Avventure di mare: Corsari, Pirati e Turchi sui “Capi” di Crotone e di Isola

Pirati

La strada di levante
Cotrone, 10 agosto 1583. Il catanzarese Gio. Alfonso Susanna, barone dell’Amato, noleggia la barca “patronizzata” da Cesare Rocca della Mantia con l’ordine di andare ad imbarcare 500 tomoli di fave nella marina di Bragano. Avuto il carico, la barca riprende il viaggio di ritorno e fa sosta al porto di Crotone da dove poi salpa, la mattina del 9 agosto 1583, facendo rotta verso il Capo di Manna. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno mentre sosta vicino al capo le venne contro un brigantino di Turchi. Come i marinai videro che i corsari si erano avvicinati a meno di un tiro di archibugio, diressero la prua sugli scogli del capo ed il patrone con il suo equipaggio, senza poter salvare nulla se non la vita, “discalci con le armi in mano” guadagnano terra. I Turchi si presero la barca e, ”amarinatola”, se la portarono via . Al vespro essi furono visti far vela prima alla barca e poi al brigantino e, navigando la via del Capo delle Colonne, “da illa tiraro dala strata de levante”. Se ne andarono con freschi venti di scirocco alla volta della Valona ed oggi che è il dieci di agosto di essi non si ha alcuna notizia, “ne se ne vedi nulla de ditti vascelli” (Atti Notarili Arch. Stat. CZ. C. 15, 1583, 95).

Il veliero scomparso
Cotrone, 23 maggio 1591. La barca di Masullo Saraca di Reggio imbarca vino a Cirò per portarlo a Reggio. Fa sosta al molo di Crotone e da qui riparte il 21 maggio 1591 assieme alla barca del patrone Fabio Cacciottola di Procida, il quale similmente aveva imbarcato nelle marine di Crucoli e di Cirò, vino, olio e formaggi per conto di Cornelia Spinello, contessa di Martorano, e di Virginia Caracciolo, marchesa di Cirò, per portarli a Napoli. Alle due barche si uniscono anche altre: una patronizzata da uno di Procida che aveva caricato olio a Gallipoli, le barche di Gioanne de Franco e di Andrea Basile di Cotrone, che avevano caricato grano a Crotone, e quella del raguseo Marino di Gioanne. Il convoglio il giorno dopo sosta a Le Castella e qui la maggior parte rimane perché c’è avviso di pericolo. Nonostante che il mare è insicuro, la mattina seguente le barche di Masullo Saraco e di Fabio Cacciottola da sole riprendono il viaggio.
Arrivate nel golfo di Squillace avvistano due vascelli che parvero di corsari e poiché si era guastato anche il tempo con “venti di ponente e libici”, i due patroni pensarono bene di tentare di ritornare alle Castella ma per l’arrivo di una gran tempesta non ci riuscirono e perciò tirarono fino a Capo di Manna dove con le vele squarciate riuscirono a dar fondo in quelle cale. Giunse il tramonto e comparvero all’improvviso due vascelli i quali abbordarono ed assalirono una delle barche che fu completamente depredata di ogni cosa mentre l’equipaggio per non essere fanno schiavo riuscì ad abbandonarla ed a salvarsi nella vicina torre. Dell’altra barca, quella di Procida, e del suo equipaggio non si seppe più nulla. Alcuni pensano che sia stata predata nella notte, altri che sia affondata ed i marinai annegati, altri che l’equipaggio si sia salvato con la feluca ed altri ancora, con un pizzico malignità ma con una certa ragione, sospettano che fossero complici degli assalitori in quanto le vele dei corsari erano latine e quindi è pensabile che non “fossero di turchi”. Un fatto è certo: nei giorni seguenti dalle mura della città si vide davanti al Capo delle Colonne una barca “senza vele che parea dissarmata et dove la menava il vento et la currente del mare andava” e si giudicava che fosse una delle due barche predate e poi lasciate dalle galeotte corsare alle quali poi si erano unite altre quattro galeotte e, preso il largo, non furono più riviste (ANC. 49, 1591, 72-76).

Assalto notturno
Cotrone, 29 maggio 1594. L’università di Stalettì per procurare il vitto ai suoi cittadini, fa imbarcare nel maggio 1594 a Rocca Imperiale del grano sopra tre barche patronizzate rispettivamente da Gioannello Scopa di Gallipoli e da Antonio di Carlo e Gasparo de Carro, entrambi di Trebisacce. Partiti col tempo prospero dalla marina di Rocca Imperiale alla volta della “coscia de Squillace, scarricaturo di Stalatti”, le tre barche navigarono con il vento di tramontana fino a Capo di Manna ma poi si voltò un forte vento di ponente che impedì il superamento dei capi di Isola per riparare alle Castella, né esse poterono far ritorno a Crotone. Diedero quindi fondo nelle cale vicino alla torre di Manna.
La sera del 19 maggio all’improvviso sbucarono tre vascelli a remi turcheschi che subito l’assalirono e a “colpe de scopettate et gridati” se ne impadronirono e le portarono via. I marinai a stento si salvarono a terra ma non riuscirono a salvare niente (ANC. 49, 1594, 187-188).

Sulle secche a Capo di Neto
Cotrone, 17 giugno 1594. I mercanti napoletani Fabio Casarano e Francesco Antonio Serrigno noleggiano la barca patronizzata da Nicola Greco di Trapani con l’ordine di recarsi a Gallipoli per imbarcare un carico di olio. La barca parte da Napoli ai primi di maggio 1594 e fa rotta dapprima su Capri : mancano infatti alcuni marinai e prima di intraprendere il viaggio il patrone vuole completare l’equipaggio che oltre a comprendere il patrone, il sopracarrico è composto dai marinai Bartolomeo di Trapani, Antonio Roggeri di Genova, Florio de Pace di Donna Capri ecc. Levate le ancore dopo alcuni giorni la barca arriva a Gallipoli. Qui imbarca 47 botti di olio per conto dei mercanti e 2 barilotti di olio, 26 pezze di formaggio ed una “lancella” di ricotta per il patrone ed il sopracarrico. Giovedì 16 giugno 1594 con il bel tempo la barca lascia Gallipoli ma percorsi circa venti o trenta miglia “si voltarono li venti alli scirocchi” e perciò si ritornò all’isola di Gallipoli. La mattina seguente la barca riparte e va “a pigliare la colla verso Santa Cesarea”.
Avvicinatasi al porto di Santa Cesarea arrivò il vento favorevole di greco e tramontana e così “voltarono et fecero lo caro verso Napoli”. La navigazione proseguì per tutto il giorno di venerdì, la barca avanzava costeggiando per paura dei corsari finche tra le ore cinque o sei della notte non giunse al capo della Lice. Il marinaio di guardia scorse al largo nella penombra un vascello a remi e diede l’allarme. Il vascello subito si diresse sulla barca spiegando le vele e battendo i remi, 16 o 18 banchi. Per sfuggire alla cattura, tutti i marinai cercarono “di dare forza di vele” ma il vascello di remo si avvicinava sempre più finché giunse ad un tiro di artiglieria. Il patrone prese allora la decisione che per salvarsi dalla schiavitù e nello stesso tempo cercare di mettere al sicuro la merce non restava altro che dirigere la prora verso terra. Così vicino a Capo di Neto, a circa due miglia dalla torre marittima di Strongoli, dalla quale nessun aiuto venne se non al far del giorno quando sparò un colpo ai nemici già lontani, la barca si incagliò e l’equipaggio saltò sulla feluca e prese terra e si nascose per la paura nei vicini boschi. Il vascello nemico sia perché vi era una mareggiata, sia per paura di arenarsi nelle secche non accostò ma prese il largo. Al far del giorno l’equipaggio ritornò presso la barca e la trovò arenata e parte piena di acqua ma completa nel carico. Giunse un gentiluomo di Crotone, un tale di nome Giulio Leone, che disse di essere il “luogotenente dell’admirante”. Il patrone gli chiese di aiutarlo a salvare la merce e così tutte le botti e le altre cose furono trasportate a Crotone e poste in un magazzino fuori le mura della città. Di tutta la mercanzia si perse solamente un poco di olio “per lo tormento che hanno havuto nel vascello et per lo carricare et discarricare dele barche et carra per condurre in detto magazeno” (ANC. 49, 1594, 118-121).

Il riscatto non pagato
Cotrone, 2 novembre 1612. Il conte di Melissa, Annibale Campitello, noleggia il galionetto “Santa Maria di Portosalvo, patronizzato dal francese Antonio Ricors, e lo fa venire nello “scaro e marina” di Melissa dove deve imbarcare 2500 tomoli di grano per condurli a Napoli, Capri e Castellamare. Il francese arriva il 29 ottobre 1612 nella marina di Melissa e, imbarcato il grano, se ne veleggia per Crotone dove deve imbarcare dell’orzo. Al vespro del primo novembre riprende il viaggio ma si imbatte in un fortunale e cerca di rientrare a Crotone. Per la contrarierà dei venti non riesce ad attraccare e se ne andò “volteggiando”. La mattina dopo è scoperta da una tartana dei nemici che all’improvviso le uscì contro da Capo Colonne ed è inseguita e catturata con tutto l’equipaggio davanti a Capo Petraro nel mare di Strongoli. I corsari portarono il galionetto a Capo Colonne e mandarono a Crotone un giovane marinaio francese con la richiesta del riscatto che tuttavia non poté essere trattato perché mancò l’assenso dell’autorità. Dopo alcuni giorni durante i quali la tartana nemica catturò altri vascelli, essa con il galionetto ed altri vascelli prese il largo e non fu più vista (ANC. 49, 1612, 53).

Agguato a Capo delle Colonne
Cotrone, 16 giugno 1613. Il patrone genovese Minico Bruno con la sua barca “Santa Maria della Grazia” e con un equipaggio di otto marinai, salpa da Napoli alla volta della marina e porto di Corigliano dove deve caricare 900 tomoli di grano che deve fornirgli Horatio Grisafi. Arrivato a destinazione verso la fine del maggio 1613 e “tirato” la barca nel luogo detto “lo Cupo”, imbarca il grano ed una botte di vino, metà per uso proprio e dei marinai e metà per il governatore di Belvedere. Venerdì 14 giugno con tempo buono e atto a navigare la barca salpa e fa vela con vento prospero per Reggio, Vetere, Castella Mare e Napoli. Domenica verso le cinque essa è al Capo delle Colonne e mentre sta “montando” il capo le venne contro una galeotta di Turchi la quale, spinta anche dalla forza dei remi, cominciòa guadagnare terreno nel tentativo di catturare la barca e di far schiavo l’equipaggio. Il patrone stimando di non potersi salvare, perché la barca era troppo lenta a causa del carico, saltò assieme ai marinai nella barchetta e tentò di raggiungere terra. Arrivato in prossimità della costa, trovò però ad aspettarlo due Turchi, armati “con archi e frecci”, che da terra cominciarono a tirare “petrate e frecciati” per impedire lo sbarco. Dalla galeotta che inseguiva altri Turchi sparavano con gli archibugi. Una palla pigliò alla testa un marinaio che restò morto sul colpo, altri tre marinai furono feriti : uno da una archibugiata al braccio sinistro, un altro da una archibugiata alla mano destra e da una pietra alla testa ed il terzo da una frecciata al braccio e da una pietra alla testa. Anche se “feriti e maltrattati” i superstiti riuscirono a prendere terra ed a fuggire, mentre i Turchi si impossessavano della barca e della barchetta. Alcuni marinai, quelli feriti, presero la via dell’Isola, gli altri ripararono a Crotone dove dalle mura videro che la galeotta aveva fatto vela e si portava la barca “arrimorchiata”, alla quale pure avevano fatto vela, e se la portava con essa alla “volta del mare” (ANC. 108, 1612- 1614, 111-117)

Un buon viaggio
Cotrone, 15 Agosto 1665. Il genovese Stefano Ammirato di San Remo, patrone della tartana “La Madonna del Buon Viaggio”, con un equipaggio di sette marinai, imbarca grano a Crotone per San Remo. Il 15 agosto 1665 col buon tempo lascia il porto e come è sopra il capo delle Colonne una galeotta di Turchi gli viene contro. Cerca allora scampo ritornando ma, impedito, dirige la prua verso terra, circa un miglio e mezzo dalla città. Mentre l’equipaggio lascia la barca e si pone in salvo, dal castello e dalla città si tirano alcune cannonate alla galeotta corsara. Questa rimorchiò la tartana con il suo carico e poiché i marinai erano fuggiti a terra con il loro schifo “li detti turchi” similmente glielo “levarno”, lasciandoli scalzi e nudi (ANC. 253, 1665, 27v-28).

La fine della tartana Muzza
Cotrone, 16 Maggio 1670. La tartana “muzza” del patrone maltese Antonio Icarti, “Sant’Anna e L’anime del Purgatorio” , con nocchiere, timoniere ed alcuni marinai, salpa da Malta in un giorno di marzo dell’anno 1670 con il suo carico di “cojra in pelo, lino, riso, manne di lino e altre minutaglie come sonno berdate, calsetti fostani, salvietti et altre coselle minute”. Attracca dapprima ad Augusta, dove vende un po’ di riso, del telame ed altre piccole merci, poi va alla volta di Messina dove piazza riso, tela, un po’ di lino e dei calzetti. Ripreso il mare, il giorno di Pasqua una “borrasca di venti” la spinge fino a Siracusa da dove il giorno dopo un’altra “borrasca con venti di mezzi giorni e libici” la porta a Crotone. Fermatisi alcuni giorni per smaltire un po’ di merce, tra cui cojra in pelo per 160 ducati, al tramonto del 16 maggio col bel tempo riprende il viaggio per Taranto e Gallipoli. Giunta a notte fonda sopra il capo dell’Alice, i marinai udirono delle “botte” di remi e affacciatisi alla “murata” scorsero due bastimenti che non riuscirono ad identificare “se furno galeotte o lancie”. Come videro che si erano fatti così vicini che quasi “saliano gente sopra” abbandonarono la tartana con lo schifo e per la fretta “non hebbero tempo manco salvarsi i loro vestiti”. Dei due bastimenti, uno restò con la tartana e l’altro li inseguì. “Ma per esser stato scuro scapparno et dallà un poco hanno inteso che sopra detta loro tartana disparavano colpi d’archibuggiate et questa mattina sono venuti in questo porto de Cotrone” (ANC. 253, 1670, 46v-47r).

Il fortunale
Cotrone, 6 Settembre 1670. Il genovese Lorenzo Rapallo, capitano del pitacchio “Il Divino Aiuto” con il suo equipaggio va a Manfredonia ad imbarcare grano per portarlo a Malta. Ricevuto il carico, il 28 agosto 1670, salpa con tempo bellissimo. Dopo tre giorni di navigazione mentre veleggia sopra Roccella “l’uscì innanzi venti di mezi giorni et libici gagliardi et fortunevoli con acqua di cielo et di mare che il mare passava d’una parte a l’altra di d. o Pitacchio”. Fatto consiglio con i marinai, fu deciso che per salvarsi l’unico modo era “far forza di vele”. Così fu fatto e la barca corse ma per la gran forza dei venti e per la tempesta si strapparono le vele e si “trapazzarono” gli alberi. Si “sconciò” anche una falla nella sentina, bagnando parte del carico. La violenza dei venti e la furia delle acque furono così forti che la barca fu costretta a “mozzare” verso il Capo delle Colonne. Giunti sopra il capo, dalla parte di fuori videro una caravella di Turchi che aveva predato due navi veneziane, una con tutto l’equipaggio.
Per paura dei Turchi il pitacchio si rifugiò a Crotone dove giunto al porto fu fatto l’elenco dei danni. Rimasti tre giorni sperando invano tempi favorevoli per proseguire il viaggio, i marinai “hoggi medesimo per non haver possuto partire son stati forzati pigliar prattica et entrare nella città” (ANC. 253, 1670, 103v-104).

La Presa
Cotrone, 10 marzo 1684. Il patrone francese Antonio di Massa con la sua barca grande o “ganga” “San Giuseppe”, “con una vela di cottone latina maestra con due bollacconi vecchi”, imbarca mercanzia a Venezia ed ad Ancona (grano, libri, vetriolo, argento vivo, manna, colore, cristalli, specchi, vetri ecc. ). Assieme ad un altro “vascello grossissimo” di un suo familiare fa vela verso Marsiglia. Giunto davanti a Crotone è avvistato da alcuni patroni di tartane che sono ormeggiate al porto. Vincenzo Carvinello, patrone di una tartana trapanese, scoperta la vela a circa sei miglia al largo, si accorge che è nemica e sprona gli altri patroni ad uscire con i loro legni “a far la presa” ma questi sono riluttanti per la presenza nei vicinanze di un’altra barca di dimensioni notevoli.
Il Carvinello non demorde e ,unitosi ad un patrone catalano, si reca dal castellano ed ottiene il permesso di dare la caccia alla barca nemica. Avuti dal patrone catalano dieci marinai, li imbarca sulla sua tartana e va ad abbordare la ganga. “Giunti che furno l’assaltarno con una scarica di moschetteria e dopo presi l’armi bianchi salirno sopra detta vela che presero et portarno al porto della città de Cotrone”. Consegnata la preda, compresi i marinai e la mercanzia, al castellano, il Carvinello richiede la parte che di diritto gli spetta. Il castellano temporeggia in attesa di ordini ed il tempo passa. Dopo alcuni giorni il Carvinello deve partirsene per Napoli da dove insiste per avere ciò che gli spetta (ANC. 335, 1684, 30-33; 52-59).

Le messe per la Vergine
Cotrone, 23 ottobre 1689. Gio. Antonio Cafiero del Piano di Sorrento, patrone della tartana “Santa Maria del Lauro e San Giuseppe”, noleggia la sua barca al mercante napoletano Paolo Antonio Uberti. Partito da Napoli, il 22 luglio 1689 approda a Capo di Caro e consegna la lettera d’avviso alla persona che deve fornirgli il grano. Il tempo di consegna, stabilito in 15 giorni, non è rispettato e solamente mercoledì 17 agosto il patrone riesce a salpare per Finale. Dopo essere stata spinta da un leggero vento di greco la tartana rischia il naufragio per l’arrivo improvviso di venti “grechi et levanti con tempesta di mare”. Superato il fortunale a circa venti miglia da Ancona arrivano i venti di “tramontana e grechi” e così domenica 21 di agosto la tartana è a venticinque miglia dal capo di Santa Maria dentro il golfo di Taranto. All’improvviso apparvero cinque vascelli turcheschi. La capitana corsara con le vele gonfie dirige su di lei la prua e comincia a darle la caccia. Per sfuggire all’inseguimento i marinai gettano a mare parte del carico ma i corsari non cessano di tirare cannonate, anzi una di queste spezza la gabbia che si “sgarrò et si perdì”. Vedendosi già persi allora “si voltarno con li santi”. Il patrone fece voto di cento messe alla Vergine del Capo delle Colonne ed altre messe si impegnò a far celebrare al suo paese. Frattanto la tartana era giunta a circa quaranta miglia da Crotone ed i marinai pensarono di alzare la maestra così forse avrebbero “scapulato di mano di quelli cani”, i quali non cessavano di bersagliarli con cannonate, moschettate ed archibugiate ma i proiettili pur arrivando alla poppa non facevano danno. Alzata l’antenna della maestra con la vela sciolta, avvenne il gran miracolo. La tartana veloce scivolava con gran facilità. I Turchi li inseguirono fino quasi a tiro dei cannoni del castello ma “come volle Dio si voltarno li tempi alle maestrale” e così “tirarno dentro questo porto tutti quasi illesi et digiuni per non haver possuto haver tempo di pigliar un boccone” (ANC. 336, 1689, 32-34).

Londro sospetto
Cotrone, 27 giugno 1710. Alcuni mercanti di Malta noleggiano il londro “San Giuseppe” del patrone maltese Michele Mercieca. Il 23 marzo 1710 lascia l’isola carico di “zuccaro, cattoni, calzette et altro “ e va ad Augusta ad imbarcare sale. Il patrone si è impegnato a vendere il tutto e con il ricavato acquistare per i mercanti “antenne di bastimenti, tavole, remi, chiodi, acciari et altro”. Completato il carico, si dirige su Brindisi dove colloca parte della merce ; poi fa vela su Ancona dove piazza la rimanente. Con il denaro va a Fiume ed acquista il materiale per i mercanti. Alzate le vele, sosta brevemente a Brindisi, a causa di una tempesta, ed il 16 giugno è sopra capo Ricciuto dove incontra le tartane corsare di Leone di Cesare e Bartolomeo Cafiero, i quali gli fanno segno di andare all’ubbidienza. Salito con alcuni marinai sulla tartana del Cafiero, “con le sciable alle mani e pezzi di funi”, i malcapitati sono percossi. Il corsaro, non soddisfatto, sale sul londro e, presi altri marinai, se li porta nella sua barca e continuandoli “a battere ad uso di bestie”, li costringe a dire che il carico è diretto alla nemica Messina. Impossessatosi così del londro, il corsaro se lo porta dapprima sotto la torre di Scifo, dove lo preda di circa “dodici fasci di acciaro, tre petriere e due cannoni”, poi lo consegna al porto di Crotone al governatore ed al giudice, i quali con i loro mastrodatti e famigli lo sequestrano con tutta la merce rimasta e, tolti il timone e le vele, vi mettono sopra quattro guardie. Il governatore ed il giudice interrogarono i marinai e formarono il processo, i cui atti furono trasmessi alla Regia Camera di Napoli, la quale dopo tre mesi riconobbe che “malamente detto londro era stato predato dai corsari” ed ordinò il dissequestro. Ottenuta giustizia, il patrone chiede il risarcimento delle spese sostenute sia “per haver mandato molti corrieri in Napoli, Reggio e Malta”, sia per aver dovuto mantenere e curare i marinai, sia infine per i danni causati al londro e alla merce. Il londro infatti è malridotto perché una tempesta lo ha sospinto sulle secche del porto e le sue vele, chiuse in un magazzino, sono state “stranciate dalli sorci”. Mancano inoltre “un quartarolo pieno di vino, mezzo barile di pesce salato, un cantaro e mezzo di pane e quattro pezze di formaggio” che si sono presi i corsari e buona parte della merce “per esserci stati molti marioli”. Alla protesta del patrone e dei suoi marinai il governatore ed il giudice “si posero a far fracassi a causa che volevano grosse somme di danari per le loro giornate e , sbattagliato per due giorni, non volevano infine darci più la libertà” (ANC. 611, 1710, 68-71, 97-100).

Una strana amica
Cotrone, 12 maggio 1719. Il genovese Andrea Frogone, patrone della tartana “San Domenico”, noleggia la sua barca al mercante napoletano Giuseppe di Lieto. Egli stipula un contratto a Venezia col procuratore del mercante in cui si impegna ad imbarcare grano nella città di Campo Marino per Reggio e Tropea. Completato il carico delle merci per conto di alcuni mercanti genovesi, egli lascia Venezia e con vento favorevole raggiunge Campo Marino. Imbarcato il grano, il 26 aprile 1719 salpa nuovamente ed il giorno 11 maggio, avendo incontrato vento di scirocco e non essendoci notizia di imbarcazioni nemiche, getta l’ancora sotto la torre vecchia del capo dell’Alice. La mattina dopo la tartana genovese all’improvviso fu assalita da una tartana dulcinotta, la quale essendo grossa e con lo scafo alla napoletana, fu dapprima scambiata dai marinai per amica, anche perché sventolava la bandiera del regno di Napoli. Ma ben presto dimostratasi nemica, anche perché dalla barca sparavano contro di loro, per non cadere in mano ai Turchi, i marinai lasciarono precipitosamente la barca con uno “schiffo” “et per miraculo del S. re Iddio alle tante moschettate e cannonate li furono tirati non pericolò nessuno di loro”. Toccata terra, corsero a rifugiarsi nella torre mentre i Turchi si portarono via la tartana e lo schiffo. Venuti a Crotone e non avendo la patente di salute furono messi in quarantena per ventitrè giorni ed ora “mendicando si vanno scampando la vita” (ANC. 612, 1719, 40v-42r).

Il falso avviso
Cotrone, 3 Giugno 1720. Il patrone Angelo Bianco di Lavagna, riviera di Genova, con la tartana “Giesù, Maria e Giuseppe”, va al porto di Venezia ad imbarcare le merci di alcuni mercadanti di quella città per portarle a Civitavecchia e Napoli. Mercoledì 22 maggio 1720 salpa da quel porto con vento favorevole, due giorni dopo è a Rovigno da dove prosegue con vento prospero fino a domenica. Avendo poi incontrato una burrasca, ripara a Monopoli dove rimane fino alla fine del mese. Passato il brutto tempo, riparte e, giunto al Capo di Santa Maria, mentre lo costeggia chiede ai torrieri se vi era qualche notizia di barche nemiche. Avuta risposta negativa e che “il passo era libero e netto di corsari”, continua il suo viaggio assieme alla tartana del patrone Andrea da Davero di Portofino. Il tre giugno al far del giorno le due tartane sono sopra capo dell’Alice. Fattasi avanti una tartana corsara turca, questa predò dapprima la barca del patrone Andrea da Davero, facendo schiava tutta la gente, poi cominciò a dare la caccia alla tartana del patrone Angelo Bianco, il quale cercò di dirigere la barca verso terra o sopra qualche secca, ma invano.
Dopo quattro ore di inutili tentativi essa dovette essere abbandonata. Per non essere fatto schiavo, l’equipaggio, postosi sopra il battello riuscì a riparare sotto la torre del Cirò, da dove i marinai videro che i corsari se ne andavano portandosi via la loro tartana. Rimasti senza niente, “essi terra terra con il loro schiffo se ne sono venuti in questa città de Cotrone dove miserabilmente si ritrovano” (ANC. 613, 1720, 85-86).

Una vera avventura
Cotrone, 10 aprile 1740. Antonio Paulillo di Conca patrone del pinco “San Francesco Saverio e l’Anime del Purgatorio”, stipula un contratto col mercante napoletano Nicola Pedimonte, per andare a Trani a imbarcare una partita di grano. Caricata la merce, il due aprile 1740 col maestrale lascia Trani per Livorno e Genova, luoghi di consegna. Per tutta la giornata veleggia in convoglio con altri bastimenti, sospinto da venti favorevoli. Verso sera, essendo mutato il tempo, decide di gettare l’ancora a Santo Stefano presso Monopoli. All’alba col ritorno del maestrale, riprende il viaggio e dopo tre giorni è a capo Spartivento. All’imbrunire sta per doppiare il capo con venti di ponente e di libeccio, quando ad un tratto i marinai si accorgono che dal largo arrivano due bastimenti con vele latine, che ben presto riconoscono per corsari barbareschi. Per sfuggire alla schiavitù, alzate le vele del trinchetto, essi dirigono il pinco verso terra sotto Bracaleone. ”Vedendosi ostinati detti nemici”, per non lasciarsi predare, i marinai mandano la barca sulle secche e, scesi con le armi in pugno, cominciano a difenderla. I corsari si avvicinarono quanto più poterono e cominciarono a tirare cannonate. Al frastuono accorse un buon numero di paesani, i quali, unitisi ai marinai, difesero con tanto vigore il pinco che i barbareschi, che avevano allestito due lance per impossessarsene, furono costretti a recedere, anzi, visto inutile ogni tentativo, ripresero il largo. Venuto meno il pericolo, i marinai cercarono di disincagliare la barca. Per fare ciò furono costretti a buttare a mare “il focone, una botte di vino, una botte di acqua, legni, un pennone di barca e alcuni quartaroli pieni di vino”. Poiché ogni sforzo risultò vano, aprirono il boccaporto e lo alleggerirono di circa 250 tomoli di grano. Così riuscirono nell’impresa e, accomodato alla meno peggio lo scafo, che faceva acqua, stavano per salpare. Ma “qui non finirono le loro disgrazie”. Mentre nella notte fervono i preparativi per la partenza, due barche “pescareccie” si accostano. Più e più paesani, di quelli che poco prima erano accorsi in loro difesa, “senza aver mira al loro caso miserabile”, depredano il pinco di “circa tomola cento di grano, cantara sette di biscotto, la propria bandiera di detto bastimento, cappotti e panni di diversi marinai, una statela, alcune accette, cortellacci, una mazza di ferro, due gaviglie di ferro “ e tutto ciò che era in coperta e che apparteneva ai marinai, i quali, “avendosi risentito” li cominciarono pure a battere e percuotere con le loro scopette. Non soddisfatti si presero anche undici scopette e tutti gli oggetti del patrone, compreso un “giaberghino” che conteneva la patente di sanità e le lettere di spedizione della merce. Poiché al largo si vedevano ancora le vele dei corsari, i marinai decisero di sostare ancora un po’ ma poi “mossasi una borasca di forti venti di libecci, non potendo ivi mantenere, fecero vela alla volta di questo porto di Cotrone”, dove non avendo documenti sono posti dai deputati della pubblica salute in isolamento (ANC. 854, 1740, 32-34).

Turchi a Capo Bianco
Cotrone, 12 luglio 1740. I Turcheschi sbarcano di notte da due galeotte a Capo Bianco, fanno schiave due persone ed avanzano fino quasi le mura di Isola, ma devono fuggire perchè i cavallari hanno dato l’allarme. Ripreso il mare il giorno dopo catturano sopra capo Ricciuto una marsiliana ragusea e sopra Le Castelle il pinco “La Madonna del Rosario e S. Michele Arcangelo” del napoletano G. Massa, i cui marinai si mettono in salvo col barcone (ANC. 840, 1740, 6)

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