Un prete poeta: Gaetano Rodio da Isola di Capo Rizzuto

Libro poesie Rodio

Edizione delle “Poesie” di Gaetano Rodio stampata a Crotone nel 1902.

Dal massaro o piccolo proprietario terriero Francesco Rodio e da Costanza Bruno nacque verso le quattro pomeridiane del 10 agosto 1839 un bambino che fu il giorno dopo battezzato in presenza dei padrini Giuseppe Aspro e Clara Trapasso ed a cui venne dato il nome di Gaetano in onore del nonno paterno.

Avviato alla carriera ecclesiastica. Fu seminarista e convittore presso il seminario di Crotone dove compì gli studi e trascorse buona parte della sua giovinezza. Il seminario di Crotone utilizzava alcuni locali del soppresso vecchio convento dei minori conventuali di San Francesco, situati accanto all’episcopio, ed era frequentato da una trentina di seminaristi provenienti dai paesi della diocesi (Crotone, Isola, Papanice, Le Castella) che pagavano una retta annua di circa 40 ducati. L’edificio era composto da una camera di compagnia per il saggio annuale e per dare udienza alle famiglie dei seminaristi, da 4 camerate, da una cappella, da due camerini per il rettore, da una infermeria, un gabinetto fisico dove si conservavano le macchine e da tre aule dove si faceva scuola.Vi era poi il refettorio, la cucina, la dispensa ed alcuni bassi. Completava la struttura il giardino con il pozzo e la grande cisterna fatta costruire dal vescovo Todisco Grande.
L’anno scolastico iniziava il primo novembre. Il personale adetto alla formazione dei seminaristi era composto da ecclesiastici che professavano quasi tutti idee illiberali e al tempo dell’Unificazione si mostreranno così filoborbonici da attivare un’inchiesta da parte del Governatore della Provincia. Esso è così descritto nel 1853 dal canonico penitenziere Messina che evidenzia anche la precarietà e la pochezza culturale che regnava nell’istituto, frequentato quell’anno da 23 alunni. Era rettore il reverendo Giovan Battista Grimaldi, “ottimo per morale ma insufficiente per governare”, che era coadiuvato dal vice rettore Vincenzo De Vennera. Insegnavano poi i maestri: di Teologia, Girolamo Calojero, “non si scorge molto profitto”, di filosofia, l’arcidiacono Fedele Carvelli, “poche lezioni in un anno e ora è assente per causa di salute”, di matematica, Francesco La Piccola, “la matematica si fa una volta il giorno per la fisica non vi sono giovani”, di belle lettere, Giuseppe Vatrella, “alle volte non viene ad ora giusta”, di umanità, “è assente e viene suplito”, dei primi rudimenti, Vincenzo Carvelli, “l’unico assiduo”, e di casa, Lorenzo Aquilino, “si potrebbe avere un altro più accorto”.
Nello Stato degli alunni del seminario dell’anno 1855/1856 tra i 31 seminaristi presenti vi è Rodio Gaetano di Francesco, da Isola, di anni sedici, novizio, e ammesso come ritardatario la sera del 25 novembre, che viene affidato alla camerata dei Grandi, e che frequenterà la scuola di Belle Lettere ed il 30 dicembre di quell’anno 1855 riceverà dal vescovo Luigi Laterza la tonsura ed i primi due ordini minori, ai quali dopo breve il 25 marzo dell’anno dopo seguiranno i due ultimi ordini minori.
In una lista che descrive i componenti del Capitolo Collegiale di Isola, fatta ai primi di agosto del 1856, troviamo il cantore Francesco Vono, il tesoriere Vincenzo Messina, l’arciprete Carmelo Sisca, che ha la cura delle anime di tutto il paese,il canonico Pasquale Raimondi e l’accolito Gaetano Rodio. Tre anni dopo, alla fine del 1859, il Rodio è chiamato alle armi. Interviene il vescovo Luigi Laterza con una lettera all’intendente di Calabria Ultra che subito si attiva: “Mi è pervenuto il gradito foglio di Vra Sig.ria Ill.ma e R.ma intorno all’accolito Gaetano Rodio da Isola e sia sicura che sarà impartita allo stesso quella giustizia che gli è dovuta”. Evitata la leva egli continuò a frequentare sempre il seminario di Crotone tranne un periodo di cinque mesi trascorso nel 1860 nel seminario di Santa Severina a causa degli eventi legati alla spedizione dei Mille e all’ Unificazione che determinarono una temporanea chiusura del seminario di Crotone, parte del quale fu occupato per diversi mesi prima dalla truppa e poi usato come caserma dai carabinieri.
Con l’Unificazione veniva estesa la legislazione piemontese al Mezzogiorno ed era applicata alle province napoletane la leva che però dava la facoltà ai vescovi di richiamare dal servizio militare gli alunni ecclesiastici aspiranti al sacerdozio.
Il Rodio aveva completato gli ordini minori di ostiario, lettore, esorcista e accolito ma indugiava nel passare agli ordini superiori anzi aveva meditato di abbandonare la carriera ecclesiastica ma poi ritornò sulle sue decisioni. Trovandosi nella condizione di essere nuovamente soggetto alla leva militare decise di rivolgersi al vescovo per avere una proroga in modo da poter accedere al suddiaconato.
Così in data 19 aprile 1862 gli fu accordato dal prefetto una dilazione di sei mesi per poter conseguire gli ordini superiori ma passato il tempo senza che nulla accadesse, nel novembre dello stesso anno il sindaco di Isola informava il vescovo di Crotone che il Rodio doveva ormai partire con la leva del 1842. Interveniva nuovamente la curia di Crotone ed il 26 dicembre 1862 il sottoprefetto di Crotone informava di aver ottenuto dal generale La Marmora una nuova proroga di sei mesi a favore del chierico Gaetano Rodio perchè nel frattempo potesse accedere al ministero dell’altare. Nel maggio 1863, pochi giorni prima del termine della nuova scadenza, il Rodio chiedeva al vescovo Luigi Maria Lembo di essere ammesso all’esame per il suddiaconato nella prossima ordinazione di Pentecoste e pregava perciò che venissero fatte le debite denuncie canoniche.
Dall’esame dei documenti presentati per poter accedere al primo ordine maggiore, che prevede l’obbligo al celibato e di portare il camice e la tunicella, si ricava che il Rodio ha compiuto gli studi necessari ed è “di buona fama e condizione” ma “che se anche abbia deviato come dicono alcuni nel tempo che è dimorato in Isola lo crediamo rimesso per cinque mesi di esercizi spirituali che ha praticato in Mesoraca in quel ritiro e nel convento dell’Ecce Homo”. A riprova della avvenuta espiazione è allegata la testimonianza del rettore della Pia Casa del Ritiro de PP. Pii Operai di Mesoraca, Hieronimo Pereti, il quale testimonia che l’accolito Rodio mantenne esemplare clausura con esercizi spirituali e sacramenti, e lo descrive come “prudente nel suo agire, abbastanza riconcentrato, lontano dal consorzio secolare. Applicatissimo nello studio, ubbidiente in tutto, umile anco cogl’inferiori, amabile con tutti”. Così il 30 maggio 1863 ricevette il primo ordine superiore dal vescovo Luigi Maria Lembo.
Come subdiacono l’anno dopo chiede di essere ammesso all’esame per la prossima ordinazione del dicembre 1864 per ascendere al Diaconato e inizia nei primi giorni di dicembre il corso di Santi Esercizi della durata di otto giorni presso il convento dei cappuccini di Mesoraca. L’anno dopo è ordinato sacerdote dal vescovo Lembo.
Svolse la sua opera religiosa soprattutto presso la collegiata di Isola, dove come canonico fece parte del capitolo di quella chiesa.
Riportiamo una sua lettera inviata al Vicario che ci illustra la situazione religiosa e sociale in cui si trovò a vivere.
” Ill.mo Mons. Vicario
La cura delle anime è qui abbandonata ed il Sign. Economo a cui vi è affidata, in ogni rincontro si dinega con tutti quelli, che con istanza lo richiedono, ed il sottoscritto abbenchè qualche volta in privato si è denegato, pure richiesto replicatamente in pubblica piazza, gli è stato gioco forza prestarvi, per non esser causa di scandalo presso il pubblico, ed esser tacciato di non aver sentimenti di filantropia. Monsignor Ill.mo è questo un pillolo, che non si può inghiottire così alla buona da me, poichè non si tratta di una volta tantum, ma son questi fatti, che si verificano alla giornata. Ed infatti stamane giorno di sabato sono stato chiamato, mentre mi trovavo in farmacia, unitamente ad un crocchio di persone notabili del paese, da una donna di nome Maddalena Jannone, perchè la poveretta vedeva morire il figlio senza gli ultimi conforti di religione; ed ecco perchè faceva grandi lagnamnze e schiamazzi, a’ quali non potendo il sottoscritto resistere fu obbligato andare a prestarsi. E perchè tutto ciò? Perchè assente chi ne ha la cura, senza darsi carico di lasciar persona che lo sotituisca non ad altro badando che a suoi propri interessi. Quindi il sottoscritto prega V. S. Ill.ma prender le misure necessarie affinchè appresso non succedano di simili inconvenienti.
Isola 19 Giugno 1869.
suo subordinato Gaetano Rodio
Dal momento che sono le ore venti e mezzo, il moribondo à avuto bisogno della estrema unzione ed io accorsi con tutto il calore della giornata”
Piccole e grandi liti in un ambiente segnato dalla povertà dei molti e dalla prepotenza di alcuni come si rileva da un esposto inviato nel maggio 1869 al vescovo di Crotone Luigi Maria Lembo dal capitolo di Isola composto dal presidente Pasquale Rajmondi, segretario Gaetano Rodio e dal canonico Angelo Gigliarano contro l’economo curato Francesco Vono “che invece di essere pastore delle anime la fa da cenzale da smerciatore di sarde, di zucchero, caffè, rum,vagram, medicinali da subappaltatore della tassa maiali”. Il Vono è un pubblico bestemmiatore e mette liti tra le famiglie, ha “alterchi continui co’ secolari fino ad avere busse con gran disdoro dell’abito”, diffama le oneste famiglie e perciò ha avuto degli attentati alla vita, disprezza i sacramenti “lasciando il vaso dell’olio sacro entro stipi, buche di una chiesa aperta vicino la sua casa, e delle volte si è trovato a terra il vaso leccandolo i cani”.E’ immorale verso le donne con seduzioni e stupri e fa mercinomio delle dispense matrimoniali, si appropria dei beni delle persone approfittando della loro ignoranza e buona fede. Usa violenza verso i preti minacciandoli di chiuder loro le chiese ed esercita la camorra su i canonici prendendosi la paga degli avventizi tanto che “per evitar scandali ed alterchi continui in chiesa il resto dei preti è stato costretto esentarsi di fare solennità ed altre funzioni chiesiastiche”.( Sempre il Vono nel 1899 in qualità di vicario foraneo si adopererà a sopprimere la vecchia chiesa di Sant’Anna, dove ogni anno si svolgeva la festa degli Albanesi, favorendo così il trasferimento dell'”immagine preziosa” della santa nella nuova chiesa, fatta nelle vicinanze dal barone Roberto Barracco)
Il Rodio, scrittore fecondo pubblicò a Crotone presso il tipografo Pirozzi diversi volumetti che vennero successivamente ampliati e ristampati nel 1893 con il titolo di Poesie. L’opera fu possibile soprattutto per le continue esortazioni e incorraggiamenti dell’editore Tommaso Pirozzi. Stimato dal Guerrazzi e dallo Zanella. Il poeta catanese e socialista Mario Rapisardi lo incoraggiò (“Ella sa trovare la poesia da partutto, perfino nella minestra de’ ceci e ne’ tondi dell’uova”) e il marchese Alfonso Lucifero (Cotrone 1853- Roma 1925), che sarà più volte deputato, gli dedicò la poesia :”Dove?” inserita tra le “Poesie varie” nel volumetto “Armonie e dissonanze”, edito a Napoli nel 1875.
Nella sua poesia quasi sempre è presente il paese natio : “Quel paesello, nel suo confine,/ Tiene un recinto d’orti fioriti,”, ” Ogni casuccia del paesello/ Fuori la porta tiene piantato/ Tendendo i rami, com’un ombrello,/ Un pampinoso bel pergolato”, “Ha il mar vicino, che lo circonda, E quando roca vien la tempesta,/ Il forte grido, ch’esce dall’onda/ Coll’eco accorda de la foresta,”. In quell’ambiente selvaggio, popolato da una natura rigogliosa e mitologicamente bella, egli raccoglie i suoni, i colori e i drammi di una umana esistenza che quotidianamente deve fare i conti con la povertà e la fame; privazioni che gli abitanti affrontano con dignità e amore: “E sognano i garzon pur la Sirena,/ Che veggon le fanciulle innamorate/ Nude nude tuffarsi entro la piena/ Cerulea di quell’onde inargentate;”. Spesso egli si sofferma a prestare partecipata attenzione alle piccole cose o a narrare episodi realmente accaduti che segnarono la memoria collettiva. Nella sua poesia vi è l’aspra e cruda realtà, con i suoi riti ed i suoi tempi agricoli, (“La falce rota, che stringe e serra/ Tra le sue dita di canna, e colta/ La spiga in fascio l’erge da terra,”) ormai stravolti da un’economia latifondistica che ha impoverito e cacciato i contadini dalle campagne “… che ingorda, financo vieta/ Il fascio, il secco boccon dell’erba” costringendoli all’emigrazione (“Ai vostri campi chi l’ortica or strappa?/ Chi svellerà gli sterpi con veemenza?/ Ha il suolo Americano or quella zappa.”) e dove “Invan bifolco il vomero conficchi/ Nel suolo adusto, ardente,/ Pel pover non c’è niente, – han tutto i ricchi”. Su tutto incombe l’ombra demoniaca dei nuovi baroni, che con la loro rapacità sono la causa principale della miseria degli abitanti e di ogni perversione ed iniquità “Questa di ricchi genia superba”, “Che regnan protervi, circondati da schiavi e da servi”, che tutto hanno e tutto possono. Il riferimento è ai componenti della famiglia Barracco e agli ecclesiastici servili e opportunisti che li attorniano e li adulano per averne favori e ricchezze: ” Gridano:Viva, Viva il progresso/ Rubando a gli altri financo il tozzo,/ Così si vive; mangiano e pappano,/ E se la svignano, e se la scappano.” I Barracco sono i dominatori incontrastati della vita economica e sociale del paese e condizionano anche quella religiosa. Essi infatti hanno il juspatronato sia sulla nuova chiesa di Sant’Anna che sulle chiese di San Leonardo e di Steccato. I sacerdoti addetti a queste chiese già da molti anni sono praticamente a carico e servizio del barone che si interessa anche alle spese di culto. La famiglia Barracco inoltre vanta dei diritti sulla chiesa di Capo Rizzuto per averla ricostruita nel 1885 fornendola di un altare di marmo dedicato alla B.V. Greca. Questo dominio globale dei Barracco su ogni aspetto della vita isolana aveva causato una “Disparita terribile/ Pochi, ben pochi come in brago i ciacchi/ Diguazzano in dovizie/ E molti e molti logori ne’ tacchi,/ E pertugiati a’ panni/ Passan com’ombre, che dileguan gli anni”.
Sono questi gli anni delle difficili e aspre lotte dei braccianti per conservare e difendere i diritti elementari al lavoro e alla vita, attaccati di continuo da un’economia del latifondo, disumana e accentratrice, che sta trasformando i campi coltivati in lande inospitali dove non cresce più il grano “I vostri campi, lande isterilite/ Daran sol’erba al caprio, ed al vitello,/ Ne più le spighe floride e imbiondite,/ In aria cullerà zeffiro bello.” . Gli eterni padroni sono ritornati, anzi non se ne sono mai andati, più feroci e prepotenti di prima (“Se l’era medioval sparì, svolazzi/ Tu ancor fra le ruine de’ castelli,/ Risorgi qual fenice, e fai rombazzi”). Con la forza si sono impossessati dei beni demaniali e con la violenza intimoriscono la popolazione. Così nell’inverno 1872 gli Isolitani affamati liberano il bosco del Suverito che il Barracco aveva trasformato in sua riserva personale e vi uccidono i daini. Il Barracco subito si vendica e non concede più agli abitanti terreni da coltivare e “la sua felina ferocia fu soddisfatta, allorquando da quel paese sparì l’ultima bestia bovina dell’ultimo misero massaro”.
Il canonico Gaetano Rodio abitò ad Isola in via Musa e qui nella sua casa morì, assistito dal curato canonico Armando Camposano, trovandosi assente l’arciprete Pietro Bagarotti, alle due e trenta del dodici agosto 1912 all’età di settantatre anni. Ai suoi funerali andarono i partecipanti Geremicca e Juzzolini inviati dalla curia di Crotone nello stesso giorno della sua morte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*