Dal rito greco al latino nel Castello di Santo Mauro

San Mauro disegno

San Mauro Marchesato in un disegno conservato all’Archivio Arcivescovile di Santa Severina.

Secondo quanto di solito è riportato nel 1545 Santo Mauro era tassato per 12 fuochi, per 60 nel 1561 e per 147 nel 1595. Questi dati concordano solo in parte con una nota a margine del conto di amministrazione del tesoriere di Calabria Ultra Turino Ravaschieri dell’anno 1564/1565. Il tesoriere annota che nella vecchia numerazione dei fuochi, quella del 1545, l’università di Santo Mauro fu tassata per fuochi 25 e nella nuova numerazione del 1561 fu aumentata di 35 fuochi, così fu liquidata in fuochi 60. Pochi anni dopo, nel 1565, fu nuovamente tassata per fuochi 25, come nella vecchia numerazione (ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4088, anno 1564/1565, f. 51v). In seguito però nel 1578 la popolazione è di 60 fuochi, che sul finire del Cinquecento aumenta considerevolmente, tanto che nel 1595 l’università di Santo Mauro è tassata per ben 157 fuochi.

Greci e Italiani
Da alcuni documenti sembra che il ripopolamento di Santo Mauro sia avvenuto tra il 1538 ed il 1545. L’undici marzo 1538 il vicerè Don Pedro de Toledo accoglieva la richiesta avanzata dal conte Galeotto Caraffa di poter smembrare e vendere alcune gabelle del feudo di Santa Severina come suffeudali; a quella data il casale di Santo Mauro non esisteva ancora. (Arch. Arc. S. Sev., 35A, ff. 94-96)
Da quanto sopra esposto, soprattutto tenendo conto del conteggio dei fuochi, si può avanzare l’ipotesi che il ripopolamento del casale, avvenuto al tempo di Galeotto Carrafa con l’intento di ripopolare, disboscare e mettere a coltura granaria parte del suo feudo, fu dapprima opera di un gruppo di famiglie albanesi di rito greco. A queste in seguito si aggiunsero delle famiglie italiane di rito latino. Tale affermazione è confermata dal fatto che negli anni 1546 e 1547 l’albanese Costa Scurco aveva in fitto la gabella di Santo Mauro, appartenente alla mensa arcivescovile di Santa Severina, e che ancora nel 1564 l’arciprete di Santo Mauro doveva versare nel sinodo di Santa Anastasia un censo “duorum pullorum”, censo tipico dei preti greci dei casali di rito greco, mentre per i latini il versamento era di solito in carlini, come infatti avvenne quando nel 1579 l’arciprete latino del casale Alfonso de Rasis verso tre carlini. Altro elemento a favore della presenza di una popolazione di rito greco è la constatazione che nella visita ai luoghi della diocesi, compiuta nel giugno 1559 ai tempi dell’arcivescovo Gio. Battista Ursini da D. Joanne Thomasio Cerasia, cantore di Mileto, compaiono solamente S. Severina, Rocca Bernarda, Policastro, Mesoraca, Cutro e Santo Giovanni Minagò; il cantore quindi non visitò nessuno dei casali dove erano presenti Albanesi di rito greco, cioè Scandale, Santo Mauro e Cotronei. A quel tempo i casali, dove gli abitanti praticavano il rito greco, erano autonomi ed esenti per privilegio dalla visita e da ogni prestazione dovuta all’ordinario del luogo. L’arrivo delle famiglie italiane avvenne senz’altro tra il 1545 ed il 1561 e con esse arrivarono nel casale anche l’arciprete, le decime ed lo “ius mortuorum”.
L’imposizione di quest’ultima tassa, assente fino alla metà del Cinquecento, la troviamo presente nel 1566, quando essa era ancora una prerogativa della mensa arcivescovile. Nel “Libro de tutte le intrate de lo arcivescovado di Santa Anastasia” di quell’anno si legge: “Lo ius mortuor. de S.cto Mauro rende quanto frutta” e ancora “Lo jus mortuor. de Sancto Mauro tene in affitto minico cavallo per carlini otto per lo pre(sen)te anno 66”.

Dal rito greco al latino
Dopo che il papa Pio IV (1560-1565) aveva abrogato “per litteras in forma Brevis”ogni privilegio ed esenzione, che godevano coloro che praticavano il rito greco, spetterà agli arcivescovi di Santa Severina Giulio Antonio e Francesco Antonio Santoro vigilare e colpire ogni deviazione religiosa, imporre la loro autorità ed applicare le direttive approvate nel concilio tridentino. Da allora gli abitanti di rito greco, sia chierici secolari che laici saranno soggetti alla visita, alla correzione, alla giurisdizione degli ordinari del luogo e costretti a vivere cattolicamente con la persuasione o con la punizione.
Tolta ogni autonomia religiosa, nel casale arrivò l’arciprete latino con il suo seguito e le sue tasse.
In un atto di discolpa, scritto dall’arciprete del castello di Santo Mauro Alfonso de Rasis ed inoltrato alla Curia arcivescovile di Santa Severina il 12 ottobre 1574, si afferma infatti “esser il casale novamente habitato da Italiani essendo stato casale de Greci”. L’arciprete cercava così di difendersi dalle accuse di soprusi nei confronti della popolazione del casale, affermando che l’arciprete che lo aveva preceduto, che era stato il primo arciprete latino del casale, non trovando alcuna consuetudine consolidata, aveva introdotto per il suo mantenimento e per la cura ed il restauro della chiesa arcipretale delle decime più gravose, di quelle che lui ora applicava, e lo “ius mortuorum”. Tali tasse erano ora oggetto della protesta della popolazione. Il De Rasis inoltre affermava che parte del denaro riscosso era stato utilizzato per ripristinare la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, che era in stato di abbandono. Gli abitanti accusavano l’arciprete di aver imposto decime più esose di quelle che pagavano in passato e di esigere lo “ius mortuorum”. Il tentativo di imporre al rito greco quello latino, sostituendo al prete greco amovibile un parroco latino stabile con il suo seguito di coadiutori, economi ed aiutanti, si scontrava ovunque con le proteste degli abitanti dei casali, dove era presente una popolazione di origine albanese. Le decime pagate al curato latino erano infatti molto più gravose, di quelle che essi avevano pagato in passato per mantenere il prete greco: “.. è necessario provedere d’un Curato e Rettore perpetuo, stante che per lo passato è stato retto da cappellani amovibili, sopra la q(ua)l institutione perpetua vi nasce la difficultà dell’assignamento dell’entrate per l’alimenti del curato perpetuo; poiche per il Rito Greco il suo prete è di poca gravezza al Popolo pagandoli le Decime tenuiss(i)me, et essendo la detta chiesa senza entrate il Rettore latino non può vivere con le Decime alla detta rata greca, e volendo… ridurre il pagam(en)to delle Decime alla rata latina, facilm(en)te il detto popolo ripugnerebbe con far ricorsi..”. La presenza di ecclesiastici greci nel casale e la loro sottomissione al rito latino è attestata anche da alcuni atti del notaio Marcello Santoro. Il 4 marzo 1576 il diacono greco Giorgio Scada, originario di Marcedusa ma abitante nel casale di Santo Mauro, per remissione dei suoi peccati dona al seminario di Santa Severina l’usufrutto di un piccolo terreno, che possiede in territorio di Mesoraca. Ritroviamo il 10 aprile 1578 nuovamente D. Giorgio Scada assieme all’arciprete Alfonso de Rasis ed a D. Marco Marullo come testimone in un atto di presa di possesso di un terreno situato nel territorio di Santo Mauro da parte del R.do Gio. Antonio Telesi (AASS, Santoro M, Vol. V, f. 93; Vol. 7, f.56)

Una famiglia di notai: I De Rasis
Il notaio Henrico de Rasis “de Terra Castellorum Maris” su incarico del regio commissario Francesco Jasio compilò nel 1521 l’atto di reintegra del feudo di Santa Severina per conto del conte Andrea Carrafa. Da esso risulta che a Castellorum Maris il notaio ed il fratello Alfonso possedevano alcuni terreni, un magazzino, delle case, un vigneto ed una “apoteca”, o “spetiaria”. Da una rilevazione dei fuochi eseguita nell’ultima settimana del maggio 1532 il notaio Erricus de Rasis di anni 44 abita ancora a Le Castella con la moglie Chatarina di anni 40. In seguito, dopo il saccheggio operato dai Turchi nel novembre 1545, egli lasciò Le Castella per Santa Severina. Dato erroneamente assieme alla moglie catturato dai Turchi, in una nota a margine, risalente all’anno dopo (1546), si legge : “dixit vivere et permanere ad servitium Ex.tis Comitis: uxor in Turchia”(R.C.S. Numeraz. fuochi n. 133, f. 78v, ASN). Il notaio, che dichiarò di non aver più la moglie, rapita dai Turchi, si era trasferito a Santa Severina al servizio del conte Galeotto Carrafa. Qui egli andò ad abitare in parrocchia di Santa Maria de Puccio ed entrò a far parte della ristretta cerchia dei notabili locali.
Tra i figli ed eredi sono ricordati Horatio, Iacobo, Alfonso e Ioanna. Il padre Enrico era stato un fedele servitore del conte Andrea Carrafa e poi del nipote Galeotto, i suoi figli lo saranno degli arcivescovi di Santa Severina. I fratelli De Rasis, che spesso troviamo agire insieme, erano proprietari terrieri e si dimostrarono particolarmente legati alla chiesa locale. Proseguendo nella professione paterna, ricoprirono cariche di una certa rilevanza: Iacobo fu notaio apostolico, come il fratello Alfonso; quest’ultimo fu anche arciprete di Santo Mauro. Alcuni atti notarili della seconda metà del Cinquecento mostrano la loro ascesa sociale ed economica.
Il 4 gennaio 1574 Donna Joanna de Rasis acquista da Antonia de Muto, vedova di Antonio de Arango, una casa palatiata accanto alla casa paterna, ora posseduta dagli eredi. (Vol. IV, f. 43). Jacobo de Rasis ed il fratello Horatio il primo marzo 1575 comprano per ducati 270 da Alessandro Infosino, figlio di Antonella Trombatore, una possessione alberata con ulivi, vigne, alberi da frutto ecc. situata sotto le ripe della città in località “sotto Porta Nova” vicino alla chiesa di Santo Dionisio. (Vol. V, f. 90).
Il 20 ottobre 1576 il nobile Horatio de Rasis di Santa Severina è nel “castrum S. Mauri” dove testifica la presa di possesso del casale da parte del governatore della città di Santa Severina Gio. Battista Garaffa. Il Garaffa è stato incaricato di prendere possesso del casale a nome e su mandato dell’”utile signore” di Santa Severina Vespasiano Carrafa, il quale il mese precedente aveva ottenuto la restituzione del casale per decreto del Sacro Regio Consilio contro le pretese del padre Francesco Carrafa. (Vol. IV, 50 -52).
Il 5 ottobre 1581 Horatio cede al fratello Jacobo una continenza di terre in territorio della Baronia di Tacina, che i due fratelli possedevano in modo indiviso e proveniva dall’eredità paterna.( Vol. IX, f. 28). Il 10 agosto 1582 i due fratelli vendono per ducati 24 a Horatio Pancale una casa che essi possiedono nel casale di Santo Mauro; in precedenza l’abitazione era appartenuta a Gio. Domenico Yacometta. (Vol. IX, f. 141). Iacobo de Rasis è bene inserito nel fiorente commercio del grano e nell’usura; egli anticipa denaro alla semina ed incetta il grano alla raccolta. Il 9 maggio 1585 Jacobo de Martino, essendo indebitato con Jacobo de Rasis e non avendo denaro liquido, è costretto a cedergli tomoli 36 di grano che a lui devono Vincentio Scigliano e Pompeo Driano di Monte Spinello (Vol. X, ff. 87v-88r). Pur essendo arciprete di Santo Mauro, Alfonso de Rasis risiede in Santa Severina, come dimostra l’acquisto nel settembre 1590 di una casa in parrocchia di Santa Maria de Puccio per il prezzo di ducati 70 dal reverendo Gio. Antonio Telesio e nel giugno dell’anno successivo assieme al fratello Iacobo di una casa palatiata in parrocchia di Santo Giovanni Battista da Herrichetta Baia di Rossano, vedova di Alessandro Infosino.

Il nuovo arciprete Alfonso de Rasis
“Donno Alfonsio de Rasis”, assieme a “donno Anibale Guertio” e ad “donno Lorenso Pinello”, compare per la prima volta in un atto rogato nel casale di Santo Mauro, il 20 novembre 1570, dal notaio Marcello Santoro e riguardante un prestito di ducati 6000 sull’ acquisto del casale tra il feudatario del casale Francesco Carrafa da una parte e dall’altra Agostino Caposacco, Gio. Maria Campitelli, barone di Melissa, e Diomede Susanna. (Vol. II, f. 26). Il 10 gennaio 1571 Donno Alfonso de Rasis, “archipresb.r dicti casalis”, assieme a donno Jo. Lorenso Pinello ed al fratello Horatio de Rasis, è tra i testimoni in un atto di vendita di un terreno rogato nel casale di Santo Mauro. (Vol. II, f. 41). Il mese dopo Gio. Tomaso Romanazo vende all’arciprete una casa terranea situata nel casale, che è solamente gravata, come tutte le case del casale, da un annuo censo dovuto alla curia comitale. (Vol II, 71-72).
Nell’agosto del 1572 Alfonso de Rasis “de Civitate Sanctae Severinae Publica Apostolica Auctoritate Notarius”, compila l’atto di possesso del vescovato di Santo Leone per l’arcivescovo Giulio Antonio Santoro.

Lite tra l’arciprete e l’università
Il nuovo arciprete del casale, appena insediato, trovò che la antica chiesa arcipretale di San Giovanni Battista era priva di rendite, di beni e in decadenza, per tale motivo egli subito impose nuove tasse, ma trovò ben presto l’opposizione dell’università e degli abitanti, i quali lo accusarono all’arcivescovo. L’arciprete fu perciò costretto ad inviare il 12 ottobre 1574 un memoriale di discolpa alla curia arcivescovile.
“Rev(eren)do Alfonso de Rasis Arcipreite de S(an)to Mauro humile servo de V. S. R.ma a quella humilmente supp(lican)do fa intendere qualm(en)te retrovandosi la chiesa del suo Archipresbyt(erato) di detto Casale paventare grandissimo bisogno di eddificatione reparatione et servimento è stata reedificata reparata et serv(i)ta con grandissimo suo travaglio et interesse sicome….. ad hoggi con fabricarsi repararsi….. tenersi tre preiti l’anno co magior spesa de casa sua non havendo detta chiesa altre entrade che le decime et jus mortuor(um) et anche dette intrate incerte et di nissuna stabilità per l’annate che corrono per farsine fare servitio di detta chiesa con la quantità del popolo per esser casale molto populoso et per haver detto supp.te bisogno de cohadiutore nel detto servim(en)to ha cercato accrescere dette entrate di decime et jus mortuor(um) in una stabilità per suplire al detto servimento et per non essere defraudato del populo retrovando che in detto casale non ci è nissuna stabilità o per dir meglio nissuna consuetudine ferma che esso supp.te in favor di detta chiesa potesse mantenersi per esser il casale novamente habitato da Italiani essendo stato casale de Greci, solamente retrovando il suo predecessore ha reformato in detta chiesa così la decima come lo jus mortuor(um) per esser stato esso p(rim)o Arcipreite di Italiani in detto casale nella detta chiesa, retrovando et intendendo da alcuni che sia detto predecessore esigea per la decima ogni anno per detta chiesa da alcuni uno tumulo de grano per ogni paro de boi et da alcuni uno di grano et unaltro di orgio al suo libito…. il ius mortuorum per laudabile conventione secondo la qualità del defonto esigea da qualsiasi persona a suo libero arbitrio… secondo conoscea la facultà del defonto et erano queste le rendite et emolumenti detto suo predecessore governava et manteneva detta sua chiesa nel suo servitio di uno solo preite che bisognava a quel tempo per la povertà del populo di detto casale. Al presente conoscendo detto supp.te detta chiesa essere.. atteso che per questo tempo che esso ha posseduto questa chiesa non ha potuto mai esigere più di uno tumulo de grano per la decima di uno paro de boi con grandissima difficultà et quasi per forza non li ha possuto conseguire detto orgio non trovando stabilita forma in detta chiesa di detta decima posseduta solamente come ha detto di sopra dal suo predecessore, ne anco ha possuto stabilire ad detto jus mortuor. non fosse inculpato per questo abuso appresso V. S. et R.ma, solamente esatto pacificamente quello che ha possuto per detto jus mortuor. et detto tumulo de grano per paro de boi immettendo detta chiesa in quella possessione come meglio ha possuto per levar li romori et scandali del populo non curando de resarcire alla detta spesa fo adligere de robbe sue proprie come chiaramente si vede nello serv.to di reedificare et adornare detta chiesa pertanto supp.ca V.S. R.ma considerare .. la spesa e sud.o ser.tio di detta chiesa considerando le dette entrate essere incerte voglia provedere di modo che possa mantenersi detta chiesa in detto ser.tio et non farlo fraudare dello detto jus et decima di grano et orgio cosi come si usa nella sua metropolitana Citta et come era solito esigere il suo predecessore supp.do…. et laudabile consuetudine.. detta chiesa havere bisogno di dette intrate per possire restorare et consare accioche esso supp.te possa reformarsi al vivere et alla spesa et servitio di detta chiesa et proveda come meglio li sara serv.o et perche del tutto se potria a grandiss.mo guadagno de V. S. R.ma ut Deus.
De più supp.ca V.S.Ill.ma R.ma che considerate le sup.e povertà di detta chiesa si degni provedere sia provisto di entrate condecente al detto servitio et manut(entione).. alla esatione de grano et orgio per detta decima accio possa detto supp.te manutenervi doi altri suoi adiutori et più preteso de detta chiesa havendo respetto alla quantità del populo et al bisogno di detta chiesa… che non si providisse come esso supp.te supp.ca et repone succedendo per mancamento de servimento alcuno caso al detto populo di detta terra … al detto supp.te per suo defetto… proveda come meglio le sera ser.o ut Deus”.

La convenzione
Il 13 ottobre 1574 l’arcivescovo Francesco Antonio Santoro delegò il vescovo di Cariati e Cerenzia Sebastiano Muffa a seguire il caso, a cercare un accordo tra le parti ed a risolvere pacificamente ed amichevolmente ogni controversia. In quello stesso giorno era inviato nel casale Aniballe Quercio, il quale leggeva e notificava al sindaco del casale di Santo Mauro, Mario Barbaro, il memoriale e gli intimava “che voglia comparire alla p(rim)a congregatione del Synodo et cons(ili)o prov(incia)le di Santa Severina”. Il 16 ottobre 1574 in Santa Severina, in presenza del vescovo di Cerenzia e Cariati in qualità di giudice, il sindaco e l’arciprete del casale esposero le loro ragioni. Sentite le parti, eseguendo la volontà dell’arcivescovo, che era quella di sedare le discordie e le liti tra le parti, il vescovo emanò la sentenza definitiva, che stabiliva le decime ed il ius mortuorum, che gli abitanti del casale dovevano pagare per il mantenimento della chiesa e dell’arciprete, stabilendo per decima un moggio di grano ogni anno per paio di buoi e per il ius mortuorum secondo la qualità della persona.
La lite tra l’arciprete e l’università del casale tuttavia si prolungò tra varie vicende nel tempo e dopo il tentativo di mediazione da parte del vescovo di Cerenzia e Cariati, seguirono altri mediatori di entrambe le parti, i quali tentarono di arrivare ad un accordo definitivo.
Alla fine del 1576 la lite non era ancora conclusa, come mostra un atto del notaio Marcello Santoro di Santa Severina del 27 novembre. In quel giorno si presentò dal notaio Jacobo de Rasis, fratello dell’arciprete Alfonso de Rasis, il quale a nome del fratello presentò e fece trascrivere in un atto pubblico i documenti, tra cui il memoriale di discolpa presentato dal fratello alla curia arcivescovile di Santa Severina e la sentenza del vescovo di Cerenzia e Cariati, emessa nel primo sinodo provinciale dell’ottobre 1574.

Alfonso de Rasis e l’inquisizione a Santa Severina
Il 9 maggio 1578 inizia la fiera di Santa Anastasia dentro la città di Santa Severina. Quel giorno la bandiera, o stendardo, della chiesa uscì dalla chiesa metropolitana accompagnata da gente armata, dando così inizio alla fiera di Santa Anastasia, che “incomincia dal sabato infra l’ottava del’ascentione per tutta l’ottava del sabato seguente” dello stesso mese e coloro che parteciperanno saranno “franchi di botteghe, misure, pesi, doane, et de qualsivoglia altra cosa partenente pagare alle fere”. Il giorno dopo, seconda domenica di maggio dovrebbe iniziare anche la fiera di Santo Giovanni Minagò. La presenza nello stesso periodo di due fiere, una della chiesa ed una della città, determina un conflitto. Approssimandosi l’evento“si haveva fatto un monitorio per ordine di Mons.s R.mo allo castellano delo castello (Fabio de Luca) et altri homini che non dovessero cacciare et inarborare la bandiera nel castello ne in altra parte, stante che nella chiesa di santa Anastasia metropolitana si per la festività come ancora per lo suo mercato era inalberato la bandiera, et stendardo, al campanaro”. Per non essere scomunicati nel castello non c’era il castellano in quanto era “sfugito” ed il mastro giurato della città Marco Antonio Zurlo, si era sospeso dalla sua carica, impegnandosi a non esercitare alcuna giurisdizione per tutto il tempo che sarebbe durata la fiera di Santa Anastasia, cedendo “ogni attione spettante e pertinente ad esso mastro giurato in detta fiera di S.to Giovanni”. Anche i due sindaci della città, Gio. Berardino Sacco e Marcello Guarino, “per timore delle loro anime” erano stati costretti a riconoscere la priorità della fiera di Santa Anastasia ed a dichiarare di rinunciare ad ogni pretesa che l’università potesse pretendere dalla mensa arcivescovile. Tuttavia , non tenendo conto della scomunica, Andrea Gatto e Ascanio Severino, accompagnati da uno che batteva il tamburo e da altri, andarono al Campo e allo Spontone furono letti dei bandi scritti su comando di Andreaccio Infosino. Seguì nello stesso giorno un monitorio di scomunica che fu affisso alle porte della cattedrale. Poiché i preparativi per la fiera di Santo Giovanni Minagò proseguivano, domenica 10 maggio 1578 il vicario generale, l’arcidiacono Gio. Francesco Modio, emanò un altro monitorio di scomunica, minacciando tutti quelli che avrebbero partecipato alla fiera “di essere dechiarati, e publicati per escomunicati, anatematizati e maledetti”. Il monitorio fu letto a voce alta sia alla porta che nella guardia della bandiera del castello. Invano, il capitano della città Jo.es Martines consegnò il vessillo ad Andreaccio Infosino e lo nominò “magistro ferae et nundinarum”. Mentre il capitano della città stava consegnando il vessillo, che ufficialmente dava inizio alla fiera di Santo Giovanni Minagò, intervenne l’arcidiacono protestando, ma fu subito attorniato da alcuni armati “cum scoppettis calatis canibus “, che gridarono: “ammazza, ammazza”. L’Infosino, “armata manu cum multis hominibus malae vitae, qui secrete erant coadunati in castro dictae civitatis”, portando la bandiera uscì dal castello accompagnato da molti armati con scopette a focile, guidati dal sergente Andrea Gatto, che portava una sargentina. La bandiera con il suo seguito, formato in maggior parte da abitanti del casale di Santo Mauro, arrivò al Campo dove si fermò davanti alla Casa della Corte. Gio. Domenico Marrella, in qualità di mastro d’atti, lesse la “commissione” scritta dal capitano e redasse l’atto della consegna della bandiera, incontrando in tal modo la censura ecclesiastica, che prevedeva che ogni atto giudiziario, rogato nel giorno di festa, doveva avere il permesso dell’Arcivescovo o del suo Vicario. Quindi la bandiera fu portata al luogo dove si doveva svolgere il mercato, fu inalberata e poste le guardie, dando così inizio alla fiera. Al monitorio emanato dall’arcidiacono e vicario generale Gio. Francesco del Modio, “officiale et luocotenente generale”dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro, che ritenendoli “mali cristiani ed heretici”, aveva emanato il monitorio di scomunica contro il castellano et ogni altra persona presente nel castello quanto contro ogni altro officiale e persona di giustizia ed aveva ordinato che “acciò che la presenti venga a notitia di tutti haveno ordinato che sia publicata alta intelligibile voce nella porta del castello et nella guardia della detta bandera”, seguì nel pomeriggio dell’undici maggio la scomunica da parte dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro. La sentenza colpiva tutti coloro che avrebbero partecipato alla fiera di S. Giovanni deli Agli. I maggiori indiziati furono il capitano della città Joannes de Martines, che non si era opposto alla consegna della bandiera, Andreaccio Infosino, Gio. Domenico Marrella, Fabio de Luca ed il castellano di Rocca Bernarda Petro de Mendoza, il quale aveva infierito sull’arcidiacono, quando questo aveva tentato di opporsi alla consegna della bandiera, “vulgariter l’afferrao per la capezzuna tirandolo”.

La scomunica
Già il 20 maggio il vicario generale Del Moyo, riceveva da Tirentio Pirrone, deputato dalla regia Audienza mastro di mercato, ducati 50 che sarebbero dovuti andare come ogni anno “per l’utile e l’emolumento dela fera di S. Gio. deli Agli” al mastrogiurato della città Marco Antonio Zurlo. Lo Zurlo, minacciato di scomunica e convocato nella corte arcivescovile, era stato costretto a cedere “l’utile suo al mercato della chiesa”. Il vicario infatti aveva richiesto la somma, in quanto la concomitanza delle due fiere “have fatto danno et preiudicio al mercato della chiesa”.
Particolarmente colpiti dalla scomunica furono numerosi abitanti del casale di Santo Mauro. I Sammauresi particolarmente fedeli al conte ed in lite decennale con l’arciprete e la curia arcivescovile per la questione delle decime, avevano partecipato in massa alla fiera del conte. Il due giugno 1578 Agatio Amoruso, Andria Miniscalco, Francesco Guertio, Blasi Amoruso, Petro di Fatio e Alfonso Juliano chiedevano all’arcivescovo di essere assolti dalla scomunica in quanto essi erano andati alla fiera “per comandamento delli officiali di detto casale di Santo Mauro”. A questi si aggiunsero pochi giorni dopo, l’otto giugno, Prospero Scoro, Augustino di Arcuri, Cola Milillo, Fran.co Prati, Laurenzo Maza, Luca Currado, Luca Romanazo, Cola Capasella, Jo. Loise di Carnelivare, Marcantonio Sergio, Gio. Andria Peyorello, Grandonio Sciachitano, Jacovo Cidattolo Nardo Taverna, Fabio Macri, Marco Vaccaro, Mario Politi e Antonio Mauro. Tutti supplicavano l’arcivescovo Francesco Antonio Santoro di essere assolti dalla scomunica, affermando di essere stati costretti dal feudatario del casale a partecipare alla fiera di San Giovanni Minagò. Scomunicati fin dal giorno di Santa Anastasia “ per lo tumulto fatto nel cacciare della bandiera”, tutti imploravano di ritornare “nel gremio della santa chiesa et nella gratia et benedicione di V. S. I“.

La testimonianza dell’arciprete
La scomunica aveva piegato i Sammauresi ai voleri della chiesa; ben presto essi saranno costretti ad accettare le condizioni imposte dall’arciprete. Rimanevano fuggiaschi i principali protagonisti. Tra questi il sarto Andrea Gatto, il quale pubblicamente si era fatto beffe della scomunica dicendo: “ a dispetto di chi non vole et che excomunica, excomunica me inculo” e ancora ”le scomuniche le tengo chiavate a sto culo” e di Gio. Domenico Marrella che a chi gli diceva che in caso di morte, essendo scomunicato non poteva essere seppellito in un luogo sacro, rispondeva che “come morero mi buttino di una timpa” o “quando io son morto buttatimi alli cani”. Sospettati di eresia e di dispregio della chiesa, incuranti della scomunica, i due circolavano indisturbati per la città e per i vicini giardini, fidandosi sul fatto che, essendo laici, non erano soggetti alla giurisdizione ed alla giustizia ecclesiastica. Ma i tempi erano cambiati ed il vento dell’inquisizione, alimentato proprio dai Santoro, aveva cominciato a soffiare anche a Santa Severina.
La presenza dei due impertinenti scomunicati era per l’arcivescovo un oltraggio non sopportabile, perciò decise di catturarli. La notte dell’undici settembre 1578 l’arcivescovo Francesco Antonio Santoro, informato dalle sue spie, che i due stavano dormendo in città, chiamò a sé l’arciprete di Santo Mauro Alfonso de Rasis e l’arciprete di Rocca di Neto Carlo d’Aminò. Alle tre di notte i due arcipreti, al commando di una ventina di armati con spade e scopette a focile, circondarono la casa dove abitava, assieme a sua madre, Gio. Domenico Marrella; l’abitazione era situata in parrocchia di Santa Maria la Grande. Il mastro d’atti della corte Gio. Domenico Marrella di anni 22 , residente in Santa Severina, si trovava nella casa assieme alla madre ed al crotonese Ascanio Severino che pure era stato scomunicato ( Domenico Marrella era figlio di Andrea, o Andriucius, Marrella di Castellorum Maris, dato per catturato dai Turchi assieme ai fratelli Durabile e Gio Carolo nel saccheggio del novembre 1545). Dopo aver tentato la resistenza e la fuga, fidandosi delle promesse dell’arciprete De Rasis, il Marrella ed il Severino furono catturati e rinchiusi con i ferri nel carcere arcivescovile detto la “Pellegrina”, dove furono maltrattati tanto che l’arcivescovo dovette chiamare il mag.co Camillo Longo, “artium et medicinae doctor”, per sanarli. Pochi giorni dopo fu allestito il processo inquisitorio dove deposero i due arcipreti ed altri compiacenti testimoni. Il 20 ottobre, fu la volta del Marrella, la cui posizione si era aggravata per il ritrovamento nella sua casa dentro una cassa di vestiti di un libro proibito. Per tale motivo l’accusato era anche incorso nella scomunica prevista dall’editto emanato dall’arcivescovo e fatto leggere ad alta voce dal pulpito della chiesa metropolitana dal cantore Don Gio. Vincentio Padula durante le messe solenni del 17 giugno 1576 contro coloro che non avevano “presentato et essibito li libri”. Questo fatto indurrà gli inquisitori ad indagare ulteriormente sui mastri di lettere, sui libri letti e sui rapporti personali dell’imputato negli ultimi dieci anni. Il 27 ottobre seguente fu la volta dell’interrogatorio del crotonese Ascanio Severino. Il sarto Andrea Gatto di 40 anni detto “Soldatella”, originario di Rocca Bernarda ed abitante nella piazza di Santa Severina, “iustae staturae cum barba nigra, amictus pallio cerulei coloris, et calvus in capite”, si presenterà spontaneamente all’arcivescovo ed agli inquisitori accompagnato dal nobile Vespasiano Marzano, marito di Hyppolita Carrafa, solo dopo che si era placata la lite tra il conte e l’arcivescovo. Il 9 marzo 1579 subì un primo interrogatorio e dopo pochi giorni, il 14 dello stesso mese, un secondo.

La deposizione dell’arciprete
Il 14 ottobre 1578 fu esaminato il reverendo Alfonso de Rasis della città di Santa Severina, arciprete di Santo Mauro di anni 45. Egli fu chiamato a deporre davanti al reverendo Gio. Francesco Modio, vicario generale di Santa Severina, il quale presiedeva il tribunale ed era assistito dal reverendo magistro Petro Corina da Coriliano, professore di Sacra Teologia dell’ordine dei conventuali di S. Francesco e dal frate Gio. Battista Ferraro di Strongoli dell’ordine dei predicatori, economo e magistro del seminario di Santa Severina. Era presente il diacono Gaspare Caivano assunto come attuario.
Interrogato se sapeva il motivo per il quale era stato convocato. Rispose: “Io non so niente, e sto confuso ne posso sapere perche, si bene sono duo giorni, che son stato chiamato, ne so di che cosa m’habbiate da essaminare”.
Interrogato se conosce qualche eretico o sospetto o diffamato di eresia. Rispose: “Io per l’informatione che ho pigliato in questa corte ho suspetto Andrea Gatto als soldatella, et Gio Dom.co Marrella di S. Severina perche havea inteso dal mormorare delle genti per parole che si diceano publicamente da tutti universalmente che li detti faceano puoco conto della potestà ecclesiastica, e degli ordini suoi con puoco timor di Dio e dispregio delle censure ecclesiastiche, et dopoi io mene sono certificato per la depositione di alcuni testimoni alla depositione de quali io ho servuto per notario, alla qual mi refero e per quello che ho visto, et inteso dapoi li tengo per sospetti di fede, tanto più che essendo escomunicati da cinque mesi incirca pratticavano publicamente andando armati per li giardini e per tutto con gran scandalo del popolo, e di tutti”.
Interrogato se conosce qualcuno fautore, aiutante o protettore dei sospetti. Rispose : “Io so che si ha detto publicamente che stavano in casa del S.r Pietro Carrafa, et alla mangiavano, e dormivano, e giocavano publicamente”.
Interrogato se conosce il luogo dove si nascondevano i sospettati. Rispose: “Io de Andrea Gatto non vi so dire nuova dove si truova. Gio. Dom.co Marrella so che per tal causa si ritrova prigione nelle carceri del vescovato”.
Ed aggiunse : “Io fui uno di quelli che fui mandato da mons. Arcivescovo con altre genti in casa sua a pigliarlo carcerato e particolarmente con Donno Carlo d’Ammino Arcipte della Rocca di Neto, et altri della città, e soldati di fuora armati e ci venne anco il S.r Tito Strambone, et arrivati nella casa del detto Gio. Dom.co Marrella . Io andai alla porta di sua casa, la qual era serrata, e li feci intendere a detto Gio. Dom.co che Mons. Arcivescovo voleva esso, e che ci havea mandato aposta per servitio di Dio, e del Santo Ufficio; e questo quanto esso testimone ce lo diceva tanto piu quello si facea forte da reto mettendo alla porta cascie, matarazzi, et altre cose, e cercava fuggire per le fenestre, ma i soldati secondo dissero che guardavano le fenestre lo fecero ritornare et dopo haverlo pregato, et assaltato più volte che volesse venire carcerato dall’arcivescovo replicava, e non ci voleva venire, e più si appontillava la porta da dietro: talche era passata una meza hora, e così feci venire una accetta e Gironimo servitore di Mons. Arcivescovo cominciò con quella accetta à tagliare la porta, e dopo che detta porta era fracassata e tagliata chiamò a me da dentro la casa che li prometta di non farlo offendere che saria venuto e questo perche esso vedea che non potea scappare e quando esso parlava mostrava di esser più de uno et che io li promessi portarlo davanti à Mons. Arcivescovo non potendo più scappare aperse la porta, et intrato io solo prima perche non voleva vero l’accordai con molte promissioni e con esso era Ascanio Severino di Cotrona, il quale era pure scomunicato e viddi cascie e matarazzi indietro la porta, che ne havea appontillate la porta, et era una scopetta à fuoco sopra lo letto e dalle cose preditte ho visto, e cognosciuto, che lo detto Ascanio favoriva et agiutava detto Gio. Dom.co anzi diceva, che non volesse uscire, ne andare prigione, se non veniva il dieno di S. Sev.na, e con tutto ciò li menai carcerati tutti duoi, l’uno come sospetto, e scomunicato, e l’altro come scomunicato et fautore e dopoi, che li detti furono posti nelle carceri andai da Andrea Gatto in casa, et non ce lo trovamo, perche era fugito in cammisa per lo rumore che havea inteso in casa di Gio. Dom.co Marrella. E questo e quanto sape esso test.o”.

L’inquisizione di Gio. Domenico Marrella
Il 20 ottobre dal carcere Gio. Domenico Marrella fu portato nel palazzo arcivescovile davanti all’arcidiacono e vicario generale Gio. Francesco Modio che era assistito dal R.do Mercurio la Grutteria, arciprete della chiesa metropolitana, e dal frate Gio. Battista Ferrario di Strongoli dell’ordine dei predicatori. Vi era pure il diacono Gaspare Caivano con funzione di notaio.
Alla domanda dove, quando e perchè fu catturato, rispose: “Dico che stando io in mia casa dentro la Città di S. Severina nella parrocchia di S. Maria la grande questo mese di settembre proxime passato, e proprio alli undici, o dodeci secondo si ricorda, una sera a circa quattro hore di notte stando esso et Ascanio Severini dentro detta casa illà arrivò uno huomo con una spada arrancata, et addomandò in trasere la porta di esso deposante correndoli sopra e vedendo questo esso deposante si levò per defendersi, lo preditto huomo armato subbito fuggette allo vignano della casa, et havendo esso deposante affacciato alla porta affacciante in detto vignano vidde una moltitudine di huomini armati di scopette à focile quali huomini subbito saglierno a detta casa sopra detto vignano, e vedendo questo esso deposante si serrò la porta et addomandò che genti erano, et li preditti non volsero rispondere, ne meno disse che genti erano, e non facevano altro che scassare la porta di detta casa, et esso deposante gridando dicendo che genti sete, chiamate il capitanio detta Terra se volete alcuna cosa da me e li preditti con tutto questo non mancavano persisetndo di scassare la porta, e dallà meza hora per quanto si ricorda in detto vignano intese parlare lo R.do Don Alfonso de Rasis, il quale per innanzi non haveva inteso, ne meno visto, e chiamò ad esso deposante dicendoli Gio. Domenico vieni, che ti vuole Mons.r Ill.mo et inteso questo esso deposante subbito aperse la porta, et uscì dicendo Don Alfonso iamo poiché mi vole Mons.re e dallà diritto se ne venne all’Arcivescoval palazzo, dove detto Don Alfonso non volse, che parlasse con Mons.r Ill.mo e lo carcerò nella pellegrina, dove e stato e sta al presente con ferri, e questa e la verità. E perché causa l’havesse portato all’Arcivescoval palazzo non so”.
Interrogato se in detto carcere si è solito carcerare persone delinquenti e di che sorte di delitto, rispose: “Che esso deposante non sa”.
Interrogato se può immaginare la causa della sua cattura e carcerazione, disse “che non se lo può immaginare”.
Interrogato se detto Arcivescovo e la sua Curia sono soliti carcerare laici e per quali motivi, rispose: “Essendo stato chiamato sincome ha detto da sopra dal detto Don Alfonso esso da subbito se ne venne da Mons. per vedere che cosa li comandava in quanto di carcerare laici dice che esso non sa”.
Ammonito a dire la verità in quanto la Curia Arcivescovile et i suoi ministri non sono soliti arrestare alcuno senza una ragione, disse “che esso si conosce, e la coscientia sua sa non haver fatto delitto nisciuno”.
Interrogato se ha nemici, chi sono e la causa dell’inimicizia, rispose, dopo averci pensato un po’,: “Genti ce ne sono assai alla Città e da fuora, e non si può ricordare chi le inimico se non li e nominato, ne può dire perché causa”.
Ammonito a dire la verità ed a raccontare la sua vita, che cosa ha fatto nella fanciullezza, in quali luoghi sia stato, quali precettori e quali insegnamenti ha avuto, le amicizie e le relazioni, da dieci anni ad oggi, rispose: “Stava alla scuola, et ho havuto molti mastri de lettere, e tra li altri per quelli, che si ricorda lo q.dam D.o Nicola Gulli, lo clerico Ferrante Puerio, lo Mag.co Francesco Corvo, uno patre Baccellieri dell’ordine di S. Domenico et altri quali non mi ricordo in S. Severinae la prima cosa, che imparavano come fedele cristiano il pater n(ostr)i, l’Ave Maria, et altre cose de grammatica e conversava con scolari, e da diece anni in qua ha pratticato con tutte le genti di questa Terra”.
Interrogato se ha avuto libri e se ha letto rudimenti di religione, rispose: “Io ho havuti l’officiolo e la Doctrina Christiana, che me l’ha data Mons. Arviv(esco)o e la ho letta, e l’officiolo”.
Interrogato “se detto officiolo e delli nuovi, o delli vechi”, rispose che ”esso non sa, si bene al detto officiolo ci ha d.to li sette salmi”.
Interrogato se ha avuto altri libri, rispose che “non si ricorda haverne havuti altri, se bene a tempo che era scolaro havea li libri che li facea comprare lo mastro”.
Interrogato se presentò i libri o la nota dei libri all’arcivescovo, così come era stato ordinato e nei tempi previsti, rispose: “Io à tempo non havea libri che se li havesse havuti l’haveria portati a Mons. Arcivescovo perche alcune volte mi facea prestare libri e dopo li tornava alli scolari et alcuno altro ne imprestava, come si suole trattare tra scolari”.
Interrogato sui nomi delle persone con le quali aveva conversato ed alle quali era più legato da amicizia, rispose: “Io ho pratticato generalmente con tutti”.
Interrogato se ha discusso con qualcuno di religione e con chi, rispose: “Signore non ho pratticato, ne trattato con nisciuno di queste cose”.
Interrogato quante volte è stato solito confessare i suoi peccati al sacerdote e ricevere l’eucarestia, disse che è solito confessarsi ogni anno. Richiesto di dire i nomi dei sacerdoti che lo avevano confessato, disse che “lo confessava e lo communicava il q.dam Don Battista Salvato cappellano suo et al presente Don Francesco Caloianni, lo R. Arcipreite Don Gregorio delle Pira e frate Andrea darena et altri preti che non mi ricordo e la sacra comunione l’ho pigliata ogni anno dal cappellano e questo anno particolarmente nella cappella di S. Maria la grande e mi soglio confessare alcune volte infra l’anno”.
Interrogato se sapeva se l’officio che deteneva era vecchio o nuovo. Per tale motivo gli fu mostrato un officio che iniziava “Officium Gloriosae Virg.is Mariae” e nella pagina era raffigurato la figura di Gesù con un giglio Venetiis 1559, stampato in Venezia nella stamperia degli eredi di Luca Antonio Iundeo 1559 nel mese di giugno ed in detto officio non c’è alcuna correzione o cancellazione, disse che “questo e quello officio che tengo in casa mia, nel quale ci ho d.to li sette salmi”.
Interrogato da quanto tempo è in possesso dell’officio e da chi lo ebbe, rispose che “me lo donò Gio. Battista Zaccaro Diacono del seminario, nello quale officio ci ha d.to come di sopra li sette salmi nel principio che ce lo donò non mi ricordo se have un anno o duoi anni”.
Non essendo permessi altri offici dopo la stampa del nuovo officio della Beata Maria Vergine se non sono stati presentati e concessi prima dall’ordinario o da un suo deputato, fu chiesto per quale motivo non lo presentò all’arcivescovo o al suo vicario., rispose che “non havea inteso tal cosa e dopo li monitioni della lista si presentassero li libri esso d(et)to officio non lo potè truovare et al presente lo vede et have inteso, che si have truovato in sua casa dentro una cascia dove havea vestiti”.
Interrogato da quanto tempo è venuto a conoscenza della scomunica emanata per decreto contro coloro che non esibivano i libri, rispose: “l’have inteso dal tempo che fu scomunicato l’Ill. e S.r Vespasiano, et haverà da duoi anni in circa”.
Interrogato su cosa pensa dell’immortalità dell’anima, rispose: “Io ne credo quel che comanda la S. Romana Chiesa”.
Interrogato su cosa pensa e crede del potere ecclesiastico e della forza ed effetto di una sentenza di scomunica e di chi non crede che la sentenza di scomunica non abbia effetto contro chi è stata emanata, rispose che “ne crede tutto quello che ne crede la S. Romana Chiesa”.
Interrogato su che cosa comanda la S. Cattolica Romana chiesa sulle questioni predette, rispose che “esso crede come ha detto di sopra quanto comanda la S. Romana chiesa, e che in quanto al detto interrogatorio non ci sa studiare, ne meno ci ha studiato, perche non e tanto intelligente”.
Interrogato da quanto tempo è scomunicato, da chi e quando, rispose che “questo mese di Maggio proxime passato andandosene una sera alla casa sua matre li disse, ho inteso che sei stato escomunicato per la corte di Mons. Ill.mo per lo fatto della bandiera”.
Interrogato se dopo che udì le sopradette parole, persistette in detta scomunica e in detto crimine per il quale fu scomunicato, rispose che “esso non ha persistuto mai, e più , e più volte ha mandato suo cainato nomine Gio. Greco, dove Mons. Ill.mo che per l’amor di Dio se fosse accascato a censura ecclesiastica alcuna lo volesse assolvere, e mi donasse la sua santa benedittione da fedel cristiano, quale Gioanne a me deposante ha referito, che Mons. Ill.mo l’haveva detto che haveva avisato Roma, e venuto risposta ci dava la sua santa beneditione, tanto più che detto Gioanne a me deposante referì che Mons. Ill.mo haveva portato littere di favore dal S.r Scipione Rotella dal S.r Arcidiacono di Cotrona e da altri per fare a me depposante havere l’assolutione e diceva che Mons. Ill.mo non diceva altro se non che aspettava avviso da Roma”.
Interrogato sull’effetto della assoluzione e della scomunica, rispose: “Io credo, e tengo che la escomunica e l’absolutione fa tutto quello effetto che tene e comanda la S. matre chiesa”.
Interrogato con quali persone ha conversato durante il tempo che era scomunicato e dove, rispose che “esso ha pratticato in casa sua e quasi ogni giorno ordinariamente e stato in un giardino dell’herede del q.m Gio. Bele Argise et alcune volte have pratticato e parlato con Ascanio Severini, et a tempo che era escomunicato M. Andreaci Infosino pratticò e parlava con esso ne si ricorda haver parlato con altri”.
Interrogato se gli era permesso di parlare e conversare con scomunicati, rispose che “con Andreaci Infosino ci parlò, e pratticò alla fera di S. Gio. dellAgli e con Ascanio la sera che fu pigliato era venuto a casa sua”.
Interrogato se in detta fiera il giorno di lunedì parlò con alcune persone di argomenti riguardanti la religione, disse che “non si ricorda haver parlato con nisciuno, ne manco ne ha parlato”.
Interrogato se ha detto alcune parole concernenti allo stato del corpo e dell’anima, disse e depose che “non ha detto tali parole”.
Fu ammonito a dire la verità ed a star lontano dalla menzogna perché vi erano deposizioni che contrastavano con quanto affermava e cioè che lunedì 12 maggio prossimo passato in detta fiera così si espresse, che “essendoli detto da alcuni, tanto ad esso Gio. Dom.co quanto alli altri compagni, che erano escomunicati che volessero procurarsi l’assolutione perche soccedendo causa di morte erano persi e non si poteano, ne doveano sepellire in luogo sacro e che esso constituto perche era escomunicato disse haec verba.: “Io voglio procurarmi di assolvermi, ma se Mons. Arcivescovo non mi volesse assolvere come morerò mi buttino da una timpa, che non ne sento niente, et esso constituto questo lo diceva in dispreggio”, disse che “con ogni debita riverenza quel che have d(et)to tal cosa have esposto il falso e non si deve, ne si puo credere, che esso deposante habbia detto tal cosa, ma questa e cosa di dire uno pazzo”.
Interrogato se crede che “morendo il corpo, mora anco l’anima”, rispose che “esso crede tutto quello, che crede la S. Romana ecclesia”.
Ammonito a dire tutta la verità su quanto detto in precedenza, rispose che “tutto quello che ha detto e la verità e perche intende esser stato escomunicato per lo cacciar della bandiera di S. Gioanne Minagò questo mese di maggio prox(im)o passato dice che in d(et)to cacciar della bandiera esso non fece cosa alcuna, ne meno quando la bandiera venne al campo innanti la casa della corte si truovò illà presente, ma era à Monte Fomeri, dove arrivò Fabio de Giraldo e Mercurio Mancuso, e chiamarono esso deposante, che voleva il capitanio in prescia, et esso andò, e trovò in la casa della corte assai genti, et in la porta era il mag.co Capitanio e comandò ad esso deposante, che legesse la commissione di esso mag.co capitanio e che facesse l’atto della consignatione della bandiera come mastro d’atti et esso deposante domandò a detto Mag.co Capitano se havesse licenza da Mons. Ill.mo per fare atti, quale capitano rispose e disse che no, et esso deposante non volea fare atto alcuno, ne meno leggere la commissione, perche era dì di festa e per tal causa have inteso, et al presente intende che sia stato escomunicato del che non crede essere incorso à censura ecclesiastica alcuna, e q.n.s che fosse incorso domanda à Mons. Ill.mo e R.mo come benigno pastore, e governatore di anime li voglia concedere la sua santa assolutione e beneditione, così come spera de benigno prelato”.

Un accordo tra le parti
La vicenda della fiera, con le numerose scomuniche che ne erano seguite e che aveva avuto per protagonisti loro malgrado numerosi abitanti del casale, porterà ad un cedimento alle richieste dell’arciprete.
La lite infatti ebbe una sua momentanea conclusione nel maggio 1580. Durante il secondo sinodo provinciale di Santa Anastasia, sempre indetto dall’arcivescovo Francesco Antonio Santoro, furono presentate dal sindaco e da alcuni abitanti del casale una petizione ed una convenzione.
Presentata R.do D.no Archiep.o in Synodo Provinciali per sindicum et alios de Casali S.ti Mauri.
“Ill.mo et R.mo S.or Arcivesc.o et Ill.mi et R.mi S.ri Vescovi in la S.ta P.le Synodo di S. S.na congregati.
L’università et homini del Castello di S. Mauro: Sindaco eletti in lo presente anno supplicando fanno intendere alle S.V. Ill.e et R.me come si bene fi mo son corse alcune differenze tra essa uni.ta et lo R.do Don Alfonso de Rasis Arciprete circa l’esatione del jus mortuor., X.me et altre raggioni spettanti a ditto Arciprete mo di meno son venuti ultimamente in accordio et conventione tra loro et di questa conventione ne faranno publico instrumento per futura cautela delli successori.
Et accio questo accordio si osservi per li tempi da venire tanto per ditto R.do Don Alfonso moderno Arcip.te come per l’altri R.di Arcipreti successori et nisciuna delle parti ne venga meno ma cossi si observi in futuro come si conclude al presente… Supp.no perche le S. V. Ill.e et R.me loro faccino gra. in l’accordio p.to prestando il loro placito assenso et consenso et qual.te bisognassi Papal Breve seu dispensa restino servite ordinarlo accio trattino di farlo venire loro bona gra. che il tutto si reputerà a gra. Ut Deus.”
Il 20 maggio 1580 sentita la relazione del vescovo di Umbriatico Emilio Bombino che fungeva per commissario, letti i capitoli che costituivano la convenzione ed ascoltato il parere dell’arciprete del casale, l’arcivescovo diede il suo parere favorevole affinché si procedesse ad un atto notarile a salvaguardia delle parti.
Die XX Maij 1580 .
Audita relatione R.mi D.ni Ep.i Umbriaticen. Comissarii per provincialem Synodum deputati et lectis etiam capitolis Conventionum audito etiam Archipresbitero Per Ill.mo et R.mo Archiepiscopum in Synodo Praesidentem de ut s.a etiam R.mo episcopo sufraganeum fuit provisum quod conventionem in capitolis contentem facit instrumentum in forma conventionem utrius partis”
Francesco Antonio ( Santoro) Archiep.”

Convenzione tra l’università di Santo Mauro e l’arciprete Alfonso de Rasis
“Item che la universita et homini de Santo Mauro siano tenuti comperare una gabella di prezzo di valuta di docati cento per commodo et utilita et dote de la chiesa di Santo Jo.e Batt.a di Santo Mauro parrochia archipresbiterale et quella consignarla fra termine di dui anni accio li entrati et rendite di detta gabella et terreno siano per commodo di detta chiesa in scambio della ragione che tene ditta chiesa del jus mortuor. di docati quattro .
Item che dicta universita sia tenuta pagare et offrire pro quolibet defunto per juridicione di detta chiesa, uno carlino et cossi un altro carlino al preite che accompagnera ditto defunto.
Item che la luminaria che serveranno per honorare il defunto sia tenuto far la sua herede, et senza altra contradicione sia di detta chiesa parrochiale volendola fare lo herede.
Item che li dui anni preditti che non consigneranno ditta gabella et terreno per dote et utile di detta chiesa, la p.ta universita et homini di Santo Mauro siano tenuti per la ragione p.ta di jus mortuor. pagare et consignare al R.do Arcip.te di detta chiesa docati dece al giorno del Santiss.o Pentecoste absque contradicione et lite, et cossi ancora anno per anno finche non la consigneranno la ditta gabella, et passati li dui anni trovando la gabella et terreno p.ti il R.do arcipreite per utile et commodo di detta chiesa, siano tenuti lo detto Sindico et Universita ad ogni sua requisitione comperare et dotare detta chiesa del terreno p.to.
Et che li homini et universita di detto casale siano tenuti ogni anno pagare la decima di uno t(omol)o di grano alla grossa del meglio che faranno per ogni paro di boi aratorii al detto Arcip.te senza contradicione dello grano…
Item che il reverendo arcip.te promitte far loro la candilora et servir ditta chiesa, ministrando sacram.ta secundum canones.
Et quanto a quelli pochi emolumenti et offerti, che si trova di presente havere detta chiesa in statu permaneat.”

L’arciprete accresce la dote della chiesa di San Giovanni Battista
Nel giugno 1571 Antonino Oliverio del casale di Santo Mauro dona all’arciprete Alfonso de Rasis e per lui alla chiesa arcipretale di Santo Giobvanni Battista una casa terranea che possiede nel casale con l’onere di una messa ogni sabato per la salute sua e dei suoi successori. (Vol. II, f. 100).
Il 7 ottobre 1584 con atto del notaio Marcello Santoro l’arciprete Alfonso de Rasis acquista dai coniugi Scipione Santoro e Laudomia Muto un terreno di circa sei salmate presso il casale per ducati 100. Sempre nello stesso giorno prende possesso di una vigna, appartenente per lascito testamentario alla chiesa di San Giovanni Battista. (Vol. X, ff. 39-40) In seguito l’arciprete aumenta le proprietà della chiesa di San Giovanni Battista, acquistando per cento carlini d’argento una gabella dai coniugi Antonino Sicilia e Lucretia Tristaino.
Mentre procedeva la dotazione della chiesa arcipretale, avanzava anche il rito latino con la formazione di confraternite: quella del SS.mo Sacramento all’interno della chiesa arcipretale di Santo Giovanni Battista e quella di Santa Caterina con una nuova chiesa. (La confraternita del SS.mo Sacramento è richiamata in un breve di Gregorio XIII del primo agosto 1577: “Ad perpetuam rei memoriam. Indulgentia pro cappella confraternitatis utriusque fidelium SS.mi Sacramenti in parochiali ecclesia S. Io. Baptistae, casalis S. Mauri, S. Severinae dioc. canonice constitutae”. (Russo F., 22878)
Poco dopo l’insediamento dell’arcivescovo Alfonso Pisano. “S. Mauro è casale del distretto , e contado di S. Severina, habitato da anime in numero di ottocento. Ha il suo Arciprete con dui preti. Vi sono due compagnie, una del S.mo Sacramento, l’altra di S. Catarina.”(Rel. Lim. 1589) .
Alcuni anni dopo l’arciprete riuscì ad ottenere per la sua famiglia il iuspatronato di una delle più antiche cappelle della cattedrale. Il 15 giugno 1598 la famiglia De Cicho cedette all’arciprete di Santo Mauro Alfonso de Rasis ed ai suoi fratelli Orazio e Giacomo il iuspatronato della cappella o oratorio di Santa Lucia nella metropolitana, che così divenne di iuspatronato della famiglia de Rasis. Sempre in quell’anno, il 4 maggio, l’arciprete era presente alla fiera di Santa Anastasia che si svolgeva nel Campo. Quel giorno essendo Gioanne Blescia e Cesare Scurco del casale di Scandale, andati armati alla fiera, furono ripresi dal mastro di fiera, il Reverendo Camillo Infosino. Ma i due chiamarono in soccorso altra gente armata e si opposero a coloro che volevano disarmarli; anzi il Blescia disse più volte anche “se vene Gesù Christo quà io l’amazzo”. Per tale motivo fu rimproverato dall’arciprete De Rasis, il quale dopo depose contro i due blasfemi. Alfonso de Rasis, fratello di Iacobo de Rasis di Santa Severina, ancora nel maggio del 1600 è arciprete del casale o castro di Santo Mauro.
Alla sua morte succederà l’arciprete Gio. Pietro Modio come si legge in una iscrizione della fonte battesimale della chiesa di San Giovanni Battista: “ IO. PETR. MODIUS V.J.D. F.C. – 1606”. Il Modio reggerà l’arcipretato di San Mauro fino alla morte avvenuta nel luglio 1619. Nell’ottobre di quell’anno è nominato arciprete Salvatore Brundolillo di Rocca Bernarda.

Sono erette nuove chiese e cappelle
Alle tre antiche chiese già esistenti alla metà del Cinquecento, cioè la matrice di Santo Giovanni Battista, situata nel quartiere detto “Lo Spontone”, di Santa Maria Annunziata di Caravà, posta fuori dell’abitato verso ponente, e di Santa Maria della Pietà, durante la seconda metà di quel secolo si erano aggiunte la chiesa di Santa Caterina, posta nel quartiere detto “Il Vignale” sede della confraternita omonima, e la confraternita del SS.mo Sacramento all’interno della chiesa matrice.
Nei primi decenni del Seicento la situazione religiosa mutò velocemente con la costruzione di diverse cappelle, di un convento di agostiniani e con la costruzione di nuove chiese.
Nel 1600 era fondato con il consenso dell’arcivescovo Alfonso Pisano fuori ma vicino all’abitato verso ponente il monastero del SS.mo Salvatore degli Agostiniani. Contribuì alla costruzione ed al mantenimento l’università. con ducati dieci all’anno ed un’offerta settimanale.
Il 20 marzo 1608 l’arcivescovo Alfonso Pisano accoglieva la supplica del laico del castello di Santo Mauro Prospero Oliverio. L’Oliverio aveva eretto un altare o cappella sotto il titolo di S. Andrea, accanto a quella del SS.mo Rosario, nella chiesa matrice di Santo Giovanni Battista. L’aveva dotata con una continenza di terre di tre salmate, situate in territorio di Le Castella in località Campolongo, che davano ogni anno 15 moggi di frumento, e l’aveva fornita di altare, calice e paramenti sacri. Aveva quindi chiesto ed ottenuto dall’arcivescovo di avere lo iuspatronato per sé e per i suoi eredi e successori con la condizione di poter nominare e presentare il cappellano, il quale doveva comparire ogni anno nel sinodo e consegnare all’arcivescovo o al vicario generale una libra di cera. Rettore e possessore della cappella di Sant’Andrea fu nominato dapprima Salvatore Oliverio e poi nel 1626 Giovanni Felice Oliverio, che fu anche arciprete di Rocca Bernarda.
Sempre nel luglio 1608 è la richiesta all’arcivescovo da parte di un folto gruppo di abitanti del castello di Santo Mauro che hanno costruito la nuova chiesa di Santa Maria Nuova, dalla parte di levante poco distante dall’abitato in località l’Arricella sotto lo Spontone. Essi hanno anche intenzione di edificare un ospedale per i poveri, di costituirsi in confraternita e di dotarla, ne chiedono il iuspatronato.
Due anni dopo è la volta della cappella dedicata a Santa Maria del Carmelo dentro la chiesa matrice. Fondatori furono gli eredi di Vitaliano Bovino, cioè la sorella Helena ed il fratello Gerolimo Bovino di Vicolise casale di Taverna. Essendo morto Vitaliano nel 1611 in Santo Mauro, comandò per testamento ai suoi eredi di erigere una cappella nella chiesa matrice, dotandola di un terreno per poter celebrare due messe alla settimana per la sua anima. Inoltre i suoi eredi dovevano fornirla di ogni cosa necessaria al culto e di un “quadro, seu figura di d.a capella sia in tela di colori fini con la figura di S. Maria del Carmelo in mezzo, et la figura di S. Leonardo d’una parte , e la figura di S. Francesco d’Assisi dall’altra”. La famiglia Bovino ottenne il iuspatronato della cappella, con la possibilità di nominare e presentare il rettore e cappellano. Il 25 aprile 1612 la cappella era terminata; in quel giorno fu presentata nella curia arcivescovile ed accolta la nomina del rettore e cappellano D. Gio. Battista Gallo.
All’inizio del Seicento la chiesa di Santo Pietro de Niffis, distante circa quattro miglia da San Mauro e soggetta alle incursioni dei ladri e degli uomini malvagi, fu abbandonata e andò distrutta. Soppressa la chiesa ed il monastero in loro ricordo fu istituito un beneficio con il suo altare sotto il titolo di San Pietro de Niffi nella chiesa matrice di San Giovanni Battista di San Mauro Marchesato. L’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella compiendo nel novembre 1660 la visita pastorale alla matrice di San Mauro annotava che la nuova cappella di cui si era decisa la costruzione circa 15 anni prima non era ancora finita. Essa si trovava a destra dell’altare maggiore davanti alla porta piccola della chiesa e c’era lo stemma del cardinale Lelio Falconeri, che era stato priore di San Pietro de Niffi. L’onere delle due messe che dovevano essere celebrate nella chiesa di San Pietro era stato in precedenza trasferito nel 1624 dall’arcivescovo Fausto Caffarello nella chiesa matrice di Santo Mauro.
Sempre nel 1624 è l’erezione della cappella della SS.ma Concezione nella chiesa matrice per volontà di Feliciana Danaro, vedova di Prospero di Reggio. La cappella con altare con immagine della SS.ma Concezione fu costruita nell’ala destra vicino all’altare maggiore e fu dotata con due case ed un censo di ducati 8 sui beni di Prospero Migale. Per volontà della Danaro si interessò alla costruzione il prete del luogo Luca Francesco Guercio, che ne divenne anche il primo rettore.

Relazione dell’arciprete Salvatore Brundolillo (1625)
L’anime che al presente sono in questo Castello di S. Mauro sono di mille incirca.
Tutte le chiese che sono le seguenti cioè la chiesa matrice ò parocchiale sotto il titolo di S. Giov(ann)e Batt(ist)a , S.ta caterina, S. Maria della Pietà nuova, S. Maria della Pietà vecchia, la S.ma Annuntiata et il monastero del S.mo Salvatore.
La d(et)ta chiesa matrice Arcip(reta)to di q(ues)to castello havra d’entrata da docati 250 incirca consistenti la maggior parte in decime, con alcuni oblighi di messe sopra quattro case per quel tanto che sene riceve ogn’anno che saranno da d.ti 12 incirca oltre altri pesi et oblighi maggiori di spese, in tutte le domeniche e feste di precetto. Vi si canta messa e vespro ove assistono li preti e clerici del luogo. Dentro l’istessa chiesa sono l’infrascritte cappelle, come del S.mo Sacr(ament)o unita all’altare di S. Gio(vann)e per esser maggiormente servita et ha la sua confraternità quale con gli abbiti di tela bianca con l’insegna del S.mo Sacr(ament)to interviene à tutte le processioni et alli funerali dalli quali suole havere per elem(osin)a uno tari. Ha di proprio due case matte di creta, una lasciatali che del suo rendito sene dicano tante messe al testatore e l’altra libera. Nella festività del S.mo Sacramento si fanno due procuratori che hanno pensiero di provedere à bisogni di d(et)ta cappella far la cerca del grano nella raccolta che suol essere di tt.a 20 incirca ò più secondo l’annate e per la t(err)a et in chiesa ogni prima Domenica tre o quattro carlini in circa, comprar oglio per la lampada che brugia di continuo e luminaria di cera bianca per servigio di d.ta cappella nelle messe o q.to si va all’infermi e sodisfano il cappellano per due heddomade docati X l’anno qual tempo tempo passato rendono conto del conto, come anche gl’altri procuratori dell’altre confraternità.
Dentro l’istessa chiesa è la cappella e confraternità del S.mo Rosario senz’habbiti o altra assistenza obligo la p(rim)a Dom(eni)ca d’ottobre sene fa la festa, si fanno due Procuratori che attendono al servigio di d(ett)a cappella con provederla di quanto è necessario d’oglio per alcuni giorni statuiti per la lampada, cera per le messe, far la cerca del grano che suol essere tt.a 15 in circa a secondo l’annate e per la terra la prima Dom.ca del mese carlini tre incirca, vi si dicono due messe la settimana et percio al cappellano si donano docati X. Ha d’entrada propria docati 4 ½ dal pigione di due casette.
Item la cappella del Carmine ha d’entrada docati II eretta per gli heredi del q.m Vitaliano Bovino per servimento di due heddommade.
Item la cappella di S. Andrea iuspatronato di Prospero Oliverio ha d’entrada un pezo di terra che si suole affittare tumola di grano sette e mezzo l’anno con peso d’una heddommada e di più cento altri docati di capitale anco per tante messe.
Item la cappella della Concettione della q.m Luciana Denaro ha d’entrada docati II con peso di tante messe.
Item D. Gio. Batt.a Gallo celebra ottanta messe per elemos.a di docati 100 lasciati da Gio. Fran.co di Riggio nell’istessa chiesa.
Item nell’istessa chiesa si celebrano due heddommade del Priorato di S. Pietro de Niffi et altre devotioni, che non vi è giorno che almeno non vi siano quattro o tre messe alle quali rispondono i clerici secondo le giornate tassate . Ne in questa ne in altra chiesa è organo e questo quanto alla matrice e parocchiale che non vi è altra ove anco li clerici ogni Dom.ca e festa in coro recitano l’officio della Madonna e vi si ministrano tutti li SS. Sacr(ament)i e questi stessi clerici con le cotte intervengono ad accompagnare processionalmente il S.mo Sacr.to all’infermi e l’estrema untione. Nella quaresima s’ha il pred(icato)re ogn’anno.
La chiesa di S. Caterina tiene la sua confraternità con habbiti di tela bianca quale assiste a tutte le processioni e funerali, da quali suole havere per elem(osin)a un tari. Vi si celebrano due messe la settimana particolarmente li giorni di festa. Si dona l’elemosine al cappellano di docati X. Si fanno le processioni nel di della sua festa che provedono a bisogni della chiesa fanno la cerca del grano che suol essere dodici o 15 tomola o più o meno secondo l’annate e di più la 2.a Domenica del mese cercano per la terra e si suol fare da detta tre carlini incirca. Tiene d’entrada propria docati quattro per il pigione di due case.
La chiesa della Pietà Nuova juspatronato di diverse devote persone tiene d’entrada seu censo docati 18 in circa assegnateli dall’istesse. Vi si celebrano 3 messe la settimana, si donano al cappellano docati 15. Ha la sua confraternità che sono gli stessi confrarii con gli habbiti di sacco che intervengono alle processioni come gli altri tanto in quelle d’obligo come in quelle di devotione che si fanno più volte secondo le correnti necessità et in particolar nella quaresima . Fanno la cerca la 4 Domenica del mese per la terra che saranno due carlini in circa e quella del grano che suol essere tumola 15 più o meno secondo i tempi. Fanno i loro procuratori a 3 di maggio festa di S.ta Croce che haveno pensiero del tutto.
In detta chiesa è la cappella di Prospero Migale non dotata ancora ma per sua devotione vi fa servire una heddommada eretta sotto il titolo di S. Carlo.
Quali confraternita cappelle e chiese hanno i loro vestimenti e quanto bisogna per il servigio d’esse.
La chiesa di S. Maria della Pietà Vecchia non ha entrada nessuna, e solo alcuni devoti elemosinieri vi fanno celebrare ogni venerdì.
La Chiesa della SS.ma Annuntiata di Caravà juspatronato delli Modii ha il suo rettore Cl. Gio. Batt.a Modio di S.ta Severina vi fà celebrare una messa la settimana il sabato della cui entrada può dar conto il detto rettore.
Il monastero dell’ordine di S. Agostino sotto il titolo del S.mo Salvatore ha d’entrada da docati sedici incirca . Fa la sua cerca del grano a suo tempo e suol fare dieci 15 o 20 tt.a di grano secondo le persone che vi vanno e le staggioni che corrono, e similmente per la terra due volte la settimana di pana e secondo i bisogni altre volte in danari. Vengono alle processioni d’obligo et alli defonti quando vi sono chiamati et hanno per elemosina un tari li frati che vi si trovano et al presente vi sono due sacerdoti et un chierico.
Quanto alle confraternità s’è detto quel che occorre.
Sono in questo castello dieci sacerdoti 23 clerici con uno congiugato cinque jaconi selvaggi et un com.rio di feste quali jaconi selvaggi e comrio godono il foro speciale non alloggiano soldati e non pagano li fiscali seu cota delle loro persone ma bensi delle robbe, assistono a servigi della chiesa quando bisogna. Ci è il mastro datti nuovamente fatto.
In questo castello sono sette monache viczoche seu di casa quattro delle regole di S.to Agostino due di S. Dom.co et una di S. Fran.co di Assisi che sogliono godere la immunità e franchitie ecclesiastiche.
Quanto all’entrade et essercitii e servitù di chiesa s’è detto.
Non vi è … nessuna.
Non vi sono oblati del monastero ò d’altra chiesa.
Vi è un hospidale senza entrada nessuna, serve per ricetto di poveri di passaggio non trovando altro luogo da ricovrarsi.

Relazione dell’arciprete Salvatore Brundolillo (1628)
Nota di tutte le Chiese, oratorii, entrade di esse e debbitori dell’istesse di q.sto Castello di Santo Mauro secondo l’ordine del R.mo V.o G.le
E quanto al p.o capo. Hanno amministrato la procura della Cappella e Confraternità del SS.mo Sacr.o di questo Castello di S.to Mauro nell’anno 1623 e 1624 Gio. Domenico Mele e Gio. Tomaso Tiani. Li quali resero conto di detta loro amministratione nel dì II di agosto 1625 e furono significati in docati 76 e grana 181/2 in conto della quale significatoria ne han pagato in beneficio di detta Cappella docati sedici, e per essa alli Procuratori loro successori eli restanti docati sessanta si sono rilasciati in potere dell’istesso Gio. Domenico Mele per conservarli e arrivar à maggior somma per alcuni bisogni necessarii a detta Cappella come si dirà appresso.
Nell’anno 1625 e 1626 successero Procuratori alli sodette Giovanni Palmeri et Ottavio Montemurro li quali resero conto della loro amministratione nel dì 16 agosto 1627 e furono significati in D. 35.2 in conto della quale significatoria ne hanno pagato a beneficio dell’istessa Cappella alli p.nti Procuratori docati quattro. Si rilascia il resto all’istessi procuratori per li bisogni come di sopra.
Al p.nte si ritrovano Procuratori dell’istessa confraternità Cola Godino e Leone Amoruso. Li quali pernon haver finita la procura, non han reso conto ancora.
Quanto al 2°. Detta Cappella e Confraternità tiene d’entrada quel tanto che si può havere dal pigione di due case terrane consistenti in docati sei incirca l’anno et un’altra casa simile legata che dal pigione se ne dicano tante messe.
Sogliono li Procuratori far la cerca del grano nella raccolta, e raccogliere da quindici in vinti tumola di grano l’anno, e similmente per il Castello ogni terza Domenica del mese carlini tre incirca, e detta cappella non ha rettore perpetuo.
Quanto al 3°. Detta cappella tiene, et ha pensiero di far celebrare due messe la settimana dando d’elemosina al cappellano docati dieci.
Si comprano 24 litre d’oglio l’anno per la lampade che di continuo arde. Per la luminaria si comprano ogn’anno libre di cera bianca almeno 30, ma facendosi di quando in quando luminaria per la processione g.le e sollennità del SS.mo Sacr.o cene vogliono almeno 80 libre.
Si tiene di più pensiero da confrati per decoro di detta cappella di far uno vestimento di seta e comprare un incensiero a sfera d’argento, come conviene per decoro di detta cappella che perciò sono state consegnate e riserbate le due predette significatorie con animo d’arrivar alla somma che bisogna per compra di dette cose.
Quanto al 4°. Non tiene altri debbitori che li retroscritti significati, e queltanto che ha da esigere in questo anno dal piggione delle case predette.
Quanto al 5°. Per quanto mi sono informato non ci è legato niuno, e questa è quanto occorre dire per la relatione della predetta cappella e confraternità.

Rosario
La Procura della cappella e confraternità del SS.mo Rosario posta dentro la matrice chiesa di questo castello è stata amministrata per Michele Scadà e Gio. Fran.co Benincasa dall’anno 1622 sin all’anno 1625 e reso conto nel dì X di Decembre 1626 restarno significati in docati 47.4.1/2 et in tumola di grano 18 quale grano fu consignato a Ferrante Visciglia et all’istesso Michele Visciglia Proc.re e li detti danari si sono soprasessi in loro potere per la translatione che si havrà da fare di detta cappella in un luogo più commodo e decente et altre cose necessarie et ornamenti di essa.
Nel 1626 amministrarono detta procura il p.tto Ferrante Visciglia e Miche le Scadà li quali reso conto à 15 di Novembre 1626 restarono significati in docati 8.4.1/2 et in tumola 23 ½ di grano quale grano e danaro sono stati rilasciati in potere dell’istessi Procuratori.
Nell’anno 1627 fu amministrata detta procura da Gio. Tomaso Abbate e dal p.to Michele Scadà confirmato procuratore, li quali reso conto nel dì 20 di Decembre 1627 restarono significati in D. 4 e grana 3 et in tumola 44 di grano.
Quanto al 2° Detta cappella non tiene altra entrada solo che quel tanto si riceve dal pigione di due case che saranno docati sei in circa l’anno e dal far la cerca ogni prima Domenica del mese che suole ascendere a due o tre carlini e da quindici tumola in circa di grano d’elemosina nel tempo della raccolta.
Quanto al 3°. In detta cappella si celebrano due messe la settimana per elemosina delle quali si donano al cappellano docati dieci e le candele. Tiene per rettore perpetuo l’arciprete del luogo per concessione del generale de Domenicani.
Quanto al 4°. Havrà da esigere detta cappella da particolari per grano dato a credito da Procuratori D. 25 in circa quali si esigeranno in questa prima raccolta.
Quanto al 5° et ult.mo. In detta cappella non è legato niuno, e questo è quanto occorre per il SS.mo Rosario.

S.ta Caterina
La chiesa di S.ta Caterina confraternita universale è amministrata da Procuratori che si eliggono ogni anno nella sua festività. Furono ultimamente procuratori d’essa per due anni maturati à 25 di Novembre 1627 Gio. Fran.co Visciglia e Gio. Dom.co Natale, li quali resero conto sotto il dì X di gennaro 1628 e restarno significati in D. 58 ½ e tumola sette di grano. Quale somma di grano e danari sono in loro potere per applicarsi a benef.o di detta chiesa.
Quanto al 2° La p.ta chiesa tiene d’entrada docati sette in circa sopra tre casette e dal far la cerca per l’habitato ogni seconda Dom.ca del mese due carlini in circa. Far la cerca del grano nella raccolta che sogliono essere tomola 15 incirca.
Quanto al 3° Fa celebrare due messe la settimana per le quali dona d’elemosina docati dieci e le candele. Non ha perpetuo rettore ma viene eletto nella sua festività il cappellano da confrati.
Quanto al 4° La detta chiesa non tiene debbitore nessuno.
Quanto al 5° et ult.o Non s’è da dir nulla, e tanto recorre quanto alla predetta chiesa.

S.ta Maria della Pietà Vecchia
La chiesa di S.ta Maria della Pietà vecchia non have entrada nessuna non rettore perpetuo non procuratore, alcune persone divote per questo castello fanno la cerca dentro la Settimana e vi fanno celebrare ogni venerdì una messa e la provedono dell’altre cose necessarie, e per essere chiesa antica, benche picciola con questo divoto affetto si mantiene e regge.

S. Maria della Pietà nuova
La chiesa di S.ta Maria della Pietà nuova juspatronato di particolari che saranno in circa da vinti confrati è retta e governata dall’istessi confrati, che pagano il censo secondo capitolarono nella edificatione di detta chiesa. Fanno i loro procuratori a 3dimaggio festività di S.ta Croce quali procuratori fanno la cerca del grano per l’habitato ogni quarta Domenica di mese. Vi si dicono tre messe la Settimana con l’elemosina di detti censuari e la mantengono e reggono nell’altre cose necessarie con dette cerche.

La Conicella
In questo castello di più fuori l’habbitato vi è un’Imagine sotto il titolo della Madonna del Soccorso detta la Conicella nuova. Alcuni per loro devotione fecero tre anni continui la cerca del grano nell’arie e per quanto mi sono potuto informare arrivarono a cento tumola in circa. Si principiò l’anno passato ad edificare essendosi comprata calce e pietra. Al presente per ritrovarsi Mauritio Oliverio in Napoli che s’havea pigliato pensiero particolare di tal negotio non si può dar chiara relatione che cosa habbia speso e quanto li sia remasto di detto grano.

Annuntiata
La chiesa della S.ma Annuntiata di Carava distante un miglio da questo castello iuspatronato de’ Modii di costesta città al presente tiene rettore il Gio. Battista Modio, quale di presenza costi potrà informare dell’entrade e peso tiene detta chiesa nella quale per quanto veggiamo fà celebrare ogni sabbato messa.

Finalmente dentro la matrice chiesa di S. Gio. Batt.a è l’oratorio di S. Andrea iuspatronato degli Oliveri, vi si celebra una messa d’obligo la settimana. Vi sono d’entrada tumula quindici di grano l’anno in due pezzi di terra posti nel territorio delle Castella. Cappellano perpetuo di esso è D. Gio. Felice Oliv.o Arcip.te della Rocca Bernarda.

Descrizione delle chiese di Santo Mauro alla metà del Seicento
“La Chiesa maggiore sta nell’quartiero detto lo Spontone sotto il titolo di San Gio(vanni) Batt(ist)a la quale è a tre Nave al presente si sta rifacendo con archi e pelieri di fabrica viene Coverta con tavole liscie et sopra tetti in testa e l’altare magg(io)re con Custodia indorata dove assiste il Sant(issi)mo alla destra e Sinistra sono dui Angeli sopra e la Cona di Santo Gio(vanni) Batt(ist)a con N(ostro) S(igno)re dietro è coro per officiare alla Nave destra e lo Cappellone con cornice di stucco et alla Nave sinistra e lo Cappellone con Cona di N(ostra) S(igno)ra del Rosario con li misterii intorno di buona pittura et guarnim(en)ti di pietra stoccati nella Nave sono quattro Cappelle con l’altare sopra Cone la p(ri)ma N(ostra) S(igno)ra dello Carmino. La 2.a Santo Mauro. La 3.a Santo Andrea Apostolo. La quarta la Santissima Conceptione, quali sono di buona pittura con guarnimenti di pietra stuccata … pulpito allevatore con il fonte battesimale et dal … si entra nella Sacrestia dove si conservano l’apparati di tutti i Colori di drappi di tomaschi, cammise e pianete con dui chiuviali una pianeta di tela d’argento e oro e guarnita con molti paliotti di seta per l’altare … otto Calici d’argento con suoi finimenti uno incensiero d’argento et un altro d’ottone con croce d’argento con dui palii uno russo et l’altro giallo vi è il Campanile sopra la porta con tre Campane et orologgio a Campana viene Servita et officiata dal suo arciprete con nove Sacerdoti dui Subdiaconi … al arciprete le ponno importare annui d.ti … alli Preti annui d.ti 30 per ciascheduno … provengono da territorii et officii diversi.
Nel quartiero detto il Vignale vi è una chiesa sotto titolo di Santa Catherina Vergine e Martire … intempiatura di quatri sfondati sopra… le Comodità per Celebrare dove si Celebra due messe la Settimana et tutte le feste tiene una Campana nella quale Chiesa e la confraternita della SS.ma Congettione nella quale sono da 70 fratelli et si fa due messe la settimana compreso il venerdì lo sabato et la domenica mattina nella quale si confessano et communicano devotamente et si sustenta detta Chiesa dalle elemosine di detti fratelli.
Fuori dell’Abitato verso Ponente si trova il Convento de Padri Agostiniani sotto titolo del Salvatore con uno poco di chiesa intesta e l’altare magg.re con Cona di N(ostra) S(igno)ra della Consolatione, Santa Monica, Santo Agostino et Santo Nicola sopra e il Salvatore di bona pittura alla destra e uno altare di Santo Nicola et alla senistra e l’altare di Santa Monica nell quale si celebra ogni giorno et tiene tutte le Comodità e Calici e due campane viene servita dal suo P(ad)re Priore con due altri Sacerdoti et tre laici per loro comodità nell’p(ri)mo piano sono molte stanze et per gradiata di legname si ascende al dormitorio di quattro celle refettorio cocina … altre poco comodità con Giardini Vigne et Territorio aratorio. Al p(rese)nte in d(ett)a Chiesa non si celebra in conformità dell’ordine e Bulla Speditole da Sua Santità però stanno aspettando l’obedienza dall’loro superiore. Fuora detta terra verso Ponente … vi è una Chiesa sotto titolo della S. M(ari)a de Carava … tiene tutte le Comodità per Celebrare … Gio. Batt.a Modio vi Celebra il Sabato et … devotione.
Dalla parte di levante poco distante dall’Abitato vi è una chiesa sotto titolo della Pietà intesta è l’altare maggiore con cona della Pietà alla destra è un altro altare con cona di Santo Carlo ius patronato di Mons.re Martino Megale nativo di Santo Mauro al p(rese)nte Vescovo della città de Bova … vi è la confraternita della Pietà si celebra … Settimana et alla cappella di Santo Carlo una messa la settimana con due messe Cantate … tutti l’apparati per possere celebrare. Poco distante è una Cappella sotto nome de … Celebra ogni venerdì et tiene la Comodità … appresso nella Crocevia … vi è una chiesa nova sotto titolo dell’Soccorso con Cupola … tutti li apparati necessarii nella quale si Celebra la … et nell’giorno della sua festività ch’è il giorno della … festa della Pentecoste con dui Calici et altre Comodità … esercita dalli preti della Chiesa matre”.

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