La cappella della Vergine del Capo delle Colonne in Cattedrale

Cappella della Madonna del Capo

Crotone, la cappella della Vergine del Capo delle Colonne in cattedrale.

Sul finire del Cinquecento, espandendosi il culto, il canonico Giovanni Nicola Basoino raccolse nel 1598 in un manoscritto i primi miracoli attribuiti alla Vergine del Capo delle Colonne. Sempre in quel tempo si elaborò anche la natura e l’origine sacra del dipinto.

L’origine dell’immagine
Secondo il cronista, il potere miracoloso della Vergine del Capo si manifestò palesemente una notte dell’anno 1519 quando, nel pieno di una furiosa tempesta “d’acqua e vento con tuoni e lampi”, apparve sopra la chiesa del Capo delle Colonne “un lume ammirabile più lustrante d’un raggio di sole, ed in mezzo detto lume videro una Donna con un figliuolo in braccio”. La mattina seguente i contadini del luogo si recarono a venerare l’immagine, che col tempo assunse sempre più la fama d’essere sacra e miracolosa. Per il Basoino queste qualità, oltre che per i numerosi miracoli, erano avvalorate da inspiegabili e frequenti presenze luminose sull’immagine. Tali fenomeni si manifestarono più volte. Dapprima quando i Turchi tentarono invano di bruciarla ed essa, mentre era nel fuoco, “buttava divini e risplendenti raggi”, poi in altre occasioni apparvero sul dipinto una stella lucidissima nel petto e sulla fronte e più stelle nella spalla e nella corona. Fu anche notato da alcuni risplendere lo scintillio nella fronte di un lume bianco (1). Tale natura sacra dell’immagine sarà definita tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.
Il vescovo di Crotone Giovanni Lopez (1595-1598) così si esprime in una sua relazione: in cattedrale c’è una certa immagine della Vergine Maria detta del Capo, famosa per i molti miracoli (2). Passano alcuni anni ed il successore, il vescovo Tommaso de Montibus (3), all’inizio del Seicento afferma che per tradizione l’immagine fu dipinta dal Beato Luca Evangelista. Il vescovo seguente Carlo Catalano (1610-1622) aggiunge che l’immagine dipinta da San Luca Evangelista fu poi portata da San Dionisio (4) Areopagita che la lasciò ai Crotonesi, quando di passaggio nel suo viaggio da Atene a Roma venne a convertire la città alla fede cristiana.

La cappella in cattedrale
Secondo la copia settecentesca ricavata dal primicerio Raimondo Torromino dal manoscritto del Basoino, l’introduzione dell’immagine della Vergine del Capo in cattedrale sarebbe avvenuta durante il vescovato dell’aristocratico crotonese Antonio Lucifero (1508–1521). Così è narrato l’evento: nel 1519, tardando le piogge autunnali, si diffuse tra la popolazione la convinzione che non ci sarebbe stata pioggia, se prima non si fosse trasferita l’immagine dal convento paolano, dove era stata dapprima collocata, alla cattedrale. Molti cittadini perciò si recarono a supplicare il vescovo, che acconsentì. Sempre lo stesso prelato, la mattina seguente, ordinò di condurre l’immagine in processione alla sua primitiva dimora a Capo delle Colonne, ottenendo la grazia della pioggia (5).
Per tutta la prima metà del Cinquecento non abbiamo altre fonti, che attestano la presenza del dipinto in cattedrale, se non la già citata copia. E’ certo, tuttavia, che la cappella fu fin dall’origine di natura episcopale e, siamo sicuri, che essa esisteva al tempo del vescovo Sebastiano Minturno (1565-1570). Fu lo stesso vescovo ad ordinare al capitolo della cattedrale, che ogni sabato vi si celebrasse il breve ufficio, composto da Sant’Agostino con le sacre litanie di Loreto (6). Risale sempre a questi anni la costruzione della cappella. Di ciò n’è fede un memoriale dell’università di Crotone inviato al re Filippo II. In esso si fa presente che “L’ecclesia catedrale di essa città era prima molto antica et minacciava royna ne era capace di populo di detta città per posser intendere li divini offici. Per lo che per li vescovi passati fu incominciata una nuova ecclesia conveniente a detta città et fatto alcuno principio di fabriche però per la negligenza d’altri prelati successori fu quella non continuata et li anni passati essendo creato vescovo il R.do Minturno et ritrovando detta fabrica incominciata et vedendo quanto era necessario continuare detta fabrica si per il decoro della città come anco per comodità di populo, proseguendo detta fabrica fe voltare la lamia sopra l’altaro maggiore con uno arco dello coro et fatta molta fabrica in le ale et mura di essa ecclesia et anco pigliati travi, tavole et altre legname per lo coperimento de essa ecclesia”. Dopo la morte del vescovo, per la mancanza di denaro, i lavori procedettero lentamente per alcuni anni, poi si fermarono. Così una parte della cattedrale fu rinnovata, la rimanente rimase vecchia (7). Nella parte nuova fu elevato l’altare della cappella dedicata a Santa Maria, che pochi anni dopo divenne privilegiato in perpetuo per indulto di papa Gregorio XIII, con bolla emanata in Roma presso San Pietro nel giorno nono avanti le calende di Marzo (21 febbraio) dell’anno 1579. Con essa si concedeva l’indulgenza per l’anima dei defunti, per ogni messa celebrata in suffragio nell’altare (8) Nella cappella avrà sede il sepolcro dei vescovi di Crotone, dove troveranno dapprima sepoltura Sebastiano Minturno e Claudio de Curtis (1592–1595) (9).
Al tempo del vescovo Giuseppe Faraone (1581-1588 ?), la cappella della “Madonna del Capo” ha già un suo patrimonio ed un’amministrazione distinta, che sono curati da un procuratore o cappellano, scelto dal vescovo (10). La gestione dell’immagine è ancora strettamente sotto tutela episcopale. Sarà, infatti, il Faraone che, non riuscendosi ad aver la grazia della pioggia nonostante le processioni, i voti e le preghiere, nel dicembre 1583 decise di portare l’immagine alla sua antica dimora, ottenendo così la grazia (11).
Dal Seicento in poi, la decisione di portare in processione l’immagine al Capo sarà sempre di pertinenza vescovile o del suo vicario, ma essa potrà avvenire solo dopo una formale richiesta del governo cittadino. Così nel 1615, tardando la pioggia primaverile, non essendo efficaci le preghiere e le processioni all’interno della città, i governanti supplicano il vescovo Carlo Catalano di permettere che l’immagine sacra fosse portata in processione al Capo. Il vescovo stabilì che ciò dovesse accadere il primo giorno dopo la sua festa, che era la prima domenica dopo Pasqua cioè “in Domenica in Albis octava Sanctissimae Resurrectionis”, ed ordinò che si promulgasse l’editto (12). Sempre nel dicembre del 1623, sede vescovile vacante, tardando la pioggia autunnale, avendo già fatto invano il clero molte processioni, le 40 ore in cattedrale e più volte cantate le lodi nella cappella della Vergine, i sindaci chiesero al vicario generale di portare l’immagine alla sua chiesa primitiva (13). La stessa procedura sarà seguita nell’aprile di due anni dopo al tempo del vescovo Diego Cavezza de Baca. Visto che con le molte processioni per la città e la celebrazione delle 40 ore in cattedrale non si era ottenuta la grazia della pioggia, i sindaci chiesero al vescovo di portare l’immagine al Capo (14). Da tutto ciò si viene a conoscenza che il portare l’immagine in processione alla chiesa nel Capo, era un fatto abbastanza eccezionale. Ciò avveniva come “ultima possibilità” e solo dopo che tutti gli altri tentativi, quali processioni, gli otto giorni di lodi, le 40 ore ecc. avevano fallito lo scopo. Spettava comunque al vescovo, o al suo vicario, stabilire se effettivamente era necessario, e quando, portare l’immagine al Capo. Egli poteva indicare altre forme di devozione per ottenere la grazia, come era anche sua facoltà disdire all’ultimo momento la processione, se lo riteneva opportuno.

La processione nel Seicento
Di solito la processione al Capo avveniva il lunedì dopo il suo giorno festivo, che rimase per tutto il Seicento la prima domenica dopo Pasqua. Così avvenne nel 1607, nel 1625 e nel 1630. Il Basoino registra anche altre processioni al Capo nel dicembre 1583 e nel 1623 ed una a fine Cinquecento, quando a maggio l’immagine fu portata in processione nella chiesa dello SS.mo Salvatore di Cutro. A volte l’immagine fu tolta dalla sua cappella e collocata e venerata nell’altare maggiore della cattedrale, come in occasione del terremoto del 1605; sovente fu portata in processione per la città, accompagnata da gente scalza e con torce accese in mano, che cantava le lodi e le litanie della Vergine. Prima di fare la processione al Capo la curia vescovile promulgava l’editto e mandava avvisi alle città ed alle chiese vicine. Di solito intervenivano le congregazioni di Isola, Cutro e Strongoli con i rispettivi capitoli e con ampia partecipazione popolare. Questi si associavano durante il percorso o convenivano al momento della partenza o la sera precedente. Cantate le lodi per otto giorni in cattedrale, la mattina seguente pomposamente la processione usciva con l’immagine dalla cattedrale, accompagnata dal clero e dalle confraternite (15). Lasciata la città s’inoltrava lungo la marina alla volta del promontorio. Come giungeva alla chiesetta venivano celebrate le 13 messe della grazia e fatte altre devozioni ed orazioni. Al ritorno l’immagine era portata nella chiesa del monastero di Santa Chiara, dove rimaneva per tre giorni venerata ed adorata dalle clarisse e da altri fedeli. Quindi veniva riportata nella sua cappella in cattedrale “con molta luminaria e festa grande di sparatoria di cannoni dalla città e dal castello”.

Il culto si espande
Il manoscritto del Basoino sarà ampliato successivamente dallo stesso autore che aggiungerà altri miracoli fino al 1645. Dalla lettura si evidenzia che il culto della Vergine, con il passare del tempo, da individuale si fa collettivo. Festeggiata dapprima dai pochi confrati dell’Annunziata e della Pietà e da uno sparuto numero di fedeli, che una volta all’anno si recavano alla sua chiesa a Capo delle Colonne, divenne, con la sua entrata in cattedrale, oggetto di quotidiana venerazione di tutta la popolazione. La grazia che si richiedeva alla Vergine non fu più solo diretta sui singoli ma sull’intera comunità, anzi quest’ultimo aspetto diventerà col tempo prevalente. Tra i prodigi richiesti ed attribuiti alla Vergine del Capo spicca quello della grazia della pioggia. Evento molto importante in una società la cui classe dominante traeva sostentamento e ricchezza quasi esclusivamente dalla produzione e commercio del grano, in un territorio esposto particolarmente all’aridità, specie nei due periodi più delicati: quello autunnale, dedicato all’aratura e alla semina, e quello primaverile, della crescita e maturazione. Oltre che per la grazia della pioggia la Vergine era invocata anche per la salute fisica, con preghiera d’aiuto sia per il singolo sia per la comunità, in caso di pestilenze. Infine era richiesta la protezione da eventi catastrofici, quali terremoti e tempeste, dai nemici visibili, specie i banditi ed i Turchi, ed invisibili, cioè i demoni. Tuttavia con il passare del tempo la supplica della fertilità diverrà preminente.
All’inizio del Seicento il culto si era già espanso fuori città. L’effetto taumaturgico dell’immagine dal luogo primitivo, cioè dal Capo delle Colonne, si era ampliato beneficiando, a dire del cronista, dapprima coloro che erano più prossimi, cioè il clero ed i loro familiari, poi si era esteso a quelli che ne erano venuti a conoscenza e si erano rivolti alla Vergine. Seguendo il cronista si avverte il passaggio dell’azione benefica dal ceto propriamente ecclesiastico a quello secolare. Così troviamo dapprima che i miracoli interessano il figlio di un confrate della Pietà, che poi diventa sacerdote, un canonico ed il fratello di un sacerdote. In seguito ne traggono beneficio una partoriente, un contadino, l’arciprete, lo stesso Basoino, il patrone di una nave , un capitano spagnolo, il principe di Strongoli ecc. L’azione benefica travalicava ogni limite sociale, sessuale e spaziale. Si rilevava in tutti i ceti ed in ogni luogo, sanando qualsiasi parte del corpo e dell’attività umana. La sua invocata presenza era segnalata sul promontorio di Capo delle Colonne, nelle foreste sopra Roccabernarda, nella città di Santa Severina, nelle campagne di Cutro, nel castello di Strongoli, nel mare in tempesta ecc. Ne beneficiavano donne e uomini di qualsiasi condizione sociale (contadini, ecclesiastici, feudatari, soldati, marinai ecc.), non solo del luogo ma anche forestieri, come i mercanti di grano, i patroni di nave, i soldati spagnoli residenti o di passaggio per la città. Abbiamo certezza della vasta estensione del culto, oltre che dalla testimonianza del Basoino, anche da un decreto della Sacra congregazione dei Riti del primo settembre 1607. Da tale atto si viene a conoscenza che nell’aprile 1607 il capitolo ed il clero della cattedrale di Crotone, per chiedere la pioggia, portarono in processione alla chiesa del promontorio l’immagine della Vergine del Capo e che, durante il cammino, si associarono sia il capitolo, il clero e le confraternite di Cutro, sia il clero, il capitolo e le confraternite della cattedrale di Isola (16). Tale dimensione extra urbana ed extra diocesana del culto è evidenziata, spesso con meraviglia, anche dalle relazioni dei vescovi di Crotone.
La Vergine del Capo era diventata famosissima in tutta la provincia per il numero di miracoli, che le si attribuiva. Essi erano evidenziati dalle molte tabelle dei voti esauditi, dalle offerte e dagli oggetti d’argento, che erano esposti ed ornavano e riempivano la cappella (Rel. Lim. 1610). Essa era meta continua anche da parte di fedeli provenienti da fuori provincia, specie nel giorno della sua festa (Rel. Lim. 1603,1606). Aumentavano le donazioni, le elemosine ed i legati per messe in suffragio (17).
La sua cappella con altare privilegiato, la seconda per importanza dopo di quella dello SS.mo Sacramento, era situata nella parte nuova della cattedrale nell’ala sinistra dalla parte del corno dell’Epistola. Essa era di iuspatronato vescovile e vi confluivano numerosi fedeli non solo dai luoghi vicini ma anche da quelli lontani per assolvere ai voti e per chiedere la grazia della pioggia, quando vi era siccità. Nella stessa cappella si conservava anche il sacramento della SS.ma Eucarestia, poiché non aveva ancora una sua cappella, che doveva essere costruita nella parte della chiesa ancora da completare. (Rel. Lim. 1631) (Niceforo Melisseno Comneno, 1628-1632). Copie dell’immagine su oggetti preziosi di uso personale e quadri della Madonna del Capo erano presenti e venerati nelle abitazioni del Marchesato (18) e del Regno; essi erano ritenuti capaci di miracoli al pari dell’originale ed erano ritenuti dal possessore una sicura protezione dai molteplici pericoli della vita quotidiana. Una copia, che era nella casa di Ferrante Milelli in Strongoli, nel 1638 è portata, con grandissima partecipazione di popolo ed autorità, dal vescovo del luogo, Giulio Diotallevi nella chiesa cattedrale degli SS. Pietro e Paolo, dove è conservata e venerata, perché ritenuta prodigiosa (19). Con le pestilenze e le siccità della seconda metà del Seicento il culto si espanderà, tanto che nella cattedrale degli SS. Pietro e Paolo di Strongoli il principe, Domenico Pignatelli, erigerà una cappella dedicata a Santa Maria del Capo (20).

Interventi seicenteschi
La cappella fu restaurata e decorata all’inizio del Seicento, infatti, nel novembre 1621 l’immagine sta “con nuova pompa in talamo fregiato d’oro” e pochi anni dopo è “in seggio d’oro assisa”.
Nel 1632 (?) su iniziativa degli aristocratici Gio. Battista e Fabritio Suriano e del tesoriere e vicario generale Gio. Francesco Bombino il dipinto su tela fu ritoccato e “ravvivato” da un valente pittore in modo tale “che par che pigliato avesse il candor del Cielo, dell’alba le rose e l’argento della luna, e spirandone anco gli occhi Divine fiamme e Maestà la fronte” (21). L’anno dopo (1633) per interessamento d’alcuni devoti e del vicario capitolare Gio. Pipino fu deciso di far appoggiare l’immagine su una lastra di rame, togliendo la tela dalle tavole marce su cui era stata in precedenza incollata. A compiere tale opera fu chiamato un esperto mastro di Catanzaro (22).
All’inizio del vescovato di Giovanni Pastor (1638–1662) la cappella si presentava elegantemente costruita e decentemente ornata. Il vescovo tuttavia aveva intenzione, entro breve tempo, di renderla ancora più bella, facendola ornare con marmo nobilissimo, mescolato con vari colori (23). E’ proprio in questi anni che essa è arricchita dal principe di Strongoli Francesco Campitelli il quale, colpito da una grave malattia, fece un voto pubblico. Dopo aver fatto celebrare le solite laudi per otto giorni nella cappella, il principe guarì ed offrì i doni promessi tra i quali “una cappella, con suo innanto altare ed innante cona di tela d’oro di grande valore, che si conserva e serve per le feste solenni” (24). Lo stesso vescovo Pastor abbellirà la cappella con “un Bambino di legno colorato a carne… vestito d’una camisella e due pulsate d’ambricelle con tadema d’ottone indorato in testa …” (25).
Negli anni a cavallo della metà del Seicento la cappella fu rinnovata. Ai lavori contribuirono alcuni patrizi della città con lasciti ed offerte (26).
Nel 1653 l’altare completamente rifatto sarà consacrato dall’aristocratico crotonese Annibale Sillano, elevato proprio in quell’anno alla cattedra vescovile di Castro (27), il quale donerà tra l’altro “una anticona di terzanello undato rosso guarnito di trena d’oro” e “uno avantaltare d’armosino undato rosso guarnito con trena d’oro” (28).
Durante il vescovato di Geronimo Caraffa (1664-1683) nella festa della Madonna del Capo, che si continuava a celebrare ogni anno nella Domenica in Albis, la cappella era meta di una moltitudine di persone che convenivano, anche da luoghi lontani, per devozione verso la Vergine. Nell’altare quotidianamente si celebravano messe con le elemosine dei fedeli e per i legati dei defunti. La cappella era amministrata da un procuratore o cappellano, il canonico Antonio Cirrello (29), che alla fine d’ogni anno dava conto al vescovo delle elemosine percepite e se rimaneva qualcosa, dopo aver soddisfatto le messe, lo erogava per le spese dell’altare, come cera, olio, ornamenti e simili. Ospitava ancora il sacramento della SS.ma Eucarestia perché il luogo che doveva accoglierlo, la cappella situata nell’ala destra dalla parte del corno del Vangelo, era di iuspatronato della famiglia Lucifero, che negava la concessione. Sempre nella stessa cappella erano conservate le reliquie consistenti in due corpi santi , uno di Sant’Aurelio e l’altro di San Feliciano (30). La cappella, che era mediocremente ornata, fu tra il 1679 ed il 1681 ulteriormente impreziosita. In tali anni infatti prima la siccità e poi le locuste ed i bruchi rovinarono i raccolti, riducendo tutta la provincia in uno stato miserevole, specialmente il territorio crotonese. Le ricche e numerose offerte per chiedere la grazia permisero di rendere la cappella splendente e sfavillante. Essa fu talmente abbellita, che stupiva i visitatori. Infatti per un intero anno un mastro cesellatore prestò la sua opera e la plasmò completamente. Il vescovo poi si interessò ad indorarla, in modo tale che finita non potesse avere eguali nelle vicinanze. Per aumentare il decoro la ornò infine a sue spese con quattro statue lignee colorate (31) e fece dono di numerose e preziose suppellettili sacre (32). Il vescovo successivo Marco Rama (1690-1709) troverà la cappella plasticamente modellata e ricoperta interamente d’oro. Nella parte anteriore stavano i due piccoli scrigni cristallini dorati dove erano esposte ai fedeli le reliquie dei due santi: Aurelio, la cui festa si celebrava il 3 settembre, e Feliciano, festeggiato il 20 ottobre. All’ingresso della cappella erano situate due statue lignee colorate in nicchie con apertura vitrea, una rappresentava San Francesco da Paola e l’altra Sant’Antonio da Padova. Nell’altare della stessa cappella, dove continuava ad essere conservato lo SS.mo Sacramento dell’Eucarestia, si innalzava il tabernacolo dorato e ornato con un decente cappuccio. Tale situazione tuttavia, a parere del vescovo, non creava impedimento a coloro che veneravano l’immagine della Vergine, che continuava a festeggiarsi ogni anno nella Domenica in albis. In quel giorno l’altare, che era privilegiato per indulgenza apostolica, veniva particolarmente ornato ed abbellito ed era visitato da moltissimi devoti sia di Crotone sia dei paesi vicini (33). Nell’altare ogni giorno si celebravano messe e tutti i sabati dopo il vespro si cantavano le litanie della Vergine (34).

La cappella diventa ricca
Durante il Seicento la cappella fu arricchita ed abbellita oltre che per l’intervento vescovile, specie di Giovanni Pastor e Geronimo Caraffa, anche e soprattutto dalla nobiltà cittadina.
Tra i primi i Suriano, con Detio, Ciccio, Scipione e Livia, poi gli Sculco, i Susanna, i Presterà, i Pipino, i Montalcino, i Lucifero, i Berlingieri, i Gallucci, i Leone ecc.
Non mancarono tuttavia anche doni di forestieri, residenti in città o di passaggio, la cui presenza era legata al commercio del grano. Così Antonio Boffa di Catanzaro, residente il città dove esplica la carica di console francese e di grande mercante di grano (35) offre “due fila di perle”, il patrone Gio. Antonio Cafiero del Piano di Sorento fa voto di cento messe alla Vergine del Capo per essere riuscito a sfuggire ai vascelli turcheschi (36), il mercante Diego Casanova obbliga per testamento gli eredi a fargli celebrare 100 messe in suffragio nell’altare della Vergine del Capo (37), ecc.
Nella maggior parte dei casi le offerte riguardano suppellettili di uso quotidiano per la cappella come “avanticone”, tovaglie, “avantaltari”, pianete, cuscini ecc. oppure oggetti cultuali come una croce d’argento, sei candelabri d’argento ecc. La cappella tuttavia cominciò ad arricchirsi anche di preziosi che col tempo formarono un “piccolo tesoro”, composto da ornamenti di uso mondano; come il filo di perle dono di Aloisia Pipino, le otto fila di perle inconocchiate a fiannacca con otto partituri d’oro di Francischella Petrolillo, la fiannacca d’oro a pezzi di Livia Suriano, le due fila di perle di Antonio Boffa, il gioiello di filigrana d’oro di Mattia Leone (38), una frasca di corallo, una cannacca di oro a pezzi con pietre verdi, rosse, smalto e granatini, un paro di pendenti di oro alla genovese, un cuore di turchina con pietra, un cuore di filograno di argento con in mezzo una medaglia di argento, un anelluccio di oro con pietre in mezzo ecc.
Da alcuni atti mentre si rileva la devozione verso la Vergine, traspare la diffidenza verso gli amministratori della cappella. Così Domenico de Labrutis lascia per testamento due case alla Vergine senza alcun obbligo ma con la condizione che non si possano vendere, ma rimangano sempre di proprietà della cappella (39). Il capitano Nicolas de Vergas promette un grande candeliere d’argento, se guarirà da una grave malattia. Tornato sano, portò il candeliere ma il cappellano lo rifiutò, perché non era come espresso nel voto. Riammalatosi rinnovò il voto. Tornato sano portò nella cappella un candeliere d’argento del valore di ducati trenta e, finché rimase in città, s’impegnò a fornire i candelieri di candele bianche; ma a sua tutela fece fare da un notaio un atto pubblico, dove dichiarò: la grazia avuta ed il voto espresso e mantenuto (40). In altri casi la cappella fu usata come minaccia per chi non rispettava le ultime volontà del testatore. E’ il caso della vedova Tadea Caparra che morendo lasciò ogni bene al nipote. Essendo questi assente, pregò un conoscente di interessarsi ai suoi funerali, cautelandolo con la condizione che se al ritorno il nipote non avesse saldato subito le spese, l’eredità sarebbe stata devoluta alla Madonna SS.ma del Capo (41).
Numeroso denaro confluì nelle mani degli amministratori soprattutto dai legati testamentari per messe in suffragio (42) e dalle elemosine. Parte di esso servì per l’acquisto di terreni. Così con denaro proveniente da un legato di Guglielmo Berlingieri unito a quello della vendita di due casette donate da Francesco Rosa e a denaro della cappella si comperarono nove salmate di terreno a Lavaturo. Parte fu imprestato ad interesse ipotecando case, terreni, vigne ecc.; altro rimase per più o meno tempo in deposito presso gli amministratori del tempo che lo impiegarono per i loro scopi privati, altro ancora incrementò una piccola mandria che alla fine del Seicento contava ventitré animali vaccini (43).
Durante tutto questo tempo i cappellani pro tempore che si avvicendarono nell’amministrazione della cappella, ritenendo che le case che la cappella otteneva in dono o in lascito davano una rendita incerta e spesso rimanevano sfitte, sia per lo spopolamento sia per la povertà degli abitanti, ed avevano di continuo bisogno di ripari, procedettero alla loro vendita e tramutarono la proprietà immobiliare in capitale liquido che fu dato in prestito, ipotecando con un censo le proprietà dei beneficiati.

Amministrazione dei beni
Sovente i lasciti alla cappella erano utilizzati per scambi di favori tra il clero. Gio. Paolo Basoino fa un lascito alla cappella per la celebrazione di una messa la settimana. Il denaro, ducati 62 e mezzo, viene consegnato nel luglio 1662 dal reverendo Francesco Facente al cappellano della cappella della Vergine del Capo Carlo Bonelli, affinché sia investito in una compra o in un censo a favore della cappella. Dopo cinque anni il denaro è ancora nelle mani del Bonelli, il quale afferma che non gli è stato possibile farlo fruttare e lo consegna al nuovo cappellano della cappella della Vergine del Capo, il canonico Antonino Cirrello. Quest’ultimo a sua volta afferma che, fatte le debite ricerche, non ha trovato nessuno stabile da acquistare né alcuno che voglia un prestito. Chiede perciò di trattenere il denaro. Frattanto il 3 giugno 1667 davanti al vicario generale compaiono il canonico Antonino Cirrello, cappellano della cappella, ed il parroco dello SS.mo Salvatore Carlo Bonelli, i quali affermano che Gio. Domenico Marino lasciò per testamento due case alla cappella ed alla parrocchia, ma non si trovò né un compratore né chi le prendesse a censo. Essi chiedono ed ottengono che le due case vengano concesse al reverendo Dionisio Pelusio. Il giorno dopo il Pelusio, su incarico del vescovo Caraffa, accoglieva la richiesta del cappellano Antonino Cirrelli , concedendogli di trattenere i 62 ducati e mezzo (44).

La cappella nel Settecento
Durante il vescovato di Marco Rama (1690-1709) il culto s’incrementò. L’immagine conservata nella sua cappella risplendente d’oro e di decorazioni, era sempre curata da una dignità ecclesiastica, o da un canonico, di scelta vescovile. Egli aveva il compito di amministrare le ricche elemosine e le rendite. Le elemosine consistevano per lo più in frumento, che veniva donato dai coloni al tempo delle messi, e in denaro, che veniva offerto dai devoti ogni sabato e nella domenica in albis, giorno di festa della Vergine. Il denaro raccolto serviva per l’acquisto di cera, olio, incenso e per pagare il chierico che serviva la cappella. Inoltre si doveva far fronte alle spese per l’apparato della cattedrale in tempo di festa; in tale occasione si faceva anche un dono in denaro al cappellano. Bisognava anche pagare le messe votive cantate, se erano senza diacono e suddiacono si dava grana 32 e mezzo , con diacono e suddiacono dieci grana in più; in esse convenivano sei sacerdoti a scelta e nomina del cappellano. Per le lodi si dava un’elemosina di tre carlini ed erano presenti dieci sacerdoti, ai quali in quel giorno competeva recitare l’ufficio in coro. Dalle stesse elemosine, sia per la messa cantata che per le laudi, spettava al cappellano cinque grana per ognuna, oltre alla porzione che gli si doveva di diritto per l’assistenza. A volte accadeva inoltre che nella stessa cappella ed altare si esponesse lo SS.mo Sacramento per il compimento delle 40 ore, durante le quali venivano anche cantate le lodi alla Vergine. In tale caso si suddividevano in parti uguali, tra il priore dello SS.mo Sacramento ed il cappellano della Vergine, le elemosine e la cera rimasta. Quando l’immagine con grande processione doveva essere portata alla chiesetta di Capo delle Colonne, i governanti dovevano chiedere l’assenso del vescovo, il quale indiceva per otto giorni continui le lodi. Il trasferimento avveniva a spese pubbliche. Era comprata la cera per ogni membro del capitolo, quindi la sacra immagine veniva posta nella bara e portata sulle spalle, dapprima dai canonici, quindi dai governanti e poi dai religiosi delle confraternite. Una volta deposta, di continuo a cura dei parroci ardevano intorno alla bara dodici torce di cera bianca e le altrettante lanterne portatili degli accoliti. Esplodevano le bocche da fuoco con continui proiettili luminosi sia dalla città sia dal castello, richiamando tutti gli abitanti del luogo e dei paesi vicini (45). Al ritorno l’immagine era collocata dapprima nella chiesa delle monache di Santa Chiara. Qui veniva esposta e si recitavano le quaranta ore. Poi veniva portata in processione attorno alla città e quindi era posta nella sua cappella (46), dove era fatto oggetto dei doni e delle elemosine con grande devozione popolare (47). Nella cappella vi era ancora il tabernacolo dello SS. Sacramento e alle reliquie dei santi Aurelio e Feliciano si era aggiunta quella di S. Margherita (48). Durante il vescovato del successore Michele Guardia (1715- 1718) la cappella subì dei rifacimenti ed il tabernacolo dello SS. Sacramento fu spostato nella cappella di S. Maria delle Grazie di iuspatronato dei Lucifero. Il vescovo pochi giorni prima della morte, avvenuta nel convento dell’Osservanza il 9 ottobre 1718, nel suo testamento espresse la volontà di essere seppellito “nella sepoltura de’ vescovi entro la V.le Cappella della Mad.a SS.ma del Capo” (49).
Il 2 maggio 1720 il vescovo di Crotone, il benedettino Anselmo de la Pena (1719-1723), visitò l’altare della patrona e protettrice del popolo crotonese e lodò l’ornamento dell’altare e la struttura della cappella che trovò “symmetrice constructa, plastice exculta, et auro superficie tenus exornata”. Nel palazzo vescovile, fin dal tempo del vescovo Caraffa (50), vi era un altro quadro della Madonna del Capo “con la cornice negra e l’estremi dorati in grande” e nella sacrestia della cattedrale ad una immagine della Vergine, già segnalata al tempo del vescovo Rama, si erano aggiunti tre ritratti che ne illustravano i miracoli (51).
Il vescovo Gaetano Costa de Portu (1723-1753) ricostruì nel 1727,all’inizio del suo vescovato, il sepolcro dei vescovi, facendovi scolpire le sue armi gentilizie ed il breve epitaffio “ SEPULCRUM . EPISCOPORUM/ CROTONENSIUM/ ANNO . DOMINI . MDCCXXVII” (52). Devotissimo al culto della Madonna del Capo nel 1749 fece laminare d’argento la tela, “lasciando vedere la sola effigie” (53). Nella cappella il suo corpo troverà ultima dimora dopo la morte avvenuta il 27 gennaio 1753. Per testamento lasciò un legato a favore del Capitolo della Cattedrale, dandogli la possibilità di utilizzo dell’usufrutto della rendita di 600 ducati, con l’unico peso di celebrare in perpetuo ogni sabato una messa nella cappella di S. Maria del Capo per la sua anima. Dal testamento del vescovo traspare l’interessamento verso la cappella, infatti egli aveva anticipato denari al procuratore, il canonico Alessandro Albani (54), ed aveva sostenuto le spese per una lite insorta tra la cappella ed il nobile Gregorio Montalcini (55).
Nella seconda metà del Settecento l’immagine su tela continuò ad essere venerata specialmente il giorno della sua festa con fiera, che fu la seconda domenica di maggio, essendo la Domenica in Albis festa di prima classe privilegiata che escludeva ogni altra festività. La Vergine divenne protettrice principale della città (56) e continuò ad essere invocata soprattutto per la pioggia (57).

Le proprietà della Cappella
Il 3 dicembre 1699 l’altare fu visitato dal vescovo Marco Rama e nell’occasione il segretario e notaio che lo accompagnava, il canonico Leonardo Cirrelli, annotò tutti i beni della cappella, che erano amministrati dal cappellano e rettore il primicerio e luogotenente generale Geronimo Facente (58).
La cappella sarà successivamente visitata il 2 maggio 1720 dal vescovo Anselmo dela Pena.
Dall’analisi dei resoconti delle due visite risulta che tra il 1700 ed il 1720 mentre la proprietà terriera rimane invariata nel possesso di due fondi rustici (la terza parte della gabelluccia detta della Madonna o Conicella di Sanda e nove salmate di terra nella gabella Lavaturo) e gli armenti svaniscono, prende vigore l’attività creditizia. I censi da 12 passano a 15 e aumenta il capitale impiegato in maniera tale che la sua rendita annua passa dai circa 46 ducati del 1700 ai 64 ducati di vent’anni dopo (59). La cappella in seguito costituirà un suo patrimonio immobiliare (case, bottega, magazzino) anche perché non sarà più conveniente procedere alla vendita degli immobili per investire il denaro ottenuto in prestiti, spesso di difficile esazione (60). Tuttavia l’attività creditizia pur subendo un ridimensionamento a causa della diminuzione dei tassi e della difficoltà di investimento, risulterà ancora prevalente al momento della soppressione della cappella avvenuta dopo il terremoto del 1783.Allora il patrimonio della cappella consisteva nei due soliti fondi rustici, in tre case con basso, una bottega, un basso, un magazzino, tre censi enfiteutici e otto censi bollari. In quest’ultimi la cappella aveva impiegato oltre 1800 ducati, che davano una rendita annua di circa 82 ducati e rappresentavano più della metà dell’entrata annua della cappella, stimata del valore di circa 150 ducati. (Principali beneficiari erano Francesco Antonio Zurlo con 825 ducati ed il barone Nicola Piterà di Cutro con 400 ducati). Il tutto con la soppressione della cappella passò sotto amministrazione della Cassa Sacra, che nel maggio 1785 procedeva alle prime alienazioni, vendendo un basso a Francesco e Gennaro Lopez, una casa con basso a Bernardino Milelli ed un magazzino ad Antonio Stricagnolo (61).

Note

1. Juzzolini P., Santuario di Maria SS. del Capo delle Colonne in Cotrone, Cotrone 1882, pp. 13 sgg.
2. Rel. Lim. Crotonen., 1597.
3. Rel. Lim. Crotonen., 1603, 1606.
4. Rel. Lim. Crotonen., 1610.
5. Juzzolini P., cit., pp.17-19.
6. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 387; Fiore G., cit., II, 304.
7. L’università di Crotone chiese al re di utilizzare parte del denaro della mensa vescovile, finché rimaneva sede vacante, per finire i lavori. Fu concesso di poter spendere ducati 200 ogni anno da due persone elette dall’università con l’intervento del vicario, Conto del m.co Giulio Cesare de Leone, 1570 et 1571, ff. 70-72, Dip. Som. 315/9, ASN.
8. Russo F., Regesto, V, 23124.
9. Ughelli F., cit., IX, 388.
10. Adi 14 di marzo 1586 al mag.co Horatio Nigro per far fare et fare autenticare tre fede che servino al detto S.r Lelio (Lucifero) per portarsili in Nap. Cio è una del capitolo di Cotrone, un’altra delli monbaci di S.ta Maria della Gratia et l’altra del procuratore della Madonna del Capo”, Conto di Gio. Andrea Puglise, ANC. 108, 1614, 92.
11. Juzzolini P., cit., p.27.
12. Juzzolini P., cit., p.36.
13. Juzzolini P., cit., p.39
14. Juzzolini P., cit., p. 41
15. Nell’uscita della processione dalla cattedrale doveva essere rispettato l’ordine delle confraternite a seconda dell’anno di istituzione. Prima veniva la confraternita del Carmine, poi quella della Pietà, quindi quelle della Nunziata, di Santa Caterina e dello SS. Rosario, Anno 1659, AVC. 78.
16. Russo F., Regesto V, 26460
17. Hieronimo de Sanda lascia i suoi beni ai nipoti con la condizione che essi “habbino da pagare carlini 10 annui in perpetuo alla Madonna del Capo o suo cappellano di questa città per la celebrazione di dieci messe privilegiate per la sua anima et soi defunti. Se poi i suoi eredi moriranno senza figli succeda la Madonna del Capo con lo pato che s’habbino da celebrare due messe la settimana in detta capella per la sua anima et soi defunti”, ANC. 117, 1620, 2-3r.
18. Al tempo del vescovo Guardia nell’anticamera del palazzo vescovile vi era un quadro con l’immagine della Madonna del Capo, ANC. 707, 1718, 46.
19. Juzzolini P., cit., p. 63.
20. Vaccaro A., Fidelis Petilia, Palermo 1933, p.126.
21. Juzzolini P., cit. pp. 37, 45, 52-53.
22. Juzzolini P., cit., pp. 55-57.
23. Rel. Lim. Crotonen., 1640.
24. Tra i doni del Campitelli rimaneva alla fine del Seicento “uno avantaltare di lama d’argento torchino con punto bianco e negro” e “una pianeta di lama d’argento a color torchino foderata di tela celendrata con punto bianco e negro”, Acta cit. f. 97v.
25. Acta cit. f. 97v.
26. Il 30 gennaio 1647 il barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano fa un lascito testamentario di ducati 50 alla “cappella di Nostra Signora del Capo per farse li gradini e colonnette, seu balaustri nell’altare di d.a cappella”, ANC. 229, 1655, 146.
27. Acta cit., f.4v; Russo F., Regesto, VI, p.132.
28. Acta cit., f. 96v.
29. Al cappellano e procuratore della cappella della Madonna del Capo Carlo Bonelli (1662) seguì il canonico Antonino Cirrello che fu cappellano della cappella dal 1667 al 1672, ANC. 313,1667, 76, 87; 333, 1672, 31v.
30. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
31. Rel. Lim. Crotonen. 1681.
32. A ricordo della devozione del Caraffa rimanevano ancora all’inizio del Settecento alcune suppellettili con l’armi del vescovo: “Una avanticona di damasco falso di color bianco e rosso, un avantaltare di damasco rosso con guarnimento di pizzillo d’oro attorno e gallone per lungo e uno avantaltare d’asprolino con strataglio di raso bianco di sopra con punte d’oro per alto e per lungo”, Acta cit. ff. 96-97.
33. Rel. Lim. Crotonen. 1692.
34. Rel. Lim. Crotonen. 1693.
35. Acta cit., ff. 88v, 143.
36. Cotrone, 23 ottobre 1689.Gio. Antonio Cafiero del Piano di Sorrento, patrone della tartana “Santa Maria del Lauro e San Giuseppe”, noleggia la sua barca al mercante napoletano Paolo Antonio Uberti. Partito da Napoli, il 22 luglio 1689 approda a Capo di Caro e consegna la lettera d’avviso alla persona che deve fornirgli il grano. Il tempo di consegna, stabilito in 15 giorni, non è rispettato e solamente mercoledì 17 agosto il patrone riesce a salpare per Finale. Dopo essere stata spinta da un leggero vento di greco la tartana rischia il naufragio per l’arrivo improvviso di venti “grechi et levanti con tempesta di mare”. Superato il fortunale a circa venti miglia da Ancona arrivano i venti di “tramontana e grechi” e così domenica 21 di agosto la tartana è a venticinque miglia dal capo di Santa Maria dentro il golfo di Taranto. All’improvviso apparvero cinque vascelli turcheschi. La capitana corsara con le vele gonfie comincia a darle la caccia. Per sfuggire all’inseguimento i marinai gettano a mare parte del carico ma i corsari non cessano di tirare cannonate, anzi una di queste spezza la gabbia che si “sgarrò et si perdì”. Vedendosi già persi allora “si voltarno con li santi”. Il patrone fece voto di cento messe alla Vergine del Capo delle Colonne ed altre messe si impegnò a far celebrare al suo paese. Frattanto la tartana era giunta a circa quaranta miglia da Crotone ed i marinai pensarono di alzare la maestra così forse avrebbero “scapulato di mano di quelli cani”, i quali non cessavano di bersagliarli con cannonate, moschettate ed archibugiate ma i proiettili pur arrivando alla poppa non facevano danno. Alzata l’antenna della maestra con la vela sciolta, avvenne il gran miracolo. La tartana veloce scivolava con gran facilità. I Turchi li inseguirono fino quasi a tiro dei cannoni del castello ma “come volle Dio si voltarno li tempi alle maestrale” e così “tirarno dentro questo porto tutti quasi illesi et digiuni per non haver possuto haver tempo di pigliar un boccone”. ANC. 336, 1689, 32-34.
37. ANC. 337, 1694, 41.
38. Acta cit., ff. 98-99.
39. ANC. 497, 1701, 77-79.
40. Juzzolini P., cit. pp. 64-65.
41. ANC. 334, 1675, 35v.
42. Alla fine del Seicento vi erano 5 legati con un onere complessivo di 253 messe all’anno, Acta cit. f. 92v.
43. Acta cit., 99v.
44. ANC. 333, 1667, 75-76, 86-87.
45. L’università di Crotone festeggiava i due protettori San Dionisio e La Madonna del Capo. Nel 1705 si spesero ducati 40 per la polvere per la festività di San Dionisio e per quella della Madre SS.ma del Capo Colonne con “essersi fatti diversi artificii di fuoco ed apparati di altari al seggio con copie di lumi di cera e dentro la cattedrale e ancora con salve reali dell’artiglieria di questa città”, Provv. Caut. 315, f. 320 (1705), ASN.
46. Le feste principali erano S. Maria del Capo (Domenica in Albis), S. Dionisio, patrono Principale (9 ottobre), ed i due patroni meno principali: S. Aurelio (3 settembre) e S. Feliciano (20 ottobre), Rel. Lim. Crotonen., 1700.
47. Acta cit., f. 93.
48. Rel. Lim. Crotonen., 1700-1709.
49. ANC. 707, 1718, 33.
50. ANC. 335, 1683, 44v.
51. Acta cit., f. 78v; Anselmus cit., f. 59.
52. Capialbi V., La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria. Cotrone e Isola, Arch. Stor. Cal., 1914, p. 511.
53. Juzzolini P. cit., p. 7.
54. Prima dell’Albani era stato cappellano il decano Filippo Suriano, ANC. 854, 1740, 142; Prima ancora nel 1717 era stato cappellano il canonico Raimondo Torromino, Anselmus cit, f. 25v.
55. Copia del testamento di Mons. Fra Gaetano Costa vescovo di Cotrone, 1753; Platea del R.do Capitolo 1758 e 1759, f. 28, AVC.
56. Nel 1777 era procuratore della cappella il canonico Raffaele Astorelli, Nota delle chiese cit., 1777.
57. 3 Decembre 1760. Cotrone. Lista delle 40 ore per la grazia dell’acqua, ed in mancanza si dovrà portare la B.ma Vergine del Capo in Nao, AVC. 107 bis.
58. Acta cit., ff. 4v, 91 sgg.
59. Acta cit., ff. 91-92; Anselmus cit., ff. 65-66.
60. Vittoria Petrolillo possiede metà dei vignali delli Cudi gravati da annui ducati 12 per il capitale di ducati 150 dovuti alla cappella della Madonna del Capo in più deve anche delle annate passate. Per recuperare sia il capitale che le annualità il procuratore della cappella, il vicario generale Domenico Geronimo Suriano minaccia di rescindere il contratto. Perché ciò non accadesse la Petrolillo vende nel 1727 all’arciprete Gio. Domenico Zurlo la quarta parte dei vignali e con il prezzo di 280 ducati paga il procuratore e toglie l’ipoteca, ANC. 663, 1731, 48-49.
61. Lista di carico cit. ff. 1-3, 49.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*