L’origine di Petronà

Petronà

Petronà (CZ).

L’origine dell’abitato di Petronà è legata alle vicende del convento domenicano di Santa Caterina di Mesoraca.
Fondato nel 1490 per volontà dei cittadini sotto il titolo di Santa Caterina (1), alla fine del Cinquecento è annoverato tra i tre conventi domenicani esistenti in diocesi di Santa Severina (2). Nell’ottobre del 1652 risulta nell’elenco dei piccoli conventi che devono essere chiusi, in quanto non ha i requisiti richiesti dalla Costituzione di Innocenzo X (3). Soppresso il convento, rimase la chiesa con annessa una confraternita laicale (4).

Origine del villaggio agricolo
In seguito i cittadini e l’università di Mesoraca fornirono i mezzi per riaprire il convento. Questo avvenne dopo un periodo di funeste annate, caratterizzato dall’epidemia del 1671/1672 e dalla sterile annata 1673, che avevano ridotto la popolazione a solo 1832 abitanti. Seguirono i raccolti rovinati dalla siccità e dalle cavallette dal 1678 al 1680. Per poter costituire una dotazione al convento, tale da poter mantenere i sei frati, come previsto dalla bolla papale, nel 1681 l’università di Mesoraca inviava una supplica al Vicerè per la convalida della cessione della difesa denominata Pietronà: “Il sindaco et eletti della terra di Mesuraca in Prov. di Cal. Ultra humilmente rappresentano a V. E. come in virtu della bolla pontificia fu soppresso nell’anni passati un convento de Padri Domenicani posto in detta terra sotto il titolo di S.ta Catarina Verg. Mart. Il tutto per l’insufficienza dell’entrate e perché la cittadinanza di essa terra con la soppressione di d.o convento sì è vista priva dell’aggiuti spirituali e temporali have costituito in particolare diverse annue rendite al detto convento reintegrando quali non essendo sufficienti per la manutentione dei Padri stabiliti in detta bolla. L’universita di detta terra e suoi cittadini previo publico regimine l’have assagnato una Difesa nominata Pietronà, la quale è di puoco frutto alla detta università e suoi cittadini e di qualche commodo al detto convento reintegrando”. Tale donazione, secondo l’università, era urgente per implorare il perdono divino in quanto “hoggi se ne scendono contrari gl’effetti la onde il S. Iddio giustamente sdegnato per li nostri peccati e misfatti c’ha mandato tanti castighi e flagelli”. La supplica poteva inoltre contare sull’assenso dell’arcivescovo di S. Severina Carlo Berlingieri, il quale acconsentiva il ritorno dei padri Domenicani nella chiesa di Santa Caterina di Mesoraca (5). Essa fu accolta e perciò fu stipulato un atto col quale i frati si impegnavano ad insegnare gratuitamente le scienze ai giovani cittadini e ad restituire la difesa nel caso che non mantenessero tale obbligo, o che cessassero di abitare in quel convento (6). I confini della difesa saranno così descritti: “confinava con il fiume Potamo nel luogo detto Macchia della Pipita, con il vallone delle Differenze o passo dell’Accucchiaturu, con il vallone detto Cilona, vicino la fontana detta del Sambuco, con l’aia detta delle Differenze, con la gabella detta il Panchicello, con la gabella detta Nunziatella ed Acqua Vona, con la via pubblica, con il fiume Vasari, con il torrente Calcarula , con la difesa di Manulata, con la strada che da Petronà portava alle montagne, con la difesa di Giove, con le sorgenti del fiume Potamo e di nuovo con il passo della Pipita” (7).

Formazione dell’abitato
Lo stesso arcivescovo nella relazione dell’ottobre 1685 affermava che nella sua diocesi vi erano cinque “oppida” (Rocca Bernarda, Cutro, Policastro, Mesoraca e Rocca di Neto), due “castra” (San Mauro e Altilia) e cinque “pagi” ( Scandale, Cotronei, Reyetta, Marcedusa e Petronà) ed aggiungeva che il villaggio di Petronà era stato da poco abitato e che non aveva ancora una sua chiesa arcipretale (8). All’inizio del Settecento il Mannarino nella “Cronica” fa un breve cenno al “feudo de’ Padri Domenicani chiamato la difesa di Petronà (che)in atto si sta populando” (9). Pochi anni dopo il villaggio, anche se piccolo, è già formato con alcune abitazioni ed una piccola cappella. L’arcivescovo Nicolò Pisanelli nel 1725 così lo descrive: “Nelle vicinanze di questi villaggi (Arietta e Marcedusa) recentemente è sorto un piccolissimo villaggio, dove si sono riunite ad abitare alcune famiglie, che in tutto assommano a 123 abitanti. Parte abitano in tuguri e parte in case rustiche. Provvisoriamente è stata edificata, anche se non completamente, una sacra edicola per la comodità della plebe. La cui cura per le funzioni sacre è stata assegnata ad un economo, da me scelto. In seguito, a seconda di come si evolverà la situazione, agirò di proposito”. Il Pisanelli faceva poi presente che vi erano nel convento di S. Domenico di Mesoraca cinque religiosi, che godevano di rendite più che sufficienti. Infatti dopo la soppressione il convento era stato reintegrato sia da alcuni cittadini, che avevano offerto delle terre, sia dall’università, che aveva dato una continenza di terre di rendita elevata. Quest’ultima donazione tuttavia era gravata dalla condizione, che tra i religiosi stabili nel convento ce ne fosse sempre uno idoneo ad istruire nelle arti liberali i giovani del luogo. Qualora ciò non avvenisse, era compito dell’ordinario di sopprimerlo e di restituire all’università la difesa. Poiché questa condizione era stata violata, più volte i cittadini e l’università di Mesoraca si erano rivolti all’arcivescovo, facendo presente di essere stati imbrogliati, in quanto i domenicani non rispettavano quanto concordato. Non vi era stato infatti quasi mai nel convento un religioso destinato per educare i giovani del luogo, perciò l’università premeva per sopprimere il convento e l’arcivescovo era indeciso sul da farsi (10).

Gli abitanti
Popolarono il luogo braccianti e massari dei paesi vicini, i quali dapprima presero in fitto e coltivarono le terre dei domenicani ed in seguito ne ottennero parte in enfiteusi. Ciò avvenne poco prima della metà del Settecento, quando i domenicani per paura di dover ritornare le terre all’università e colpiti sia dalle tasse che dall’incertezza dei raccolti, decisero che era meglio non amministrare più direttamente la difesa, ritenendo più proficuo e più sicuro darla in enfiteusi ai coloni del luogo. In tale modo l’università di Mesoraca si sarebbe trovata a fronteggiare i numerosi coloni di Petronà, che di fatto erano divenuti dei piccoli proprietari, e nello stesso tempo i domenicani avrebbero potuto contare su una rendita annua sicura e certa, anche se minore, che il contratto enfiteutico assicurava. Per effetto di tali atti il villaggio che prima era abitato per la maggior parte da una popolazione migrante, che si spostava a seconda del ciclo agrario e pastorale, cominciò a consolidarsi. I numerosi coloni, che avevano stipulato il contratto di enfiteusi, poterono essere sicuri su un possesso duraturo e divennero ad ogni effetto dei proprietari di piccoli fondi, con la possibilità di migliorarli e valorizzarli con colture durature. La formazione di una piccola proprietà permise la permanenza in luogo di numerose famiglie, che formarono un ceto locale stabile (11).

La chiesa parrocchiale
Anche per tali motivi col passare del tempo il villaggio aumentò di popolazione. Situato in territorio di Mesoraca era soggetto per il secolare ai feudatari di Mesoraca, mentre per lo spirituale faceva parte della diocesi di Santa Severina. Dai 123 abitanti segnalati nel 1725, nel 1744 essi erano aumentati a 143; nel 1756 erano circa 300. L’arcivescovo Carmine Nicola Falcone (1743 -1759) poco dopo il suo insediamento ci informa che gli abitanti abitavano ancora parte in tuguri e parte in case rustiche. Vi era un unico sacerdote ed era stata completata l’edicola sacra per la comodità del popolo, della cui cura nella amministrazione dei sacramenti spettava ad un economo di nomina arcivescovile (12). Alcuni anni dopo così lo stesso arcivescovo descriverà il villaggio: “Tra i paesi della diocesi è compreso il villaggio comunemente chiamato Petronà nelle pertinenze della terra di Mesoraca, popolato da pochissimi abitanti, provenienti dai luoghi vicini, che non superano il numero di trecento. Qui non era presente alcun sacerdote, nessuno che avesse cura delle anime, a causa della poca quantità di decime, nessuno che lo sostituisse, poteva contare su uno stipendio sicuro. Perciò nelle cose spirituali dipendeva dall’arciprete del villaggio di Arietta, distante da Petronà circa tre miglia, il quale ogni domenica e nei giorni festivi surrogava il sacerdote che doveva celebrare nella piccola edicola colà costruita. Non c’era nella chiesa il tabernacolo con le specie eucaristiche per gli infermi; quando c’era necessità di ciò bisognava chiamare un sacerdote da Arietta ed aspettare uno o due giorni, che il sacro fosse portato qui o in una borsa o qui arrivato, fosse fatta una funzione divina, per la consacrazione delle particole, da portare agli infermi. Perciò succedeva, che a volte gli ammalati morivano senza aver ricevuto il viatico. Per quanto riguardava la fonte battesimale bisognava portare i neonati alla chiesa di Arietta, per poterli battezzare. Per tale motivo accadeva che, intrapreso il viaggio, sia per l’eccessivo freddo in inverno, sia per il forte calore d’estate, a volte i piccoli, invece di ricevere il salutare lavacro, morissero. Per ovviare a questa situazione e pensare alla salute delle anime, fu mia cura, che rinnovata dapprima la chiesa e portata in forma più grande, fosse munita sia del ciborio con il pane eucaristico, per coloro che stavano per morire, sia del battistero per battezzare gli infanti” (13). Nonostante questi interventi tuttavia non vi era ancora in paese un sacerdote residente, che esercitasse la cura di quei parrocchiani in modo continuo.
L’arcivescovo Antonio Ganini (1763 -1795) troverà che Petronà aveva 400 abitanti ed era retto ancora dall’arciprete di Arietta. Situato sopra un monte era non molto distante dal villaggio di Arietta, al quale ecclesiasticamente era unito, anche se lo superava di molto come popolazione; infatti Arietta contava solo 143 abitanti. Nel 1765 aveva un’unica chiesa sotto il titolo di San Pietro Apostolo, che era retta dallo stesso arciprete di Arietta, il quale in quell’anno era l’arciprete curato D. Antonio Venere (14). Questi nei sei mesi estivi risiedeva a Petronà e nei sei mesi rimanenti a Arietta. Nei mesi in cui era assente da uno dei luoghi sotto la sua giurisdizione, il sacro era amministrato da un vicario curato o da un economo. Allora nell’unica chiesa era conservata la SS. Eucarestia e vi erano la fonte battesimale e i sacri oli, nello stesso modo di come si trovavano nella chiesa di Arietta. Non era più necessario, come avveniva in passato, trasferirli da uno all’altro luogo con grave pericolo per la salute delle anime. Nella chiesa di Arietta c’erano tre altari: il maggiore era provvisto del necessario dall’arciprete mentre gli altri due erano mantenuti dalle elemosine degli abitanti devoti (15).
Nel 1783 Petronà conta 656 abitanti. Scosso dal terremoto, “la chiesa e le fabbriche (furono) gravemente lesionate” (16), anche se “non caddero edifici e non morì alcuno” (17).
La chiesa fu sul finire del secolo riparata. I lavori durarono due anni. Furono eseguiti con il contributo e con l’aiuto materiale della popolazione ed era arciprete Domenico Paoletti, come ricorda l’epigrafe datata 1799 posta all’ingresso dell’edificio (18).
Allora il villaggio contava 874 abitanti e continuava ad essere feudo di casa Altemps, come lo era stato alla sua origine (19). La chiesa subì altri danni dal terremoto del 1832. Il sindaco ancora alla metà dell’Ottocento sollecitava la riparazione della chiesa parrocchiale. Cosa che avvenne in quegli anni come si rileva da due brevi di Pio IX. Il 4 settembre 1857 il papa, accogliendo la supplica di Felice Tallarico, concedeva che l’altare dedicato a S. Pietro Apostolo nella chiesa parrocchiale di Petronà fosse privilegiato ogni giorno per un settennio (20). Poco dopo, il 18 dicembre dello stesso anno, veniva accolta anche la supplica del vice arciprete Serafino Rizzuti e concesso lo spesso privilegio all’altare di S. Andrea Apostolo (21).

Note

1. Fiore G. Della Calabria cit., II, 294.
2. “Quanto a quelle di regolari in la detta città (S. Severina) vi sono dui conventi, uno del ordine di predicatori, l’altro conventuale di San fran.co; Alla rocca bernalda vi è un convento di S.to fran.co di Paula, à Misuraca dui conventi uno di predicatori, e l’altro di Capuccini, et unaltro fora misuraca di Zocculanti, In policastro fora della terra, vi è lo convento di Zoccolanti, in cutri vi è un convento di predicatori, alla rocca di neto vi è un convento di S.to Agostino”, Visitatio aplica Sanctae Severinae 1586, S. Congr. Concilii Visit. Ap. 90, ASV.
3. Russo F., Regesto, 36845.
4. “Praeter supradittas tres ecclesias parochiales sunt in ditta terra aliae decem ecclesiae, quarum tribus SS.mae Annunciationis, Purificationis B. Mariae Virg. Et Sanctae Catarinae Virg. et Mart., sunt annexae tres confraternitates laicales”, Rel. Lim. S. Severina., 1675.
5. Provv. Caut. Vol. 245, f. 193 (1681), ASN.
6. A causa del terremoto del 1783 il monastero fu soppresso ed il comune di Mesoraca in seguito rivendicò il possesso della difesa Petronà, Bollettino delle sentenze n. 192, 30 giugno 1810, p. 1473.
7. Spinelli F., Le origini di Filippa, Crotone 1997, pp. 50-51.
8. Rel. Lim. S. Severina., 1685.
9. Mannarino F. A., Cronica della celebre ed antica Petelia detta oggi Policastro, manoscritto, f. 100v.
10. Rel. Lim. S. Severina., 1725.
11. Nel 1746 la difesa di Petronà venne concessa in enfiteusi dai domenicani e 32 coloni che abitavano la località, Spinelli F., Le origini cit., p. 52.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1744.
13. Rel. Lim. S. Severina., 1756.
14. Morto Bartolomeo Scalzi, era stato nominato dapprima Gio. Battista Talarico e poi nel febbraio 1761 era subentrato nella chiesa parrocchiale ed arcipretale di Arietta e di Petronà Antonio Venneri , Russo F., Regesto, 64295, 64326, 64814.
15. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
16. Vivenzio G., Istoria cit., p. 325.
17. De Leone A., Giornale, e notizie de’ tremuoti accaduti l’anno 1783, Napoli 1783, p.134.
18. Scalzi F., Petronà, Soveria Mannelli 1981, p. 52.
19. Alfano G.M., Istorica descrizione cit., p. 108.
20. Russo F., Regesto, 78549.
21. Russo F., Regesto, 78645.

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