La cattedrale di San Pietro a Cariati

Cariati cattedrale

La cattedrale di Cariati (CS).

La chiesa di San Pietro di Cariati era anticamente una cappella di iuspatronato dei Ruffo, conti di Montalto e feudatari della città.

Da cappella a cattedrale
Nel 1437 a preghiera della patrona Covella Ruffo, contessa di Montalto, nota come duchessa di Suessa o Sessa, accolta da papa Eugenio IV, fu eretta in cattedrale. Unito a quello di Cerenzia, il nuovo vescovato ebbe per diocesi oltre a Cariati le due terre di Scala e Terra Vecchia ed il villaggio di San Maurello, abitati che prima facevano parte della diocesi di Rossano (1).
Il nuovo vescovato di Cariati, unito a quello di Cerenzia, fu posto sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Santa Severina. La duchessa per maggior decoro del nuovo vescovato e per indulgenza per sé e per i suoi progenitori concesse al vescovo ed ai suoi successori una rendita annua di 10 once d’oro sui diritti di passaggio, dogana e fondaco di Cariati. Il figlio di costei, Marino Marzano Ruffo, principe di Rossano, per la difficoltà di esazione, il 9 settembre 1448, accogliendo la richiesta del vescovo Giovanni la trasferì sull’entrate del suo corso di Malapezza, posto in tenimento di Rocca di Neto (2).

Saccheggi turchi
Essendo situata su un colle ad un tiro di balestra dal mare, la città fu durante il Cinquecento continuamente vessata dai Turchi, i quali due volte la distrussero. Nel 1544 il Barbarossa con una forte flotta assedia e mette a ferro e fuoco la città, facendo numerosi schiavi tra i quali anche il vescovo Giovanni Carmuto, o Canuto, che morirà in schiavitù (3). La stessa sorte accadde nel 1557 quando fu nuovamente data alle fiamme e molti abitanti furono rapiti. In tali eventi la cattedrale subì le rovine e le fiamme, le scritture ed i documenti della chiesa andarono persi, gli arredi distrutti ed il campanile restò privo di campane (4).
Tenendo presente i danni patiti il papa Sisto V nel settembre 1586, essendo morto il vescovo Leonardo Fano, dava disposizioni che dallo spoglio fossero “eccettuate le cose della sacrestia et anco li paramenti che fussero rimasti del vescovo, come pianete et altre cose simili”, affinché la chiesa non ne rimanesse priva (5).

Tentativi di rinascita
Alla fine del Cinquecento l’edificio era in cattivo stato e l’abitazione del vescovo “per terra che se poteva entrare per tutto”. Il vescovo Propertio Resta di Tagliacozzo (1586-1602) nel 1588 vi fece i primi lavori di riparo e consolidamento dopo decenni di incuria. La sacrestia si presentava “trista et poverissima” e conteneva solo quegli oggetti di cui l’aveva provvista molti anni prima il cardinale Crivelli, che aveva avuto il vescovato, ma l’aveva quasi subito rinunciato. La città, priva di ogni comodità, era abitata da poca gente indevota e povera, tra cui spiccavano alcuni preti per la loro ignoranza e mala vita (6).
Dopo i lavori fatti dal Resta passerà parecchio tempo prima che un nuovo vescovo ci metta mano. Al tempo di Filippo Gesualdo (1602-1619) la città contava circa 800 abitanti e la cattedrale, che ha accanto la casa del vescovo “mediocremente comoda”, per la tenuità dell’entrate e la povertà dei cittadini, “se ne sta fuor di speranza di compiuta restauratione”, la sacrestia è poverissima, sia di fabbrica che di paramenti e nel campanile al posto delle rubate campane battono due campanelle (7).
Perdurava il pericolo turco “più nell’inverno, perché non fanno guardia, che nell’està”, e anche se al tempo di Maurizio Ricci di Tortona (1619-1627) la città si è “alquanto ristorata di gente”, il vescovo se ne stava lontano, perchè “non vi si dorme sicuro, et per tal causa poco si risiede oltre che l’habitatione è puoco bona”. Il Ricci fonda il seminario ma, per metterlo al riparo dalle incursioni turche, esso viene istituito a Verzino (8).
Il vescovo Laurentio Fei (1627-1633) trovò la cattedrale, situata al centro dell’abitato. Essa era di antica e non grande struttura e mostrava ancora i segni dell’incendio dei Turchi. Pur non minacciando una rovina imminente necessitava però di grandi ripari. Egli costruì il presbiterio, disponendovi l’altare maggiore, il sedile vescovile ed il coro. La sacrestia, situata in un luogo angusto ed oscuro, fu arricchita di sacre suppellettili e collocata in un luogo più decente e luminoso. L’episcopio, adiacente alla chiesa e quasi inabitabile, fu restaurato : cinque stanze furono rifatte ed altre adattate ad officine e carceri. Il tutto assunse la forma di una comoda magione, non senza grande spesa (9).
Il vescovo Francesco Gonzaga (1633-1658) rinnovò le sacre vesti, conservate nell’esausta sacrestia, aggiunse il coro, che mancava, l’altare maggiore che era deforme fu ampliato e posto in un luogo migliore. Costruì il pulpito per le prediche (10) e rifece in marmo ed in forma migliore la fonte battesimale (11), l’unica che serviva tutta la città. Dopo aver ampliato la dimora vescovile, aggiungendovi altre due case, pochi anni prima della metà del Seicento ordinò di abbatterne gli antichi muri e cominciò ad edificare dalle fondamenta un palazzo vescovile molto più ampio (12). Il nuovo edificio alla metà del Seicento era quasi completo (13). Similmente costruì il campanile e restaurò ed ampliò la cattedrale, i cui lavori si prolungheranno per parecchi anni, giungendo quasi alla completezza solo nel 1654 (14). Alla fine del suo vescovato la cattedrale si presentava restaurata nelle fabbriche e nel soffitto ligneo, un coro la decorava ed un decente campanile la ornava. Accanto si elevava il magnifico palazzo del vescovo. La chiesa di Cariati aveva cinque dignità (arcidiacono, decano, arciprete, cantore e tesoriere) e tre canonici e la cura delle anime era esercitata da tutto il capitolo e da canonici settimanali. Ciò durò fino al 1646 quando la città venne divisa in otto parrocchie, la cui amministrazione fu assegnata all’arciprete, al cantore, al tesoriere ed a cinque canonici, tra i quali quello di S. Maria delle Grazie, di Santa Croce e di Sant’Antonio.
Geronimo Barzellino (1664-1688) la fornì di un nuovo organo e di paramenti (15). Completò il rifacimento dell’edificio: alcune parti infatti erano rimaste incomplete e rustiche (16) e dopo aver portato in forma migliore ornandoli il presbiterio ed il coro, con solenne rito la consacrò. Col consenso del capitolo eresse e dotò quattro nuovi canonicati (17). Riparò il campanile ed una delle navate della chiesa che il 10 agosto 1679 erano state rovinate da un fortunale ed intervenne sulla sacrestia, restaurandola ed ornandola (18), portò a termine la costruzione del palazzo vescovile (19).
Sebastano de Francis (1688-1714) fece alcuni lavori alla cattedrale dove si venerava l’immagine della Beata Vergine dell’Assunta con le effigi dei santi Pietro e Paolo. Ingrandito il presbiterio, accomodò la cappella a destra dell’altare maggiore dove mise il ciborio e quella a sinistra dove collocò la statua della Vergine del Rosario. Entrambe le cappelle con l’altare maggiore ed altre sei cappelle furono anche ornate plasticamente. Il vescovo inoltre restaurò la sacrestia, edificandovi un sacello per conservare le sacre reliquie, e per maggiore comodità della chiesa dispose il cimitero fuori dall’edificio ma adiacente alle pareti (20). Il De Francis intervenne anche nelle case vescovili che furono in parte rifatte. Esse infatti, essendo costruite senza calce con sabbia ed argilla, erano state rovinate nel 1704 dalle grandi piogge (21). Al tempo del vescovo Giovanni Andrea Tria (1720-1726) la città contava circa 1300 abitanti. La cattedrale di antica struttura necessitava di urgenti ripari. Il vescovo fece venire da Napoli quattro statue: dei titolari della cattedrale San Pietro e San Paolo e dei patroni della città S. Cataldo, arcivescovo di Taranto, e S. Leonardo Abate. Comprò inoltre un ostensorio nobile di argento per la cappella del SS. Sacramento, fece fare sempre a Napoli un tabernacolo di marmo. Costruì sopra il presbiterio il nuovo grande sepolcro per i vescovi, dove con solenne pompa e rito fece seppellire insieme le spoglia dei predecessori, che erano disperse in vari luoghi, ponendovi a memoria una lapide (22). La cattedrale aveva cinque dignità (arcidiaconato, decanato, arcipretato, cantorato e tesorerato) e nove canonicati. Ogni dignità e canonicato aveva una sua particolare prebenda ed anche i semplici sacerdoti partecipavano ad ogni distribuzione ed agli emolumenti e rendite. La cura delle anime era esercitata dall’arciprete, dal cantore, dal tesoriere, dal penitenziere e dai canonici di S. Antonio Abate, di Santa Maria de Plano, di Santa Maria delle Grazie e di Santa Croce. Vi era l’unica fonte battesimale, che tutti i parroci usavano per i loro parrocchiani, i quali erano distinti non per famiglia ma per luogo (23).
Poiché per la vecchiaia nel mese di marzo 1737 una parte della cattedrale aveva ceduto, il vescovo Carlo Ronchi (1732-1764) decise di rifarla in forma migliore e moderna. Fattala demolire, la ricostruì dalle fondamenta e la fornì di preziosi paramenti. Nel 1761 il presule completò l’opera, ornando anche il tavolato superiore, che fu fatto dipingere con varie effigi, rappresentanti i protettori della città e della chiesa (24).
La cattedrale che già nel Seicento aveva mutato titolo aggiungendo a quello originario di San Pietro quello di San Paolo, dopo la ricostruzione fu dal vescovo Ronchi dedicata a San Michele Arcangelo (25) ed agli apostoli Pietro e Paolo; essa agli occhi del viaggiatore inglese Henry Swinburne apparirà, il 10 maggio 1777, come “una costruzione gotica assai pesante”.

Ampliamento e unificazione
Dopo il concordato del 1818 tra la Santa Sede e Ferdinando I° di Borbone, per bolla di Pio VII del 27 giugno dello stesso anno, la diocesi di Cariati si ingrandì, aggregando la diocesi di Cerenzia la cui cattedrale fu ridotta a collegiata insigne ed i due soppressi vescovati di Strongoli e di Umbriatico. Con l’aggiunta di tali città e dei loro paesi il vescovo di Cariati assunse anche i titoli dei vescovati soppressi, portando il titolo di abate dei Santi Pietro e Mauro e di barone di S. Nicola dell’Alto, Maratea, Motta e Santa Marina. Cariati con tale atto diveniva anche l’unica diocesi suffraganea dell’arcidiocesi di Santa Severina.
Nonostante la maggiore importanza assunta dalla chiesa di Cariati, il vescovo Nicola Golia (1839-1873), succeduto a Gelasio Serao (1819- 1838), trovò la cattedrale trascurata ed in completo abbandono. La maggior parte degli atti e dei documenti, riguardanti la storia ed i beni della chiesa, erano stati distrutti o risultavano dispersi e gli oggetti sacri avevano seguito lo stesso destino.
Si deve al Golia la ricostruzione della cattedrale, il cui edificio fu completamente rifatto. Dopo circa dieci anni di lavori egli la consacrò la domenica del 25 ottobre 1857 (26).
Lo stesso vescovo la fornì di molti arredi e suppellettili sacri e la abbellì di un coro ligneo intagliato e decorato, opera della metà del Settecento di Geronimo Franceschi da Serra, proveniente dal convento dei Liguorini di Corigliano. Posta sotto la protezione di San Michele Arcangelo, essa allora era uffiziata da un capitolo composto da 14 canonici, tra i quali erano comprese le dignità cioè l’arcidiacono, il decano, l’arciprete, il tesoriere ed il cantore; mentre la cura delle anime era esercitata dall’arciprete e dal tesoriere (27).
L’opera di rinnovamento proseguirà sul finire soprattutto per interessamento di Giuseppe Antonio Virdia (costruzione dell’altare maggiore marmoreo, della fonte battesimale e del pavimento del coro) e di Giuseppe Barillari ( altari minori in marmo) (28).
Ricostruita e portata a perfezione la cattedrale, essa si conservò nella sua nuova forma di tempio in stile “neoclassico” con interno trinavato fino ai nostri tempi. Mutò invece la situazione amministrativa della diocesi di Cariati. Nel 1979, per decreto di Giovanni Paolo II la città di Cariati con i soli comuni di Scala Coeli e Terravecchia, tolti cioè tutti i comuni ricadenti nella provincia di Catanzaro, che andarono a far parte della diocesi di Crotone, fu unita all’arcidiocesi di Rossano.


Note

1. Primo vescovo della diocesi di Cerenzia- Cariati fu nel novembre 1437 Bernardo Faiardo, Russo F., Regesto, II (10355) ; Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1621.
2. Siberene p. 376 sgg.
3. Tra i molti fu fatto schiavo anche Alexandro de Artesa, dell’ordine dei frati eremitani di San Agostino per la liberazione del quale fu richiesto dagli infedeli un riscatto di 300 ducati, Reg. Lat. 1785, (1547), f. 232, ASV.
4. Rel. Lim. Carianten. Geruntinen., 1605.
5. Russo F., Regesto, V (23894A)
6. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1589.
7. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1602, 1605.
8. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1621.
9. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1628, 1631.
10. Il vescovo Gonzaga nel 1635 trasferì a Cariati il seminario fondato dal vescovo Maurizio Riccio a Verzino, Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen. 1637.
11. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1643.
12. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1646.
13. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1649.
14. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1654.
15. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1666.
16. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1667.
17. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1673.
18. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1679.
19. Epigrafe in un angolo della facciata del palazzo vescovile: “ SUMMO INCREATO/ UT REATUS IN POSTERUM OBLIVIONIS/ ABSIT/ EP. ORUM MANSIONE A. MDCLXXXV PERACTA/ SUBROGATO DISPENDIO/ AB ANTHISTITE PARTENOPAEO CARIAT. ET GERUNT./ HIERONYMO BARZELLINO/ MEMORIA EST HIC SITA”, in Liguori R. e F., Cariati nella storia, Cirò Marina 1981, p. 68.
20. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen. 1682.
21. Nel 1704 per aumentare le rendite il vescovo De Francis piantò un oliveto alla marina, Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1705.
22. D.O .M/ SIBI. ET. SUCCESSORIBUS/ PRO. MAIORI. HONORIFICENTIA/ IOANNES. ANDREAS. TRIA/ EPISCOPUS. CARIAT. ET. GERUNDINUS/ SACRA. PRAEDECESSORUM. OSSA/ HUC. TRANSFERENDA/ ET. LAPIDEM. QUI. INSPICITUR/ PONENDUM. CURAVIT/ SOSPES. NIMIRUM/ UT. VIVENS. MORTIS. MEMOR/ MORTUUS. VIVENTIUM. MONITOR/ FORET/ ANNO. SALUTIS. MDCCXXII, Capialbi V., La continuazione cit., Arch. Stor. Cal. III, 1915, p.196.
23. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1725.
24. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1738, 1762.
25. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1769.
26. La ricostruzione avvenne su progetto dell’architetto napoletano Dentice, mentre i lavori furono eseguiti sotto la guida del maestro d’arte Carmine Rugiero da Mandatoriccio, Liguori R. e F., cit., pp 228 sgg.
27. Rel. Lim. Cariaten., 1852.
28. Liguori R. e F., cit., pp. 233-234.

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