La torre di Trepidò. Il baiulo di Cotronei

Taverna (CZ), Torre Rinosi (da ilbarattoloecotronei.it).

L’esistenza di una torre ad uso colonico in località Trepidò è testimoniata da alcuni documenti della metà del Seicento. Essa aveva, come altre simili, la funzione di porre al riparo la vita ed i beni dei proprietari in un ambiente particolarmente difficile e pericoloso.

Nel 1651 su richiesta dell’abbate di Santa Maria di Altilia, D. Gregorius Ricciuto, il papa Innocenzo X inviava il sacerdote Paolo Pozella, in qualità di commissario, ad investigare sulla violazione perpetrata dai baglivi di Policastro ai diritti ed alla giurisdizione dell’abbazia. L’abbate aveva affittato a pascolo il territorio appartenente all’abbazia detto Trepidò. I baglivi, per poter riscuotere delle tasse sul pascolo, avevano carcerato alcune vacche, che vi pascolavano, conducendole a Policastro. Per riaverle i proprietari avevano dovuto sborsare una grossa somma di denaro, mentre una vacca, delle quattordici che erano state incarcerate, non era stata più restituita.

Per verificare la denuncia, inoltrata dall’abbate Ricciuto, il 26 settembre 1651 il Pozella fece convocare alcuni testimoni, ed il 26 settembre 1651, nel monastero di San Giovanni in Fiore, incominciò ad interrogarli. Dagli atti formati per il processo si evidenzia la presenza di una torre in località Trepidò ed il nome dei suoi proprietari, che allora erano i fratelli Giulio ed Antonio di Chiara.

L’inchiesta

“Abbas monasterii Sanctae Mariae d’Altilia et sanctae sedis Ap.licae delegatus ad tuendum iura et jurisdictiones dicti monasterii et abbatiae, D. Paulus Pozella sacerdos et in p.nti informatione Commissarius.

In monasterio Sancti Joannis in flore die 26 mensis settembris 1651 coram ad D. Paulo Pozella comm.m in hac p.nti inform.ne Honoratus Curcio de terra Sancti Ioannis in flore aetatis suae annor. quinquaginta ut ipse dixit et eius aspettu apparet testis quo iuravit tactis corporaliter scripturis esaminatus p.nti informat.ne toto facto et causa quid quid inde sciret et che dica la verita per extensum

Interrogatus che arte fa

R. Padre io sono nella guardia delle bacche di Madamma Geronima la Cava nel territorio della Badia di Altilia loco d(itt)o San Duca seu tripidò.

Int.s Come passa la carcerat(io)ne delle bacche fatta dalli baglivi di Policastro che in d(itt)o luoco le pigliorno.

R. Padre io so che venne Carlo Scandale, Antonio Tuscano et altri in detto territorio e proprio vicino la torre del Sig.re Giulio et Ant(oni)o di Chiara, et hanno pigliato carcerato quattordici bacche di Andrea Scavello et le hanno portati a Policastro et ne hanno estorto grossa somma di denari con havervi ancora ritenutosi una bacca et non ne hanno restituito più di trideci

Int.s Chi altro può deponere questo

R. Padre lo può deponere Pietro Gio. Pignanello alias Cola Trunso che è p(ro)prio baccaro D’Andrea Scavello li furno pigliati li quattordici bacche et anco lo può deponere Pietro Fran.co Oliverio figlio di Dianora e Carlo che di Carlopoli ma non mi ricordo la casata

Petrus Ioannes Pignanellus alias Cola Trunso aetatis suae ut dixit annorum sexaginta et eius aspectu apparet eidem die ut venit coram a d.m D. Paulo Pozella sp(etia)liter in hac p.nti inform(atio)ne commissarius in monasterio sancti ioannis de flore …

Int.s in che esercitio si ritrova con che sta.

R. Padre io guardo li bacche d. Andrea Scavello e semo a trepidò territorio della badia d’Altilia.

Int.s Come passa la carcerat(io)ne delle bacche pigliati dalli baglivi di policastro.

R. Padre sono venuti li baglivi di policastro cioe Carlo Scandale, Ant.o Tuscano, Gianno Cappa, Geronimo il tav(er)nese,Cola Gio. la meraglia, Pietro D’Attilo et altri et si hanno stroppato quattordici bacche dalla mia partita cioe d’Andrea Scavello e l’hanno menati a Policastro e non solamente hanno estorto molti denari ma si hanno ritenuto una baccha e non si hanno restituito piu di tridici.”

“Die 28 mensis 7bris 1651 in monasterio S. Joannis in flore coram R.dum D. Paulo Pozella commissario in hac p(rese)nte informatione Petrus fran.cus Oliverius de d.a terra etatis suae annorum 25 ut ipse dixit et eius aspectu apparet testis …

Interrogatus che arte fa

R. Sig(no)re io sto nella guardia delle bacche delli sig.ri Giulio et Ant.o di Chiara e semo a trepido territorio della Badia d’Altilia.

Int.s Sapete come passa la carcerat(io)ne delle bacche pigliati dalli baglivi di Policastro dove li portarono e quante bacche si pigliarono

R. Sig(no)re io so che sono venuti li baglivi di Policastro in d(itt)o territorio ut sup(r)a e p(ro)prio dove la torre del sig.re Ant.o e Giulio di Chiara e p.o si volevano minare tutti le bacche e dopo li pregamo che facevano assai danno e si ni stagliorno quattordici li quali baglivi li fecero contare esse due volte et erano quattordici li hanno menate in Policastro et essendo stati carcerati una notte et un giorno dopo haversi pigliato una quantita di denari consignarono tridici bacche.”

La torre alla fine del Seicento

In seguito, la difesa, assieme alle sue terre aratorie ed alla torre, posta nella Regia Sila e propriamente dentro le terre dell’abbazia di Santa Maria di Altilia dette “Agnara, Crapara e Trepidoi”, pervenne ad Ippolita Le Piane, del casale delle Piane, la quale sposò Geronimo Mirabello ed andò ad abitare a Cosenza. Alla sua morte la difesa passò al marito, il quale all’inizio del febbraio 1690, tramite un suo procuratore, prese possesso della difesa e della torre, “in essa difesa esistente, tirando la porta et fenestre aprendo, chiudendo”.[i]

Il toponimo “Torre Rinosi” in un particolare del Foglio N. 569 Soveria Mannelli, della Carta d’Italia 1:50.000 dell’IGM.

Il baiulo di Cotronei

Il baiulo di Cotronei Giuseppe Vetere incarcera alcuni animali, in quanto i proprietari rifiutano di pagare le tasse. I proprietari del bestiame che hanno avuto in fitto i terreni per il pascolo protestano e non vogliono riscattare il bestiame. Poiché i proprietari tardano a pagare, il baiulo minaccia di vendere gli animali carcerati.

“In p(rese)nza di noi p(ubli)co Apostolico e Reg(i)o Not(a)ro Filippantonio de Rosa della T(er)ra di Roccabernarda com(pa)re Giuseppe Vetere Baglivo della terra delli Cotronei, e dice, come sendono stati da esso comp(aren)te carcerati li bovi del V(enerabi)le Munistero del casale di S(ant)a Maria d’Altilia, ed una vacca di Antonio Morfone, che pascolavano a guardia fitta col custode nel territorio di d(ett)a T(er)ra delli Cotronei, tutto che dalli messi di detto V(enerabi)le Munistero, e Frate di Pasquale più, e più volte siasi andato in d(ett)a T(er)ra de’ Cotronei a vedere d(ett)i bovi, e present(ement)e in custodia de med(esi)mi si tenga il bovarello del massaro di d(ett)o V(enerabil)e Munistero, tuttavolta dal R(everendissi)mo P(adre) Abbate di d(ett)o V(enerabil)e Munistero non si è curato nè si cura pagare in potere di esso Baglivo li jussi della Bagliva per escarcerarsi d(ett)i animali; Pertanto sene comp(a)re avanti di voi sud(ett)o not(a)ro, e fa istanza, che facessivo sapere, e cerziorassivo a d(ett)o R(everendissi)mo P(adre) Abbate di d(ett)o V(enerabi)le Munistero, acciò fra lo spazio di giorni due, dopò senza altra dimora pagasse ad esso Baglivo li jussi alla d(ett)a Bagliva spettantino per d.i bovi carcerati, ò che fra detto termine si riscattasse li cennati bovi, e vacca, in caso contrario elasso detto t(ermi)ne, si procederà alla vendita di d(ett)i bovi, e vacca; e così dice, e fa ist(anz)a hoc volendo, che la p(rese)nte coll’atto della notifica ritorni ad esso comp(aren)te.”

I monaci protestano e non vogliono pagare le tasse per riavere gli animali, in quando il monastero per privilegi è immune dal pagamento.

“Si hà di fare una comparsa dal cellerario in questo modo. Compare inanti il molto R.do N. priore et legato perla Santità di N. S. Paulo papa quinto il R.do N. cellerario de detto ven.le monasterio, et dice come havendo Gio. Tomaso di Chiara pigliato in affitto la difesa di San Duca, sita et posta … dal detto venerabile monasterio, in detta difesa ci ha fidato le vacche di N. N. N. et questi giorni passati Marco di Arangi d’Aprigliano che have in affitto la baglia delli Casali di Cosenza ha fatto pigliar carcerati dette vacche dentro detta difesa dalli N. N. suoi ministri, et dopò l’ha rilasciati in plegeria, et pretende farci pagare dalli padroni di dette vacche una somma di dinari per ragion de disfida, et fida imponendo per questo una nuova impositione, et Gabella in prejuditio delle terre dell’abbadia di detto venerabile monasterio usurpandosi perciò perturbando et occupando li ragioni, et beni ecclesiastici mentre impedisce che li affittatori di essa abbadia et li fidati da quelli non si possano pascere liberam(en)te le terre affittateli della pacifica possess(io)ne in che si trova detto monasterio, che li suoi affittatori et fidati da essi possono liberamente pascere in detta difesa, per tanto ricorre da V.stra Paternità R.da et in virtù della potestà datali da N. S. per la conservatione delli beni, et juris(ditio)ne di esso monasterio voglia dechiarare incursi in scomunica riservata alla sede ap.ca li p.tti Mario et N. N. che hanno carcerato dette vacche, et monirli ancora sotto censura che non debiano dar molestia alcuna alli detti patronali di vacche di Cutro, ne a loro plegi, per causa della plegeria data per la discarceratione de dette vacche come è stata per … con astrengersi ancora a rifar tutti danni spese et interessi.”

Note

[i] Valente G., La Sila dalla transizione alla riforma (1687-1950), Studio Zeta, 1990, pp. 340-341.


Creato il 20 Febbraio 2015. Ultima modifica: 10 Luglio 2024.

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