Il castello di Mesoraca (sec. XIII-XVII)

Mesoraca (KR), in evidenza il castello (fermo immagine del filmato di Mario Bubba su youtube.com).

“Lo stemma del Reazio distinguesi con tre torri poste nel mezzo di un intiero scudo, dalla cima delle quali scintilla una fiamma di fuoco. Sono le tre torri simbolo della triplicata fortezza del castello, circondato d’intorno da altissime rupi, e dall’inalterabile costanza, colla quale si segnalarono in ogni tempo quelli abitatori; ed è simbolo il fuoco del fervore, col quale solevano i medesimi anticamente combattere in ajuto de’ confederati.”[i]

Sigillo dell’Università di Mesoraca impresso a secco e ad inchiostro (1725).

 

La “terra” o  “castrum” di Mesoraca

Posta alla confluenza del “Flumen delo Riaggi”[ii] o “Riaci”,[iii] e del “Flumen Virgari”,[iv] la “terra” o χώρας di Mesoraca (Μεσοράχωνος), il cui toponimo sembrerebbe discendere da questa circostanza,[v] compare già in atti dei primi anni del Duecento, agli inizi del dominio svevo.[vi]

Assieme a questo termine che identifica giuridicamente l’abitato con il proprio territorio e i propri diritti, troviamo in seguito anche l’uso di “castrum” (comunemente utilizzato durante il sec. XIII e anche in seguito, per identificare un castello) che lo qualifica nello specifico, ponendo l’accento sulla connotazione marcatamente militarizzata del luogo.

Il “castrum” di Mesoraca risulta infatti tra le concessioni feudali risalenti all’imperatore Federico II di Svevia (1220-1250) e a suo figlio Corrado IV (1250-1254), fatte in favore del conte di Catanzaro Petro Ruffo de Calabria, in nome del quale, il 7 ottobre del 1254, il papa ne investì suo nipote Fulcone, dopo che la Santa Sede considerò il regno di Sicilia devoluto in suo potere.[vii]

Questa particolare importanza strategica di Mesoraca è evidenziata successivamente anche in un atto della cancelleria angioina del 21 maggio 1292, indirizzato al conte di Catanzaro Petro Ruffo de Calabria juniore, nipote del precedente, attraverso cui ci viene riferito che, nel corso della guerra in atto tra Angioini e Aragonesi che si contendevano il regno di Sicilia, il “castrum Mesurace, tuo comitatui pertinens”, era passato al nemico ma, in seguito, grazie all’intervento dell’allora capitano di Calabria, il nobile Hugone detto Russo “de Sulyaco”, i suoi uomini erano stati ricondotti a patti alla fedeltà angioina.

Questi patti concessi dal capitano di Calabria in nome del re, prevedevano che il “castrum ipsum cum hominibus et omnibus suiis pertinenciis”, rimanesse sempre in demanio, precludendo al sovrano e a i suoi eredi di poterlo successivamente concedere in feudo. Si invitava quindi il conte di Catanzaro a voler realizzare un equivalente “excambium” con la Curia che, per il detto “castrum Mesurace”, offriva altre terre e beni esistenti nel “regno nostri Sicilie”, non volendosi arrecare alcun pregiudizio al conte.[viii]

Evidentemente però gli eventi non seguirono la strada tracciata dal sovrano, perché qualche anno dopo, quando il conte Petro Ruffo sposò Giovanna de Aquino, questi garantì la dote di sua moglie obbligando a titolo di dotario il “castello di Mesoraca” (1309),[ix] ovvero la “terra” di Mesoraca.[x]

Sigillo dell’Università di Mesoraca (1810)

 

Il “castello”

L’esistenza del castello di Mesoraca, ossia la residenza fortificata del suo signore feudale, simbolo del suo dominio sul luogo, comincia ad essere documentata agli inizi del sec. XIII, attraverso un atto riguardante una donazione in favore dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, stipulato nel novembre 1217 “in castello nostro Musuracce”, alla presenza di “Andreas de Palearia dominus Musurace” e dei “fideles homines nostros” che costituivano la sua corte, dove sappiamo che il feudatario abitava con sua madre e con sua moglie, la “nobilis mulier domina Agessa”.[xi]

Risalgono invece agli inizi del dominio aragonese, le prime notizie che documentano l’esistenza di una “mocta” o “castello” della “terra” di Mesoraca, termine che possiamo considerare derivante dal francese “motte” (castello), evidentemente originatosi nel corso della precedente dominazione angioina.

Nella conferma dei capitoli concessa da re Alfonso de Aragona alla terra di Mesoraca il 20 novembre 1444, troviamo che, fino a quel tempo, il nobile “lodovico de phichechiis” aveva ricoperto l’incarico sia di capitano di Mesoraca, che quello di capitano “ad guerra” nella loro “mocta de castello”,[xii] mentre sappiamo che, successivamente, il 22 Agosto 1447, lo stesso re nominò Adesio de Comite di Lipari “Castellanum Castri seu fortellicii terre nostre Mesurache”, con i “sociis et servientibus necessariis” in tempo di pace e in tempo di guerra, assegnandogli annualmente in tempo di pace 12 once, da percepire sulle entrate e sui diritti delle gabelle delle terre di Gimigliano e Tiriolo.[xiii]

Le differenze tra l’ufficio di capitania della terra di Mesoraca e quello della sua castellania, emergono chiaramente in un atto della cancelleria aragonese dell’aprile 1452, quando sappiamo che, lo stesso “nobilem Adesium de Comitem de Liparo” li ricopriva entrambi, risultando “capitaneus et castellanus dicte terre Mesurace”.[xiv]

Queste differenze di giurisdizione evidenziate dai documenti, trovano riscontro anche osservando la differente distribuzione di questi poteri nello spazio urbano. Emerge infatti che a Mesoraca, il luogo detto “la motta”, termine legato alla presenza del castello che, con le sue fortificazioni costituiva la struttura militare affidata al castellano, si differenziava nettamente rispetto al luogo detto “il casale” che, invece, costituiva l’abitato murato medievale della “terra”, dove il capitano o governatore di nomina regia ed il “mastrogiurato” eletto dalla cittadinanza, esercitavano le loro funzioni.

In particolare, al comando del mastrogiurato rispondevano i “terrazzani” armati a spese dell’università, che vigilavano le porte e le mura cittadine in tempo di pace mentre, in caso di conflitto, tali funzioni erano assunte da un capitano a guerra di nomina regia, che assumeva il comando di tutte le forze presenti, compreso un eventuale presidio.

Mesoraca. In evidenza il “casale” (A) e l’area del castello medievale (B).

 

Il castello “novo”

Secondo le affermazioni del Giustiniani che cita documenti dell’archivio di Stato di Napoli, al tempo di Gio. Andrea Caracciolo,[xv] che ebbe in feudo Mesoraca dopo aver sposato nel 1497 Andreana Caivano, figlia di Paolo Caivano e Aurelia Pontano,[xvi] e che fu ucciso nel 1517 nell’ambito delle rivolte condotte in questo periodo dai cittadini mesorachesi, che portarono allo sterminio di quasi tutta la sua famiglia,[xvii] fu realizzata la costruzione di un nuovo castello in un luogo diverso, che sostituì la precedente struttura medievale.

Tale opera era ancora in corso durante gli ultimi anni di vita del feudatario, considerato che il 25 maggio 1512, quest’ultimo rilasciò ai cittadini di Mesoraca la loro contribuzione di 100 ducati annui e di altre prestazioni “per potere riedificare il castello”, ottenendo in cambio la gabella della carne e del pesce.[xviii] L’esistenza di un “Castello novo” a Mesoraca, risulta comunque documentata in un documento che elenca i beni burgensatici del feudatatario nel 1581.[xix]

Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo, l’esistenza di questo nuovo castello è testimoniata da diversi atti stipulati: “apud castrum t(er)rae mesuracae” (4 giugno 1586),[xx] “intus Castrum t(er)rae Mesoracae” (14 Novembre 1605),[xxi] “in T(er)ra Mesoracae et proprie in Castro d.ae T(er)rae” (31 Luglio 1606),[xxii] “In terra Mesorace et proprie in Castro ipsius Terre” (8 aprile 1617),[xxiii] “in Castro Mesuracae” (19 agosto 1632),[xxiv] ovvero “nel Castello di Mesoraca” (29 Maggio 1619).[xxv]

Arme della famiglia Caracciolo (da bibliotecaestense.beniculturali.it).

Il castello di Mesoraca (da calabria.visitaci.it)

 

Il “Castello vecchio”

Anche se i documenti più antichi non ci forniscono informazioni circa l’ubicazione del castello medievale di Mesoraca, la documentazione successiva conserva comunque traccie toponomastiche importanti relative a tale presenza, che ci consentono di risalire lo stesso al luogo in cui esistette.

Il toponimo “mocta”, infatti, documentato già verso la metà del sec. XV, continuò a sopravvivere a Mesoraca ben oltre il Medioevo, essendo legato al titolo della chiesa di “s.tae Annae sive s.tae mariae dila motta”, che risulta una delle parrocchiali della Grecìa a cominciare dalla metà del Cinquecento,[xxvi] e la cui esistenza continua ad essere documentata fino al terremoto del 1638.

Gli atti notarili seicenteschi che menzionano il luogo in cui sorgeva ancora questa chiesa, ci consentono così di circoscrivere l’area interessata dalla presenza del castello medievale di Mesoraca, individuabile dal “convicino” di Santa Maria della “motta”, luogo che, a quel tempo, era posto dentro la “terra di Mesoraca”.

Qui si trovavano la domus palaziata con camera contigua e casalino contiguo ed un “pede sicomoris magno”, che Joannes Thoma Curcio vendette al presbitero D. Joannes Petro Giraldis, beni che confinavano con il “magazenum” del quondam Marsilio Varvuto e il “magazenum” di Andriana Catanzaro,[xxvii] mentre, in “loco d.o la grecia” sempre “nel Convicinio della chiesa di S. Maria la motta”, si trovava la casa confinante con quella di Lucrezia Catanzaro, che Vincenza Perretta, vedova del quondam Berardo de Giglio, vendette a Laura Fortino,[xxviii] nelle cui vicinanze erano anche i due piedi di gelsi che Lucrezia Catanzaro e sua figlia Caterinella Barbuto, vendettero al clerico Joannes Toma Iannici, identificati “in loco detto la grecia”, confinanti con “la chiesa di S. Maria la Motta” e Gio. Berardino Brizzi.[xxix]

Oltre alla vicinanza della chiesa di Santa Maria la Motta, ulteriori informazioni circa il luogo nel quale in passato era esistito il castello medievale di Mesoraca, ci provengono attraverso altri atti notarili della prima metà del Seicento, che lo individuano sempre dentro le mura e nell’ambito della “grecia”, nelle vicinanze della chiesa di S. Vito e del territorio parrocchiale di Santa Maria de Platea, chiesa esistente nell’ambito del “casale”.

In questo periodo, infatti, risulta menzionato il luogo detto “la fischia dello Castello vecchio”, dove si trovavano le case di Attilio Curcio che confinavano con quella di Matteo Puglise,[xxx] mentre “in Convicinio Castri Veteris et Ecc.ae S. Viti”, si trovava la casa “cum pede sicomi” di Cintio Fabiano, che confinava con la casa di Vasili de Basili e quella di Jo. Paolo Giurlandino.[xxxi] Casa quest’ultima, che altri documenti segnalano “prope d.m Ecc.m Parocchialem S. Mariae de Platea”[xxxii] e confinante con i casaleni di Julia Brandolino posti “in Parochia Divae Mariae de Platea”.[xxxiii]

Sempre in loco detto “lo Castello Vecchio”, si trovavano i “sicomos” di Joannes Battista Brizzi, che confinavano con i “sicomos” di Joseph Curcio,[xxxiv] e la casa appartenente alla dote di Caterinella Gargano figlia di Laura De Mauro, che andò sposa a Simune dello Scavo, figlio del quondam Gio. Aloisio dello Scavo della città di Nicastro, che confinava con la casa di Minico Maruca.[xxxv]

Il toponimo si ritrova ancora alla metà del Settecento, quando sappiamo che il mag.co Gio. Paulo Salamone, nobile vivente, possedeva un pezzo di terra con tre piedi di gelso nero nel loco detto “il Castello vecchio”, confine la strada pubblica.[xxxvi]

Il castello di Mesoraca (da Wikipedia).

 

Il castello durante la prima metà del Seicento

Posto in posizione eminente, vicino ad alcuni orti di gelsi esistenti alle sue spalle[xxxvii] e alla chiesa della SS.ma Annunziata,[xxxviii] a controllo della viabilità che dava accesso all’abitato di Mesoraca superando i principali attraversamenti fluviali,[xxxix] alla metà del Seicento il castello di Mesoraca costituiva la solita abitazione del “s.r Duca Altemps” feudatario del luogo,[xl] dove si trovavano le sue “Carceri” baronali che costituivano un buon deterrente ed un valido mezzo di coercizione nei confronti della popolazione che, all’occasione, vi poteva essere trascinata e gettata a “morirsi di fame”.[xli]

In ragione di essere il luogo dove risiedeva il potere faudale, al tempo della fiera, “ante portam Castri t(er)ra p(redi)tta”, il castellano incaricato dal feudatario, consegnava al mastrogiurato il “Vexillum seu banderam Ecc.mi D(omi)ni Ducis Haltemps”, che quest’ultimo avrebbe portato poi nel luogo “ubi nunucupatur S.to Ant.o”, dove si svolgeva annualmente la fiera su cui questo magistrato cittadino esercitava la propria giurisdizione.[xlii]

Nel 1628 ricopriva la carica di “Castellano” baronale Emilio Pallucci,[xliii] la cui provvisione e mantenimento risultano elencati tra i “Pesi del stato di Mesoraca nell’anno 1621”[xliv] mentre, sin dal 1634, in qualità di “ordinarius castellanus” del castello di Mesoraca, subentrò Bartolomeo Jorio.[xlv]

Nel conto fatto da Marco Ant.o Biondi, erario dello Stato di Mesoraca, riguardante il periodo tra il 12 settembre 1656 e il 4 maggio 1657, “Datum in Arce T(er)rae Mesuracae die 26 M.s Junij 1657”,[xlvi] risulta che il 17 dicembre 1656, il castellano Bartolomeo Jorio di anni 47, aveva ricevuto d.ti 4 e ½ in conto della sua provvisione per i tre mesi di settembre, ottobre e novembre,[xlvii] e 8 tomoli di grano relativi a quanto gli spettava per il periodo di otto mesi fino a tutto aprile 1657. Stessa quantità di cereale fornita in questo periodo a Marco Dandali e Francesco Parretta, anch’essi “Provisionati” a spese del feudatario.[xlviii]

Oltre al castellano abitava da sette anni nel castello con la sua famiglia, anche il governatore generale della terra e dello stato di Mesoraca Sig.r Hippolito Stradella di anni 44,[xlix] mentre considerato il periodo particolarmente travagliato, dovuto al pericolo della “peste” e alle scorrerie dei “banditi”, sin dal mese di gennaio 1657, vi dimorava continuamente “con la sua famiglia di Creati”, l’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Antonio Paravicino (1654-1659),[l] utilizzando allo scopo una “camera” o “sala”, dotata di una “antecamera” dove riceveva le proprie visite.[li]

Anche essendo un luogo munito e adatto ad assicurare l’incolumità dei suoi residenti, a quel tempo le difese ordinarie del castello costituite dal castellano e dal “berricello”, furono rinforzate assumendo due “guardiani” o “custodi” che, dal mese di maggio, ebbero il delicato compito di vigilare la porta d’ingresso del castello con il suo “portello”.

I nuovi guardiani furono reclutati tra i componenti della famiglia Parretta, già coinvolta in questo genere di servizio, potendo fornire sicure garanzie in ragione della coesione familiare. Per ordine del detto governatore generale, infatti, a quel tempo vi abitò Gio. And.a Parretta di anni 25 di Mesoraca, di professione “Mastro d’Ascia seu Carpentiero”, che soggiornò nel castello per quattro mesi continui, incominciando otto giorni prima della festività del Corpus Domini nel mese di maggio del passato anno 1657 fino al 23 settembre scorso, dove stette “di guardia nella porta di d.o Castello”, “p(er) guardia di quello p(er) causa del suspetto della peste, et anco p(er) tema delli banditi, che non havessero entrato nel medesimo Castello, p(er) essere suspetto di d.o Morbo, come ancora li banditi che soprastavano, e scorrevano le campagne quel tempo”.

La sicurezza della fortificazione dipendeva infatti essenzialmente dalla vigilanza della sua unica porta “che steva serrata di dentro”, in quanto “Nel d.o Castello non vi è eccetto, che una sola porta p(er) dove s’entra”, “e non si può entrare p(er) altra porta p(er) non esserci altre d’entrare”.

Assieme a Gio. Andrea Parretta svolse questo compito da partire dal mese di maggio come suo “compagno”, “nella guardia, e porta del med.o Castello in agiuto” del castellano, Dom.co Parretta di anni 20 di Mesoraca, mastro sartore, il cui padre si trovava “ai servitii di berricello del med.o Castello”.

Il castello di Mesoraca e i ponti sui fiumi Reaci e Virgari, evidenziati sulla tavola n. 29 (1789) dell’Atlante Geografico di Rizzi Zannoni (particolare).

n.b. La foto in anteprima è di Luigi Longo (da wikiwand.com).

 

Note

[i] Fico G. A., Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo, 1760, p. 107.

[ii] 2 agosto 1630. “lo fiume delo Riaggi, et volta di d.to fiume”. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1630-1631, Busta 651, ff. 13v-14. 8 marzo 1639. “Flumen delo Riaggi”. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1639, Busta 654, f. 24.

1 marzo 1617. Livio Zurlo di Policastro vende a Joanne Andrea Ligname di Mesoraca il “giardino arborato” con diversi alberi fruttiferi e domestici e “con palazzo di dentro” che era appartenuto allo stesso Joanne Andrea Ligname, posto nel territorio di Mesoraca, nel loco detto “lo riaggio”, confine la possessione di Agorello Vennari, le terre della Ducal Corte della terra di Mesoraca, la via pubblica ed altri fini. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 11v-12v.

14 marzo 1623. Hijeronimo Salerno della terra di Mesoraca, ma al presente “habitator” in Policastro da molti anni, dona a Petro Paulo Serra suo cognato alcuni beni, tra cui una continenza di “celsi” loco detto “lo riaggio”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 82v-83v.

[iii] Il toponimo compare già in documenti scritti in greco del periodo svevo (1203, 1223): luogo detto “Riakia” (Ριακήαν). Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 74-76 e 110-112.

D. Giovanni Francesco Rizzuto possiede un orto “Moratum seu Celsorum”, sito dove si dice “lo Riaci”. AASS, 37 A, f. 36.

Anche in seguito il toponimo risulta ampiamente attestato, come troviamo documentato nel catasto cittadino del 1746.

Il mag.co Bartolo Capochiano, nobile vivente, possiede un giardino nel loco detto “li Reaci” con gelsi neri e altri alberi fruttiferi di capacità tt.a 4, confine il fiume “Reaci”. Più possiede un “Territ.o loco d. le Cinte d’Aquila” di capacità tt.e 7, confine “Cidurso” e la Camera Ducale. Più possiede un pezzo di terra alberato di olivi e gelsi neri loco detto “Aquila” di capacità tt.e 10, confine “li Reaci” e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 74v.

Giuseppe Ferrazzo detto “Tiroli”, bracciale, possiede un vignale in loco detto “li Reaci” con pochi piedi di castagne di capacità 1 quarto, confine il mag.co Bartolo Capocchiano e il fiume. Ibidem, f. 416v.

Domenico Spinello, mastro coriario, possiede un pezzo di terra di capacità un quarto “nelli Reaci” alberato con gelsi neri, confine i beni del convento dei PP. Domenicani e la cappella di S. Francesco, sopra il quale paga un censo enfiteutico alla cappella del SS.mo Sacramento di carlini 21. Ibidem, f. 120v.

Il monastero dei PP. Domenicani, possiede in comune e indiviso con la cappella di S. Fran.co di Paola, un vignale con gelsi neri e castagne loco detto “li Reaci” di capacità tt.o 1, confine il fiume e Venanzio Andali. Possiede in comune ed indiviso con la cappella di S. Fran.co di Paola, un pezzo di terra con pochi piedi di gelsi neri loco detto “li Reaci”, di capacità ½ tt.o, confine il mag.co Bartolo Capocchiano e Dom.co Spinello. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, f. 223v.

Il monastero dei PP. Domenicani, possiede un giardino loco detto “Virgari” con gelsi neri di capacità quarti 6, confine Domenico Spinelli e la via pubblica. Ibidem, f. 222v.

Marc’Antonio Scaccia, bracciale, possiede un vignale nel luogo detto “li Reaci” comune e indiviso con Pietro Paolo Scaccia suo fratello, di capacità mezzo tt.o, confine il R.do parroco D. Ant.o La Manna e il mag.co D. Saverio Del Sindico. Più possiede un altro pezzo di terra loco detto “li Reaci” alberato con gelsi rossi, di capacità 1 quarto, comune dell’università, confine Dom.co Dattilo e il fiume. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, ff. 327-328.

Gio. Dom.co Rossi, bracciale, possiede un pezzo di terra in loco detto “li Reaci” con pochi piantoni di castagne di capacità ½ quarto, confine Dom.co Roberto e il fiume. Più possiede in loco detto “li Reaci”, pochi piedi di castagne di capacità 1 quarto, confine il mag.co Felice Perito e il R.do parroco D. Antonino La Manna. Ibidem, ff. 417-417v.

D. Antonino La Manna “Paroco Mag.re”, possiede un giardino nel loco detto “li Reaci” alberato con gelsi neri ed altri alberi fruttiferi di capacità 3 tt.a, assegnatogli a titolo patrimonio dai suoi fratelli Michel’Angelo e Giuseppe, confine il fiume “Reacio” e i PP. Cappuccini. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, f. 145.

Gio. Fran.co Rotella, mastro calzolaro, possiede un pezzo di terra nel luogo detto “li Reaci” con due piedi di gelsi neri, di capacità 1 quarto, confine le terre di S. Francesco di Paola e il mag.co Gennaro Salamone. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 389v.

Nicola Chiaramonte, bracciale, possiede un piede di gelso nero nel loco detto “li Reaci”, confine il SS.mo Sacramento e il mag.co Gennaro Salamone. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, f. 24v.

La Venerabile chiesa del “SS.mo Sacram.to” possiede un vignale “nelli Reaci” con gelsi neri di capacità ½ quarto, confine mastro Domenico Spinelli e la via pubblica. Ibidem, ff. 227-231.

[iv] 13 agosto 1630. Dianora Caputo vedova del q.m Vincenzo Basili possiede il viridario alberato con sicomi, olivi, fichi e altri alberi fruttiferi, sito e posto nel territorio della terra di Mesoraca, “in loco ditto sotto la Grecia”, confine in parte il viridario del notaro And.a Basili, il “Flumen Virgari” e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1630-1631, Busta 651, ff. 23-25. Per quanto riguarda questo toponimo durante il Medioevo, vedi Rende P., Il monastero medievale di S.to Stefano del Vergari in territorio di Mesoraca (sec. XIII-XIV), www.archiviostoricocrotone.it

[v] µεσορύαϰο “Tra i ruscelli” (Rohlfs G., Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, 1978). 23 gennaio 1445: “in flumaria mesurace” (ACA, Cancillería, Reg. 2906, ff. 140v-141r).

[vi] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 71-73 e 74-76.

[vii] 7 ottobre 1254. Petro Ruffo de Calabria, comiti Catanzarii. Quum ipse se ecclesiae brachiis totaliter commiserit, personam eius cum uxore, scil. comitissa Catanzari, nepotibus et consanguineis et affinibus, et bona eorum sub sua et Sedis Apostolicae tutela suscipit; concessiones insuper et donationes tam de comitatu Catanzarii quam de castro Mesuratae et de feudo Rendae a quondam Friderico et Conrado eius nato eidem Petro Ruffo factas, ratas habet. Ea illi de novo concedit, ita quod eidem, de quibus Fulcunem, eius nepotem, Papa ipsius nomine investivit, ab Ecclesia immediate dependant.” Russo F., Regesto I, 873.

7 ottobre 1254. “nimmt den zum gehorsam gegen die kirche zurückgekehrten Petrus Ruffus de Calabria, grafen von Catanzaro, seine frau und alle seine neffen und verwandten mit ihren gütern unter seinen schutz; bestätigt ihm auf seine bitte die ihm von dem ehemaligen kaiser und von Conrad verliehene grafschaft Catanzaro, das castrum Mesurace und das lehn Rende und belehnt ihn und seine erben von neuem mit denselben als unmittelbaren lehen der kirche, für welche sein neffe Fulco in seinem namen die investitur empfangen hat und, wenn die kirche ein allgemeines aufgebot zur vertheidigung des königreichs erlässt, acht ritter auf 40 tage zur verwendung in Calabrien und Sicilien zu stellen sind. M. G. Ep. pont. 3,296.” Böhmer J. F., Regesta Imperii V, 2.3 ed. Ficker 1892, p. 1402 n. 8824 (dal Sito www.regesta-imperii.de).

“1. 1254. Bolla transuntata dove Papa Innocentio Quarto investisce Pietro / Ruffo nel Contato di Catanzaro Mesuraca e Feudo di Renda, come devoluto / alla Sede Ap(osto)lica con tutto il Regno, e fatta Copia Auth(enti)ca nel 1322 per ordi / ne di Gio : Ruffo Conte di Catanzaro successore del med.mo Conte Pietro.” Dal sito www.ruffodicalabria.it

[viii] 21 maggio 1292, Aquis. “[Pro co]mite [Catan]zarii. Scriptum est nobili viro Petro Rufo de Calabria, comiti Catanzarii, dilecto consiliario, familiari et fideli suo. Immensos labores dampnaque pergrandia que ex presentis guerre discrimine in regno nostro Sicilie imminentis pertulisse dinoscens non sit a nobis … abscondita, quin te sciamus bellicis tempestatibus actum in hominibus, terris et bonis tuis, diminuciones non modicas proptera pertulisse, inter alia vero tibi de cetera innotuit celsitudini nostre quod castrum Mesurace, tuo comitatui pertinens, dudum hostiles insidie invaserunt illudque hostes ipsi capientes aliquamdiu tenuerunt; sed postmodum hominibus ipsius castri ductis consilio meliori, ad fidem nostram conversi sunt, certis eis a viro nobili Hugone dicto Russo de Sulyaco, tunc capitaneo Calabrie, dilecto consiliario, familiari et fideli nostro, tempore conversionis huiusmodi, conventionibus et pacti pro parte Curie nostre concessis, inter que illud precipue dicitur contineri quod castrum ipsum cum hominibus et omnibus suiis pertinenciis semper in nostro demanio habeatur nullique per nos, vel heredes nostros, in posterum concedatur. Verum indignum cernentes quod castrum ipsum sic in nostro teneatur demanio, quod tibi exinde derogetur, presencium tibi tenore promittimus quod, si dictum castrum Mesurace in demanio nostre Curie contigerit, retineri equivalens tibi pro illo excambium in aliis terris et bonis regno nostri Sicilie tribuamus, nullo interim per revocacionem ipsius castri Mesurace, quam diu in manu Curie fuerit, et excambium proinde non habueris tibi, vel tuis heredibus, preiudicio generando. In huius autem rei testimonium et tui prefati comitis tuorumque heredum cautela presentes nostras licteras tibi inde concessimus et pendenti sigillo maiestatis nostre iussimus communiri.” Reg. Ang. XXXVIII, p. 182.

[ix] “Pietro Ruffo, marito di Giovanna d’Acquino, nel 1309 le costituisce la dote sul castello di Mesoraca.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 95, che cita: Sicola Sigismondi Repertorium 3° Regis Caroli II – pag. 866 fol. 53 t.

[x] Tale situazione trova riscontro anche in seguito. Quando il 16 maggio 1484, re Ferrante I accordò il suo assenso alle nozze di Paolo Caivano e Aurelia Pontano, “consentì che a garanzia della dote (D. 1500), e dei diritti dotali e dell’antefato fossero obbligati i beni feudali dello sposo tra cui la terra di Misuraca”. Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, III L-O, p. 181.

[xi] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 265-267.

[xii] “Item considerato che lo nobile lodovico de phichechiis loro capit.o fo ad istantia fine mo et in mocta de castello Capit.o ad guerra le haveno ben tractati supplicano che loro sia facto uno securo conducto che ipsi cum loro famiglia roba et boni possano andare une vogliano senza inpaczo § placet Regie maie.ti.” “Confirmatio Capitulorum Terre Mesurache” data “in n(ost)ris felicibus castris apud Civitatem sancte severine” il 20 novembre 1444. ACA, Cancillería, Reg. 2904, f. 189v.

[xiii] ACA, Cancillería, Reg. 2912, ff. 101v-102r.

[xiv] Fonti Aragonesi II,  p. CXXII e pp. 122-125.

[xv] “L’ebbe indi in dote Gio. Andrea Caracciolo principe della Scalea, che vi rifece il castello. Si cita: “Quint. 9 fol. 77.” Giustiniani L., Dizionario Geografico-Ragionato del Regno di Napoli, tomo VI, Napoli 1803, p. 11 e nota 3.

[xvi] Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, III L-O, p. 181.

[xvii] “Questi di Mesuraca nell’anno 1517 ammazzorno il loro padrone, ch’era di casa Caracciolo, con tutta la sua fameglia; tutto questo successe, perche quello li maltrattava nell’honore e nelle robba senza discrettione”. Nola Molise G. B., Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, 1649, p. 86.

[xviii][xviii] Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, III L-O, p. 182.

[xix] “Item li celsi che sono dentro lo Castello novo di detta T(er)ra.” AASS, 7A, f. 45v.

[xx] ASCZ, Notaio Ignoto, Cutro, busta 12 prot. 33, ff. 61-64.

[xxi] AASS, 8A, ff. 38-38v.

[xxii] AASS, 8A, ff. 41-41v.

[xxiii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 18v-19.

[xxiv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 299, ff. 59v-64.

[xxv] AASS, 8A, f. 59.

[xxvi] Rende P., la Grecìa di Mesoraca, www.archiviostoricocrotone.it

[xxvii] 13 marzo 1621. Joannes Thoma Curcio vende al presbitero D. Joannes Petro Giraldis, la domus palaziata con camera contigua e casalino contiguo ed un “pede sicomoris magno”, posta dentro la terra di Mesoraca nel convicino di S.ta Maria “la motta”, confine il “magazenum” del quondam Marsilio Varvuto, il “magazenum” di Andriana Catanzaro, la via pubblica ed altri fini. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293, ff. 14-14v.

14 aprile 1621. Nei giorni precedenti, il presbitero D. Petro Giraldo di Mesoraca ma al presente “incola” in Policastro, aveva acquistato da Joannes Thoma Curcio alcuni beni stabili e mobili che, al presente, escluso la camera, retrocede al venditore. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293, ff. 18-19.

[xxviii] 15 gennaio 1632. Vincenza Perretta vedova del q.m Berardo de Giglio, avendo venduto nel passato a Laura Fortino una casa “sita dentro d.a T(er)ra loco d.o la grecia”, confine la casa di Lucrezia Catanzaro, “nel Convicinio della chiesa di S. Maria la motta”, e altri fini, rilascia quietanza e si dichiara completamente soddisfatta dall’acquirente. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1632, Busta 652, ff. 2v-3.

[xxix] 11 agosto 1637. Lucrezia Catanzaro e Caterinella Barbuto sua figlia, vendono al clerico Joannes Toma Iannici due pedi “sicomorum” siti “in Terra Mesorace et proprie in loco detto la grecia”, confine “la chiesa di S. Maria la Motta”, Gio. Berardino Brizzi, la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1637, Busta 653, ff. 19-20.

[xxx] 28 gennaio 1629. Inventario fatto “in domibus” Attilio Curcio, site nella terra di Mesoraca “et prop.e ubi nuncupatur vicino la fischia dello Castello vecchio”, confine la domus di Matteo Puglise, la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Rotella A., 1629, protocollo 621, ff. 30v-34v.

[xxxi] 2 agosto 1630. Cintio Fabiano possiede una domus “cum pede sicomi” davanti, sita “in Terra p(raedi)tta in Convicinio Castri Veteris et Ecc.ae S. Viti”, confine la domus di Vasili de Basili, la domus di Jo. Paolo Giurlandino e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1630-1631, Busta 651, ff. 14-16.

[xxxii] Alla data del 28 agosto 1660, il settantenne Joannes Paolo Jurlandino, assieme a Joannes Fran.co Puglise, Joannes Dom.co Faraco, il Cl.o Fran.co Maria Benin.sa e Joannes Paolo Salamone, risultano abitanti “prope d.m Ecc.m Parocchialem S. Mariae de Platea”. AASS, 37 A, f. 21v.

[xxxiii] 22 agosto 1644. Julia Brandolino della terra di Mesoraca, vedova dell’olim Joannis Victorio Scandale, madre e tutrice di Joannis Francisco e Joannis Dominico Scandale, figli ed eredi del detto olim Joannis Victorio, possiede 2 casaleni posti dentro la terra di Mesoraca “in Parochia Divae Mariae de Platea”, confine la domus di Joannis Paulo “Girlandini” (sic) ed altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 98v-101v.

[xxxiv] 12 agosto 1632. Joannes Battista Brizzi possiede i suoi “sicomos” posti in loco detto “lo Castello Vecchio”, confine i “sicomos” di Joseph Curcio e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1632, Busta 652, ff. 22-24.

[xxxv] 18 febbraio 1646. Alla dote promessa a Simune dello Scavo, figlio del q.m Gio. Aloisio dello Scavo della città di Nicastro, e Caterinella Gargano figlia di Laura De Mauro di Mesoraca, appartiene una casa posta in loco detto “lo castello vecchio”, confine la casa di Minico Maruca e altri fini. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, ff. 9v-10.

[xxxvi] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 286v.

[xxxvii] 8 marzo 1631. In occasione delle nozze tra Petro Venneri e Vittoria Brizzi, il R. D. Joannes Vincenzo Brizzi, fratello della sposa, garantisce la dote promessa sopra i gelsi “di dietro lo Castello”, confine i gelsi della chiesa della Candelora, i gelsi di Ant.o Russo, la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1630-1631, Busta 651, ff. 62v-63v.

28 ottobre 1632. Alla dote di Bartolo Morano e Rosa Cavallo appartiene un orto di gelsi e altri alberi fruttiferi in loco detto “dietro il Castello”. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1632, Busta 652, ff. 32v-33.

30 marzo 1665. Fran.co Greco, procuratore della venerabile chiesa e confraternita della SS.ma Annunziata di Mesoraca, dichiarava che, per legati fatti da benefattori con peso di messe, questa possedeva circa 30 piedi di gelsi in luoghi diversi, tra cui nel loco detto “dietro il Castello”. AASS, 6D, fasc. 4, f. s.n.).

Il bracciale Fran.co Cuda possiede un pezzo di terra comune nel loco detto “a dietro il Castello”, di capacità 1 tt.o, confine Emanuele Cimicata e Gio. Pietro Carcelli. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 190v.

[xxxviii] “innanzi alla Chiesa della SS.ma Annun.ta di q(ue)sta T(er)ra di Mesoraca, che stà posta sotto il Castello della med.a T(er)ra, et al med.o vicina”. AASS, 33A, f. 95-97v.

[xxxix] Nel 1660 la chiesa di “S. Maria del Ponte” risulta “positam extra moenia dicti Oppidi prope Pontem à latere dextro Castri dicti Oppidi” (AASS, 37 A, f. 24v) mentre, un secolo dopo, “la chiesa sotto il titolo di s. Lucia” era “situata in una collina poco distante dal castello” (Fico G. A., Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo, 1760, p. 108).

[xl] Mesoraca, 26 settembre 1657. “in Janua Castri Mesuracae solitae habitationis eiusdem Ill.mi D(omi)ni”. AASS, 23A, f. 68.

[xli] 29 marzo 1631. Rosa Cavarretta vende un pezzo di terra per liberare suo marito Fran.co Leonetto che, a causa dei debiti, si trova “dentro le carceri del Castello di detta Terra per morirsi di fame in dette Carceri”. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1630-1631, Busta 651, ff. 64-64v.

[xlii] 18 agosto 1646. Il castellano Bartolomeo Iorio, “ante portam Castri t(er)ra p(redi)tta”, consegna al mastrogiurato Matteo Capicchiano, il “Vexillum seu banderam Ecc.mi D(omi)ni Ducis Haltemps”, che lo porterà “ad Ecc.am Santae Mariae a Gabriello alios la cersulla ut moris est in quolibet anno”, tenendolo e custodendolo “durante temp.re nundinarum faciendarum in ter.o t(er)rae p(redi)tta ubi nunucupatur S.to Ant.o”. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, ff. 35-35v.

[xliii] “Emilio Pallucci Castellano.” AASS, 7A f. 308v.

[xliv] “Per prov.ne al Castellano et grano tt.a 12 d. 30.” AASS, 7A, f. 322v.

[xlv] AASS, 33A, ff. 95-97v.

[xlvi] AASS, 34A, f. 34v.

[xlvii] AASS, 34A, f. 31v.

[xlviii] AASS, 34A, f. 32v.

[xlix] AASS, 33A, f. 95-97v.

[l] “L’anno poi 1657 mentre d.o Mons.re si trovava in Mes.ca fù affittato il Curso di Brocuso à vacche e d.o Mons.re fece intendere che in ogni conto voleva la x.ma et il d.o S.r Duca Altemps con che Mons.re teneva corrispondenza, et habitava al suo Castello diede ord.e à suoi min.ri in Mes.ca che erano Marc’Ant.o Biondi Erario G. Battista Londini et altri che li pagassero d. 150 .” AASS, 7A, f. 249v.

[li] “nell’antecamera, e sala di d.o Monsig.re p(er) la q(ua)le si và in d.a annanticamera, e camera di d.o Monsig.re”. AASS, 33A, f. 95-97v.

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