La chiesa di San Costantino in territorio di Isola

Patire Rossano

Santa Maria del Patire di Rossano (da www.panoramio.com).

Al tempo del vescovo Annibale Caracciolo le sette abbazie di S. Maria del Patire, di Corazzo, di Forgiano, di S. Nicola de Maglioli, di S. Leonardo e di S. Stefano avevano grancie nel territorio della diocesi di Isola (1). I loro abati erano tenuti a comparire davanti al vescovo di Isola per assolvere nel giorno dell’Assunta. Nel 1566 il vescovo Caracciolo eresse il seminario ed in quello stesso anno stabilì che al mantenimento si provvedesse anche con i censi che le abbazie, che possedevano beni nella sua diocesi, gli versavano ogni 15 agosto (2).

L’abbazia di S. Maria del Patir

Il monastero greco di Santa Maria della Nuova Odigitria, detta Santa Maria del Patir, fu fondato secondo alcuni in diocesi di Rossano nei primi decenni dell’occupazione normanna da Bartolomeo da Simeri con l’aiuto dell’ammiraglio Cristodulo (3). Esso fu dotato ed arricchito di molte terre e privilegi dai regnanti normanni e dai fedeli. Le proprietà del monastero si espansero anche fuori della diocesi di Rossano ed in Sila. Tra i possessi ci fu anche la grancia di Isola, la cui formazione risale all’inizio della dominazione normanna.
Tra i primi privilegi del monastero spicca quello concesso dal duca di Calabria Roberto il Guiscardo (1059-1085), il quale concedeva il libero pascolo per gli animali del monastero presso Isola e nelle pertinenze di Crotone. La presenza dei monaci del Patir diverrà più consistente dopo la donazione fatta nel 1128 da Giovanni, vescovo di Isola, all’abate del Patire Luca della chiesa di San Costantino, o Costanzio, con tutte le sue pertinenze e privilegi. Nel mese di maggio 1130 nella città di Messina il re Ruggero II confermava allo stesso abate Luca del monastero “Novae Hodegetriae Patris” i privilegi e le donazioni di coloni, terre ed altri beni in precedenza fatte al monastero e situate in Valle di Crati. Tra le molte terre, casali ecc. vi era anche l’obbedienza, che il monastero aveva in agro di Crotone, cioè “sanctum Costantium Asylorum cum omnibus suis instrumentis, sigillis et possessionibus, et cum omnibus pascuis et iumentis, ut iis sine impedimento fruantur” (4). Due anni dopo, nel febbraio 1132, Mabilia, figlia di Roberto il Guiscardo, investita nuovamente della contea di Crotone dal re Ruggero II, per la salvezza della sua anima e di quella del padre Roberto confermava all’abate Luca, che era accompagnato dall’arcivescovo di S. Severina Romano, il privilegio a suo tempo concesso dal padre di libero pascolo, cioè senza impedimento e senza ostacoli eccetto la decima, per gli animali del monastero, cioè bufali, buoi, pecore, porci ed altri animali, presso Isola e nelle pertinenze di Crotone sia in primavera che d’estate e la donazione fatta dal vescovo di Isola Giovanni della chiesa di San Costantino con i suoi diritti e pertinenze e con il mulino situato nel torrente Ceramida, che fece Monachus. Inoltre per la salvezza delle anime di suo padre, dei suoi antenati e sua aggiunse alcune terre in territorio di Isola presso la chiesa di S. Costantino così confinate: “ A fine montis de Brucomen sicut descendit via usque ad vadum Theodosii pro pendentia et manco vadum à dextris, etdescendit à sinistris ad Olicham magnam, quae est juxta vallatum, et ascendit Serra vallati, et Olichae et ferit ad rivum, qui descendit de campo longo, et pertransit eundem rivum usque ad caput ejusdem Campi longi, et inde descendit hujusmodi Serra, et ferit ad lapides firmos, in terminum terras Episcopi Insularum, et fere recte inferius in montem, et reflectitur angulariter in ipsum et pertransit ad extremitatem loci, et ascendit Rachonus, et extremitas montis, et descendit ad rivum Ceramidem, et exinde ascendit et vadit confinis, et feritunde incepit… et ferit intra terminum Sancti Constantini”. A queste aggiunse anche una “piscina piscatoria” situata in località Campolongo così limitata: “à Coriolan. Sicut ascendit à Sancto Nicolao à termino terrarum Episcopatus Insularum, et ferit recte usque ad terminum terrae Domini Rogerii filii beatissimi Domini Boni, et descendit extremitas montis Fella, et ferit ad Cacorialem, et concluditur” (5).

La “Grancia dell’Isola”

In poco tempo si venne così a costituire una realtà economica, detta la grancia di Isola, che in una platea del 1661 è così descritta: “In primis tiene e possiede nel territorio di detta città una gabella detta di S.o Antonino; confina da una parte colla gabella della venerabile abbazia di S.a Maria del Carrà, detta S. Anastasi e dall’altra parte con le vigne del Signor Barone di detta città, e dall’altra parte confina con li comuni di detta città detti Ceramidio e confina coll’altra gabella di detta abazia detta di Cerzitello piccolo e grande = Possiede dippiù in detto luogo, e territorio un’altra gabella detta di Cerzitello grande e piccolo confina con la gabella di S. Antonino e dall’altra parte di sotto confina con la gabella detta del Ponte, e con la gabella di S. Costantino = Possiede medesimamente la detta abazia in detto luogo e territorio un’’ltra gabella detta la Calcarella, confine la gabella S. Antonino, la gabella S. Costantino e la gabella de’’Ritani della mensa vescovile di detta città = Medesimamente la detta abazia possiede in detto territorio una gabella detta lo Ponte, confina la gabella del Cerzitello e la gabella di S. Costantino = Possiede dippiù la detta abazia in detto territorio un’’ltra gabella detta di S. Costantino, confina la gabella del Frasso seu passo di Giuseppe di Maida e la gabella del Signor Barone di detta città, detta la Croce, dentro la quale gabella di S. Costantino vi è un segno di fabbrica e chiesa diruta detta di S. Costantino = La detta venerabile abazia possiede in detto territorio un’’ltra gabella detta del frasso seu il passo di Giuseppe de Maida, confina la gabella della Croce, la gabella dell’’nziti e la gabella di S. Costantino = E più la detta venerabile abazia possiede in detto territorio un’altra gabella detta dell’Inziti, confina l gabella detta la Monacaria del signor Barone de detta città con lo giardino di detto Signor Barone e con li Comuni di detta città detta Ceramidio = La detta venerabile Abazia esige dalla Baronal Corte di detta città ducati 16 per transazione fatta per il jus pasculandi in detta gabella conforme l’ha testificato Giov. Francese Bruno Erario e procuratore del Signor D. Aloisio Catalano Barone al presente di detta città = Esige dippiù anno quolibet da RR Canonici D. Giovan Domenico Zancale e D. Giovan Domenico di Napoli per le terre della Costa di Lavorata, confina lo giardino di Martino Carnovale, e la via pubblica, annui carlini 7 conforme ha testificato il detto D. Giovan Domenico Zancale” (6).

Monaci greci e benedettini

Dalla lettura del “Privilegio dello Sacro Episcopato della città dell’Isula”, concesso dal re Ruggero II nel’ottobre 1144 (6653) al vescovo di Isola Luca e tradotto dal greco in latino nella prima metà del Trecento, nella descrizione dei confini delle terre appartenenti alla chiesa così si esprime; “… deinde descendit via quae vadit ad vadum Lupi usq. Ad vallonem eiusdem vadi, et confines serrar. Santi Juliani ex parte meridiei similiter sunt terrae Santi Juliani et descendit per rettitudinem praedittam …” (7).
In un privilegio concesso in Palermo il 26 aprile 6680 (1172) da Gugliemo II re di Sicilia al monastero della “S.ta Trinità delo tenimento de magliola” il sovrano confermava la grancia di San Stefano che si trovava “nell’Asila nelli tenimenti de Cotroni”, che il monastero possedeva fin dal tempo del re Ruggero II. Nel descriverne i confini si legge : “… va a dare ala plac o chianon allo confini de S.to Cons.tio, grancia delo monastero del Patre o Patiri et della descende a Cacoriaci o mal vallone et passa a lo vado de mar.sti con.sti et va a dare a petra bianca et scende lo vallone o via insino a campolongo …” (8). La presenza di grance di altri monasteri confinanti tra loro ben presto determineranno liti e vertenze.
Un’aspra contesa oppose l’abbazia greca del Patire con la latina di San Giuliano di Rocca Falluca. Quest’ultima, già presente al tempo dei re normanni, come evidenziano i privilegi confermati dal pontefice Innocenzo III il 9 giugno 1202 dai quali risulta che era in possesso della chiesa di Sant’Angelo de Cheramida, “quae consistit in tenimento Insulae in territorio Cotroni cum casali et pertinentiis suis” (9). La lite si accese quando subito dopo la conquista sveva Crotone perse lo stato demaniale. Divenne dapprima conte di Crotone Raynerio Marchisorto ed alla sua morte seguì il figlio Stefano. Stefano, figlio di Raynerio e di Teodora, fu conte di Crotone e giustiziere di Calabria. Crociato, egli è ricordato per aver favorito in molte occasione i monasteri latini. Protetti dal conte, i monaci di San Giuliano si impadronirono di un tenimento situato in Insula Cutroni, che apparteneva al Patire. I monaci greci si lamentarono di essere stati ingiustamente privati del possesso. Per mandato apostolico fu incaricato a dirimere la questione l’arcivescovo di Cosenza Luca il quale convocò le parti. Non essendosi presentato l’abbate di San Giuliano, né avendo mandato una persona idonea, a causa della sua assenza il tenimento fu assegnato all’archimandrita, il quale tuttavia non osò impadronirsi, né di utilizzarlo, per timore del conte Stefano Marchisorto. Era infatti noto a tutti che il conte di Crotone voleva difendere il monastero di San Giuliano in quel possesso. Tuttavia quando Federico II revocò nel 1222 la città di Crotone in demanio imperiale e per mezzo del camerario di Calabria Michele di Rossano il monastero del Patire recuperò sia il tenimento in contesa , sia tutte le terre che avevano sottratto il conte Raynerio Marchisorto ed il figlio Stefano, i monaci greci non si fermarono a ciò che era stato a loro tolto ingiustamente. Essi andarono oltre. Con violenza invasero le terre appartenenti al monastero di San Giuliano; cacciarono via gli abitanti e distrussero la chiesa e gli edifici, che vi erano costruiti (10).

Gli Abati commendatari

Fin dal periodo aragonese l’abbazia del Patir fu data in commenda. Di solito ne beneficiarono abati e cardinali i quali tramite i loro agenti, o procuratori, davano in fitto la grangia. Ben presto la chiesa e gli edifici spopolarono e decaddero, mentre iniziavano i tentativi di usurpazione. E’ il caso del corso di San Costantino e della gabella dell’Inziti, dei quali il feudatario di Isola cercò di impadronirsi. Nel 1581 Antonio Ricca dichiarava nel relevio che il corso di San Costantino e la gabella dell’Inziti facevano parte dei suoi beni feudali. Affermava inoltre che li aveva dati in fitto per ducati 200, ma da questi egli doveva levare tomoli 96 di grano, che dovevano essere pagati alla abbazia per il fitto della gabella, ed altri ducati 16 erano dovuti per il censo sul corso. L’operazione tuttavia non andò in porto e pochi anni dopo il successore, il fratello Gaspare, faceva presente che il corso di San Costantino e la gabella dell’Inziti erano stati erroneamente inseriti tra i beni feudali di Isola ed aggiungeva che egli li aveva solamente in fitto, in quanto appartenevano all’abbazia del Patir. Anche in seguito i feudatari di Isola prenderanno in fitto la gabella di San Costantino, grancia dell’abbazia del Patir, come risulta da un contratto stipulato nel settembre 1630 tra il barone Antonio Ricca ed il procuratore dell’abbate commendatario Paolo Emilio Silvestri (1589-1644). La grancia veniva affittata al feudatario per tre anni per il pagamento di ducati 130 all’anno (11). A sua volta il feudatario la subaffittava a terzi assieme al feudo di Isola. Dopo essere passata in commenda a Maffeo Barberini (1644-1653), l’abbazia passò a Carlo Barberini (1653- 1706). Fu allora che, nel 1661, si fece una platea con tutte le formalità prescritte dalle leggi del tempo, descrivendo minuziosamente tutti i beni della abbazia esistenti in territorio di Isola, che costituivano la “Grancia dell’Isola”, con i loro confini. Si trattava delle gabelle di S. Antonino, Cersitello grande e piccolo, Calcarella, lo Ponte, S. Costantino, Frasso e Inzito (12).
Alla morte del Barberini la commenda fu concessa al cardinale Tommaso Ruffo (1706 –1753) (13), il quale ebbe in commenda anche la grangia dell’abbazia del Carrà, detta anche di Santa Anastasi, in diocesi di Isola. Fu così che le grangie delle due abbazie furono amministrate da uno stesso agente. La situazione non mutò con il commendatario successivo: il cardinale Giuseppe Spinelli (1754 -1763 ). Morto lo Spinelli l’abbadia del Patir fu in quello stesso anno 1763 riconosciuta di regio patronato e le due grangie furono nuovamente separate. La grangia o badia di S. Maria del Carrà o di Nastasi fu dapprima data in commenda a Filippo Maria Pirelli ( 1763- 1771) e poi al cardinale Francesco Carafa ( 1771- ?). Quella del Patir fu concessa a Ferdinando Spinelli ( 1763 – ?). Nella divisione alcune terre, che facevano parte della grangia del Patir, forse approfittando che l’abbazia del Patir andava soggetta al regio patronato, risultarono aggregate a quella del Carrà. Per tale motivo il nuovo commendatario del Patir, il cardinale Ferdinando Spinelli juniore dei marchesi di Fuscaldo, tentò di rivendicarle. E’ dell’ottobre 1789 una dichiarazione di alcuni massari e fatigatori di campagna che dichiaravano che il territorio chiamato il Patire apparteneva alla badia del Patire e non a quella del Carrà detta Nastasi: “quantunque entrambe le possiede uno stesso Padrone, che è l’abbate commendatario” (14).

Usurpazioni

Per tale motivo la grancia dell’Isola, con la possibilità di rivendicare le terre usurpate, fu concessa in enfiteusi al napoletano Angelo Masci, il quale associò Orazio di Paola, che assunse a suo carico un canone di annui ducati 2020. Avvalendosi della facoltà di rivendica, nel giugno 1796 i due citarono nella Curia del Cappellano Maggiore l’abate commendatario dell’abbazia di Carrà, il cardinale Francesco Carafa. Furono perciò interrogati molti testimoni e presentati svariati documenti, dall’esame dei quali risultò evidente che le terre in contesa erano state sempre dell’abbazia del Patir. Tuttavia “per le vicende del tempo” il giudizio restò sospeso, senza che venisse pronunziato il decreto definitivo. Il 16 marzo 1801 veniva emanato l’ultimo decreto che intimava alle parti di comparire davanti al commissario nel primo giorno giuridico per presentare le loro istanze, per procedere alla definizione della causa. Poi il tutto rimase sospeso anche perché l’abbadia del Patire era stata conferita al cardinale Caracciolo, il quale, ritenendo svantaggioso il contratto di enfiteusi a suo tempo stipulato tra lo Spinelli ed il Masci, nel giugno 1801 chiese alla Curia del Cappellano Maggiore di annullarlo. Le due parti tuttavia si accordarono ed il 20 agosto 1803 si arrivò ad una transazione. La questione si complicò ulteriormente con la ripartizione dei demani durante il Decennio francese. L’8 marzo 1811 un rapporto dell’agente distrettuale Camillo Sarlo faceva presente che le terre delle badie di Nastasi e del Patire erano tutte “ingombre di colonie”, appartenenti agli abitanti di Isola. Sempre nello stesso mese si procedeva alla verifica (15). Il 26 marzo 1811 in Catanzaro Angelo Masci, commissario del re per la ripartizione dei demani nella Calabria Ulteriore emanava un’ordinanza con la quale prendeva atto che tutte le terre della badia del Carrà e del Patire erano aperte in tutti i mesi dell’anno. Decideva che tutte le colonie situate in detti demani dovevano restare salve e non entrassero in ripartizione, ma i coloni dovevano pagare ai rispettivi proprietari delle terre il decimo dei prodotti della principale coltura annuale, esclusi i legumi. Essendo le terre della badia del Carrà e quelle del Patire in regio demanio esse dovevano essere divise in dodici parti, dandosi al comune di Isola quattro parti e mezza, mentre il rimanente restava ai possessori. Ordinando la divisione delle sole parti non occupate da colonie, stabiliva che tutte le porzioni di terreno situate all’interno di detti demani, che erano coperte con alberi da frutto, restavano ai possessori senza alcun obbligo di compenso. Il 27 marzo 1811 sempre il Sarlo in Isola emanava un bando in cui invitava tutti i cittadini a presentarsi per individuare il nome ed il luogo dove la colonia era posta per procedersi alla verifica (16). Tuttavia in seguito, nonostante tali ordinanze e bandi, risultò che dagli atti relativi alla divisione delle terre demaniali del comune di Isola non si rilevava con precisione quale parte ne ebbero il comune ed i coloni e quale rimase all’abbazia del Patire. Fu certo però che le terre occupate dai coloni, sulle quali essi potevano vantare dei diritti, erano assai meno dei tomoli 6100 coltivabili e 700 sterili, quanto era l’estensione intera, secondo il rapporto del delegato Sarlo del 15 giugno 1811, diretto al commissario regio, che l’approvò.

Tentativi di rivendica

Morto Angelo Masci il dominio sui beni dell’abbazia passò al fratello Paolo Masci, il quale nel luglio 1830 citò nel tribunale civile di Catanzaro gli eredi di Antonio Ippolito ed Antonio Lucifero, quest’ultimo in quanto aggiudicatario dei beni componenti la eredità del medesimo, perché fossero condannati a rilasciare dei fondi usurpati all’abbazia del Patire ed al pagamento dei frutti percepiti. Il giudizio però rimase sospeso, né vi fu alcuna pronuncia del magistrato. Anzi le cose si ingarbugliarono con il passare del tempo sempre più, in quanto i terreni in contesa passavano velocemente di mano e sorgevano sempre nuove questioni. “La procedura di espropriazione non fu portata a termine ed il 3 giugno 1830 fu proclamata l’aggiudicazione condizionale a favore dei creditori dei corsi per mancanza di oblatori volontari e fra gli altri mobili anzidetti vi furono compresi i seguenti fondi della badia del Patir: Patire in contrada Inziti dell’estensione di moggia 191, S. Costantino di moggia 3 4/8, Patire Inchiuso in contrada Ponte di moggia 44, Cerzitello di moggia 180 e Tesorieri in contrada Anastasi di moggia 67. Nel 31 marzo del 1831 fu pubblicata la nota di graduazione fra i creditori concorrenti; non però ebbe luogo il partaggio, perché niun di essi curò, che si eseguisse. Ma con istrumento del 15 febbraio 1835, stipulato per gli atti di D. Luigi Demeo di Cotrone si effettuò una convenzione, mercè la quale il Barone D. Pietro Berlingieri, uno degli aggiudicatarii necessarii, si prese fra gli altri gli indicati fondi espropriati, ed assunse l’obbligo di pagarne la valuta agli altri creditori, e si ha notizia, che Berlingieri ne fece posteriormente cessione al Barone Barracco. Fra gli atti avvenuti nel corso del giudizio di espropriazione a danno dell’eredità d’Ippolito, vi fu istanza perché le offerte di prezzo fossero diminuite in proporzione del dritto di colonia, che importava la prestazione del decimo sul prodotto della principal coltura a favore dell’amministrazione diocesana di Cotrone. E sebbene con decisione della Gran Corte Civile di Catanzaro del 6 aprile 1832 si rigettò la dimanda di diminuzione di prezzo, si ritenne pertanto che i fondi erano soggetti a tale prestazione”.
“Intanto la Badia di S.a Maria del Patir fu conferita all’Eccelentissimo Monsignor D. Celestino Maria Cocle, arcivescovo di Patrasso, il quale ebbe occasione di rilevare che, sia per mancanza di Regio Assenso alle primitive concessioni, sia per alienazione de’ fondi enfiteutici, fatti specialmente a favore del barone Compagna, avrebbe potuto promuoversi l’azione di nullità e di devoluzione, ma gli enfiteuti chiesero, e ottennero una transazione e si stipulò a 7 dicembre 1842 istrumento, col quale gli enfiteuti Compagna e Masci fecero cessione alla Badia di tutte le loro ragioni sui beni della Grancia dell’Isola, e quindi il dritto di revindicarsi contro gli usurpatori. Infatti ad istanza dell’Abate Commendatario e del Procuratore del Re nell’interesse del Regio Patronato fu ripreso quel giudizio istituito nel 1830 da D. Paolo Masci per la revindica de’ beni usurpati a danno della Badia, e furono ripetute le citazioni con atti de’ 4 e 7 marzo 1843. Non vi è stata alcuna replica per parte de’convenuti, ma il cantore Lucifero, denunziò la citazione al Barone Berlingieri, e questi chiamò in garentia gli eredi Ippolito, e si costituì Patrocinatore di Lui D. Giacinto Nicolazzi, che riserbò proporre le sue eccezioni dopo la comunicazione de’ documenti. Si ebbi quindi l’occasione di osservare che i convenuti con le citazioni di luglio 1830 e marzo 1843 non erano più in possesso de’ fondi usurpati alla Badia del Patire, e si ebbe cura di conoscere non solo gli attuali possessori, ma di raccogliere tutte le altre notizie necessarie al buon risultamento della causa. E dapprima si osservò che la citazione del 1830 intimata ad istanza di D. Paolo Masci, erede di D. Angelo, fu regolare perché la cessione de’ dritti sui beni della Grancia dell’Isola, fatta da costui all’abate commendatario, con istrumento de’ 20 agosto 1803 rimase ne’ limiti di un semplice progetto per la mancanza del Regio Assenso, e per cui non poteva riprendersi un’istanza dall’abate medesimo quel giudizio prima della transazione del 1842. Si vede inoltre, che ogni eccezione di prescrizione veniva respinta dagli atti interruttivi, e dalla qualità de’ fondi, onde è controversia, perché trattasi di beni di una badia di Regio Patronato, che non si potevano alienare senza espresso Regio Assenso, e poiché ogni possesso per qualunque titolo mancante di tale assenso, si oppone ai dritti di Regalia, che sono imprescrittibili. Si osservò inoltre, che i beni della Grancia dell’Isola fecero parte della divisione delle terre demaniali, e che vi era argomento a credere, che i fondi che D. Paolo Masci diceva usurpati da D. Antonio Ippolito siano quelli attribuiti ai coloni perpetui, da’ quali Ippolito ne fece l’acquisto, perché rilevasi da un notamento, che si ebbe occasione di vedere, ove erano indicate l’epoche degli acquisti dal 1811 in poi, ed anche una in data precedente del 20 gennaio 1807 e dalla enunciata decisione della Gran Corte Civile del 6 aprile 1832, che ritenne i fondi gravati della prestazione del decimo.

Alcune Considerazioni

L’estensore della “Memoria” nel 1847 così concludeva: “Non si è potuto conoscere, e destinguere quali degli attuali possessori abbiano causa dagli antichi coloni, e quali siano quelli, che abbiano usurpato le terre, che non si vedono ripartite ai coloni. Si ebbe però notizia, che i beni della Grancia dell’Isola, notati nella Platea del 1661 erano attualmente posseduti dal barone D. Luigi Barracco, D. Pietro Berlingieri, gli eredi del fu Onofrio Castelliti, D. Giuseppe Aspro, i fratelli Rodio, Domenico Pullano ed Antonio Mancuso e gli eredi di D. Domenico Pollinzi; quindi dietro superiore approvazione si è rianimato il giudizio di revindica, e con atti del 4 e 6 dicembre 1843 sono stati citati gli attuali possessori al rilascio de’ fondi, per giudicare dalle loro eccezioni se siano usurpatori ed obbligati a rilasciare i fondi, ovvero siano succeduti a coloni perpetui, ed in tale qualità obbligati soltanto a corrispondere il decimo de’ prodotti della principale coltura. E le citazioni furono pure intimate ai signori D. Francesco e D. Angelo Masci juniore, eredi del fu D. Angelo Masci, il quale fin dal 1812, era succeduto nei dritti di D. Orazio di Paola, acciocchè ne avessero scienza legale e che in pendenza del Regio Assenso al divisato Istrumento de’ 7 dicembre 1842 intervenissero, se loro piacesse nel giudizio del quale si tratta. E simili atti dovranno intimarsi a D. Giuseppe e D. Nicola Masci ed ai coniugi D. Camillo Doras e D.a Teresa Masci. Sinora niuna eccezione si è proposta da’ convenuti, e solo per parte del Barone Barracco si è domandata la comunicazione de’ documenti con l’atto di costituzione di patrocinatore nella persona dell’anzidetto D. Giacinto Nicolazzi” (17).

Note

1. Rel. Lim. Insulan., 1600.
2. Da una nota delle entrate del seminario sappiamo che a metà Seicento l’abbazia si S. Maria di Corazzo contribuiva con ducati 9 e tari 3, S. Nicolò di Bucisano con ducati 4 e tari 4, S. Maria del Patire con ducati 11 e tari 1, S: Stefano con ducati 11 e tari 1, S. Nicolò di forgiano con ducati 6 e tari 2 e l’abbazia di S. Maria del Carrà con ducati 28, Visita del vescovo Gio. Battista Morra, 1648, f. 9, Arch. Vesc. Crot.
3. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982, pp. 375-376.
4. Trinchera F., Syllabus cit., p. 140.
5. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 481-482.
6. Copia della Platea di S.a Maria del Patire del 1661, AVC. 140.
7. Processo grosso cit., ff 418v-419r, AVC.
8. Il documento fu presentato nel giugno 1537 in Napoli nella causa tra il commendatario della chiesa di S. Nicola de Melliotis ed il conte di S. Severina riguardante il diritto di fida e disfida nel tenimento detto la gabella di S. Stefano. Il documento era stato tradotto dal greco in volgare latino da Vittorio Tarantino, che lo aveva in consegna, Processo grosso cit., f. 67.
9. Pometti F:, Carte delle abbazie di S. Maria di Corazzo cit., p. 284.
10. Ughelli F., Italia Sacra cit., IX, 370-371.
11. Valente G., Isola di Capo Rizzuto cit., pp. 215, 219,222.
12. Memoria della Grancia della Badia del Patire di Isola posseduta da Monsignor Cocle Arcivescovo di Patrasso, 1847, AVC.
13. Russo F., Regesto, XI, (50728).
14. Valente G., Isola cit., p.36.
15. “Gioacchino Napoleone re delle Due Sicilie etc. Masci regio Commissario. Bosco, Bugiafaro, Anastasi, Domine Maria. Demani Ecclesiastici ed Ex feudali della Comune di Isola sono occupate di coloni perpetui giusto il disposto del Decurionato. Volendo noi seguire l’articolo 17 e 19 delle regali Istruzioni spiegato dalla circolare di S. E. il ministro dell’Interno, ordiniamo che si publichi bando col quale si faccia noto che siffatte terre non cadono in ripartizione ma divengono nobili. Vale a dire si consolida la semina col pascolo a favore di coloro che ne sono in possesso. Talche vi possono piantare, chiudere, ed in qualunque modo migliorare senza altro obbligo che di corrispondere all’ex feudatario ed alla chiesa il decimo di prodotto di prima principal coltura, Isola 15 marzo 1811. Camillo Sarlo”, AVC. 40.
16. “Gioacchino Napoleone re delle Due Sicilie. Masci Regio Commissario. Perché i pretesi coloni debbono godere del beneficio della legge la quale loro accorda e concede a lor favore l’erba colla semina senz’altro obbligo che di pagar l’annuo del principal prodotto al proprietario in principale bisogna verificare le condizioni. Sono perciò avvertiti tutti i cittadini di presentarsi dal Cancelliere del Comune e dal Sig.r Scicchitani delegato per questo per individuare il nome, ed il luogo, dove la colonia sia posta per procedersi alla verifica sull’intelligenza, che passando giorni quattro dalla promulgazione del presente quelli terreni che non saranno nelli termini della legge riconosciuti per colonie verranno messi in massa ed indi suddivisi giusta l’istruzioni. Isola li 27 marzo 1811. L’agente distrettuale. Camillo Sarlo.”
17. Memoria della Grancia cit.

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