fortunatamente una copia del testo consegnato dai Bandiera al Calojero è rimasta conservata[15]:

«Libertà, Eguaglianza, Umanità. Indipendenza, Unità.

Calabresi!

Al grido dé vostri fatti, all’annunzio del giuramento Italiano che avete giurato, Noi, attraverso ostacoli e perigli, dalla prossima terra d’esiglio siam venuti qui a schierarci fra le vostre file, a combattere le vostre battaglie, ad ammirare la bandiera dell’Italia che avete coraggiosamente sollevata.

Vinceremo o moriremo con Voi, o Calabresi; grideremo come Voi avete gridato, che scopo comune è di costituire l’Italia e le sue isole di nazionalità libera, una, indipendente; con Voi combatteremo quanti despoti ci combatteranno, quanti stranieri ci vorranno schiavi ed oppressi. Calabresi, non è epoca rimota quella in cui avete distrutto sessanta-mila invasori condotti da un Italiano, il più grande capitano di Napoleone. Armatevi della energia di allora, e preparatevi all’assalto degli Austriaci che vi risguardano lor vassalli, vi sfidano e vi chiamano dei briganti.

Continuate, o Calabresi, nella generosa via, che con splendidi successi avete dimostrato voler unicamente percorrere, e l’Italia resa grande ed indipendente chiamerà la vostra la benedetta delle sue terre, il nido della sua libertà, il primo campo delle sue glorie.

In nome degli esuli Italiani sbarcati in Calabria.»

Il manifesto, firmato da Attilio ed Emilio Bandiera, ed anche da Niccolò Ricciotti, venne messo nelle mani del Calojero, che decise di mostrarla al proprietario del fondo, Filippo Albani. Questo, importante e rinomato cittadino che ricopriva la carica di capo della guardia urbana, decise di prendersi una notte per decidere come agire[16].

Ma la vicenda finì per complicarsi ulteriormente. Uno dei partecipanti alla spedizione, Boccheciampe, si allontanò dal gruppo fingendo una slogatura[17]. I compagni lo credettero morto, ma questo in realtà si allontanò volontariamente dal gruppo per denunciarli. Il sottointendente cittadino, Antonio Bonafede, venne a conoscenza delle intenzioni dei rivoluzionari, e ordinò di riunire la guardia urbana per muovere contro la spedizione.

Tra i primi atti del sottointendente, ci fu anche l’immediato arresto di Filippo Albani e Girolamo Calojero, così come dei quattro guardiani Filippo Massari, Giuseppe Rocco, Francesco di Stagno e Giovanni Ammirata, ed anche del sindaco Giuseppe Zurlo, accusati a vario titolo di essere in qualche modo conniventi e di aver favoreggiato l’avanzamento dei ribelli anziché denunciarli[18]. Il processo verrà successivamente spostato alla Suprema Commissione dei reati di Stato di Napoli, e si concluderà con l’assoluzione di tutti gli imputati.

La spedizione dei fratelli Bandiera proseguirà fino al 19 giugno, quando, nell’attraversare San Giovanni in Fiore vennero braccati e catturati dalla folla. I sopravvissuti al linciaggio vennero fucilati nel Vallone di Rovito il 25 luglio del 1844.

 

Bibliografia di riferimento:

La vera storia dei Fratelli Bandiera, di Mauro Stramaci, 1993.

L’Italia del Risorgimento, di Indro Montanelli, 2011.

 

Note

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Bandiera

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_Uniti_delle_Isole_Ionie

[3] Lettera di Attilio Fontana a Nicola Fabrizi, 10 maggio 1844

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Galluppi

[5] Lettera di Attilio Fontana a Giuseppe Mazzini, 8 giugno 1844

[6] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 91-92

[7] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 90

[8] Lettera di Attilio Bandiera a Giuseppe Mazzini, 8 giugno 1844

[9] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 93

[10] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 94

[11] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 94-95

[12] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 94

[13] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 101

[14] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 101

[15] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 101-102

[16] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 102

[17] https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Boccheciampe

[18] La vera storia dei fratelli Bandiera di Mauro Stramacci, 1993, pag. 102

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