Il convento dei domenicani a Caccuri

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Caccuri (KR), Santa Maria del Soccorso.

Il convento dei domenicani di Santa Maria del Soccorso di Caccuri, diocesi di Cerenzia, era situato a circa un quarto di miglio dall’abitato “in strada libera, pubblica e pratticata”.

La fondazione
Esso fu fondato ed eretto per opera del frate Andrea da Gimigliano nel 1518 col consenso e su richiesta dell’università di Caccuri e con conferma ottenuta l’anno dopo da papa Leone X.
All’atto di fondazione furono stabiliti alcuni patti e condizioni tra il frate da una parte e l’università e gli abitanti di Caccuri dall’altra. L’università si impegnò a fornire il terreno su cui doveva sorgere l’edificio, a sostenere alle spese di costruzione, imponendo una tassa su alcuni generi alimentari (carne e pesci), che doveva essere gestita dai frati, ed a fare edificare a sue spese due calcare per procedere e facilitare i lavori. Essa inoltre promise di intercedere presso il feudatario del luogo, il duca di Castrovillari e conte di Cariati Giovan Battista Spinelli, in modo che i frati potessero ottenere il permesso di fare una difesa nelle terre comuni, la qual cosa avrebbe fornito ai religiosi le entrate sufficienti per poter vivere. Il frate da parte sua si obbligò ad andare personalmente a Roma, a spese però dei cittadini ed assieme con una persona scelta dall’università di Caccuri, per ottenere in San Giovanni Laterano le bolle per l’apertura del monastero. Una volta avute le debite concessioni e riconoscimenti il frate sarebbe andato ad abitare nel convento da costruirsi con due o tre altri frati. Il tutto si rileva da una relazione della metà del Seicento, che riporta parte degli accordi: “In primis promette detto sindico et universita allo predetto frate Andrea donarli libero espedito tanto terreno in loco detto lo casale che si possa construire detto monasterio secondo la qualità della terra cioè donarli l’horto di Filippo Piluso quale fu di Guglielmo Sproveri e la via pubblica che va all’Aruso e quell’horto confine a detta via che è dell’heredi del q.m Carlo di Martino ch’in detto terreno e loco secondo è stato designato per esso et altri gentilhuomini di detta terra possa construire et edificare il detto monasterio di S.ta Maria del Soccorso. Item promette detta università ut supra concedere a detto Padre e monasterio ut supra che si metta uno tornese per rotulo di carne e pisi che si venderanno allo cippo e che detta gabbella la possano vendere e riscotere li procuratori che si constituiranno in lo detto monasterio e quello che vi prevenira si metta a riparo di detta chiesa e monasterio. Item promette detta universita et huomini ut supra per augumento et avanzo dello detto monasterio intercedere con l’eccel.mo Sig.r Conte voglia concedere che si possa fare una difesa in li comuni di detta terra della quale possa vivere detto monasterio e frati che vi staranno. Item promette detta università far fare due calcare dalle quali si possa fabricare detto monasterio. Item a converso promette il detto frate Andrea andare personaliter a Roma ad ottenere le bolle del detto monasterio da San Gio. Laterano una con un altro di detta terra eligendo per essa a spese di particolari quali hanno promesso a detto frate Andrea e dopo ritornato in salvamento con le speditioni promette venire a stare in detto monasterio fiendo e portare due o tre altri frati con esso”.
Non passa molto tempo e nel 1520 è posta la prima pietra del convento, che è benedetta da Gaspare de Murgiis, in quell’anno vescovo di Strongoli e vicario generale della chiesa metropolitana di Santa Severina (1).
Il convento di San Domenico fu in questi primi anni arricchito da Salvatore Rota, abate commendatario del monastero di San Giovanni. Nella chiesa intitolata a “SANCTAE MARIAE SUCCURRENTI MISERIS –1515 “, come si legge nell’arco a tutto sesto, scritta che ci fa notare che la costruzione dell’edificio è preesistente alla data del riconoscimento del convento, ancor oggi si può notare sull’altare maggiore la statua della Vergine con l’iscrizione “MISERIS SUCCURRENTI ABBAS ROTA A.D. 1542”. Uno stemma gentilizio nella facciata ed iscrizioni con le date 1533 e 1544 ci informano dei benefattori ,che resero possibile la costruzione del convento. Nei primi anni del Seicento il vescovo di Cerenzia, Fra Filippo Gesualdo (1602-1619), in una sua relazione così si esprime: “Vi sono nella mia diocesi due luoghi di religiosi, l’uno di padri domenicani, con numerosi competenti e l’altro di padri conventuali di San Francesco, entrambi in buona fabbrica, e quelli e questi vivono con esemplarità e frutto” (2). Il successore Maurizio Ricci (1619-1626), lo descriverà “ricco et insigne di fabrica ove stano dui sacerdoti” (3). Lo stesso vescovo per la salubrità del luogo vi trascorrerà nel 1626 gli ultimi giorni della sua vita (4).
Una relazione della metà del Seicento ci fornisce una descrizione particolareggiata dello stato e delle proprietà dei domenicani di Caccuri. Allora nel convento vi erano tre sacerdoti e due conversi: il priore e lettore fra Crisostomo Colleri di Cosenza, i frati Francesco Greco da Montalto e Tommaso Mingrone da Pietrapaola ed i professi Domenico Parise da Celico ed Agostino Santoro da Cerisano.
“Ha la chiesa sotto il titolo et invocatione di S.ta Maria del Soccorso è di struttura in quadro serrato consistente da un lato la chiesa di palmi sessanta di lunghezza, trenta cinque di larghezza e trenta cinque d’altezza con il suo coro serrato con l’intempiata organo soprapopulo et ornata di più cappelle. Dall’altri tre lati tre dormitorii a incorcione della chiesa nella parte superiore de quali uno è rasignato per infirmaria e l’altri due continenti sette camere per ciascheduno per habitationi de frati. Nella parte inferiore di detti dormitorii vi è la sacristia capitolo e refettorio et otto altre stanze rasignate per diverse officine. Dentro il chiuso quadrato del detto monastero v’è il chiostro del quale la mettà è finito et il resto principiato di presente”.
Il convento quindi si trovava alla metà del Seicento incompleto tanto che, per finire la costruzione del chiostro e del campanile, secondo i frati abbisognavano almeno duecento scudi di Roma e, poiché a dir loro il convento non aveva molte rendite, ci volevano più o meno dieci anni.

La situazione economica
Dalla relazione, inviata dai frati il 10 marzo 1650 in occasione della pubblicazione in Roma il 22 dicembre 1649, della Costituzione di Innocenzo X, veniamo a conoscenza che il convento possedeva: lo “ius arandi” su trecento tomolate di terra, sette vigne, quattro case, tre mulini, sette territori a pascolo ed a querceto, sette orti con piante da frutto e celsi, cinque oliveti, cinque castagneti, trecento capre, quindici porci ed esigeva diversi censi annui ed elemosine. Nonostante tutte queste proprietà esso risultava in difficoltà finanziarie. Ciò era quanto risultava dalla media tra le entrate e le uscite annue degli ultimi sei anni, come era richiesto nella Costituzione innocenziana. L’indebitamento, a parere dei frati, era dovuto a svariate cause: le terre erano state solo in parte affittate perché gli abitanti di Caccuri avevano dovuto far fronte ai danni del terremoto ed ad annate rovinose; i mulini non avevano macinato in quanto “diruti”; le vigne , gli oliveti ed i castagneti avevano piccola estensione e le ultime sei annate, prese in considerazione, erano state le più sterili da molti anni a questa parte.
Ad aggravare la situazione erano da aggiungere alcune spese: le 1020 messe all’anno che i frati erano costretti a fare celebrare, i consueti lavori alla chiesa ed al convento, le spese di culto (suppellettili, cere, vini, ostie ecc.). C’era poi il vitto ed il vestiario per i frati che per ciascun frate comportava una spesa annua di 32 scudi, il vitto ed il salario ad un “famulo” (24 scudi), il mantenimento di una bestia di stalla per servitio del convento (8 scudi), ecc. Così ai circa 255 scudi di entrata provenienti per il 55% dagli “orti e alboreti”, per il 19% dai “terreni, case e molini”, per il 18% dal “frutto del bestiame”, per il 5% dagli “oliveti e castagneti” ed per il restante 3% dalle elemosine, si contrapponevano i circa 272 scudi di uscita (il 67% per “vitto e vestito”, il 15% per “viatici, visite ed altro”, l’8% per “risarcimenti e sacrestia”, l’8% per “biancherie ed altri straordinarii” ed il rimanente 2% per “spese di contributioni” ed oneri vari) . L’indebitamento medio annuo era quindi di scudi 17, ai quali erano da aggiungere i 200 scudi per portare a termine la costruzione del convento e del campanile ed altri 30 scudi per debiti contratti per diverse cause che i frati dovevano saldare entro il mese di settembre di quell’anno (5).

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Caccuri (KR), processione della Vergine del SS.mo Rosario agli inizi del Novecento (foto G. Tallarico).

Soppressione e riapertura
Poiché i frati del convento erano inferiori al numero di sei ed essendo il convento in passivo, esso fa parte della lista emanata il 24 ottobre 1652 dei piccoli conventi domenicani che secondo la Costituzione di Innocenzo X devono chiudere. Non passa molto che il 26 febbraio 1654 è tra quelli che possono riaprire (6).
Tuttavia a causa di queste vicende il convento subì seri danni, tanto che anni dopo i frati dovettero richiedere l’intervento papale. Clemente X nel gennaio 1675 ordinava all’arcivescovo di Santa Severina e al vescovo di Cariati e Cerenzia, o ai loro vicari, di intervenire a favore del priore e dei frati, affinché fossero immessi nuovamente in possesso dei canoni, dei documenti, dei libri e degli oggetti sacri che a loro legittimamente spettavano, ma ne erano stati privati ed usurpati (7).
Non avendo il numero previsto di sei religiosi “di matura età e di provata vita”, come previsto dalla bolla di Innocenzo X, ed impoverito a causa delle usurpazioni e delle cattive annate, il convento rimase dapprima sotto la giurisdizione del vescovo di Cerenzia. In tale situazione lo troviamo al tempo del vescovo Geronimo Barzellino (1664-1688), il quale così si esprime: “In tutta la diocesi ci sono solo quattro piccoli conventi di regolari dei quali tre per la riduzione delle entrate non hanno il numero di sei religiosi, perciò sono sotto la mia giurisdizione; il rimanente sebbene abbia il numero prefissato, non essendo i frati di matura età e di provata vita, come prescrive la bolla di Innocenzo X, è anch’esso sotto la mia giurisdizione” (8). In seguito riacquistò la sua autonomia. In tale stato era già all’inizio del vescovato di Carlo Ronchi (1732-1764): “A Caccuri c’è il monastero dei domenicani; poiché vi è il prefissato numero di religiosi e vige la regolare osservanza, non è soggetto alla giurisdizione dell’ordinario” (9). Durante il Settecento il convento fu favorito dai feudatari del luogo, i duchi Cavalcanti, i quali lo arricchirono di numerose opere d’arte e di oggetti sacri, dapprima con Antonio Cavalcanti (1694-1709) (10) poi con Marzio (1709-1752) e Rosalbo (1752-1781). Nel 1769, essendo duca di Caccuri Rosalbo Cavalcanti, il convento è ritornato agli antichi splendori, contando ben dodici frati di famiglia (11). Alcuni anni prima e precisamente nel 1751,come evidenzia un’iscrizione, a sinistra e vicino alla chiesa era stato fondato l’oratorio dei Cavalcanti, dedicato alla Vergine del Rosario. La cappella fu in questi anni oggetto di abbellimenti e di restauri soprattutto ad opera del fondatore Antonio Cavalcanti, fratello del duca e figlio primogenito di Marzio, il quale rinunciò alla successione e divenne cavaliere di Malta (Il soffitto ligneo con dipinta la Vergine contornata da quattro medaglioni porta la data 1753). Il convento fu soppresso nel 1809 durante il Decennio francese. Allora aveva un solo sacerdote ed un laico (12). Con la Restaurazione, al tempo del Regno delle Due Sicilie, fu riaperto nel 1833 dai francescani riformati, che vi rimasero fino alla definitiva soppressione, avvenuta poco dopo L’Unità d’Italia. L’edificio divenne dapprima proprietà comunale e poi fu venduto nel 1865 all’onorevole Giovanni Barracco, che adibì sia il convento che la chiesa ad altri usi.
Nel 1938 è così descritto: Chiesa della Riforma, già dei PP. Domenicani; facciata con decorazioni scolpite in pietra, portale arcuato con bassorilievi, rosone a ruota, due stemmi laterali (sec. XVI), interno con soffitto ligneo cassettonato (sec. XVIII), cappella dei Cavalcanti con esterno architettonico in pietra, arcata, paraste, architrave, stemma (sec. XVI), altare ligneo con fastigio architettonico, colonne, statue (sec. XVII), altare di S. Lucia, nella navata, ligneo integliato (sec. XVIII), altare di S. Antonio (sec. XVIII), pulpito e scanni corali in legno intagliati (sec. XVIII). Proprietà Barracco (13).

 

Note

1. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 512-515, Arch. Segr. Vat.
2. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1605.
3. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. ,1621.
4. Russo F., Regesto, VI, (29602)
5. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25 cit.
6. Russo F., Regesto, VII (36845), (37232).
7. Ruso F., Regesto, VIII (43271)
8. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen. , 1667.
9. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1733.
10. Clemente XI, accogliendo la supplica, concede con un breve in data 27 giugno 1704 al duca di Caccuri Antonio Cavalcante e alla moglie Laudomia di Gaeta di poter costruire un oratorio privato, Russo F., Regesto, IX (50285).
11. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1769.Nel settembre 1766 era priore Vincenzo Maria Gargani di Napoli e lettore Giacinto Greco di Amantea, Reg. Ud. Prov. Fs. 21, fasc. 263, f. 10, A.S.CS.
12. Caldora U., Calabria Napoleonica 1806-1815, Napoli 1960, p. 220.
13. Ministero della Educazione Nazionale, Elenco degli edifici monumentali, Catanzaro – Cosenza – Reggio Calabria, Roma 1938, pp. 27 –28.


Creato il 18 Febbraio 2015. Ultima modifica: 13 Luglio 2017.

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