Il monastero di Sant’Angelo de Frigillo presso Mesoraca dal ripristino alla soppressione

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Mesoraca (KR), ruderi dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo (foto G. Celsi).

Secondo il Fiore “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2).
Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche.
Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange.
Per tale motivo ben presto andò in decadenza. Abbandonato dai monaci, “cominciò patire ruine grandissime nelle fabriche, chiesia , ornamenti et commodità” (3).

Gli abbati commendatari
Alla metà del Quattrocento ne era abbate Nicola de Liotta ma, evidentemente per compiacere al re Alfonso d’Aragona, il papa Nicola V, accogliendo le accuse formulate contro l’abbate, di aver dilapidato i beni del monastero e di aver commesso gravi misfatti, lo rimuoveva e nominava abbate commendatario il cappellano del re, il cistercense Giacomo Albarelli (4).
Aveva così inizio il lungo periodo della commenda e con essa la decadenza. Il monastero, o grancia, di Sant’Angelo de Frigillo sarà concesso in commenda unitamente all’abbazia di S. Maria della Matina ed al monastero, o grancia, di S. Maria della Sambucina, ripristinando l’antico legame che univa i tre monasteri cistercensi.
Anticamente, infatti, il monastero di Sant’Angelo de Frigillo era stato una grangia dell’abbazia di S. Maria della Matina, ma a causa delle guerre e delle distruzioni, ne era stato separato (5).
Morto Giacomo Albarelli seguirono gli abbati commendatari Francesco de Soria, Marco Antonio Andronico (6), ecc.
Nel 1473, al tempo che Giovanni era abbate dell’abbazia di S. Maria de Matina, la chiesa di S. Angelo de Frigillo, che era membro e grancia dell’abbazia, veniva nuovamente e temporaneamente separata e concessa a Iacobo Garcez, che ne divenne abbate (7).
Successivamente, nel giugno 1487, l’abbazia di S. Maria della Matina era concessa da Innocenzo VIII al chierico napoletano Ferdinando Caracciolo (8).
Durante il Cinquecento i Caracciolo si succederanno nella commenda dei monasteri uniti della Matina, Sambucina e Sant’Angelo de Frigillo con Lelio, Fabio, Nicola Antonio e Carlo (9).
Alla metà del Cinquecento il monastero di Sant’Angelo de Frigillo dell’ordine cistercense, situato in diocesi di Santa Severina, già da molti anni era stato abbandonato dai monaci ed era in decadenza. Esso è così descritto:” Tutti gli edifici rovinarono eccetto la chiesa e il dormitorio e nella chiesa non vi è alcun ornamento. Nel dormitorio ci sono alcune stanze. Appena una volta alla settimana vi si celebra la messa. In esso non ci sono monaci ma due sacerdoti sono stati scelti per dire la messa. Questi a volte abitano nel monastero ma quasi sempre nella città volgarmente detta Mesoraca. Le rendite annue del monastero ascendono a circa 1000 ducati”. Allora ne era commendatario il napoletano Carlo Caracciolo, il quale aveva in commenda oltre al monastero di Sant’Angelo anche altri due monasteri cistercensi: quello di Santa Maria della Matina, che dava una rendita annua di 3000 ducati e quello di S. Maria della Sambucina, con una rendita di 1000 ducati (10).

Il ritorno dei monaci
Nel 1570 il Caracciolo per obbedire agli ordini papali, che imponevano la riapertura dei monasteri, il ritorno dei monaci, l’introduzione del culto divino ed una sufficiente dotazione con assegnare “la 4° parte delli frutti dove la mensa abbatiale è separata, dove poi sia comune la 3° parte in restoratione delle fabriche compra dell’ornamenti e reparatione”, si accordò con l’abbate generale dell’ordine cistercense Girolamo Sicherio, poi cardinale di Chiaravalle, per fornire una rendita sufficiente per i tre monasteri; cosa che nei fatti avvenne in minima parte. L’accordo prevedeva che i monaci godessero di un contributo annuo di ducati 320, provenienti dalle entrate dei beni abbaziali, situati nei luoghi più vicini ai monasteri con la condizione che il numero dei monaci per il funzionamento dei monasteri fosse fatto dall’abbate generale e dai superiori dell’ordine. I superiori dell’ordine cistercense assegnarono al monastero di Sant’Angelo de Frigillo una rendita annua di ducati 100 con la condizione che di questi ducati 100 il monastero ne pagasse 20, anche a nome e parte dei due monasteri della Matina e della Sambucina, al Capitolo Generale dell’ordine cistercense. I 100 ducati dovevano essere versati ai monaci il primo settembre di ogni anno da coloro che prendevano in fitto i terreni dell’abbazia situati in territorio di Mesoraca, dove era sito il monastero. Gli affittuari dei beni del monastero tuttavia quasi mai rispettavano l’obbligo. Così il mancato pagamento, o il suo ritardo, creava di continuo difficoltà ai pochi monaci, che non potevano compiere le spese per il vitto ed il vestiario per fronteggiare il vicino inverno, tanto da costringerli a volte ad andare a questuare, tralasciando il culto divino.
In seguito la commenda fu conferita al prete Ottavio Belmusto. Il Belmusto ne era in possesso già nel 1582, come risulta da un atto col quale Agostino Belmusto, in qualità di procuratore del fratello Ottavio, si interessava dell’arrendamento della grancia di S. Angelo de Frigillo, che veniva in quell’anno data in fitto al cosentino Ottavio Parise (11). Poiché continuavano i malumori dei monaci, sempre in questi anni, il 16 agosto 1584, era stipulato un ulteriore atto di convenzione e concordia tra il procuratore generale dell’ordine cistercense ed il Belmusto (12). In vigore di tali accordi era ripresa la vita monastica nel monastero di S. Angelo, tanto che nel 1589 vi sono segnalati quattro monaci dell’ordine cistercense (13). In una relazione della fine del Cinquecento il monaco cistercense Cornelio Pelusio Parisio descrive l’abbazia di Sant’Angelo. Essa è situata in un luogo ameno tra i monti soprastanti Mesoraca. L’abbazia, alla quale erano stati assegnati due monaci, il priore ed un converso, era circondata da orti e boschi dove predominavano il castagno, il ciliegio e gli alberi silvestri. Sul luogo scorrevano copiose e limpide acque sorgive con le quali i monaci irrigavano le piantagioni. Vicino e sottostante il fiume animava i mulini del monastero e dei cittadini. Attorno al convento i monaci possedevano un territorio ricco di alberi da frutto, che seminavano e coltivavano; esso non era molto esteso, in quanto quasi tutto il terreno adiacente era detenuto dall’abbate commendatario. L’abbazia, assieme a quelle della Matina e della Sambucina, era in commenda al vescovo di Aleira, il genovese Ottavio Belmusto. Le tre abbazie rendevano ogni anno all’abate commendatario circa 4000 ducati, quella di Sant’Angelo da sola quasi 1500. Dopo che il monastero era stato abbandonato dai monaci i lecci e gli altri alberi selvatici avevano deturpato le fabbriche claustrali ma con il ritorno dei monaci il luogo aveva ricominciato ad assumere l’immagine abbaziale; tuttavia c’era ancora bisogno di molti lavori, sia nella chiesa che negli edifici abitati dai monaci. La chiesa, infatti, d’inverno era invasa dalle acque pluviali, che penetravano dal tetto, che era tutto scoperchiato. Non aveva libri; vi era solamente un vecchio messale romano tutto consunto e corroso. L’interno era spoglio e privo di immagini sacre; solo sull’altare maggiore vi era un vecchissimo quadro che raffigurava la Vergine Maria con l’arcangelo Michele e San Benedetto. Conservava tuttavia numerose reliquie, che si erano miracolosamente salvate dalla dispersione, in quanto erano rimaste nascoste dentro la parete dietro l’altare (14), ma era sprovveduta di ogni indumento e suppellettile. Si celebrava la sua festa nel giorno di Pasqua con molta devozione e partecipazione popolare. Il relatore nel mentre esalta la bellezza e la floridezza del luogo evidenzia lo stato pietoso in cui si trovano il monastero ed i monaci a causa delle poche rendite, la cui riscossione inoltre è resa conflittuale, difficile ed aleatoria dall’abbate commendatario e da coloro che hanno in fitto le grandi proprietà abbaziali. I contrasti tra l’abbate commendatario ed i monaci perdurarono tanto che il 5 gennaio 1605 il papa Clemente VIII ordinava al vescovo di S. Marco di intervenire presso il Belmusto, affinché si procedesse alla separazione della mensa claustrale da quella del commendatario (15). Con tale atto il monastero veniva arricchito anche con alcuni beni da amministrare e ritornava ad avere una sua, anche se piccola, vita economica autonoma.
Morto il cardinale Ottavio Belmusto il 7 novembre 1618 il papa Paolo V conferiva la commenda al cardinale Scipione Borghese (16) ed alla morte di quest’ultimo Urbano VIII, il 6 luglio 1636 ne investiva Mutio Brancati, o Brancaccio (17). Due anni dopo il monastero, come anche la vicina città di Mesoraca, subiva danni a causa del terremoto: “L’Abbadia di Sant’Angelo a Fringillo, antico e famoso Monastero dei Padri di S. Bernardo dei Greci, fabbricato or sono mille anni e più; posto sulla cima del monte in amena valle, ancor che fusse dai fieri morsi del tempo acerbamente roso … col terremoto del 27 marzo si conservò intatto, ma con quello degli 8 di giugno fu poco meno che abbattuto …” (18).

Il monastero a metà Seicento
Con la creazione della mensa conventuale i monaci oltre a poter contare sui cento ducati annui , che provenivano da coloro che prendevano in fitto la grancia, cominciarono a raccogliere anche i frutti provenienti da piccoli terreni situati vicino al monastero; terreni che essi stessi amministravano e coltivavano ed il cui prodotto, nella maggior parte dei casi, serviva ad integrare il loro vitto.
Le proprietà del monastero, così come si rileva dalla relazione fatta il 10 marzo 1650, in esecuzione della costituzione di Innocenzo X, sottoscritta dal priore del monastero Gerolamo Caputo e dai due sacerdoti cistercensi Ludovico Nicastro e Felice Benincasa, erano formate da un castagneto, dall’antico diritto di esigere “un porco per carnata” sui porci che pascolavano le castagne sia del monastero che dell’abbate, da un orto e da una vigna, situati presso il monastero, che fornivano verdure e vino per la mensa dei monaci, e dall’affitto del bosco detto “Le vigne delle timpe”, che di solito era concesso a pascolo ai caprai.
Vi erano poi i ducati dieci che versava ogni anno il duca Altemps, feudatario di Mesoraca, come da accordo dopo la lunga lite che aveva visto di fronte il monastero ed il duca per i diritti sul territorio detto “Le macchie”, ed infine il ricavato delle elemosine, tra le quali quella del sale, concessa dal re sulle saline regie.
All’entrata annua di circa 120 ducati faceva da contrappeso l’uscita, che i compilatori stimavano ammontare a circa 150 ducati, quindi il monastero, secondo questi calcoli aveva subito negli ultimi cinque anni mediamente un passivo di circa 30 ducati annui. Tolta però la somma spesa straordinariamente per riparare la chiesa, il monastero e per l’acquisto di una nuova campana, si poteva dire che le entrate e le uscite si eguagliavano.
La maggior parte delle spese andava per il vitto ed il vestiario delle tre bocche che abitavano il monastero, cioè il priore Geronimo Caputi di Mesoraca, il sacerdote Gioseppe Valentino di Scigliano ed il serviente secolare Marc’Antonio Militi di Mesoraca, che da sole incidevano per oltre il 50%, comprendendovi in essa anche le spese di ospitalità (“li passagii, allogi et hospitat.ni così di religiosi come di forastieri”).
Seguivano poi i contributi all’ordine cistercense (al Padre Provinciale Generale, alla Cassa Comune della Congregazione, per la celebrazione del Capitolo e per la visita ai Superiori) che rappresentavano un sesto delle uscite.
Infine c’erano le spese per far coltivare la vigna e per imbottigliare il vino (spese per “botti, tine e loro acconci”), quelle “ordinarie” di gestione domestica ( “biancherie et altri mobili di casa, vasi, robe di tavola e di cucina et simili”) e di risanamento degli edifici (“mantenimento delli tetti del monastero, porte, finestre et altri acconci”), quelle per il culto ed infine le spese per il “barbiero” e la “lavandara”.
Gli estensori della relazione annotavano che l’antica chiesa che era “di lunghezza palmi centoquindici con la sua proportionata larghezza” era “rovinata e diruta” e che i monaci l’avevano abbandonata e “con le loro proprie fatiche” ne avevano costruita una nuova molto più piccola sulle rovine del monastero. La nuova era di “palmi trentasei di lunghezza con proportionata larghezza”, ed in essa celebravano i divini uffici e le messe e vi si custodivano le molte reliquie di santi.
Anche il monastero era stato in parte riedificato. Esso era composto da una sala, quattro camere, la cucina, la dispensa ed alcune officine (19).

La soppressione
Il 15 ottobre 1652 diveniva esecutiva la costituzione innocenziana, riguardante la soppressione dei piccoli conventi con meno di sei soggetti o con rendite insufficienti. In esecuzione di tale atto veniva soppresso il monastero di Sant’Angelo di Frigillo (20). La piccola comunità monastica cessò e, non più abitato, il monastero andò in rovina. Continuarono invece gli abbati commendatari. Alla morte di Mutio Brancaccio la commenda passò nel 1664 a Stefano Brancaccio ed alla morte di costui fu conferita nel 1690 al cardinale Nicola Acciaioli. Seguirono il cardinale Francesco Antonio Fini, Francesco Cotogni, ecc.

 

Note

1. Fiore G., cit. , II, 376.
2. Per le vicende del monastero in età medievale vedi Pratesi A. Carte latine di abbazie calabresi, Città del Vaticano 1958; Russo F., Regesto Vaticano (541), (558) e sgg.
3. S. C. Stat. Regul. Relationes, (1650) 16 , Riformati San Bernardo (Cistercensi), ff. 94-96, ASV.
4. Russo F., Regesto III, (11232), (11388).
5. Russo F., Regesto III, (11490).
6. Russo F., Regesto III, (11918), (12033).
7. Russo F., Regesto III, (12189), (12217).
8. Russo F., Regesto III, (13083).
9. Russo F., Regesto III, (14331) sgg.
10. Status monasteriorum Cist. Ord. Ex Visitatione an. 1569, Conc. Trid. 2, f. 118, ASV.
11. Conti E., L’abbazia della Matina, ASCL 1967, p. 29.
12. De Leo P., Certosini e Cistercensi nel Regno di Sicilia, Rubbettino 1993, p. 201.
13. Così è descritta Mesoraca nella relazione del 22 marzo 1589 dall’arcivescovo di S. Severina Alfonso Pisano: “Mesoraca è terra di tre milia e cinquecento anime, lontana da S. Severina diece miglia, posseduta dal nepote dell’Ill.mo S.r Cardinale Altaemps. Ha sei parocchie con la cura pur distinta per famiglie, e due di quelle sono molto diminuite per essere estinte le famiglie. Vi è l’arciprete e cantore con diciotto preti. Fra le confraterie è quella del S.mo Sacramento con le sue indolgenze, qual’essercita l’hospidalità, et altre opere pie. Vi sono tre conventi, uno di frati predicatori, uno di capuccini, et uno di frati minori riformati dell’Osservanza, et in questo luogo hebbe principio in Calabria la detta riforma. Fuora della terra è il monasterio di S. Angelo di Fringillo di valuta di ottocento, o mille scudi l’anno, servito da quattro monaci dell’ordine cistercense, et è grancia della Badia della Matina sita nella Diocese di S. Marco, qual possiede l’Abbate Ottavio Belmosti genovese”, Rel. Lim. S. Severina. 1589, ASV.
14. Il reliquiario comprendeva: “Costa sancti Blasii martiris. Mandibula inferior sancti Nicolai de Tolentino. Reliquiae capillorum sanctae Mariae Magdalenae. Reliquiae ossis et pellis sancti Bartholomaei apostoli. De ossibus sancti Remigii episcopi. Costa sancti Leonardi. Dens molaris sancti Nicolai episcopi. Reliquiae sancti Stephani protomartiris. Reliquiae sanctorum Cosmi et Damiani. Reòliquiae sancti Sebastiani martiris. De ossibus sancti Pantaleonis. De lapide sancti sepulchri. Costa sancti Laurentii martiris. Reliquiae sanctorum Innocentium. Reliquiae sancti Martini episcopi. Costa sancti Viteliani episcopi et martiris. Reliquiae sanctorum Viti et Modesti”. Secondo l’estensore non era da tacere che anticamente tra le numerose reliquie vi era anche il braccio di Sant’Anastasia Vergine e Martire, che da quel luogo, dove sorgeva la chiesa dedicata alla santa, fu poi trasportato nella chiesa arcivescovile di Santa Severina, De Leo P., Certosini cit., pp. 198-201.
15. Russo F., Regesto, V (26119).
16. Russo F., Regesto, VI (28066).
17. Russo F., Regesto, VI (32161).
18. Utius De Urso, Terremoti nella Calavria in Boca G., Luoghi sismici di Calabria, Grafica Reventino 1981, p. 222.
19. S. C. Stat. Regul. Relationes, (1650) 16 , Riformati San Bernardo (Cistercensi), ff. 94-96, ASV.
20. Fiore G., cit., II, 376.

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