La torre del barone di Paparone presso Cutro
I resti della torre del barone di Paparone sono situati in località “la Torre”, poco distante dall’abitato di Cutro e nelle vicinanze del convento del SS.mo Salvatore. Costituita da una costruzione alta e massiccia a base quadrata, della quale ora rimane solamente una parte tronca parzialmente deturpata da interventi recenti, la torre fu edificata in posizione dominante dalla quale si controllava la via di Rosito, che collegava Cutro con Le Castella, e l’antico ingresso all’abitato di Cutro dalla parte della marina. Conosciuta volgarmente come “La Turra”, o anche come il “Casino dei briganti”, la sua costruzione dovrebbe situarsi a cavallo tra il Cinquecento ed il Seicento. Secondo il Rohlfs Paparone significa “Prete Arone”.

La località “la Torre” in un particolare del Foglio N° 570 “Petilia Policastro” della Carta d’Italia 1:50.000 dell’IGM.
Il feudo di Paparone
Le prime notizie riguardanti il feudo di Paparone risalgono alla prima metà del Quattrocento. Il 23 gennaio 1445, nell’accampamento regio presso Crotone, re Alfonso de Aragona confermava al nobile “Giraldo de bondelmontibus de florencia”, “Civis et h(abita)toris Civitatem n(ost)re Cotroni”, il feudo nominato “de paparono” che, in precedenza, aveva detenuto “Andreas de licua de mesuraca”, un giudice a contratti già menzionato nei registri della cancelleria angioina (1425).[i]
In questa occasione, con il detto feudo consistente in diversi membri e diritti posti nei territori, tenimenti e pertinenze, delle terre di “Castellorum maris mesurace mocte sancti mauri Casalium cutri et sancti johannis monacho”, furono concesse anche altre “excadencias seu bona excadencia”, feudi non quaternati già concessi allo stesso Giraldo da Nicola Ruffo di Calabria, marchese di Crotone e conte di Catanzaro, con privilegio dato nel castello di Crotone il 15 dicembre 1434: “imprimis excadenciam unam nominata de iacono nicolao gueczo consistentem in t(er)ris cultis et incultis censualibus iardenis et Arboribus positi in t(er)ra tenimento et pertinenciis mesurace sub annuo redditu solito et consueto. Item excadenciam unam aliam nominatam de donna palumba de russello consistentem in t(er)ris cultis et incultis ac censualibus sub Annuo redditu solito et consueto, posita scilicet in tenimento t(er)ra et pertinenciis mesurace. Item excadenciam unam aliam nominatam de baldino consistentem in t(er)ris cultis et incultis ac censualibus sub Annuo redditu solito et consueto, posita scilicet in tenimento t(er)ra et pertinenciis mesurace. Item excadenciam unam aliam nominatam de Altino consistentem in t(er)ris cultis et incultis ac censualibus in t(er)ra tenim.to et pertinenciis policastri sub Annuo redditu solito et consueto. Item excadenciam unam aliam nominatam de camchella consistentem in t(er)ris cultis et incultis ac censualibus in t(er)ra tenim.to et pertinenciis policastri. Item excadenciam unam aliam dittam de mangio Antono quam tenebat q.o mag(iste)r nicolaus Chocus, consistentem in battinderio uno posito in flumaria mesurace et territoriis positis in tenimento Rocce bernardi, in loco dicto termino grosso sub Annuo redditu debito et consueto”.[ii]
Con un atto del primo aprile 1446, dato in Castel Novo a Napoli, lo stesso re Alfonso confermava alla pupilla “Andrielle de bondelmontibus de cutrono”, le concessioni fatte al quondam Giraldo Buondelmonti di Firenze, suo padre.[iii]
Andreana Buondelmonti sposò Troilo Firrao portandogli in dote il feudo, il quale poi passò a Scipione Firrao con il titolo di barone di Paparone. Quest’ultimo si unì con Giulia Caracciolo Rossa ed ebbe una figlia di nome Ippolita, che si accasò con Pelio Tomaso, figlio di Pietr’Antonio Firrao e di Diana Tarsia. Dalla loro unione nacque Scipione[iv] che sposò Lucrezia Sersale dei signori di Castefranco, ed ebbe come figli Pietro e Martio. Da Pietro Firrao, barone di Paparone, seguì l’erede Tomaso.[v]

Arme della famiglia Ruffo di Calabria: “troncato, cuneato d’argento e di nero” (Ferrante Della Marra, Discorsi delle famiglie …, 1641, p. 315). Nel 1354 Antonello Ruffo conte di Catanzaro sposò Giovanna Buondelmonti.
Da feudo a suffeudo
Il 30 maggio 1507 il re Ferdinando confermava e faceva nuova concessione della baronia di Cutro, al conte di Santa Severina Andrea Carrafa, concedendogli “che li feudatarii, che possedevano feudi segregati, esenti, et separati dal Territorio di d.o Contato, et Baronia fussero Tenuti Adohare ad esso Ill.e Conte suoi heredi, et Successori con pagarli il Jus adohe tante volte quante l’Adoha generaliter in Regno Indigetur sincome a sua Regia Corte erano tenuti, et con pagarli anco il Rel.o et dimandare li Investiture Iusta il Tenore delli suoi Privilegii”.[vi]
Fu così che per privilegio concesso dal re Ferdinando al conte di Santa Severina Andrea Carrafa, essendo una sezione del feudo di Paparone all’interno della baronia di Cutro e della contea di Santa Severina, da feudo divenne suffeudo, così i baroni di Paparone furono suffeudatari, prima dei conti di Santa Severina e poi dei feudatari dello stato di Cutro, dai quali ricevevano l’investitura ed ai quali pagavano l’adoha.
Anche alcune terre e altri stabili,[vii] che costituivano il suffeudo di “Gautieri”, o “Guaterio”, posto nel territorio e dentro l’abitato di Policastro, durante la prima metà del Seicento risultavano redditizi al feudo di Paparone. Dalla confinazione di un appezzamento posto in territorio di Policastro e appartenente alla mensa arcivescovile di Santa Severina, che risulta in una platea del 1576, ricaviamo che le terre del feudo di “Guaterio” si trovavano vicine a quelle del feudo di Baudino: “L’herede del q.m m.co Francischello Cortese teneno uno pezzo /di terre nel territorio di Policastro, e proprio in piedi la / salinara, iuxta il Feudo di Guaterio, e lo Feudo / di Baudino, e mangia cardone, rende anno quolibet / carlini quattro d. 0.2.0.”[viii]
Qualche tempo dopo risulta che Giovanni Vittorio Caccurio di Policastro, in quanto possessore del “suffeudo de Gautieri”, esistente in territorio di Policastro, pagava l’adoha al feudatario di quella terra, mentre pagava un censo annuo perpetuo a quello del feudo di Paparone: “Giovanni Vittorio Cacurio de Policastro, possessore del suffeudo de Gautieri, reddititio al feudo di Papparoni (sic!) de Scipione Ferraro di Cosenza” (1588-1589). “Giovanni Vittorio Cavurio (sic!), possessore d’un feudo nominato Paparone sito in Policastro con peso d’adoha al possessore di detta terra” (1613-1614).[ix]
Successivamente, invece, quest’ultimo acquistò il suffeudo di Gauteri, così troviamo in seguito che, da Gio: Vittorio Caccurio, la “gabella seu territorio ditta gauteri” passò a Livia Caccurio, sua figlia,[x] che la portò in dote al marito Joannes Vincensio Riccio di Policastro. Questa in seguito, prima figura nel patrimonio sacro del clerico Fulvio Riccio suo figlio (1629),[xi] e poi andò a far parte dell’eredità dell’altra figlia Ippolita (1644).[xii] Il 14 dicembre 1648, in occasione della stipula dei capitoli matrimoniali tra la detta Ippolita e Cesare Curto di Policastro, appartenava alla dote della sposa: la gabella della capacità di circa 10 salmate, posta nel territorio di Policastro dove si dice “Gauteri”, assieme ai suoi “menbri, e Vignali conprati ab estra”, confine la gabella di Ippolita Zurlo, la gabella di Giulia Campana ed altri fini, “franca solo con peso d’annui Carlini cinque al feudo di Paparone per prezzo d’un paro d’inguanti”, stimata dalle parti per il valore di ducati cinquecento.[xiii]
L’antico censo dovuto al feudatario di Paparone sarà comunque mantenuto anche in seguito. Il 2 settembre 1655, la vedova Ippolita Riccio vendeva al clerico Joseph Riccio di Policastro, la gabella della capacità di salmate 8 circa, posta nel territorio di Policastro loco detto “Gauteri”, confine le terre di Jo: Thoma de Pace, le terre di Jo: Thoma Pinello, le terre dell’U.J.D. Mutio Jordano via mediante ed altri fini, gravata dal peso “d’un paro d’inguanti” ogni anno al “feudi Paparonis”.[xiv]

Andrea Carrafa conte di Santa Severina. Aldimari B., Historia geneaologica della famiglia Carafa, Napoli 1691, vol. 1, p. 155 (da notes9.senato.it).
La torre e la chiesa di San Sebastiano
Il 19 febbraio 1629 fu registrato il regio assenso concesso dal viceré, Fernando Afan de Ribera duca di Alcalà, alla vendita del suffeudo di Paparone, situato nella terra di Cutro, fatta dai tutori dei figli ed eredi del fu Pietro (Ferrari) Firrao e del figlio primogenito di quest’ultimo Tomaso, in favore del cutrese Francesco Oliverio, figlio di Fabritio, per il prezzo di ducati 6000 (Giuseppe, altro figlio di Fabritio, si unirà con Prudenza, figlia di Stefano Oliverio, e dalla loro unione nascerà il 3 dicembre 1642 Bartolomeo, futuro vescovo di Umbriatico). In seguito, il novello barone Francesco Oliverio tentò di ripopolare e di rendere più produttivo il feudo, con la costruzione di un giardino e la ricostruzione della chiesa, che erano situati vicino alla vecchia torre.
In una supplica inviata il 25 ottobre 1637 al reverendo Joseph de Valle, vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli, Francesco Oliverio, barone di Paparone, chiedeva di poter restaurare la chiesa di San Sebastiano vicino alla torre ed al giardino.
“Molto Illmo R.mo S.re. Fran.co Oliverio della terra di Cutro con supp.ne dice a V. S. R.ma come a piedi della torre nel luoco detto del Barone vi è una chiesa diruta sotto il titulo di S. Sebastiano et perche esso supp.te ha volontà per servitio di Dio di repararla acconciarla et adornarla ancora afine di potercivi celebrare messa et altri divini officii et parim(en)ti di dotarla in docati otto l’anno per celebratione di una messa la settimana obligando specialmente per d.a annua prestat(io)ne li frutti del giardino sito e posto in d(ett)a t(er)ra confine la d(ett)a torre e l’altre terre convicine e contigue a d(ett)o giardino cioè il piano di d(ett)a torre che sole rendere ogni anno docati trenta col jus non di meno di presentare il cappellano a chi parerà ad esso supp.te e suoi heredi che li riceverà a gra. di V. S. Ill.ma ut Deus” e così supplicano Gioseppe e Nicolò Oliverio. Il 20 febbraio 1638 il vicario generale concedeva di rifare l’edicola di San Sebastiano “nuc dirutam et existentem prope terram Cutri in loco nuncupato il feudo di Paparone”, ponendo però alcune condizioni che, cioè, il cappellano dovesse essere presentato alla curia arcivescovile e con l’imposizione dell’onere della celebrazione di una messa settimanale. Il patrono doveva inoltre tenere decentemente la chiesa, fornirla di ogni cosa necessaria per il culto e nell’anniversario della festa della Dedicazione della chiesa cattedrale di Santa Anastasia offrire all’arcivescovo del tempo due libre di cera.[xv]
Il suffeudo passò nel 1641 al figlio di Francesco, Bernardino Oliverio, che ne ottenne l’investitura da Giovanna Ruffo principessa di Scilla.[xvi] Il suffeudo fu amministrato per un certo periodo di tempo, essendo Bernardino di minore età, dalla madre. Nel 1647 infatti risulta amministrato da Anna d’Onofrio, madre e tutrice di Bernardino.[xvii]

Cutro (KR), l’area presso il convento del SS.mo Salvatore (evidenziato dalla freccia) in un fotopiano dell’IGM (1943).
La decadenza
Le pestilenze e la crisi economica seicentesca determinano lo spopolamento del luogo. Un documento della metà del Seicento mette in risalto il grave stato di abbandono in cui si trova la chiesa di San Sebastiano. L’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella, che nel novembre 1660 la visitò, trovò l’altare spoglio e privo di ogni ornamento, la parete della chiesa dalla parte sinistra dell’altare rovinata ed inoltre, il tetto era scoperchiato in alcune parti. Per tale motivo l’arcivescovo interdisse la chiesa finché la parete non fosse stata nuovamente edificata, il tetto riparato e l’altare fornito di ogni ornamento necessario al culto.[xviii]
Alla morte di Bernardino Oliverio il suffeudo nel 1668 passò alla figlia Elisabetta Oliverio, che fu moglie di Domenico Oliverio e che ne ottenne l’investitura da Francesco Filomarino, principe della Rocca. Dall’unione nacque Antonia. In seguito nel 1686, ad istanza dei creditori del fu Francesco Filomarino, principe della Rocca, lo stato di Cutro per decisione del Sacro Regio Consiglio, fu messo all’asta pubblica e fu acquistato da Ippolita Maria Muscettola. Tra i corpi venduti vi era anche l’adoha del suffeudo di Paparone. In seguito, lo stato di Cutro passò a Nicola Filomarino. Alla morte di Elisabetta, avvenuta nel 1688, il suffeudo passò alla figlia Antonia Oliverio, che ottenne l’investitura da Nicola Filomarino principe della Rocca.

Arme della famiglia Filomarini: “di verde a tre bande di rosso filettate d’argento” (www.bibliotecaestense.beniculturali.it).
Smembramento del suffeudo
All’inizio del Settecento il suffeudo cominciò ad essere oggetto di lite tra i vari rami degli Oliverio. Antonia Oliverio dopo aver contratto matrimonio nel 1706 con Saverio Perrone, barone di Sellia, col consenso del marito, il 12 maggio 1714 fece una finta vendita in favore del padre, “l’utroque jure doctor” Domenico Oliverio, del feudo di Paparone sito e posto nel territorio di Cutro, S. Giovanni Minagò, le Castelle e Rocca Bernarda, con alcuni corpi burgensatici, “consistenti nella sesta parte del territorio di Serrano sita nelle pertinenze di Cutri, la metà della destra nominata li Canalicchi, sita in territorio di Cutro, due camere alte e basse una stalla ed una metà di vigna.
I beni le erano così pervenuti: il feudo di Paparone dall’eredità di sua madre Elisabetta Oliverio ed i beni burgensatici da sua madre e dall’eredità delle zie materne. Tali beni le erano stati assegnati in dote al tempo, che contrasse matrimonio con il barone Saverio Perrone. Tuttavia, Antonia Oliverio non ratificò la vendita, nonostante che il padre Domenico Oliverio, che si era risposato con Livia di Bona, prima di morire avesse fatto testamento ordinandole di effettuare la vendita fattagli del feudo e dei beni burgensatici in favore del suo figlio primogenito, e fratello consanguineo di Antonia, in quanto figlio di Domenico e di Livia di Bona, Giuseppe Antonio Oliverio e dei secondogeniti Felice e Donato.
Durante questi anni le proprietà di Antonia Oliverio, situate vicino all’abitato di Cutro, sono date in fitto a coloni e pastori, seguendo la rotazione triennale cioè, alternando i tre anni a massaria, o a semina, ai tre anni di erbaggio, o pascolo. Da un contratto stipulato in data 11 novembre 1715 si viene a sapere che i beni situati in Cutro erano amministrati dal reverendo Camillo Oliverio. Infatti, il colono Lodovico Moschetta di Cutro in quel giorno si obbligava a pagare al Reverendo, ducati 360 per la durata dei tre anni d’affitto della gabella di Pascale, giardino, piano della torre e sciolle dell’Umbro. Il contratto di fitto ad uso massaria doveva iniziare dal primo settembre dell’anno 1716 e doveva finire alla fine di agosto 1719.[xix] Sempre in questi anni Domenico Oliverio ammassava il grano che incettava dai coloni nelle sue fosse di Cutro e lo vendeva ai mercanti napoletani. Alcuni bordonari di Crotone “nelli caduti anni 1716 e 1717 d’ordine del Sig. Domenico de Laurentiis”, si recano a Cutro per caricare il grano che deve consegnare Domenico Oliverio, il quale “fece aprire una fossa et incominciò a far cavar fuori li grani vi erano dentro”.[xx]
Si dovrà quindi arrivare al 13 settembre 1723, quando avuto il regio assenso Antonia Oliverio, baronessa della terra di Sellia e vedova di Saverio Perrone, vendette il suffeudo al fratello Giuseppe Antonio Oliverio, il quale, senza patto di ricompra, ne vendette una parte per ducati 4650 al principe della Rocca d’Aspro Giovan Battista Filomarino. La parte venduta riguardava alcuni corpi che erano membri del suffeudo di Paparone, sito nel territorio dello stato di Cutro, di San Giovanni Minagò, delle Castelle e della Rocca Bernarda, e precisamente le gabelle di Pascale e di Pozzo Seccagno. Restò fuori dalla vendita, rimanendo quindi a Giuseppe Antonio Oliverio, “La Torre di esso suffeudo di Paparone con suoi casaleni adiacenti a d(ett)a torre siti nel Piano di detta Gabella nominata Pascale, una con quattro tomolate di terra contigue a d(ett)a torre nel luogo Piano giusta detta torre e suoi casaleni, le quali esso D. Giuseppe Antonio e suoi eredi si ne possano servire cosi ad ogni uso di vigna quanto d’ogn’altro uso, che ad essi meglio parerà, e piacerà”.[xxi]

La località “Pozzoseccagno” in un particolare del Foglio N° 571 “Crotone” della Carta d’Italia 1:50.000 dell’IGM.
Ultimi feudatari
Per un certo periodo di tempo, essendo a centro di una contesa tra i vari discendenti Oliverio, le proprietà furono amministrate da Giacinto, marito di Livia Oliverio, sorella di Elisabetta, e Giuseppe Antonio Oliverio; infatti, da un atto del 1727, risulta che la gabella di “Pasquale” appartiene sia a Giacinto che a Giuseppe Antonio Oliverio. In seguito, dopo che nel 1729 la lite si era risolta a favore di Giuseppe Antonio, ciò che rimaneva del suffeudo fu aggiudicato a quest’ultimo, come risulta anche dal catasto di Le Castella del 1742, dove Giuseppe Antonio Oliverio di Cutro, che abita nella città di Cotrone “cum domo et familia”, possiede il suffeudo di Paparone.
Pur rimanendo Giuseppe Antonio unico intestatario, il suffeudo sarà gravato dagli oneri dovuti per eredità e legittima ai fratelli Felice e Donato.
Francesco Antonio Oliverio, “barone del feudo di Paparone e Crepacuore”, aggregato ai primari patrizi di Crotone fin dal 1737, si stabilirà stabilmente a Crotone nel palazzo, che era stato di Cesare Presterà, di cui era nipote; morì il 29 agosto 1765 e fu sepolto nella cappella di S. Francesco di Paola, cappella da lui fondata nel maggio 1749 nella chiesa del convento omonimo fuori le mura. Giuseppe Antonio Oliverio si sposò due volte, la prima volta con Rosa Raimondi e successivamente con Isabella Toscano.
La torre con ciò che rimaneva del suffeudo di Paparone rimase agli Oliverio,[xxii] prima a Giuseppe Antonio, barone di Paparone e di Crepacore, e poi alla sua morte, avvenuta il 29 agosto 1765, al figlio Cesare, figlio di Giuseppe Antonio e della seconda moglie Isabella Toscano, che manterrà il possesso fino al 1806, anno dell’eversione della feudalità. Cesare Oliverio, affiliato alla massoneria, partecipò a Crotone ai moti rivoluzionari della “Repubblica crotonese” del febbraio/marzo 1799, e per tale motivo con decreto del 6 aprile, fu condannato “sua vita durante nel castello dell’isola del Marittimo”.
Note
[i] 1425, 20 novembre, IV – Aversa. Nomina Andrea de Licria (sic!) di Mesuraca giudice a contratti nel ducato di Calabria. Reg. Ang. XXXIV (1431-1434), p. 71. 1425. 20 novembre, IV – Aversa. Nomina Andrea de Licria (sic!) di Mesuraca giudice a contratti nel ducato di Calabria. Orefice I., Registro della Cancelleria Angioina di Luigi III d’Angiò per il Ducato di Calabria (1421-1434), in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 1977-78. p. 347.
[ii] ACA, Cancillería, Reg. 2906, ff. 140v-141.
[iii] ACA, Cancillería, Reg. 2909, ff. 210v-212.
[iv] “Scipione Ferrai barone di Massanova et feudo di Popperone (sic!) per lo ius pasculandi in detto feudo XX” (1566-1567). ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.
[v] Fiore G., Della Calabria Illustrata, III, pp. 345-347.
[vi] ASN, Ref. Quint. Vol. 207, f. 86.
[vii] 24 luglio 1612. Joannes Petro Cepale di Policastro vende a Beatrice Rizzuta di Policastro, la domus palaziata posta dentro la terra di Policastro, in convicino della chiesa di “santi Nicolai de grecis”, confine la domus di Antonina de Vote, un’altra domus del detto Joannes Petro ed altri fini, gravata dall’onere di un carlino all’anno in perpetuo per essere redditizia del “feudi ditto de Paparune”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 35-35v.
27 dicembre 1618. In occasione del matrimonio tra Joannes Battista Pinello di Policastro e Claritia Furesta, di Policastro, apparteneva alla dote una continenza di terre aratorie di capacità di salmate 10 circa, posta nel territorio di Policastro loco detto “mangiacardune”, confine le terre di Gio: Vittorio Cacc.rio, le terre di donno Gio: Thomaso Faraco ed altri fini. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 131-132.
25 luglio 1621. Davanti al notaro compaiono Marco Antonio Cavarretta di Policastro, figlio del quondam Minico Cavarretta, ed i coniugi Matteo Cavarretta e Cornelia Cavarretta. Alla dote promessa dal detto Marco Ant.o alla detta Cornelia sua figlia, apparteneva una casa palaziata con camera contigua, posta dentro la terra di Policastro nel convicino della “paroccia” di S.to Nicola “delli greci”, confine la casa di Renzo Pipino, vinella mediante, la casa di Minico de Pace “alias panfutio”, e la via pubblica da due parti, gravata dal peso di annui grana tre al “feudo di paparone”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293, ff. 46-47v.
21 febbraio 1623. Davanti al notaro compaiono Fabritio Faraco di Policastro, marito di Vittoria Leotta, ed il presbitero R.do D. Joannes Leotta di Policastro. In relazione al matrimonio contratto negli anni passati, tra detti Fabritio e detta Vittoria, sorella del detto presbitero, tra i beni consegnati per la dote della sposa, risultavano: tre case palaziate contigue alle case del detto R.do D. Joannes, di cui una contigua alla casa di Minica Crocco, la “Camera” che seguiva appresso affacciante alla “strada publica”, “che Corrisponde alla potega di Gianni Coscienti”, e l’altra “Camera di sopra” contigua con l’altra dove, al presente, abitavano detti Fabritio e Vittoria, gravate del solito peso al “feudo di paparone”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 73-75.
24 luglio 1623. Joannes Dom.co Caccurio di Policastro, lascia una ebdomada la settimana in perpetuo, nell’altare maggiore della chiesa di “Santa maria della olivella”, nominando cappellano donno Gegnacovo de Aquila, fintanto che il chierico Ferrante de Vito non si fosse fatto prete. Per tale ebdomada assegnava alcuni beni, tra cui: la terza parte ascendente a 10 tomolate, che gli spettava sopra le terre di “Zaccarella”, detenute in comune con il clerico Ferrante de Vito e Marco Ant.o Poerio, confine le terre di D. Gianni Liotta, Andria Campana ed altri fini, gravata dal “solito peso che anno quolibet Rende allo feudo di paparone”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 99-99v.
13 agosto 1627. Davanti al notaro compaiono Portia Altomare di Policastro figlia del quondam Thomaso Altomari, “Virgine in Capillo”, ed And.a Caccurio di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Apparteneva alla dote: la metà della possessione della “fiomara”, mentre l’altra metà rimaneva a Vittorio e Gio: Battista Altomare, fratelli della futura sposa, posta nel territorio di Policastro, confine i beni di Marcello Leusi, i beni degli eredi del q.m Ferrante Coco e “lo vignale dello maruto”, “con lo solito peso di rendito al feudo di paparone”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 296, ff. 143-144.
[viii] AASS, Fondo Arcivescovile, volume 1A, f. 63v.
[ix] ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria.
[x] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 87-88v.
[xi] 12 novembre 1629. Per consentirgli di ascendere agli ordini sacri, Joannes Vincensio Riccio di Policastro dona alcuni beni al clerico Fulvio Riccio suo figlio, tra cui: una “gabella seu territorio ditta gauteri” posta nel territorio di Policastro, confine le terre di Petro Paulo Serra, le terre di Marcello Leusi ed altri fini. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 65v-66v. 23 febbraio 1646. Davanti al notaro compaiono Fulvio Riccio, figlio della quondam Livia Caccurio “dico Riccio”, e Carulo Caccurio, tutori degli altri figli minori ed eredi della detta quondam Livia, da una parte, mentre, dall’altra, compaiono il chierico Jo: Bernardino, Antonino e Victoria Poerio, fratelli e sorella di Policastro, figli ed eredi della quondam Claritia Caccurio loco madre. Nei giorni precedenti, era sta mossa lite nella corte arcivescovile di Santa Severina contro detto Fulvio Riccio e fratelli minori, da parte di detti Poerio, che pretendevano la restituzione di un vignale posto nel “distretto di Policastro loco detto “le manche di Scatrazzo”, confine la gabella detta “di Gauteri”, le terre dell’olim Gegnacovo Torres ed altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 805, ff. 26-27v.
[xii] 4 febbraio 1644. Su richiesta di Livia Caccurio, vedova del quondam Jo: Vincentio Ritia, il notaro si porta nella sua domus posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa parrocchiale di S.ta Maria Magna, per stipulare il suo testamento. La testatrice lasciava sua figlia Ippolita erede della gabella loco detto “Gauteri”, territorio di Policastro, confine le terre di Pietro Paulo Serra, le terre del D.r Salvat.e Derose, che erano state di Gio. Dom.co Lanzo, le terre della vedova di Gio: Thomaso Rizza ed altri fini, oltre a 200 ducati con i quali si sarebbe dovuta maritare. Nel frattempo, la testatrice disponeva che la detta Ippolita si ponesse in un “monasterio”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 43-44v.
[xiii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 122-124.
[xiv] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 128v-129v.
[xv] AASS, Fondo Capitolare, cartella 4D fasc. 3.
[xvi] ASN, Ref. Quint. Vol. 218, ff. 1-13v.
[xvii] ASCZ, Regia Udienza, 113.
[xviii] AASS, Fondo Arcivescovile, volume 37A, Visita pastorale dell’arcivescovo Falabella, 1660, f. 209.
[xix] Reg. Vol. 383/VII, f. 23.
[xx] ASCZ, Not. Stefano Lipari, Busta 612, anno 1719, ff. 38-39.
[xxi] ASN, Ref. Quint. Vol. 218, ff. 1-13v.
[xxii] “Feudo disabitato di Crepacore, per la registrazione del r. assenso impartito alla vendita di quel feudo effettuata da Nicola de Sangro de Luna, duca di S. Arpino, a Giuseppe Oliverio e dalla vendita, effettuata da quest’ultimo, del suffeudo di Paparone.” “Feudo di Paparone sulla registrazione del regio assenso sulla vendita di quel feudo effettuata da Oliverio Antonio.” ASN, Regia Camera della Sommaria, Processi, Pandetta dell’ex attuario Negri.

