Vicende Feudali della “terra” di Policastro (sec. XI-XV)

petilia-policastro-1

Panorama di Petilia Policastro (da www.panoramio.com).

Secondo alcuni, Policastro deriverebbe da Paleocastro, per il fatto di essere un antico insediamento.[i] Relativamente a questa interpretazione del toponimo, offrono riscontro le prime notizie ed i primi documenti, anche se, l’esiguità delle fonti e la loro incertezza, hanno condotto, a volte, ad attribuirlo ad altri centri omonimi o d’antica origine.[ii]

Policastro, diocesi suffraganea di Santa Severina di Calabria (Tῷ Ἁγίας Σευηρινῆς, Kαλαβρίας), compare nel rimaneggiamento della “Néa tacticà” o “Dispositio (Diatyposis)” pubblicata da Leone VI il Filosofo (886-911), che sembra potersi localizzare ad epoca anteriore al Mille, ma la cui redazione pervenutaci è del tempo di Alessio Comneno (posteriore al 1084) dove, nella “Notit. 3”, risulta: ὁ τοῦ Пαλαιοϰάστρου (“Palaeocastri”).[iii]

In precedenza, l’esistenza di questa diocesi non si rinviene nella distribuzione più antica della Diatiposi, che si fa rimontare alla seconda metà del secolo IX,[iv] né si ritrova in altre testimonianze successive. Essa non sarà mai ricordata, né nelle relazioni ad Limina degli arcivescovi di Santa Severina, né in altri documenti vaticani. A partire dalla metà del sec. XII e per tutto il XIII, sia le testimonianze greche che quelle latine, documentano solo l’esistenza della χώρας o “terra” di Policastro (Παλαιοκάστρου).[v]

 

La distruzione del castrum

Secondo le affermazioni del Malaterra contenute nel libro I della sua cronaca, durante la spedizione condotta in Calabria dal duca Roberto e da suo fratello Ruggero, che portò quest’ultimo ad espugnare alcuni “castra Calabriae”, nell’anno 1065 il “castrum” di Policastro fu distrutto e tutti i suoi abitanti furono condotti dal duca “apud Nicotrum, quod ipso anno fundaverat”.[vi]

Tale azione condotta contro il castrum di Policastro e contro quelli di “Rogel” (Rogliano ?) e di “Ayel” (Aiello), sembra poter essere valutabile nel quadro di quelle che, successivamente, vedranno ancora protagonisti i due Altavilla, contro altri importanti capisaldi che presidiavano il confine tra la parte meridionale e quella settentrionale della regione. Come ci indicano i fatti relativi agli anni 1073/74, che portarono alla conquista di Santa Severina da parte del duca e di suo fratello Ruggero, in occasione della loro lotta contro Abagelardo,[vii] e quelli del 1090 relativi alla spedizione condotta dal Gran Conte contro Mainerio “de Gerentia”.[viii]

La notizia della distruzione di Policastro è segnalata sotto l’anno 1065 (a.m. 5117), negli annali pubblicati nel 1651 dal siciliano D. Agostino Inveges: “il Duca Roberto destrusse Policastro in Calabria, et i cittadini trasferì in Nicotra, quod ipso anno fundavit”.[ix] L’annalista risulta citato dal Fiore verso la fine dello stesso secolo, quando si ribadisce che “l’anno 1065, per detto d’Agostino Inveges, avendone trasportato i cittadini a popolar Nicotera, ella restò quasi vuota d’abitatori”.[x]

arazzo bayeux

Scena d’assedio raffigurata nell’Arazzo di Bayeux (da www.studyblue.com).

 

Il feudo di Policastro

In relazione ai fatti che avevano portato alla conquista del regno da parte dei Normanni, ancora l’Inveges, ci fornisce una seconda notizia circa Policastro, questa volta riguardante le sue vicende feudali, che però, più che risultare supportata da prove documentali, sembra frutto della sua libera interpretazione.

Sotto l’anno 1075, a proposito di “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, egli mette in evidenza come il feudo di Policastro fosse giunto ad Enrico, che fu conte di Paternò, attraverso la dote della moglie Flandina, figlia del conte Ruggero, che lo aveva sposato nelle sue seconde nozze: “ch’egli fù Marito di Flandria Secondogenita figlia del Conte : la qual dopo si maritò col Conte Arrigo figliuolo del Marchese Mamfredo, di natione Lombardo, portandoli in dote Paternò in Sicilia, e Policastro in Calabria : si come si raccoglie da un privilegio di S. Maria di Giosafat dato l’an. 1114.”.[xi]

Da questo documento con la data parzialmente illeggibile,[xii] rileviamo invece, che il conte Enrico, figlio di Manfredi, marchese di Gravina, e fratello di Adelaide, moglie del conte Ruggero, non ebbe la contea di Paternò a seguito del matrimonio con Flandina, ma l’ebbe solo dopo la morte del Gran Conte (22 giugno 1101), come evidenzia il Garufi che attribuisce questa concessione a sua sorella Adelaide.[xiii]

Quest’atto che ricorda il “comes Rogerius d(omi)n(u)s paternionis” e la circostanza che “post mortem ipsius comitis Rogerii d(omi)n(u)s henricus gener eius fuisset d(omi)n(u)s paternionis”,[xiv] non menziona né fa alcun accenno al feudo di Policastro, anche se possiamo ritenere ipoteticamente, assieme all’Inveges che, per la stessa via, questo sia giunto ad Enrico con la contea di Paternò. In relazione a ciò, riscontriamo che Simone, secondo figlio maschio del conte Enrico,[xv] fu detto Simone di Policastro come risulta in alcuni documenti.

 

Il conte Simone

Dopo la morte del conte Enrico, a cui era premorto il suo primogenito Ruggero, Simone fu conte di Paternò e come tale compare per la prima volta in un atto del 1141, “che è la prima carta che di lui si rinvenga”.[xvi]

Sposò Tomasia[xvii] e secondo la cronaca medievale anonima attribuita ad Ugo Falcando, fu un personaggio di primo piano del suo tempo, quando le gesta di “Symon comes Policastrensis” assieme a quelle di “Robertus comes Lorotelli regis consobrinus” e di “Ebrardus comes Squillacensis”, sono poste in evidenza nell’ambito delle tumultuose vicende che caratterizzarono gli anni attorno alla metà del secolo XII, quando i tre baroni parteciparono alla ribellione contro il re Guglielmo I il Malo (1154-1166). Sempre secondo questa cronaca, in tale frangente, dopo essere intervenuto assieme al cancelliere Ascotinus, alla testa delle milizie regie per reprimere le sedizioni dei baroni pugliesi e per respingere le minacce d’invasione del regno, sospettato di tramare il tradimento, Simone fu privato della sua carica di contestabile ed imprigionato in Palermo. Più tardi, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.[xviii]

A lui seguì suo figlio secondogenito Manfredi, di cui ci rimangono un atto dell’aprile 1154 ed un altro del dicembre 1158.[xix] Le cronache medievali riferiscono che Simone avrebbe avuto anche un figlio naturale detto “Rogerium Sclavum filium comitis Symonis spurium”[xx] che, dopo aver occupato i possedimenti paterni nel 1161,[xxi] ed aver tentato di resistere all’assedio postogli dal re Guglielmo, sarebbe successivamente esulato “ultra mare” con il consenso del sovrano.[xxii]

normanni-1

Particolare dell’Arazzo di Bayeux (da Wikipedia)

 

I conti di Paternò

Risale già alla cronaca di Ugo Falcando, una certa confusione tra il titolo feudale e l’onomastica dei feudatari che detennero la contea di Paternò, come registriamo anche in alcuni documenti, tra cui alcuni falsi. Tale onomastica, come si riscontra, in genere, per i maschi della classe nobile, durante tutto il periodo normanno-svevo, risulta impostata sulla base di un nome proprio, accompagnato, a volte, da quello paterno, oppure da un riferimento al luogo d’origine e/o al feudo che gli apparteneva.[xxiii] Il fatto poi che tale riferimento sia sovente omesso nei documenti, determina difficoltà nel distinguere tra quanti portavano lo stesso nome, soprattutto perché questo ricorre spesso nell’ambito di una stessa famiglia, secondo l’uso d’imporre il nome del proprio padre al proprio figlio.

Relativamente al conte Enrico, il Garufi evidenzia che oltre al citato atto del 1114 che riporta la sua sottoscrizione autografa: “+ Ego henricus manfredj marchionis qui sup(ra) testor”,[xxiv] da questa data a quella del 1137, si conoscono di lui altri cinque documenti.[xxv] In questi atti egli non risulta mai con l’appellativo “de Policastro”, ma sempre con il suo nome proprio ed il suo titolo feudale, a volte accompagnati da quelli di suo padre. Ciò si evidenzia in genere, anche per quanto riguarda suo figlio Simone.

In un atto dell’aprile 1156 però, di cui manca il documento originale mentre, a giudizio del Garufi, le copie sono tutte lacunose ed errate,[xxvi] compare: “Simon Dei gratia, et Regia Policastri Comes, Henrici Comitis filius”.[xxvii]

In un atto del 1186, invece, attraverso cui Guglielmo II confermò il privilegio del 1126 concesso dal conte Enrico, ricordato quale “comitis henrici lombardi”, e tre privilegi concessi dal conte Simone, tra cui quello del 1156, troviamo: “Symonis policastrensis comitis eidem comitis henrici filij”.[xxviii]

Anche in una copia del 1437 di un transunto del 1334, contenente il privilegio del 1143 rilasciato dal conte Simone, egli è ricordato posteriormente in questo modo. Sul verso della pergamena troviamo infatti: “Trampsumptum Privilegii dotis monasterii sancte marie de lycodia et s(anc)ti nicolay de arena […] factum per […] [co]mitis simonis de policastro [dominus] paternionis”.[xxix]

Rileviamo inoltre, che l’appellativo “policastrensis” o “de policastro”, non è mai stato utilizzato dal conte Simone nel sottoscrivere i documenti conosciuti. Appellativo che, come abbiamo già evidenziato, non risulta essere un patronimico, non trovandosi mai associato al nome di suo padre Enrico, cui invece, a volte, è accostato quello di suo nonno Manfredi marchese di Gravina.

dscn0788

Particolare di capitello del chiostro di Monreale (PA). 

 

Il giustiziere Alessandro

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico,[xxx] alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò.

Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi.[xxxi] Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo,[xxxii] vicina a quella di altri importanti dignitari della corte.[xxxiii]

Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”.[xxxiv] Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo.

In un atto relativo agli anni 1201-1202 (a.m. 6710), riguardante la donazione alla Sambucina, di alcune terre poste presso il confine dei territori di Policastro e di Mesoraca, si menzionano quelle limitanti della domina “Phèllia” (χοράφιων τῆς κυρᾶς Φηλλίας) e quelle del dominus “Niélé de Palaiokastron” (κὺρ Νηέλε Παλεοκάστρου)[xxxv] mentre, un atto del febbraio 1218, menziona il loco “qui dicitur Fella” posto in territorio di Mesoraca.[xxxvi]

In questi primi anni del secolo, il miles “Alexander de Policastr(o)” e “Niele de Policastru miles”, assieme ai milites “Bartolomeo de Policastro”, “Ioanes de Policastro” e “Oliverius de Policastro”, sottoscrissero un atto dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo,[xxxvii] mentre il dominus Enrico, figlio del giustiziere Alessandro, compare in atto del 1215: “domini Henrici filii Alexandri regii iusticiarii mundualdi mei”.[xxxviii] Successivamente, troviamo “Alexander de Policastro” assieme a suo figlio “Symon de Policastro”, tra i testi che sottoscrissero un atto del 1221.[xxxix]

castello-di-paterno

Santi armati da cavalieri dipinti sulle pareti della cappella di San Giovanni Battista nel castello di Paternò (da www.iccd.beniculturali.it).

 

Antichi legami

Fino a quando il Crotonese continuò ad appartenere al regno di Sicilia, ovvero fino al consolidamento del dominio angioino, i forti legami con la parte orientale dell’Isola, che sono messi in risalto fin dal tempo dei primi coloni greci,[xl] furono mantenuti, anzi, furono rafforzati, specie a seguito delle spedizioni ultra mare in occasione delle Crociate.

Ne costituisce esempio il caso del monastero di San Filippo di Agira che, fin dal periodo altomedievale, aveva forti legami con la valle del Tacina, come testimonia l’agiografia del monaco Vitale di Castronovo, e come risulta documentato attorno alla metà del secolo XII, quando sappiamo che il monastero deteneva nel Crotonese, la chiesa di “Sanctus Petrus de Tachina” e quella di S.to Elia, con i loro possedimenti, decime e diritti.[xli]

Anche attraverso i rapporti che esistevano tra le famiglie infeudate in quest’area è possibile mettere in evidenza tali legami. Rapporti che consentirono l’espansione dei cistercensi dell’abbazia di Santa Maria Requisita (poi detta della Sambucina) posta presso Luzzi, e di quella di Santa Maria della Matina, posta in territorio di S. Marco, in diverse aree dell’arcidiocesi di Santa Severina e, particolarmente, nei territori di Mesoraca e Policastro.

Qui, la presenza della famiglia dei Capparone, a cui appartenne “Guillelmo Capparone”[xlii] che, nel periodo a cavallo tra gli ultimi anni del sec. XII ed i primi di quello successivo, fu un personaggio di primo piano del regno, risulta documentata da un atto dell’agosto 1190 (a.m. 6698), sottoscritto da “Rogerios Tzapparanos” (‛Pωκέριoς Τζαππαράνoς) in Policastro,[xliii] dove troviamo la chiesa di San Nicola de Tzagparanoi (Αγίον Νικωλάου του Τζαγπαράνων) o “s(anc)to nicolao de zapparuni”, che risulta in un atto del marzo 1196 (a.m. 6704).[xliv]

Agli inizi del Duecento, i “de Palearia” detenevano il feudo di Mesoraca,[xlv] mentre sappiamo che il conte di Catanzaro Goffredo de Loritello, discendente dagli uomini che avevano seguito il conte Ruggero, al tempo delle lotte che avevano condotto alla costituzione della contea di Catanzaro, fu il fondatore del monastero della Sambucina[xlvi] assieme a sua madre Berta.[xlvii] Egli fu anche signore di Luzzi.[xlviii]

Suo figlio Guglielmo, detto “de Lutio”,[xlix] ebbe un figlio detto Goffredo “de Carbonara”, che fu “dominus” di Luzzi e di Roccabernarda e che risulta ricordato per le numerose donazioni in favore del monastero della Sambucina. “Goffridus de Carbonara dominus Lucii”, era ancora in vita nel 1196, in occasione di una donazione alla Sambucina che era stata fondata dai suoi progenitori.[l] In questi primi anni di formazione del dominio svevo del regno, Bartholomeo “de Lucy” fu invece conte di Paternò e mastro giustiziere di tutta la Calabria. Di lui fanno menzione documenti che vanno dal 1193 al 1200.[li]

Nel 1195, “apud Cotronum”, dietro la richiesta di “Bartholomei de Lucy, Comitis Paternionis, magistri iustitiarii tocius Calabrie, Fidelis Nostri”, Enrico IV confermava al monastero di Tremestieri di Messina alcuni beni siti in Sicilia.[lii] Egli compare ancora con il titolo di conte di Paternò in un atto del dicembre 1200. Successivamente non si hanno più notizie, né di lui né di questa contea.[liii]

concessione feudale miniatura

Miniatura raffigurante una concessione feudale (da historiaeblog.blogspot.com)

 

Roberto di Policastro

Secondo Nicola Leoni che, alla metà dell’Ottocento, afferma di aver attinto le notizie che riporta da un “opuscoletto” seicentesco (“De iis, quae evenere in Calabriis Federico II rege Siciliarum, adhuc puero, libellus a Valerio Pappasidero Muranensi descriptus, Neapoli 1665”), al tempo di Costanza d’Altavilla (1154-1198), “Roberto, nipote del duce Boemondo, e Ruggiero, fratello di Willelmo, che era morto pugnando sotto le mura di Cassano”, detenevano Policastro il primo e Santa Severina il secondo.[liv] La regina Costanza, infatti, nell’ambito della lotta che si era accesa in occasione della successione al trono del regno di Sicilia dopo la morte di Guglielmo II (1189), “aveva dato a governare e reggere Santa Severina a Ruggiero, Policastro a Roberto ed eglino fortificando quelle città con armi ed armati, credevano in cotal modo difendersi contro gli assalti degli Svevi.”.[lv]

Riecheggiano le notizie forniteci dal Leoni, quelle provenienti dalla testimonianza settecentesca del Tromby, che ricorda la donazione al monastero di S.to Stefano del Bosco, di alcune terre poste in territorio di Simeri, fatta nel 1198 da “Robertus de Policastro quondam filius Constantii”, contenuta in una “autentica carta il cui Transunto conservasi fin ab antiquo nell’Archivio della mentovata Certosa”.[lvi] Donazione effettuata al tempo in cui il “Padre D. Isidoro” ricopriva la carica di abate del detto monastero: “Questi nel mese di settembre dell’anno corrente 1198, ottenne da Roberto de Policastro, aderendovi Alesia sua moglie, figlia di Guglielmo Calvo, un certo comprensorio di Terra, contiguo la chiesa di S. Teodoro, nel distretto di Simari, Casale sei leghe lontano dalla città di Squillace.”, “Passando all’altra vita il Padre Studino Abate di S. Stefano, dona luogo al Padre D. Isidoro, che ottenne da Roberto de Policastro un certo comprensorio di Terre nel distretto di Simeri.”.[lvii] Nella trascrizione di questo documento, leggiamo: “Ego Robertus de Policastro dono, concedo et confirmo. Ego Adzisa filia Guillelmi Calvi uxor Roberti filii Constantii concedo, et confirmo.”.[lviii]

Delle terre possedute dalla “dominae Adelasiae” in questa località, si fa menzione successivamente, in un atto del 1228 (6736 a.m.) scritto in greco, mediante il quale, “Riccardus falloceo” e “Simeonae uxoris ipsius”, donarono al “templo sancti Theodori Eremitarum”, le terre poste “in dicto loco sancti Theodori”. Documento che risulta sottoscritto in latino da “Robertus de Alexandro”.[lix]

In questo periodo, il notaro “Robinus de Policastro” compare in Sicilia “in vari diplomi senz’altro genuini risalenti a quegli anni”.[lx]

 

I discendenti di Alessandro seniore

Le figure del vescovo Roberto, di suo fratello Simone e del nipote di questi Alessandro iuniore, che fu giustiziere imperiale di Calabria e Terra Giordana, emergono durante la prima metà del secolo XIII, quando li ritroviamo in alcuni atti.

Anche se un vescovo Roberto di Catanzaro compare già in una “carta assai confusa” del 1167, riguardante la “dotazione della chiesa di S. Cristoforo”,[lxi] testimonianze più attendibili circa questo presule, ci sono fornite dall’Ughelli, il quale afferma che “Robertus Catacensis Episcopus florebat anno salutis 1217 …”, al tempo in cui aveva concesso ai Florensi “il diruto monastero basiliano dei Tre Fanciulli nel territorio di Barbaro”, ponendo quale suo successore “Fr. Fortunatus Ordinis Minorum”, vescovo sotto Innocentio IV “circa annum Domini 1252”.[lxii] Quest’ultima circostanza è confermata dal Fiore, nella sua cronotassi “della Cattedrale di Catanzaro”: “… fu eletto Roberto di Catanzaro, l’anno 1230, (sic) qual morto, gli venne dietro Fortunato di Catanzaro, frate minore, eletto il 1253”.[lxiii]

Nel settembre 1222, “Alexander comitatus prefati iusticiarius”, sottoscrisse un atto che fu sottoscritto anche da “Robertus”, “Catacensis episcopus”.[lxiv]

Simone, suo fratello Roberto e suo nipote Alessandro iuniore, tutti appellati con il titolo di “dominus”, compaiono successivamente, in un atto del gennaio 1223, riguardante l’usurpazione del tenimento di Castellace da parte di Simone:  “… praenotato domino Symoni, qui cum domino Catacensi episcopo fratre suo, domino Alexandro de Policastro nepote suo …”.[lxv]

Possesso che evidentemente, discendeva loro per parte di Alessandro seniore. In un privilegio del dicembre 1225, con il quale Federico II confermò a Milo abate di Corazzo le donazioni precedenti fatte in favore del detto monastero, risulta infatti: “… etiam donationis quod eis fecit Alexander de Policastro de tenimento suo Castellacii in territorio Sanctae Severinae …”.[lxvi] Una concessione che sarà rinnovata ancora nei primi anni della dominazione angioina (1271), facendo menzione dell’antico donatore: “Mandatum de possessione monasterio Curacii, territorii Castellaci, olim ei donati per qd. Alexandrum de Policastro mil.”.[lxvii]

Altri atti, invece, documentano alcune vicende riferibili ad Alessandro iuniore.

Nel gennaio del 1226, in Mileto, “Alexander de Policastro, imperialis Calabrie et terre Jordane justitiarius”, in forza del mandato precedentemente conferitogli da Federico II, assegnò al monastero di S.to Stefano de Bosco contro Riccardo de Altavilla ed altri, alcuni beni in territorio di Mileto.[lxviii]

Alessandro iuniore compare ancora in un atto del 29 maggio 1230, quando Guillelmus Grisolemus cedeva a “domine Alex(ander) de Polic(astro) imperialis iustic(iarie) Calabrie et Vallis Gratis”, un oliveto “de patrimonio nostro quod est in tenimento Genic(ocastri) in loco qui dicitur Vallis de Sancto Angelo in fonte Filachi”.[lxix]

In questo periodo, alcuni beni posti nelle pertinenze di Crotone, appartenenti a Simone di Policastro, sono menzionati in un atto del 1233: “… a meridie sepes et vineae domini Symeonis de Polycastro …”,[lxx] mentre risale all’agosto dello stesso anno, una “Carta de questione que vertebatur inter abbatem et conventum Sancti Angeli de Frigilo ex una parte et dominam Margaritam de Policastro ex altera” (relativamente alla quale, però, non possediamo alcuna notizia circa i suoi rapporti di parentela con i precedenti), a proposito di alcune terre e vigne poste “in tenimento Policastri” detenute dal monastero, che la detta domina Margarita sosteneva competessero a lei per “iure dodarii” e al figlio Bartholomeo per “iure patris eius scilicet Luciferi filii quondam domini Rogerii Bonelli”.[lxxi]

Sembrerebbe fare ancora riferimento al giustiziere Alessandro iuniore, un atto d’incerta autenticità del 6 luglio 1235. In quella occasione, nella menzione dei confini di alcune terre donate all’abazia di Sant’Angelo de Frigillo, troviamo: “… a septemtrione terra quam dedit quondam dominus Alexander de Policastro ecclesie Sancti Angeli de Frigilo …”.[lxxii]

Troviamo ancora memoria del “quondam Alexandri de Policoro (sic) qui fuerat justitiarius”, in due mandati imperiali riguardanti i suoi possedimenti feudali posti “in Genitocastro”. Il primo del 28 aprile 1240: “Mandatum ad justitiarium Vallis Gratis ut feudum quod nepos quondam Alexandri de Policoro (sic) sine licentia principis temere cepit et detinet, ad manus curiae revocare studeat”,[lxxiii] ed il secondo del 7 maggio 1241. In quest’ultima occasione, l’imperatore reiterava nei confronti del nuovo giustiziere, l’ordine che non era stato eseguito dal suo predecessore: “Fridericus, Romanorum imperator, Goffrido de Montefuscolo mandat ut cum Tholomeus de Castillione justitiarius Vallis Gratis non fuerit assecutus mandatum de revocando feudo quod fuit Alexandri de Policoro (sic) in Genitocastro, ipse idem feudum ad manus curiae revocare studeat.”.[lxxiv]

federico-ii

Federico II in trono (da www.ilcasalediemma.it)

 

In potere dei Ruffo

Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte di Catanzaro Petro Ruffo di Calabria mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della regia corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana.[lxxv]

In precedenza, “Roggerius de Policastrello” (sic) compare in un atto del marzo 1239, dove lo troviamo nell’elenco dei baroni del giustizierato di Valle Crati e Terra Giordana, cui spettava la custodia di alcuni prigionieri lombardi. In questo documento, “Petrus de Calabria” risulta, invece, solo nell’elenco dei baroni del giustizierato di “Calabrie”, cui era affidato lo stesso compito,[lxxvi] anche se sappiamo che la sua stella era in rapida ascesa nel Crotonese, come del resto in tutto il regno.[lxxvii]

Per quanto ci riguarda più da vicino, il suo dominio su Policastro emerge all’indomani della sua investitura a conte di Catanzaro, che ebbe nel Febbraio del 1252 da parte di Corrado, nel parlamento generale di Melfi, quando compaiono le prime notizie ed i primi documenti che ce lo attestano.

In alcuni atti relativi ad una lunga lite sorta tra l’abbazia di San Giovanni in Fiore ed i conti di Catanzaro, riguardante il tenimento di “Ampulinus”, posto presso i confini del territorio abbaziale, s’evidenziava come i monaci rivendicassero il tenimento conteso nelle pertinenze della “Sylae de Cusentia”, opponendosi ai conti di Catanzaro che, invece, lo dichiaravano ricadente nel territorio del loro feudo di Policastro.

I procuratori dell’abbazia evidenziavano, infatti, come le ingiuste pretese della loro parte avversa, fossero fondate sul fatto che il “tenimentum in libello designatum, quod dicit esse in pertinentiis Policastri et ignorat ipsum tenimentum esse in pertinentiis Cusentiae”.

Tale situazione aveva già portato a redigere un “instrumentum” nel luglio del 1253 quando, in occasione di un arbitrato, era stata pronunciata una sentenza in favore del comitato di Catanzaro, rappresentato da “domino Riccardum Gactum procuratorem comitatus Catanzarii per dominum Petrum Ruffum”, contro l’abbate ed il convento di San Giovanni in Fiore che rivendicavano il possesso del tenimento di Ampollino. Secondo le affermazioni del conte e quelle del suo procuratore, invece, “ipsum de tenimento Policastri fore dicebat” mentre, si sottolineava che, il tenimento in discussione “ratione dicti comitato pertinere”, specificando, però, che “praedictum tenimentum esse de comitatu Catanzarii, quia de districtu et territorio Policastri tamquam de re feudali”.

Tale incongruenza fu rilevata dai giudici della “magnae regiae curiae”, che invalidarono la sentenza pronunciata in occasione del precedente arbitrato. In primo luogo perchè, si distingueva tra il possesso feudale di Policastro e quello della contea di Catanzaro, a cui questa evidentemente non apparteneva, ed in seconda istanza perché il procuratore, che ne era sprovvisto nell’occasione, non avrebbe potuto rimettersi in giudizio senza uno specifico mandato da parte del conte, non essendo procuratore di tutti i suoi beni, ma solo di quelli ricadenti nell’ambito della contea di Catanzaro.[lxxviii]

Arme Ruffo

Arme della famiglia Ruffo di Calabria (“troncato, cuneato d’argento e di nero”).

 

L’arcivescovo Giovanni

Con l’avvento dei Ruffo nel dominio feudale di molte terre del Crotonese, le famiglie che le avevano anticamente detenute, decaddero. Così avvenne anche per i “de Policastro” che ritroviamo ancora, in un atto del 17 dicembre 1252 stipulato in Messina, quando “maria uxor quondam Luce de policast.o et Henricus filius suus”, assegnarono in dote a “Bonaventuram filiam et sororem eorum” che andava in sposa a “Leoni de paolo Amalfitano cive messane”, una casa in Messina.[lxxix]

Una maggiore persistenza ebbero invece i membri della casata che avevano seguito la carriera ecclesiastica, come fu per “Iohannes de policastro” che, in questo periodo, risulta tra le dignità della cattedrale di Catanzaro. Tra i testi che sottoscrissero un atto del 21 agosto 1251 stipulato in Catanzaro, troviamo: “Ego Iohannes de policastro catacensis Archidiaconus testor”[lxxx] che ritroviamo anche in seguito. Relativamente alla reintegrazione delle due decime dovute alla Santa Sede per gli anni 1310-1311, “In provincia S. Severine et eiusdem Diocesis”, risulta annotato il pagamento del “Presbiter Iohannes de Pollicastro eo iure tar. VII gr. XV”.[lxxxi]

Più tardi, egli fu arcivescovo di Santa Severina, come riporta l’Eubel, il quale annota che fu provvisto il 31 maggio 1320 e che, in precedenza, era stato canonico della stessa chiesa.[lxxxii] Di lui fanno menzione l’Ughelli[lxxxiii] ed il Fiore, che a “Paolo, di cui si ha memoria nel Registro di Napoli l’anno 1309”, fa seguire, “ma senza certezza di tempo”, “Giovanni, la cui memoria apparisce l’anno 1320”.[lxxxiv]

Il 22 giugno 1321, Giovanni de Policastro ricevette il pallio vescovile: “Iohanni (de Policastro), archiepiscopo S. Severinae, assignatur pallium, per archiepiscopatum Rossanen. Tradendum”[lxxxv] ma, come riferisce il Sisca, successivamente, il presule “fu sospeso donec Pontifex melius informetur perché aveva assunto in sede vacante, due anni prima, le funzioni di Arcivescovo di S. Severina”.[lxxxvi]

Giovanni compare ancora con il titolo arcivescovile, in un atto dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo del 4 marzo 1330: “Iohannes (de Policastro) archiepiscopus Sancte Severine”,[lxxxvii] mentre un atto precedente del 9 ottobre 1323, fa ancora accenno all’antico contenzioso relativo ai possessi di famiglia posti in territorio di Santa Severina, che avevano trovato protagonisti i discendenti di Alessandro seniore nel corso del secolo precedente: “Abbiamo anche una sentenza dell’Arcidiacono di Cosenza, 9 ottobre ind. IV, sul pacifico possesso della grangia di Castellazzo (sic), contro le pretese dell’Arcivescovo di S. Severina.”.[lxxxviii]

 

Da Petro seniore a Petro iuniore

Ritornando alle vicende feudali della terra di Policastro, che seguirono al periodo in cui questa pervenne in potere di Petro Ruffo di Calabria, possiamo rilevare come tali vicende risentirono particolarmente dell’instabilità che caratterizzò gli anni del conflitto che oppose il Papato all’Impero, durante il passaggio del regno dal dominio svevo a quello angioino, per il fatto che, a seguito dell’acuirsi dei contrasti tra Corrado e Manfredi, il conte di Catanzaro prese le parti del primo e dovette subire la ritorsione di Manfredi che, nella curia generale di Bari (2 febbraio 1256), lo privò dei suoi feudi e nel 1257 lo fece uccidere.[lxxxix]

A seguito di ciò, la contea di Catanzaro pervenne in potere degli uomini fedeli a Manfredi[xc], destino che, pur nell’assenza di notizie esplicite, dovettero seguire anche gli altri possedimenti feudali che erano appartenuti al defunto conte Petro Ruffo.

Dopo la disfatta e la morte di Manfredi, (26 febbraio 1266) cui seguì quella di Corradino, (29 ottobre 1268) i Ruffo rientrarono nel regno conquistato dagli angioini. Petro Ruffo però era morto senza lasciare figli. I suoi feudi andarono così al nipote Petro II, figlio di suo fratello Giordano, anch’egli morto a seguito della persecuzione patita ad opera di Manfredi.[xci]

Permaneva comunque una situazione di profonda incertezza e d’instabilità in tutto il regno, particolarmente tesa nel Crotonese dove, il fragile dominio angioino, doveva fare i conti con il forte partito filo-svevo che, al tempo della discesa in Italia di Corradino, fatte poche eccezioni,[xcii] aveva visto schierarsi dalla parte di quest’ultimo la gran parte delle terre.

Sembra quindi possibile che sia riferito alla “Policastro” di Valle Crati e Terra Giordana, il provvedimento del 1269, menzionato nei registri angioini ricostruiti, con il quale si ordinava di non molestare Nicolao de Iannucio “de Policastro”, per la ribellione della “dictam terram” avvenuta in sua assenza.[xciii]

A seguito dei burrascosi trascorsi che caratterizzarono questo periodo, nel settembre del 1272, attraverso un’ordinanza indirizzata ai secreti di Calabria, Carlo I d’Angiò decideva d’intervenire in favore del conte di Catanzaro, disponendo “che venisse svolta un’inchiesta per conoscere la reale consistenza della contea di Catanzaro in età sveva e quindi di restituire a Pietro le terre che ancora fossero risultate mancanti”.[xciv] Nel dicembre 1274, “Petrus Ruffus de Calabria Comes Catanzarii”, risultava signore di “Policastri” e di altre terre già precedentemente appartenute ai suoi avi.[xcv]

In questi primi anni del dominio angioino (1275-77), “Policastrum”, compare tra le terre appartenenti al giustizierato di “Vallis Grati et Terre Iordane”,[xcvi] risultando tassata per unc. 42 e tar. 18[xcvii] mentre, in seguito, assieme ad altre, fu distaccata ed aggregata al giustizierato di Calabria.[xcviii] La sua importanza nel quadro degli eventi bellici che caratterizzarono il conflitto tra gli angioni e gli aragonesi durante la guerra del Vespro, c’è testimoniata da due provvedimenti del novembre 1282.[xcix]

Il possesso feudale di Policastro, assieme a quello delle altre terre precedentemente concessegli, fu riconfermato al conte di Catanzaro nel 1290, al tempo di Carlo II d’Angiò.[c] Un possesso sicuramente instabile a causa del conflitto ancora in essere, come emerge, ad esempio, attraverso un atto del 21 maggio 1292, indirizzato al “nobili viro Petro Rufo de Calabria, comiti Catanzarii”, i cui beni, a causa della guerra, “diminuciones non modicas proptera pertulisse”.[ci]

A seguito di queste pesanti ripercussioni, il 19 agosto 1302, giunto ormai ad un accordo con Federico III d’Aragona, Carlo II d’Angiò concedeva a Petro Ruffo di ripopolare con gente proveniente da altre province, Policastro ed altre sue terre,[cii] mentre abbiamo notizia che, il 29 maggio 1309, rispondendo al conte di Catanzaro che lamentava “di essere stato abbandonato da numerosi vassalli”, la regia corte ribadiva il diritto dei fuggiaschi di abbandonare il loro signore, nel caso avessero abitato per dieci anni una terra demaniale.[ciii]

Alla breve demanialità di Policastro nel periodo di passaggio tra il dominio feudale di Petro Ruffo iuniore e quello di suo figlio Giovanni, accenna confusamente il Mannarino agli inizi del Settecento: “Questo Contado di Policastro nondimeno restò sempre unito, e confuso con quel di Catanzaro, onde il Conte di Catanzaro Pietro dell’istessi Re chiamato per eccellenza il Conte di Calabria Ruffo, verso il mille, e duecento appare in terzo luogo Signor di Policastro. È vero però che fu poi ributtato per la sua Superbia, e Tirannia, e la Città venne in Reggio Domanio la prima volta. Ritornò pur di nuovo sotto il dominio del Conte Pronepote Giovani Ruffo successo al Bissavolo Conte Pietro morto essì ben vecchio. Costui fù il quarto Signor di Policastro, e delli suoi Casali Cotronei San Demetrio, e Copati appunto nell’anno mille trecento e nove.”.[civ]

Petro Ruffo

Petro Ruffo di Calabria conte di Catanzaro.

 

Il conte Giovanni ed i suoi successori

Petro Ruffo iuniore sposò Giovanna d’Aquino, figlia di Tommaso,[cv] costituendogli il dotario sopra il “castello di Mesoraca”,[cvi] ed alla sua morte, nel 1309 il suo primogenito Giovanni subentrò nel possesso dei beni paterni.

In relazione a ciò, troviamo menzione di un atto stipulato in quell’anno, attraverso cui Petro Ruffo otteneva la possibilità di disporre e fare legato in favore dei figli cadetti Nicola e Corrado, di alcune terre che non facevano parte integrante della contea di Catanzaro. In quest’atto, dove ricorre ancora la sottile distinzione tra i beni feudali appartenenti alla contea di Catanzaro e quelli appartenenti al dominio feudale del conte, assieme a “Policastro”, risultavano menzionate anche “Mesoraca”, “Rocca Bernarda, Rosarno, il luogo detto Li Castelli e Tacina”. Tuttavia il tutto passò al primogenito Giovanni.[cvii]

Il suo dominio feudale fu comunque avversato dai suoi vassalli di Policastro e da quelli delle altre terre vicine. Il Sisca, riportando le notizie riferite al suo paese, contenute nei regesti conservati all’Archivio di Stato di Napoli, compilati sulla base dei registri della cancelleria angioina andati perduti, c’informa che “Giovanni Ruffo nel 1327 ebbe a querelarsi contro i vassalli di Policastro i quali gli avevano bruciato il palazzo e cacciati via a viva forza i suoi ufficiali”,[cviii] e dell’episodio che avvenne “nel luglio del 1330 quando tre milites con un esercito di 500 uomini occuparono Policastro, ne scacciarono i funzionari del Ruffo e di la mossero alla conquista di Roccabernarda e Misuraca.”.[cix]

Concessioni feudali da parte del conte Giovanni Ruffo, nell’ambito del territorio di Policastro, sono ricordate nel corso dell’anno successivo.[cx]

Secondo quando scrive Ferrante della Marra alla metà del Seicento, riportando notizie contenute nei registri angioini relative agli anni 1333-1334, “Policastro con i Casali” passò a Goffredo Marzano, conte di Squillace, attraverso il matrimonio con Giovanna Ruffo, figlia di Giovanni conte di Catanzaro.[cxi]

Anche in seguito la terra di Policastro continuò a seguire le vicende dei conti di Catanzaro, che a Giovanni, videro subentrare Pietro III Ruffo nel 1335. Venne poi Antonello nel 1340, e quindi Nicolò, prima signore e poi, dal 1390, marchese di Crotone.[cxii]

Il loro dominio su Policastro durante quest’ultima parte del secolo, si ricava dal testamento di Simeone de Bondelmonti, figlio della “magnifice et Excellentis d(omi)ne d(omi)ne Joh(an)ne de Bondelmontibus Comitisse Catanzarii Baronie Altamville et Civitatis Cotroni d(omi)ne”, moglie del conte di Catanzaro Antonello Ruffo, stipulato il 14 agosto 1386 “apud Terram Policastri”,[cxiii] mentre il Mannarino agli inizi del Settecento, registrando l’avvento del marchese di Crotone, afferma: “Successe poi Nicolò Conte di Catanzaro, Marchese di Cotrone, Pronipote del Conte Giovanni, e figlio del Conte Antonello, che sembra essere stato più tosto Governatore, che Conte …”.[cxiv]

n-28-14d-fol-5-copia-copia

Arme del re di Napoli Ladislao di Durazzo (da https://napolicapitaleuropea.wordpress.com).

 

Le vicende del marchese di Crotone

Al tempo del primo marchese di Crotone, Policastro seguì le sue burrascose vicende che, in occasione del conflitto tra Ladislao di Durazzo e Luigi II d’Angiò, durante i primi anni del Quattrocento, trovarono Nicolò Ruffo schierato dalla parte dell’angioino. In questa occasione, la rivolta interessò Policastro e molte altre terre e città calabresi.[cxv] Cercando di usare la diplomazia, il 4 aprile 1404, re Ladislao confermò a Nicolò Ruffo tutti i suoi privilegi e le sue immunità[cxvi] ma, successivamente, passò all’azione e nel giugno di quell’anno, mosse in armi da Napoli verso la Calabria.[cxvii]

Attraverso una rapida campagna, egli privò così il marchese di Crotone di quasi tutti i suoi possedimenti comprendenti più di 15 terre e di 40 castelli, costringendolo a prendere la via dell’esilio in Francia, mentre i suoi feudi furono parte posti in demanio e parte assegnati ai condottieri che lo avevano aiutato durante questa guerra.

Morto re Ladislao (6 agosto 1414) e successagli sua sorella Giovanna II, le lotte dinastiche per il trono di Napoli si riaccesero, trovando quali nuovi contendenti, Giacomo conte di La Marche, marito della regina, e Sergianni Caracciolo.

A seguito di ciò, nell’estate del 1417, le terre del Crotonese che erano andate al condottiero Pietro Paolo da Viterbo, subirono la devastazione da parte delle truppe di Antonuccio de Camponeschi di Aquila.

Moriva intanto anche Luigi II d’Angiò e gli succedeva il figlio Luigi III che, nel dicembre 1420, fu dichiarato erede del regno di Napoli dal nuovo papa Martino V (1417-1431). Forte del sostegno pontificio, Luigi III tentò di far valere i propri diritti ereditari, ma trovò l’opposizione della regina Giovanna II che adottato Alfonso V, re di Sicilia (di Aragona e Sardegna), lo nominò erede e duca di Calabria (1421).

Nella guerra tra i filoangioini ed i filoaragonesi, Nicolò Ruffo si schierò dalla parte dei primi, partecipando al conflitto che investì anche le sue terre poste alla frontiera, tra la Calabria meridionale, in mani aragonesi, e quella settentrionale, sotto il controllo angioino. Policastro risulta tra le terre appartenenti al “nobilis vir Nicolaus Ruffus Marchio Cotronis”, in un atto del 11 luglio 1426, attraverso cui il papa Martino V confermò i suoi possessi.[cxviii] Stabilisce ciò anche la bolla datata 19 luglio 1431, attraverso cui il suo successore Eugenio IV (1431-1447), accogliendo la richiesta del ministro provinciale dei frati osservanti di Calabria, avanzata dietro richiesta dell’università di Policastro e di Nicolò Ruffo, marchese di Crotone, confermava all’ordine il convento o chiesa di “S. Mariae de Eremitorio nuncupatam extra muros castri Policastri, S. Severinae dioc.”.[cxix]

Nel 1435 moriva Nicolò Ruffo. Lo stesso anno gli succedeva la figlia Giovannella, moglie di Antonio Colonna, principe di Salerno e nipote di papa Martino V.[cxx] Morta anche lei l’anno dopo senza lasciare figli, le subentrò la sorella Enrichetta, figlia di Nicolò e della sua seconda moglie Margherita de Poitiers che, successivamente, attraverso il proprio matrimonio, portò in dote Policastro ad Antonio Centelles, assieme agli altri beni feudali precedentemente appartenuti a suo padre.[cxxi]

sepolcro-di-nicola-ruffo

Sepolcro di Nicolò Ruffo di Calabria nella chiesa di S. Francesco a Gerace (da www.ecodellalocride.it).

 

In regio demanio

Dopo aver acquisito questo vasto patrimonio, il marchese di Crotone Antonio Centelles fu ribelle ai sovrani aragonesi e con alterne vicende, dovette subire le ritorsioni da parte di re Alfonso e di suo figlio Ferdinando, finendo per essere spogliato dei beni che aveva detenuto.

Domata con le armi la sua ribellione, similmente ad altre terre appartenute ad Antonio Centelles ed Enrichetta Ruffo, Policastro fu confiscata ed incamerata nel regio demanio. La ritroviamo così dopo questi fatti, nelle annotazioni che registrano i pagamenti dovuti al regio fisco:

“TERRE DON ANTONII ET DOMINE MARCHIONISSE EIUS UXORIS (…) Pulicastrum uncias decem, tarenos duodecim”. “LE TERRE FRANCHE DE FOCHI CHE FORO DE LO MARCHESE DE CROTONE che cominçaro de mense decembris usque et per totum mensem ianuarii VIII indictionis per annos X (…) Pollicastro f. CCCCVI”. “LE ENTRATE CHE SO A LE TERRI CHE FORO DE LO MARCHESE CHE SO ANCORA IN POTERE DE LA CORTE (…) Policastro, la ballya et la serra D. XXX”.[cxxii] “Terre que fuerunt Marchioni Cutroni: Pollicastrum foc. CCCCVIIII, unc. 10, tar. 12.”[cxxiii]

centelles-1

Arme della famiglia Centelles (“fusato d’oro e di rosso”).

I doveri verso il fisco da parte della terra di Policastro, sono evidenziati in seguito anche da altri documenti.

Attraverso un atto del 30 gennaio 1451, dato nel castello di Crotone ed indirizzato ai “Magnificis spectabilibus nobilibus et egregiis viris regiis gubernatoribus locumtenentique capitaneis magistris iuratis baiulis et aliis officialibus eorumque locatentibus provincie Vallis Gratis et Terre Iordane”, nonché a diverse terre, castelli e casali, tra cui la terra di “Pulicastri”, “et aliorum quorumcumque locorum utriusque Calabrie nostre iurisdicionis constitutis et constituendis”, si evidenziava che il nobile “Simeon de Tipaldo de Pirosio”, “habitatore” nella città di Crotone, era stato istituito quale percettore delle entrate spettanti alla regia corte in detti luoghi.[cxxiv]

Lo stesso giorno, sempre dal castello di Crotone, si scriveva ad “Universis et singulis Regiis Gubernatoribus, Capitaneis et aliis officialibus maioribus et minoribus quocumque titulo et dignitate fungentibus eorumque locatenentibus”, affinchè provvedessero a dare tutto l’ausilio necessario al nobile “Alfonsus de Clemencia”, al presente “exibitor (sic) per spectabilem et egregium virum Iaymum Czunbum regium commissarium in provincia Calabrie Ultra”, impegnato nella riscossione dei diritti del sale e di altri proventi spettanti alla regia corte nell’ambito delle città, delle terre e dei castelli “que fuerunt olim Marchionis et Marchionisse Cutroni”.[cxxv]

Considerato però, che diverse università erano risultate più volte inadempienti ed i loro sindaci non avevano effettuato, come avrebbero dovuto, i pagamenti, “in manibus Iaymi Czunbi regii commissarii pecuniam salis”, nel marzo di quello stesso anno, si comandava a detti sindaci di comparire davanti ai “regios gubernatores capitaneos et officiales ipsarum universitatum”, tra cui il “Capitaneus sive gubernator Pulicastri”, e di versare loro il denaro che così sarebbe potuto essere portato al commissiario.

In difetto del pagamento dovuto, i sindaci sarebbero stati obbligati a trasmettere i nominativi di “quindecim homines principales et opulenciores”, affinchè fosse stato possibile fare esecuzione contro di loro, al fine di recuperare tanto il denaro relativo al pagamento del sale, quanto quello delle pene inferte.[cxxvi]

Ancora nel settembre del 1451, si ordinava a “Iesmundus locumtenens Pulicastri”, tra gli altri “infrascriptis hominibus officialibus et sindicis infrascriptorum locorum que fuerunt condam domine Henrichecte”, di pagare a “Pero Antonio de Taberna”, procuratore di “Galiaczi Orilia de Napoli”, il salario dovuto al detto Galiaczo, solito a pagarsi ai “iudicibus et assessoribus locorum terrarum civitatum infrascriptarum”.[cxxvii]

“Pulicastro” compare nel “E Legistro de le Polise de lo Foculeri de Natale de lanno Quinte Indictionis” (1456-1457), relativo al pagamento della “nova imposecione de lo novo carlino de Natali de lo presente anno”[cxxviii] mentre, successivamente, essendo stata accolta la richiesta di perdono di Antonio Centelles e della consorte Enrichetta Ruffo (24 giugno 1462), la terra ritornò transitoriamente in potere del marchese di Crotone, avendolo il re reintegrato nei feudi confiscati.[cxxix] Si tratterà di una breve parentesi. Agli inizi del 1466, dopo la sua cattura e la sua uccisione, i feudi che gli erano stati reintegrati ritornarono in demanio regio.

Così ritroviamo Policastro in alcuni documenti successivi conservati all’Archivio di Stato di Napoli, che si riferiscono a provedimenti di riscossione da parte della regia corte, al conferimento degl’incarichi relativi, all’arrendamento delle sue entrate, ecc.[cxxx]

Abbiamo anche notizia che, attraverso un privilegio del 1468, re Ferdinando I effettuò alcune concessioni ai policastresi,[cxxxi] confermando loro successivamente, il 29 gennaio 1474, alcuni capitoli che si rifacevano agli antichi privilegi concessi da suo padre,[cxxxii] mentre, tra il 1471 ed il 1477, risulta che la terra di Policastro continuò ad essere amministrata dalla regia corte tramite capitani/governatori.[cxxxiii]

dscn1673

Arme bipartita riconducile ad Antonio Centelles ed Enrichetta Ruffo, riprodotta su una maiolica esistente nella chiesa degli Osservanti di Cariati (da Tallarico G., Il Marchesato viaggio storico nel Crotonese, 2014).

 

Il conte di Santa Severina

Dopo questo periodo in cui aveva goduto della condizione demaniale, verso la fine del secolo Policastro ritornò ad essere infeudata. Il 14 ottobre 1496, infatti, assieme ad altre terre, re Federico la vendette ad Andrea Carrafa[cxxxiv] anche se, in forza dei loro privilegi, i cittadini si ribellarono[cxxxv] e resistettero a lungo al nuovo feudatario.

A testimonianza di ciò, nel cedolario della provincia di Calabria Ultra dell’anno 1500, Andrea Carrafa risultava tassato solo per la terra di Rocca Bernarda e per il feudo disabitato di Crepacore, mentre, in quello del 1508, la tassazione compare per S. Severina con i casali di S. Giovanni Monaco e Cutro, per Le Castella e Roccabernarda.[cxxxvi]

In seguito, il Carrafa riuscì ad entrare in possesso del feudo, ma nell’aprile del 1512, diffusasi la falsa notizia che fosse morto nella battaglia di Ravenna, i cittadini di Policastro, assieme ad altri, ripresero la via della ribellione[cxxxvii] ma, a seguito della violenta repressione armata, furono costretti alla fuga ed a rifugiarsi in altre terre.

A quel tempo, infatti, il conte “rendeva consapevole il vicerè che «multi homini de Sancta Severina, Cutro et Policastro vanno forosciuti et despersi per quesse provincie de Calabria, et signanter sono receptati in le infrascripte terre; in la Rocca de Neto, Berzino, Caccuri, Strongoli, Casobono, Corigliano, Cotronei, Mosoraca et Belcastro et in altri lochi»; e reclamava che questi pericolosi fuorusciti fossero acciuffati e consegnati alla giustizia.”.[cxxxviii]

andrea-carrafa

Andrea Carrafa conte di Santa Severina.

In occasione di questi fatti, il castello di Policastro, quale simbolo del potere feudale, fu distrutto dai ribelli per non essere mai più ricostruito. Nell’inventario fatto dal giudice Francesco de Jasio nel 1520, in occasione della reintegra dei beni e dei diritti appartenenti al conte Andrea Carrafa nell’ambito del territorio di Policastro, troviamo infatti: “In primis castrum dirutum cum pertinentiis suis, cum apparentia, et evidentia fossi dicti castri, et vestigiorum, et edificiorum ipsius in capite terrae praedictae versus occidentem”.[cxxxix]

Attraverso tale atto[cxl] il conte fu così reintegrato nel possesso dei beni e dei diritti usurpatigli dai rivoltosi durante i turbolenti trascorsi. Questo fu però anche lo strumento che gli permise di spogliare “li cittadini dei loro privilegi e beni”, al punto che, anche dopo la concessione di alcuni capitoli da parte del conte, la popolazione aveva preso ad abbandonare la terra in massa. Solo dopo la sua morte, il nipote Galeotto riuscirà a pervenire ad un reiquilibrio, attraverso la concessione di nuovi privilegi e di nuove capitolazioni che annullarono “in tutto” la precedente reintegra.[cxli]

 

Note

[i] Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi, C.A.M., Napoli 1957, pp. 52-54.

[ii] Nei miei precedenti lavori: Strongoli, in La Provincia KR, 13-14/2003 e Petilia Policastro, in La Provincia KR, 25/2003, risultano errate l’interpretazione del toponimo e la sua attribuzione alla diocesi di Strongoli.

[iii] Parthey G., Hieroclis Synecdemus et Notitiae Graecae Episcopatuum, 1866, p. 126. Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi, C.A.M., Napoli 1957, pp. 43 e sgg.

[iv] Russo F., cit., p. 46.

[v] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 51-53; 60-62; 63-65; 66-70. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Biblioteca Apostolica Vaticana 1958, pp. 348-350; 354-356. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 146-147; 152-154.

[vi] “Caput  Trigesimo Sextum. Guiscardo apud Regium remanente, Rogerius castra Calabriae expugnat. (…) XXXVI. (…) Dux itaque digressus, in Calabriam veniens, expeditionem solvit: Bugamenses, quos captivos adduxerat, Scriblam, quam desertaverat, restaurans, ibi hospitari fecit. XXXVII. – Anno vero Dominicae incarnationis MLXV Policastri castrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundaverat, adducens, ibi hospitari fecit. Antequem iret versus Panormum, (…) dux et comes Rogerius prius in provincia Cusentii castrum quidem Rogel expugnaverunt et pro libitu ordinaverunt. Eodem anno castrum quoddam, quod Ayel dicitur, in provincia Cusentii, dux oppugnare vadens, per quattuor menses obsedit.”. Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V parte I, p. 47. Nicotera, già esistente in epoca romana, agli inizi del secolo VII compare nell’epistolario di S. Gregorio Magno, tra i vescovati della regione immediatamente soggetti alla S. Sede, mentre, dopo la riconquista e la riorganizzazione della Calabria da parte di Niceforo Foca, fu sottoposta alla metropolia di Reggio. Successivamente, subì la distruzione da parte dei Saraceni. Russo F., cit., pp. 43 e sgg.

[vii] Goffredo Malaterra, cit., pp. 59-60.

[viii] Goffredo Malaterra, cit., p. 94. Romualdi Salernitani Chronicon, in Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. VII parte I, p. 199. Lupus Protospatarius Barensis Rerum in Regno Neapolitano Gestarum Breve Chronicon ab Anno Sal. 860 usque ad 1102. Pontieri E., Tra i Normanni nell’Italia meridionale, Napoli 1964, p. 147.

[ix] “Il Duca fabrica Nicotra in Calabria”. Inveges A., Palermo Nobile parte terza degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651, p. 63.

[x] Fiore G., Della Calabria Illustrata, tomo I 1691, ed. Rubbettino 1999, p. 452.

[xi] Inveges A., cit., p. 90.

[xii] Il Garufi lo attribuisce all’anno 1114 (Garufi C. A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, vol. 1, 1910, pp. 49-50), mentre il regesto delle Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero di Catania, pur menzionando che anche il Pirro lo attribuisce allo stesso anno, lo data al 30 settembre dell’anno precedente (www.archividelmediterraneo.org).

[xiii] Garufi C.A., cit. p. 50.

[xiv] www.archividelmediterraneo.org.

[xv] Garufi C.A., cit. p. 58.

[xvi] Garufi C.A., cit. pp. 50-51.

[xvii] Garufi C.A., cit. p. 58.

[xviii] La Historia o Liber de regno Siciliae e la Epistola ad Petrum Panormitanae ecclesiae thesaurarium di Ugo Falcando, FSI 22 ed. G.B. Siragusa, 1897.

[xix] Garufi C.A., cit., pp. 81-83, App. IX-X.

[xx] La Historia o Liber de regno Siciliae, cit., p. 63.

[xxi] La Historia o Liber de regno Siciliae, cit., p. 70.

[xxii] “Rex autem W[ilhelmus] pene per totam estatem in obsidione Buterie est moratus. Sed cum eam situ loci et fortium virorum numerositate munitam expugnare non posset, facta con’cordia, Rogerium Sclavonem cum Lombardis ultra mare illesos ire permisit.”. Romualdi Salernitani Chronicon, in Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. VII parte I, p. 249.

[xxiii] Ménager L. R., Inventaire des Familles Normandes et Franques Emigrées en Italie Méridionale et en Sicilie XI – XII siecles, in “Roberto il Guiscardo e il suo Tempo, Relazioni e Comunicazioni nelle Prime Giornate normanno-sveve”, Bari maggio 1973, pubblicato a cura del Centro di Studi Normanno-Svevi Università degli Studi di Bari in Fonti e Studi del Corpus mambranarum italicarum XI,  Roma 1975, pp. 261 e sgg.

[xxiv] www.archividelmediterraneo.org.

[xxv] Garufi C.A., cit., p. 50.

[xxvi] Garufi C.A., cit., p. 51, nota n. 3.

[xxvii] Pirro R., Sicilia Sacra II, p. 1157.

[xxviii] www.archividelmediterraneo.org.

[xxix] www.archividelmediterraneo.org

[xxx] L’Inveges qualifica Enrico “di natione Lombardo” (Inveges A., cit., p. 90). In relazione a questa origine, vedi Garufi G.A., cit., pp. 59-63.

[xxxi] “+ Sigillum signum Comitis Symeonis. + Signum manus Thomasie comitisse. + Signum manus Guillelmi filij Eufimij” (Garufi C.A., cit, pp. 76-79). “Signum manus Guglielmi filii Efimii” (Pirro R., cit., p. 1158).

[xxxii] Cusa S., I Diplomi Greci ed Arabi di Sicilia, Volume I Parte I, Palermo 1868, p. 74.

[xxxiii] Bresc H., Spazio e Potere nella Palermo Medievale, in Palermo Medievale, Testi dell’VIII Colloquio Medievale, Palermo 1989, a cura di Cataldo Roccaro.

[xxxiv] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 221-225; Ughelli IX, coll. 198-20.

[xxxv] Guillou A., cit., pp. 98-100.

[xxxvi] La località (“Fulco”) parrebbe comparire anche in un atto dell’aprile dello stesso anno. Pratesi A., cit., pp. 269-272. Un Riccardo fratello di Νηέλου, risulta tra i testi che sottoscrissero un atto del 27 dicembre 1163 (a.m. 6672). Guillou A., cit., pp. 51-53.

[xxxvii] Pratesi A., cit., pp. 209-212; Russo F., Regesto I, p. 105.

[xxxviii] Pratesi A., cit., pp. 256-257.

[xxxix] “Ego Alexander de Polic(astro) testis sum. Ego Symon de Polic(astro) testis sum filius Alexandri”. Pratesi A., cit., pp. 295-297.

[xl] Rende P., Mito e storia di Crotone nella Magna Grecia, www.archiviostoricocrotone.it.

[xli] Pesavento A., Pellegrini ed eremi nella vallata del Tacina: il monastero di San Pietro di Nimfi, www.archiviostoricocrotone.it.

[xlii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, Abbazia di San Giovanni in Fiore, 2001, pp. 047-049.

[xliii] Guillou A., Les Actes Grecs, cit., pp. 63-65.

[xliv] Nel marzo del 1196, Gimarka, vedova di Johannes Mélèta, assieme ai figli Andrea e Bonos Phèllèos, vendevano a mastro Guillelmo, figlio del quondam mastro Martino, una casa di legno ereditata dal detto Johannes, posta nella terra (άστεως χώρας) di Policastro, in convicino (ένωρίαν) di S. Nicola de Tzagparanoi (Αγίον Νικωλάου του Τζαγπαράνων), ovvero “in s(anc)to nicolao de zapparuni”, confinante ad est con la casa del quondam Leone Koupellos, a ovest con la casa dell’acquirente, a nord con l’akroterio pubblico (άκρωτήριον τώ διμωσιακών) ed a sud con l’abitazione di Marotta Phousara. Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 66-70.

[xlv] Russo F., Regesto I, p. 105. Pratesi A., cit., pp. 209-212, 251-253, 265-267, 269-271.

[xlvi] Pratesi A., cit., p. 134.

[xlvii] Fiore G., Della Calabria Illustrata II, 1743, Ed. Rubettino, p. 596.

[xlviii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958, p. 134.

[xlix] Pratesi A., cit., pp. 122-125 e 132-135.

[l] Pratesi A., cit., pp. 112-116.

[li] Garufi C.A., cit., p. 52.

[lii] Böhmer J. F., Regesta Imperii IV, 3.1 ed. Baaken 1972, p. 164 n. 402. www.regesta-imperii.de.

[liii] “A cominciare dal Gennaio 1201 scompare però Bartolomeo de Lucy e con esso anche il titolo di conte di Paternò.”. Garufi C.A., cit., pp. 52-53.

[liv] Un atto del 1122, riguardante la conferma al monastero di S.ta Maria della Matina di tutti i possessi, le immunità e i diritti, da parte del principe Boemondo, figlio di Boemondo principe di Antiochia, e di sua madre Costanza, menziona, tra questi, quella relativa all’offerta di alcuni villani, effettuata precedentemente, “apud Taranto”, da Ruggero di Santa Severina. Pratesi A., cit., pp. 30-33.

[lv] Leoni N., Studi Istorici su la Magna Grecia e su la Brezia, dalle Origini Italiche in Fino ai tempi Nostri, seconda edizione, Napoli 1862, vol. II p. 149. Sisca D., Petilia Policastro, 1964, pp. 77-80.

[lvi] Tromby B., Storia Critico Cronologica Diplomatica del Patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Tomo V, Napoli 1775, Indice p. 289 e Appendice I, XI.

[lvii] Tromby B., cit., Tomo V, libro I, p. 21 e nota XXXVIII posta al margine e nell’indice a p. IV.

[lviii] Tromby B., cit., Tomo V, Appendice I, XI.

[lix] Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum 1865, p. 386 n. CCLXXX.

[lx] Scalfati Silio P. P., I falsi nei privilegi del periodo siciliano di Federico II, in Testimonianze manoscritte della Sicilia: Codice, Documenti, Pitture, Provincia Regionale di Palermo, 2006, p. 286. 00.03.1207, in Palermo (R, V, 1,1 n 591); 00.08.1209, in Messina (RI V, 4,6 n. 112). Consultati il 23.09.2016 sul sito Regesta Imperii Online. 00.07.1210, “Robinus de Policastro” (Kehr K. A., Die Urkunden Der Normannisch-Sicilischen Konige, Innsbruck 1902, p. 102).

[lxi] Jamison E., cit., pp. 458-460. Garufi C.A., I Documenti Inediti dell’Epoca Normanna in Sicilia, parte prima, Palermo 1899, pp. 97-99.

[lxii] Ughelli, cit. t. IX, pp. 368-371. De Leo P. (a Cura di), Documenti Florensi Abbazia di Fonte Laurato e altri monasteri dell’Ordine, 2004, pp. 75-77.

[lxiii] Fiore G., Della Calabria Illustrata II, p. 487.

[lxiv] Pratesi A., cit., pp. 309-312.

[lxv] De Leo P., (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p.110. Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, s.n. 1998, pp. 22-26.

[lxvi] Pometti F., Carte delle Abbazie di S. Maria di Corazzo e di S. Giuliano di Rocca Fallucca in Calabria, in Studi e Documenti di Storia e Diritto anno XXII, 1901, pp. 300-306 n. XVI.

[lxvii] Reg. Ang. VII, 1269-1272, p. 206. Sisca D., Petilia Policastro, 1964, rist. 1996, p. 89 che cita: Registro 1271 A fol. III – Registri della Cancelleria Angioina – Vol. VII – anni 1269-1272 – Fonti De Lellis, pag. 391.

[lxviii] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Parigi 1852, Tomo II pars I, pp. 519-522. Capialbi V., Opuscoli Vari, p. 189. Capialbi V., Memorie per servire alla Storia della Santa Chiesa Militense compilate da …, p. 20.

[lxix] Pratesi A., cit., pp. 364-366.

[lxx] Trinchera F., cit., pp. 400-402.

[lxxi] Pratesi A., cit., pp. 376-379.

[lxxii] Pratesi A., cit., pp. 380-382.

[lxxiii] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Parigi 1859, Tomo V pars II p. 929.

[lxxiv] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Parigi 1859, Tomo V pars II p. 1118.

[lxxv] “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro” (Ebner P., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337).

[lxxvi] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Parigi 1857, Tomo V pars I, pp. 610-623.

[lxxvii] Rende P., Vicende feudali della contea di Catanzaro, dalle origini al dominio di Giovanni Ruffo (sec. XI-XIV). www.archiviostoricocrotone.it

[lxxviii] De Leo P. (a cura di), cit., pp. XX, XXIV, XXXIII, 146-147, 152-154, 155-157, 158-160.

[lxxix] Archivio di Stato di Palermo, Diplomatico, Tabulario del monastero di Santa Maria di Malfinò poi Santa Barbara, TSMM 0025r, consultato attraverso il sito www.archivi-sias.it.

[lxxx] Trinchera F., cit., pp. 418-421.

[lxxxi] Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, 1939, p. 203. Russo F., Regesto I, 2356. Scalise G.B. (a cura di), Siberene, Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, 1999, p. 280.

[lxxxii] Eubel C., Hierarchia Catholica Medii Aevi, 1913, vol. I, p. 448.

[lxxxiii] “Joannes electus promisit sacro Collegio solitum charitativum subsidium die 2 Julii anno 1320 cujus meminit et Reg. Vatic. Joanni XXII. epist. 927. anni 4. caetera ignorantur.”. Ughelli, cit. t. VIII, p. 484.

[lxxxiv] Fiore G., cit. II, p. 535.

[lxxxv] Russo F., Regesto I, 2552.

[lxxxvi] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 217-218, che cita: Archivio Vaticano 8F. 73 EP. 431.

[lxxxvii] Pratesi A., cit., p. 452, n. 240, che cita: “cf. Gams, Series episcoporum, p. 922; Eubel, Hierarchia catholica, I, p. 448 donde risulta che fu sospeso da Giovanni XXII il 5 febbraio 1322; Taccone-Gallucci, Regesti dei romani pontefici, p. 425”.

[lxxxviii] Russo F., Gioacchino da Fiore e le Fondazioni Florensi in Calabria, 1959, p. 109.

[lxxxix] Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, II, p. 72; Caridi G., La spada, la seta, la croce, 1995, p. 5.

[xc] Rende P., Vicende feudali della contea di Catanzaro, dalle origini al dominio di Giovanni Ruffo (sec. XI-XIV). www.archiviostoricocrotone.it

[xci] Caridi G., cit., pp. 5-6.

[xcii] Reg. Ang. I, 1265-1269, p. 305.

[xciii] “Nicolao de Iannucio, de Policastro, provisio ut non molestetur pro rebellione commissa per dictam terram, quia ipse absens ab illa fuit. (Reg. 1269. S, f. 45)” Reg. Ang. IV, p. 34. I toponimi “la macchia de Iannaci” (ASN, Real Militare Ordine Costantiniano, Libri maggiori e platee, busta 78/I, f. 133v 2883) e “flumen Iannatii” (De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 214-217), ricorrono già nella prima metà del Cinquecento, mentre nella seconda metà dell’Ottocento troviamo: “guardiola di Iannacello” (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 308) e “Jannace” (Carta dell’Ing. Giorgio de Vincentiis, Roma 1889). Attualmente esiste il luogo “Pietra di Iannace” (Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 274).

[xciv] Caridi G., cit., p. 8.

[xcv] Reg. Ang. XII, p. 143. Maone P., Notizie Storiche su Cotronei, in Historica n. 4/1971, p. 219 nota 14.

[xcvi] Reg. Ang. XIII, p. 267. Reg. Ang. XVII, pp. 57-58.

[xcvii] Minieri Riccio C., Notizie Storiche tratte da 62 Registri Angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, 1877.

[xcviii] Reg. Ang. XXXVI, p. 81. Reg. Ang. XXII, p. 89.

[xcix] Reg. Ang. XXVI, pp. 53-54.

[c] “Crebbe Pietro di stato, perché, oltre Catanzaro, ebbe Cotrone, che fu nelli 1284, Mont’alto e Mesiano e poi, ne’ 1290, Mesuraca, Rocca Bernarda, Castelmonardo, Policastro e tant’altre città e terre per tutta la Calabria che potè darsi titolo di comes Calabriae.” (Fiore G., Della Calabria Illustrata III, ed. Rubettino 2001, p. 95). “E già che siamo nel filo de’ suoi dominanti, l’anno 1290 vi ritrovo signore Pietro Ruffo Conte di Catanzaro;” (Fiore G., Della Calabria Illustrata I, ed. Rubettino 1999, p. 452). “… nel 1290 Pietro Ruffo conte di Catanzaro, oltre la città di Catanzaro e la castellania di Crotone, «si trovava possedere Misuraca, Roccabernarda, Policastro, Castell’a mare, Castelmenardo, Badulato, S. Giorgio, S. Senatore, Gamaiore, Pantona, Buda, Cotronei e la Catona»”. (Maone P., Notizie Storiche su Cotronei, in Historica n. 4/1971, p. 219 che cita Ferrante della Marra duca della Guardia).

[ci] Reg. Ang. XXXVIII, p. 182.

[cii] Vaccaro A., Kroton, I, ed. Mit 1965, p. 309.

[ciii] “Naturalmente, nessun vassallo, può abbandonare il suo borgo ed il suo signore, ed è diritto del signore invocare dallo Stato tutti gli aiuti possibili per ricuperare i vassalli fuggiaschi. La Curia accorda, normalmente, gli aiuti richiesti, ma se il fuggitivo ha abitato per dieci anni una terra demaniale, non può più essere rivendicato dal feudatario. Sempre così : il Re e il Duca di Calabria seguono in sì fatta materia, un criterio assolutamente rigido. Si risponde così al Conte Pietro Ruffo di Calabria che si lamenta di essere stato abbandonato da numerosi vassalli;”. Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, p. 293; che cita Reg. Ang. n. 191 c. 174, 29 maggio 1309.

[civ] Mannarino F.A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, pp. 58-59.

[cv] Pellicano Castagna M., cit, II, p. 73.

[cvi] “Pietro Ruffo, marito di Giovanna d’Acquino, nel 1309 le costituisce la dote sul castello di Mesoraca”. Sisca D., Petilia Policastro, rist. 1996, p. 95 che cita: Sicola Sigismondi Repertorium 3° Regis Caroli II – pag. 866 fol. 53 t.

[cvii] Ventura P., Maone P., Isola Capo Rizzuto nella scia della grande Crotone, 1981, pp. 257-258; che cita ASN, C. De Lellis (MS), Notamenta, ecc. cit., Pars I, Vol. II, f. 1308.

[cviii] Sisca D., Petilia Policastro, rist. 1996, p. 95 che cita: Reg. Ang. 1327 A fol. 44 t.

[cix] Sisca D., Petilia Policastro, rist. 1996, p. 96 che cita: Reg. Ang. 283 e 53 – 11 luglio 1330.

[cx] “Un anno dopo il conte Giovanni Ruffo dona al cavaliere Ruggiero di Stella i feudi di Policastro.”. Sisca D., Petilia Policastro, rist. 1996, p. 96 che cita: Reg. Ang. 1331-1332 A fol. 31.

[cxi] “La moglie del conte Goffredo fu Giovanna Ruffo figliuola del Conte di Catanzaro, e gli portò in dote Policastro con i Casali: (al margine: “1333-1334 B. 194.”) con la quale hebbe due figliuoli, Roberto e Tomaso; (al margine “1345 A. 59.”) oltre due femine”. Ferrante della Marra Duca della Guardia, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o Non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, Napoli 1641, p. 249. “E la quinta Signora divenne Giovana Ruffa sua figliola, e per lei Goffredo di Marzano Conte di Squillaci, e grand’ammirante del Regno nel mille trecento trenta.” Mannarino F. A., cit.

[cxii] Ventura P., Maone P., cit., p. 258.

[cxiii] www.archiviodistato.firenze.it

[cxiv] Mannarino F.A., cit., p. 59.

[cxv] Pacella F., Un barone condottiero della Calabria del sec. XIV–XV: Nicolò Ruffo marchese di Cotrone, conte di Catanzaro, in ASPN, III, 1964, p. 64.

[cxvi] Barone N, Notizie storiche tratte dai Registri di Cancelleria del re Ladislao di Durazzo, ASPN, fasc. III, 1887, p. 22.

[cxvii] Pacella F., cit., p. 66.

[cxviii] ASV, Reg. Vat. 355, f. 287.

[cxix] Russo F., Regesto II, 10011.

[cxx] In un documento del 1435 Giovanna Ruffo si sottoscrive: “Ego Joanna Ruffo de Calabria Principissa Salerni, Marchionissa Cotronis, Dei Gratia Comitissa Catacii, Baroniarum Altavillae et Tabernae Domina”, Fiore G., cit., I, 206.

[cxxi] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, 1963, pp. 182-183. “Dopo però il mille quatrocento trent’uno appare utile Signore di detta Città D. Antonio Centelles Ventimiglia, che fu poi anche Principe di Santa Severina per le raggioni della Contessa, e Marchesa Erichetta Ruffa sua moglie figlia, ed erede del Marchese Nicolò sopradetto” (Mannarino F.A., cit., p. 59).

[cxxii] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, 1963, pp. 277-279.

[cxxiii] Cozzetto F., Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, Soveria Mannelli, 1986.

[cxxiv] Fonti Aragonesi II,  p. XL e pp. 49-50.

[cxxv] Fonti Aragonesi II,  p. LIX e pp. 52-53.

[cxxvi] Fonti Aragonesi II,  p. LXXXIV e pp. 60-61.

[cxxvii] Fonti Aragonesi II,  p. CX e pp. 109-110.

[cxxviii] “Die XXVIIII ianuarii V indictionis in Cusenza. Jo Francisco de Alexandro locumtenente de lo magnifico Renczo de Afflitto regio thesaurario ducatus Calabrie agio reciputo da Pulicastro per mano de Johanni Serasarii ducato uno, grana sidichi et foro in moneta et sono per la nova imposecione de lo novo carlino de Natali de lo presente anno. duc. I, gr. XVI.”. Fonti Aragonesi V, p. 205.

[cxxix] AVC, Processo grosso cit. ff. 74-96.

[cxxx] Sisca D., Petilia Policastro, rist. 1996, p. 116, che cita “Licterarum Curiae, 22° 1465 e 1466, n. 164”. Ibidem, p. 115, che cita “Magni Sigilli, 15 n. 23 Introitus, anni 1469”. Ibidem, p. 116, che cita “Licterarum Curiae, 4° 1470-1471”. Ibidem, p. 116, che cita “Magni Sigilli fol. 42”. Il 27 agosto 1490, in relazione alla “exapcione de li dinari del tarì et carlino per foco” per la costruzione delle fortificazioni, “Policastrum” risulta tassata per “ducatos tricentos quinquaginta d. CCCL”. Fonti Aragonesi, Vol. XIII, Napoli 1990.

[cxxxi] “… in uno Privilegio concesso alla Città nell’anno mille quattrocento sessanta sette (sic) nel quale alludendo il Real Principe alla generosa fidelità de’ Policastresi in quella prima, ma terribil congiura delli suoi Baroni …”, Mannarino F.A., cit., p. 21. “Considerando, che anche i cittadini di Policastro vantano diritti sul detto corpo Rivioti; ed in sostegno di questo assunto presentano il privilegio accordato a quella città nel 1468 da Ferdinando d’Aragona, dove espressamente è stabilito l’uso civico di pascere in detto fondo per tutti i tempi dell’anno”, Oliveti L., Istruttoria Demaniale per l’accertamento, la verifica e la sistemazione del demanio civico comunale di Cotronei, 1997, p. 11. “Per la concessione del 27 ottobre 1468, ad opera di Ferdinando d’Aragona, della montagna di Cariglione, nella regia Sila, a pro’ del comune di Policastro”, ASN, Archivio storico dell’Archivio di Stato di Napoli, Prima sezione, Protocollo degli affari. www.archiviodistatonapoli.it.

[cxxxii] “Ferdinando I, richiamando alcuni privilegi del padre, il 29 gennaio 1474 affermò alcuni capitoli di Policastro in provincia di Calabria.”. Sisca D., cit., p. 116, che cita “Quedam privilegia regi Alphonsi, Magni Sigilli, 6^ Ind. 1474”.

[cxxxiii] Tra il 1471 e il 1477 Ferdinando de Almeda ebbe in concessione, S. Severina, Policastro e Le Castelle di Mare. Falanga M., Il manoscritto da Como fonte sconosciuta per la storia della Calabria dal 1437 al 1710,  in Rivista Storica Calabrese n. 1-2/1993, p. 252.

[cxxxiv] Il 14 ottobre 1496 re Federico vendeva ad Andrea Carrafa la città di Santa Severina con il titolo di conte, i casali di Cutro e S. Giovanni Minagò, le terre di Castellorum Maris, Rocca Bernarda, Policastro e Cirò ed i feudi di Crepacore e Fota, con 300 ducati annui di funzioni fiscali sopra dette terre per il prezzo di ducati 9000 (AVC, Processo grosso s.c., f. 490). “Privilegio di concessione della Città di Santa Severina, del Castello di Policastro et castro Roche Bernaude, castro Isprigro et il Feudo di Crepacore della Provincia di Calabria ultra e di più annui ducati 300 sopra li fiscali di detta Città.” (Falanga M., Il Manoscritto da Como Fonte Sconosciuta per la Storia della Calabria dal 1437 al 1710, in Rivista Storica Calabrese n. ½ 1993, pp. 256-257).

[cxxxv] AVC, Processo grosso s.c., ff. 451v-452r.

[cxxxvi] ASN, Ref. Quint. 207, ff. 78-122.

[cxxxvii] “… i ribelli di Santa Severina trovarono appoggio a Cutro e a Policastro e in tutto il paese tra la piana di Crotone e quella di Sibari, e solo nel 1516 se ne completò la repressione.”. Galasso G., Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, p. 285.

[cxxxviii] De Frede C., Rivolte Antifeudali nel Mezzogiorno d’Italia, 1962, pp. 10-11.

[cxxxix] Mannarino F. A., Cronica della celebre ed antica Petilia detta oggi Policastro, manoscritto, f. 14v.

[cxl] “Reintegratio seu platea bonorum demanialium, et feudi terrae Policastri fatta per Franciscum de Jasio sub anno 1520.”. AASSS, 2 A, f. 87v, foto 116. Il 18 maggio 1524, in relazione alle richieste del procuratore dell’arcivescovo di Santa Severina nei confronti del conte Andrea Carrafa, quest’ultimo disponeva al capitano di Santa Severina che tali richieste fossero soddisfatte. Al primo punto si evidenziava che l’università di Policastro avesse indebitamente esatto nei confronti dell’arcivescovo “per certe Terre che possiede detta Chiesa nel Territ.o di Policastro” ducati 5, mentre ne pretendeva altri 40 “per la contributione della compositione” che l’università doveva pagare “per la gratia appuntata della Reintegratione fatta per M.s Francesco Jasio Reg.o Commiss.o in la Terra e tenimento p.to”. Reintegrazione che secondo il detto procuratore la chiesa di Santa Severina non era tenuta a pagare. Anche in relazione alla “Essattione della decima dell’agni Et frutti lattocinij di tutte le mandre de pecore” che ogni anno “stacciano” nei “Tenimenti della Diocese di S.ta Severina”, essendo stati reintegrati alla corte comitale “li Cursi del tenimento della Terra nostra di Policastro”, si ordinava che la chiesa potesse riscuotervi le decime cosi come avveniva per tutte le madre che pascolavano in altri luoghi della diocesi. AASS, 1A, Mensa Arcivescovile, foto 68 e 71-72; 7A, foto 113-114.

[cxli] “… la relazione, relativa a Policastro, di un agente mediceo che, nella sonda metà del secolo XVII, ricordava che il conte di Santa Severina, Andrea Carafa, “l’anno 1520 impetrò da Sua Maestà Cattolica la deputazione di un giudice, detto Francesco Jasio, che convocati li vicini, dichiarò li confini di Policastro e l’entrate di esso, reintegrando il detto conte Andrea di tutti li suffeudi, giurisdizioni et altro (…) Ma perché il conte Andrea con tal reintegrazione spogliò li cittadini dei loro privilegi e beni, vedendoli ridotti a gran miseria, venne con esso loro ad alcune capitolazione (…) Tutto questo però non fu bastante ad acquietare i popoli, che tutti si volevano partire, onde, morto il Conte Andrea, e succeduto nel feudo il Conte Galeotto suo nipote l’anno 1527, ei fu necessitato a sottoscrivere nuove capitolazioni per le quali ei recedette in tutto dalla sopr’accennata reintegrazione e diede ai cittadini molti privilegi”. Galasso G., Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, p. 293, che cita “ASF, Auditori alle Riformagioni, f. 274, c.n.n. Cfr. anche f. 271”.

 

Latest Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*