Dal mito della città di Pandosia al vescovato di Cerenzìa

La timpa

Cerenzìa (KR) panorama di località Cerenzìa Vecchia.

“Sono in questa Provincia dieci città (…), e tra terre e castella 160, che in tutto sono 170, oltre la famosa, et antica Pandosia distrutta”.[i]

 

Nel mito e nella storia

Le fonti letterarie qualificano Pandosia come un’antica realtà urbana. Riferendo quanto aveva potuto apprendere dalla tradizione che era giunta sino a lui, Strabone (sec. I a.C. – I d.C.) afferma infatti che, “un tempo”, Pandosia sarebbe stata la “residenza regale dei re degli Enotri”[ii]. Tale antichità trova riscontro nel Chronicon di Eusebio, dove la sua fondazione risulta coeva a quella di Metaponto, essendo registrata al tempo della seconda olimpiade (773/2 a.C.), quando “In Italia Pandosia et Metapontius conditae”.[iii]

Secondo altre fonti, invece, la città sarebbe stata una fondazione greca. Πανδοσία risulta tra le città greche elencate nel Periplo dello Pseudo Scilace,[iv] opera ritenuta del sec. IV a.C. mentre, assieme a Crotone e Thurii, lo Pseudo Scimno (sec. II a.C.) la ricorda quale fondazione degli Achei del Peloponneso.[v] Ad un’antica civilizzazione greca allude anche lo Pseudo Aristotele che, nell’ambito delle cose meravigliose raccolte in questo scritto, riferisce che, in molti luoghi dell’Italia, esistevano le testimonianze lasciate da Ercole lungo il suo percorso. Presso Pandosia, in Iapigia, erano mostrate le sue impronte, alle quali a nessuno era consentito accostarsi.[vi]

Alcune testimonianze materiali più verosimili riferibili alla città, sono fatte risalire alla fine del sec. VI a.C., epoca alla quale sono attribuite alcune monete d’argento unanimemente interpretate. Queste, evidentemente coniate nell’ambito della circolazione monetaria egemonizzata dalla polis di Crotone, recano il tripode e la leggenda in caratteri arcaici “KRO” sul diritto mentre, sul rovescio, compaiono un toro retrospiciente riconducibile ad una divinità fluviale, simile al tipo sibarita in uso in questo periodo, e la leggenda “PANDO” con gli stessi caratteri.[vii]

moneta Crotone pandosia

Moneta Crotone-Pandosia (da www.instoria.it).

Pandosia risulta ancora menzionata da Plutarco verso la fine del sec. I d.C., in relazione alla venuta in Italia di Pirro (280 a.C.), il quale afferma che, prima della battaglia di Eraclea, questi “andò a por campo tra Pandosia, ed Eraclea, intantochè solo il fiume Siri partiva l’uno esercito dall’altro”[viii] mentre, in relazione ai fatti della seconda guerra punica, Tito Livio (sec. I a.C. – I d.C.), riferisce della spontanea sottomissione di Cosentia e Pandosia ai Romani (204-203 a.C.). [ix] Successivamente non abbiamo altre testimonianze. La città non compare nella descrizione della costa ionica contenuta nella “Chorographia” di Pomponio Mela, vissuto nella prima metà del sec. I d.C.,[x] e neppure nella Geografia di Tolomeo (sec. II d.C.).[xi] L’Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti (sec. III-IV d.C.) ed altri itinerari antichi, non ne fanno alcuna menzione.[xii]

 

La città perduta

A dispetto dell’importanza ribadita dalle fonti letterarie in relazione alle sue antiche e nobili origini, Pandosia non sopravvisse alla romanizzazione dell’Italia e scomparve, sorprendentemente, senza lasciare traccie materiali che potessero consentire di risalire al luogo del suo antico insediamento urbano.

Gli storici che se ne occuparono in epoca moderna, infatti, essendosi ormai persa ogni memoria dei luoghi in cui Pandosia era esistita, accolsero più o meno acriticamente, la tesi sostenuta da Gabriele Barrio attorno alla metà del Cinquecento che, sulla base delle indicazioni contenute nelle fonti classiche, la individuò per primo, quale antica fondazione enotria corrispontente a Castelfranco nelle vicinanze di Cosenza: “Dein est castrifrancum oppidum aedito loco Pandosia olim dicta, quam Oenotrii condiderunt”.[xiii]

Sulla scia delle affermazioni del Barrio, agli inizi del Seicento troviamo quelle del Marafioti: “Quindi partendoci n’incontra l’antica città Pandosia, hoggi volgarmente chiamata Castellofranco, bench’altri falsamente giudicano Pandosia essere stata dove hoggi è Mendicino”,[xiv] e pur con qualche riserva, verso la fine del secolo, quelle del Fiore che, a proposito degli Enotri, affermava: “ordinando per lor reggia, e metropoli la già di poi famosissima Pandosia, oggidì, avvegna non così chiaro Castel Franco.”[xv].

Pandosia Musei Vaticani

Le rovine della città di Pandosia presso Castelfranco, in un affresco cinquecentesco della Galleria delle carte geografiche ai Musei Vaticani. Foto tratta da Alberto Anelli, la Città di Pandosia in Val di Crati, http://digilander.libero.it/castrolibero/pandosiapag8.html

Le difficoltà di pervenire ad una localizzazione di Pandosia suffragata da prove certe, evidentemente giustificate dal suo remoto abbandono, si registreranno anche in seguito. Specie dopo il ritrovamento delle c.d. “Tavole di Eraclea”, dal luogo del loro ritrovamento avvenuto nel 1732. Queste epigrafi che si fanno risalire alla fine del sec. IV a.C., riguardanti la concessione di terre appartenenti ai santuari di Dionisio ed Athena Polias, menzionano infatti “Pandosia”[xvi]. Tale testimonianza, interpretata come prova di una vicinanza tra questi due centri, costituisce però, in questo senso, una prova incerta. Per quanto sappiamo, infatti, circa i possedimenti fondiari appartenenti ad un antico luogo sacro, questi potevano risultare anche molto distanti tra loro e dallo stesso santuario.

Maggiori e più probabanti indicazioni ci provengono, invece, dalle fonti letterarie che ci forniscono alcuni elementi più utili a circoscrivere la localizzazione di Pandosia ed a comprenderne la realtà. Attraverso tali testimonianze è possibile ricostruire che, precedentemente al dominio romano, il suo territorio era appartenuto a quello dei Brettii (Bρέττιοι), popolazione che Strabone riteneva discendente dai Lucani (a loro volta discendenti dai Sanniti)[xvii] che, attorno alla metà del sec. IV a.C., ci appare costituita in una nuova entità politica di tipo confederale (ϰοινὴν πολιτείαν).[xviii]

In merito all’epoca della comparsa dei Brettii ed alla loro origine, Strabone, utilizzando come sua fonte l’antica opera “Sull’Italia” di Antioco di Siracusa (sec. V a.C.), al quale rimproverava però di esporre “queste cose in modo eccessivamente semplificato e secondo una concezione arcaica, non facendo nessuna distinzione fra Lucani e Brettî”, affermava che i Brettii avevano ricevuto questo nome dai Lucani, dai quali si erano affrancati al tempo in cui Dione aveva mosso guerra a Dionisio di Siracusa (357 a.C.): “infatti questi ultimi chiamano «Brettî» i ribelli. Questi Brettî dunque, che prima erano dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani, essendo poi divenuti liberi per l’indulgenza dei loro padroni, si ribellarono, a quanto dicono, quando Dione fece guerra a Dionisio e sollevò tutti questi popoli gli uni contro gli altri.”.[xix]

 

Pandosia ed Acheronte

Molta della fama che Pandosia ebbe in antico, è riconducibile ad un episodio storico ricordato da diverse fonti letterarie, relativo alla spedizione compiuta in Italia dal re d’Epiro Alessandro Neottolemo detto il Molosso che, durante questa campagna, trovò la morte presso la città nel 331 a.C.. Spedizione che, avendo lo scopo di soccorrere le città greche minacciate dai Brettii, dai Lucani e da altri barbari, coinvolse Crotone che limitava con alcune di queste realtà.

Una vicinanza che, in relazione a questo episodio, risulta testimoniata dal ritrovamento a Crotone, luogo evidentemente dove furono coniate, di un numeroso quantitativo di monete di bronzo (circa 4000), rinvenute tutte contestualmente assieme ai punzoni utilizzati per il conio, sulle quali risulta raffigurata un’aquila stante con ramo d’olivo e tripode sul dritto, ed un fulmine in corona di lauro sul rovescio, con la scritta: Alessandro Neottolemo.[xx]

Secondo la tradizione che descrive i fatti,[xxi] prima di sbarcare in Italia, volendo conoscere la propria sorte, Alessandro si recò a Dodona per consultare l’oracolo di Zeus, che ammonì il re di guardarsi da alcuni luoghi, dove il fato aveva stabilito che dovesse compiersi il suo destino. Luoghi dell’Italia che egli credette di riconoscere, invece, in quelli della sua patria.

Strabone riferisce, infatti che, in quella occasione, l’oracolo “gli aveva ordinato di guardarsi da Acheronte (Ἀχέροντα) e da Pandosia”, ma “essendoci di fatto in Tesprozia nomi uguali a questi, nel tentativo di fuggirli, egli venne qui a perdere la vita.”. Ad ingannare Alessandro si aggiunse anche un altro oracolo: “O Pandosia dai tre colli (Пανδοσία τρικόλωνε), un giorno rovinerai molta gente!”, “Egli pensò infatti che l’oracolo predicesse la rovina dei nemici e non già dei suoi.”.[xxii]

Nel solco di una tradizione evidentemente ormai consolidata, più tardi anche Stefano Bizantino (sec. VI d.C.), usando gli stessi termini di Strabone, ma attribuendo l’appartenenza della città ai Brettii, riferisce l’episodio della morte del re ed il famoso oracolo che la definiva Пανδοσίη τριϰόλωνε, identificandola come una fortezza naturale caratterizzata da tre sommità: Пανδοσία, φρούριον Βρεττίων ἐρυμνόν τρικόρυφον.[xxiii]

La circostanza del fraintendimento relativo alla predizione che menzionava i luoghi dell’Italia risultati fatali al re, tragicamente omonimi a quelli dell’Epiro, è riferita anche da Tito Livio e da Trogo-Giustino, che imbastiscono un racconto dei fatti più circostanziato, adeguato alla caratura del personaggio.

Secondo Tito Livio, Alessandro re dell’Epiro, che era stato chiamato in Italia dai Tarantini, recatosi dall’oracolo di Zeus, aveva ricevuto il responso di diffidare dalle acque dell’Acheros e dalla città di Pandosia (“caveret Acherusiam aquam Pandosiamque urbem ”).

Il re si era quindi affrettato a giungere in Italia, in maniera da allontanarsi dai luoghi menzionati nella predizione che, erroneamente, credeva fossero quelli dell’Epiro. Avvenne così, come succede in genere che, nel tentativo di sfuggirlo, egli andò incontro al suo tragico destino. Dopo aver vinto più volte le schiere dei Brettii e dei Lucani, conquistando ai primi Cosenza e Terina, ed ai secondi Siponto, nonché Eraclea colonia dei Tarantini ed altre città dei Messapi e dei Lucani, egli aveva mandato in Epiro come ostaggi, trecento famiglie illustri degli sconfitti, occupando tre alture (“tres tumulos”) nelle vicinanze della città di Pandosia (“Pandosia urbe”), presso il confine tra il territorio dei Lucani e quello dei Brettii. Luogo dal quale poteva effettuare agevolmente le sue incursioni per ogni parte del territorio nemico (“agri hostilis”).

Questa situazione ben presto però, si sarebbe rivelata un vantaggio per i suoi nemici. Essi infatti, sfruttando la distanza che separava i presidi epiroti e l’allagamento delle campagne per le pioggie che impedivano i collegamenti, assalirono e distrussero i primi due, ponendo l’assedio al terzo dove si trovava il re. Qui, a questo punto, gl’insuccessi maturati avrebbero determinato la defezione degli esuli Lucani che combattevano nelle fila di Alessandro, i quali, attraverso dei messaggeri, negoziarono con i compatrioti il loro ritorno, in cambio della consegna del re vivo o morto.

Considerata questa situazione sfavorevole ed abbandonati gl’indugi, Alessandro si portò così all’attacco dei nemici, riuscendo ad uccidere il comandante dei Lucani ma, in questo modo, andò incontro al suo destino. Egli, infatti, accingendosi ad un difficile attraversamento in prossimità di un ponte, recentemente distrutto dalla furia delle acque, sentì uno dei suoi soldati che, impegnato nelle difficoltà del guado, malediceva il nome di cattivo augurio del fiume, esclamando che, a ragione, lo chiamavano “Acheros”. Ascoltate queste parole e compresa finalmente la predizione dell’oracolo, il re cercò di guadagnare l’altra sponda, ma fu trafitto da un giavelloto, scagliatogli contro da uno degli esuli lucani, che avevano precedentemente combattuto al suo servizio.

Impossessatisi del suo corpo, trasportato dalla loro parte dalle acque del fiume, i Lucani lo dilaniarono indegnamente. Una metà la inviarono a Cosenza e l’altra la lasciarono sul campo di battaglia, dove rimase a fare da bersaglio ai colpi dei soldati. Tale nefandezza fu fatta cessare da una donna che, volendoli scambiare con la vita del marito e dei figli prigionieri in Epiro, ottene i resti del re che furono sepolti a Cosenza. Successivamente, le sue ossa furono rimesse ai nemici a Metaponto, e da qui inviate in Epiro alla moglie Cleopatra ed alla sorella Olimpiade[xxiv].

Analogo risulta il racconto di Giustino, il quale ricorda che Alessandro, re dell’Epiro, prima di giungere in Italia per prestare il suo aiuto ai Tarantini contro i Brettii, aveva ricevuto a Dodona il responso dell’oracolo di Zeus, il quale gli aveva predetto la sorte che lo attendeva presso “urbem Pandosiam amnemque Acherusium”, luoghi che il re riteneva fossero quelli dell’Epiro, mentre era ignaro del fatto che si trovassero anche in Italia. Dopo aver combattuto con gli Apuli, con i Brettii ed i Lucani, ai quali prese diverse città, stabilì patti con i Metapontini, i Peucezi ed i Romani. Ma i Brettii ed i Lucani, con l’aiuto dei vicini, ritornarono in guerra contro di lui. Ucciso “iuxta urbem Pandosiam et flumen Acheronta”, il suo corpo fu riscattato e sepolto da quelli di Thurii.[xxv]

 

Brettii e Lucani

Il dettagliato racconto offertoci da queste fonti, riguardante la morte del re d’Epiro che, a prima vista, proprio per la sua descrizione minuziosa, dovrebbe poter fornirci elementi utili a identificare i luoghi in cui si svolse questa vicenda, in realtà ci aiuta poco in questo senso, rimanendo vagamente ambientato vicino alla “città” di Pandosia e presso il fiume Acheronte.

Esso non menziona nessun luogo vicino altrimenti noto, né ci fornisce alcun riferimento a posti conosciuti, ma risulta tutto incentrato sulla omonimia che avrebbe contraddistinto il luoghi patrii del re e quelli della sua morte: un artificio che appare funzionale all’epica del racconto, ma che doveva comunque poter fornire anche dei riferimenti reali, chiaramente riconoscibili dai suoi fruitori, affinchè la morale di cui era portatore fosse conservata nel tempo.

Anche l’indicazione riguardante la vicinanza del confine Bruzio-Lucano rimane di per sé abbastanza vaga, considerata la descrizione dell’area ionica relativa allo stanziamento di queste popolazioni che ci fornisce Strabone in età augustea.

Secondo la sua descrizione, a quel tempo, tale confine era rappresentato dal territorio di Thurii, e correva lungo l’istmo che, da questa città, permetteva di raggiungere Cirella, presso la città di Lao sull’altra costa.[xxvi]

Circa l’area interessata dal popolamento dei Brettii ai suoi tempi, Strabone afferma che essi abitavano “una penisola nella quale è inclusa un’altra penisola, quella, cioè, il cui istmo va da Scylletium fino al golfo di Hipponion” e che il loro territorio raggiungeva lo stretto. In origine però, e sulla base dell’opera di Antioco, Strabone riferisce che la regione abitata dai Brettii era stata chiamata “Enotria” e, successivamente, “Italia” e che i suoi confini erano stati: il fiume Laos dalla parte del Mar Tirreno e Metaponto sull’altra costa. Successivamente, al tempo in cui i Greci avevano occupato “ambedue i litorali”, i Sanniti avevano scacciato gli Enotri ed insediato in questi territori alcuni Lucani. [xxvii]

Al tempo di Strabone, di tali antiche realtà rimaneva comunque ben poco, e nell’area che aveva visto prosperare le antiche città greche, molti luoghi erano stati occupati parte dai Lucani e dai Brettii, parte dai Campani, “per quanto costoro li occupino solo a parole, perché in realtà li controllano i Romani: e infatti questi popoli sono divenuti Romani.”.

Soffermandosi sulla presenza dei Lucani che occupavano l’entroterra nella zona situata all’interno del golfo di Taranto, Strabone metteva in evidenza la scomparsa dei loro caratteri distintivi e la scarsa importanza dei loro insediamenti, sottolinenado che “costoro come i Brettî ei Sanniti loro progenitori, soggiacquero a tante sventure che è oggi difficile persino distinguere i loro insediamenti. Infatti di ciasuno di questi popoli non sopravvive più nessuna organizzazione politica comune e i loro usi particolari, per quel che concerne la lingua, il modo di armarsi, e di vestirsi e altre cose di questo genere, sono completamente scomparsi; d’altra parte considerati separatamente e in dettaglio, i loro insediamenti sono privi di ogni importanza.”.[xxviii]

 

Una realtà pre-urbana

Sulla base di queste notizie e di queste valutazioni di Strabone, risulta ora possibile contestualizzare meglio le informazioni circa la localizzazione di Pandosia, provenienti dalle altre fonti antiche, che pongono in evidenza la sua appartenenza o vicinanza, al territorio dei Lucani.

A tale riguardo possiamo dire che, alcune di queste fonti, sembrano riferire genericamente tale appartenenza, solo sulla base di quella che era ritenuta al tempo l’antica origine delle popolazioni che abitavano lungo l’arco ionico, essendo ormai svaniti, come riferisce Strabone all’epoca di Augusto, i loro diversi caratteri distintivi, mentre altre giungono a tale attribuzione, sulla scorta del famoso episodio in cui Alessandro Neottolemo era stato ucciso per mano dei Lucani, come dimostra, ad esempio, l’assenza di un riferimento specifico da parte di Plinio il Vecchio (sec. I d.C.), che non menziona Pandosia nella sua accurata descrizione del territorio lucano e brettio[xxix] ma, rifacendosi alla testimonianza di Theopompo, afferma solo che questa, nel passato, era stata una città dei Lucani, presso la quale il re aveva perso la vita: “et Pandosiam Lucanorum urbem fuisse Theopompus, in qua Alexander Epirotes occubuerit”.[xxx]

Πανδοσία figura tra le città greche appartenenti alla “Lucaniae penisula”,[xxxi] anche nel Periplo dello Pseudo Scilace, mentre Tito Livio la individua in prossimità del confine bruzio-lucano: “Pandosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttis finibus”,[xxxii] che Strabone stabilisce lungo quelli della città di Thurii.[xxxiii] In questa direzione, nell’Orbis Descriptio dello Pseudo Scimno, Pandosia risulta indicata tra Crotone e Thurii, attraverso la menzione degli abitati principali posti lungo il versante ionico della regione: “Post Crotonem Pandosia et Thurii; finitimum his est Metapontium”[xxxiv], mentre Strabone, sempre ricorrendo a quanto riferiva in merito l’episodio relativo alla morte di Alessandro Neottolemo, indica Pandosia nell’interno, “Poco al di sopra” di Consentia “metropoli dei Brettî”, vicino al fiume Acheronte (ποταμòς Ἀχέρον).

Nella sua descrizione del territorio in cui si trovavano le città dei Bretti, Strabone fa queste affermazioni relative a Pandosia, dopo aver menzionato tutti i centri principali del versante tirrenico: Temesa, Terina e Cosenza, facendole seguire da quelle relative a Hipponio.[xxxv]

Lo stesso schema descrittivo, che ci appare come una digressione verso l’interno della descrizione di questo versante, permettendoci quindi di escludere quest’area dalla nostra ricerca, risulta adottato successivamente anche da Plinio, di poco posteriore al precedente che, dopo aver elencato Temesa, Terina e Cosenza, e prima di citare Hipponio, menziona una “paeninsula” dove si trovava il fiume “Acheron”, dal quale avrebbero assunto il proprio nome gli abitanti del luogo (“Aceruntini”).[xxxvi]

Appare quindi come le informazioni di cui disponiamo, consentano di circoscrivere la realtà di Pandosia tra quella di Consentia, “metropoli dei Brettî”, segnata dal limite coltivabile lungo il confine silano, il fiume Neto, che distingueva i limiti della città di Crotone, come riferiscono espressamente i suoi miti di fondazione,[xxxvii] e quelli della città di Sibari/Thurii, delimitando così un ampio territorio interno posto lungo il versante ionico che, secondo Strabone, era stato anticamente interessato dalla penetrazione dei Sanniti/Lucani ma che, successivamente, era stato ristrutturato politicamente al tempo della costituzione federale dei Brettii (metà del sec. IV a.C.). Un’ampiezza ed una successione che giustificano la sua posizione di confine e le attribuzioni generiche riferite dalle diverse fonti.

In questo senso, considerando l’antica espansione dei Sanniti e dei loro coloni Lucani lungo la costa ionica, Strabone ricorda, in primo luogo, “Petelia” (Πετηλία), l’odierna Strongoli, città “considerata metropoli dei Lucani”,[xxxviii] a differenza di Tito Livio che, descrivendo una situazione più recente, evidenzia più volte l’appartenenza di questa città al territorio dei Brettii,[xxxix] e di Appiano (sec. II d.C.) che, riferendo dei fatti avvenuti al tempo della seconda guerra punica, dice che “Petelia”, non era ormai più occupata dai “Petilini”, espulsi da Annibale, ma dai Brettii.[xl]

Alla luce delle notizie esposte e delle considerazioni espresse, possiamo quindi dire che non esistono elementi tali da poterci consentire d’identificare Pandosia come una città, mentre quelli in nostro possesso la riconducono ad una delle diverse realtà pre-urbane appartenenti alla confederazione dei Brettii, territorio caratterizzato da insediamenti sparsi, dove possiamo escludere l’esistenza di città, come riferisce molto chiaramente Strabone. Un territorio prevalentementemente montano, che giustifica il particolare assetto pre-urbano che caratterizzava il territorio brettio, strutturato attraverso insediamenti diffusi nell’interno, ancora legati ad una economia pastorale.

In considerazione di tale attività preminente e delle esigenze legate alla transumanza, si comprende poi la ragione della notevole estensione di questo territorio – nel racconto di Trogo-Giustino rappresentata attraverso la notevole distanza esistente tra i tre presidi epiroti – che si frapponeva tra l’altipiano silano e le marine adiacenti, luoghi necessari allo svernamento delle mandrie. Qui si segnala, infatti, la presenza di “Pandina”, divinità femminile raffigurata su alcune monete di Terina e di Ipponio che sono state collegate alla presenza brettia in questi luoghi,[xli] ed il cui nome trova corrispondenza con l’etnico “Pandosino” o “Pandosiano”, derivato da “Pandosia” (Πανδοσία),[xlii] in relazione alla quale, l’appellativo di “città” deve essere inteso solo come una forma narrativa adottata dalle fonti.

Alla luce delle informazioni viste forniteci da Strabone che, ancora ai suoi tempi, giudicava indistinguibili i loro insediamenti, sia nel caso di Pandosia, come delle altre realtà politiche formatesi nell’ambito del territorio dei Brettii, dobbiamo quindi intendendere tali realtà, come forme delocalizzate ormai limitrofe alle antiche polis greche e nei loro confronti, concorrenti, in ragione della loro evoluzione verso la dimensione urbana, come ben rappresentano i fatti relativi alla sconfitta ed alla morte di Alessandro Neottolemo e quelli che seguirono a questo evento.

Questi ultimi condurranno i Brettii all’asservimento da parte dei Romani, come testimonia la crisi che interessa gli antichi abitati dell’Età del Ferro durante questo periodo, quando, come illustra Strabone, la loro identità era ormai divenuta del tutto indistinguibile ed omologata a quella romana. Una situazione che offre riferimenti con quella dell’abitato di “Timp.ne del Castello”, nelle vicinanze della località detta “Scuzza” o “Scotia” (“Scutia”)[xliii]: luogo “delle tenebre”[xliv] esistente presso la città vescovile di Cerenzìa dove, ancora oggi, compaiono i segni di un antico insediamento,[xlv] mentre tutta l’area ha restituito numerosi ritrovamenti che, agli inizi degli anni Sessanta, il Maone cataloga attraverso le notizie che aveva potuto ancora apprendere ai suoi tempi.[xlvi]

Cerenzia

Cerenzia (KR), panoramica di Cerenzia Vecchia (A) e Timpone del Castello (B).

 

Un nuovo vescovato

La particolare importanza del territorio di Cerenzìa, nel panorama dei centri antichi del versante ionico della Calabria, oltre ad evidenziarsi in epoca classica, si pone in risalto anche durante il periodo altomedievale, quando il nuovo vescovato di Acerentìa (ὁ ’Aϰερεντίας), risulta tra quelli suffraganei della nuova metropolia di Santa Severina di Calabria (Tῇ Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας) che troviamo nella “Néa tacticà” o “Diatyposis”, compilata al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), dove sono elencate le metropoli e le diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli.

In un rimaneggiamento successivo della Diatiposi che si ritiene anteriore al Mille, ma la cui redazione è del tempo dell’imperatore Alessio Comneno (posteriore al 1084), nella “Notit. 3”, tra i cinque vescovati suffraganei di Santa Severina di Calabria (Tῷ Ἁγίας Σευηρινῆς, Kαλαβρίας), risulta confermato quello di Acerentìa (ὁ ’Aϰεραντείας – ὁ ’Aϰερεντείας).[xlvii]

L’esistenza del vescovato che, con la sua presenza, qualifica l’importanza del luogo, continua ad essere documentata anche in seguito.

Nella restituzione latina delle notitiae episcopatuum, scritte in greco da Nilo Doxapatris al tempo di Rugero II re di Sicilia (1130-1154), rileviamo che la metropoli di Santa Severina, aveva tra i propri vescovati suffraganei quello di “Acerontiam” (’Aϰεροντίαν),[xlviii] periodo in cui il geografo musulmano Edrisi, segnala l’esistenza della città di “ǵ.runtîah, che dicesi pur ǵ.ransîah” a nove miglia dalla salina che si trovava preso la confluenza dei fiumi Neto e Lese.[xlix]

Verso la fine del secolo XII, il vescovo “Gerentinum” compare tra quelli suffraganei della metropoli di Santa Severina nel “Provinciale Vetus” di Albino,[l] e nella bolla del 1183 (“Geretinensem”), conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina.[li]

Altri documenti di questo periodo, datati tra la seconda metà del secolo XII e gl’inizi del XIII, confermano il permanere dell’antico toponimo greco della città di Acerentìa o Cerentìa,[lii] come continua ad essere chiamata attualmente dai locali[liii] che, attraverso il richiamo al mitico fiume sotterraneo del regno dei morti: l’Acheronte, dimostra di avere un probabile riferimento alla natura carsica del suo comprensorio, posto tra i fiumi Vitravo e Lese, dove il sottosuolo risulta caratterizzato da numerose grotte ed anfratti scavati dalle acque sotterranee. Un legame tra la città ed il suo sottosuolo che, comunque, risulta comprovato, soprattutto, dall’importante attività mineraria condotta già in antico in diverse parti del suo territorio ed in quelli della sua diocesi, una realtà economico-produttiva, ma anche sociale che, ancora durante il Medioevo, accomunava il territorio di Cerenzìa, unitamente a quelli vicini di tutta l’area del Crotonese posta “citra” il fiume Neto, alle altre realtà che si estendevano verso quello Rossanese.[liv]

Cerenzia

Cerenzìa vecchia (indicata dalla freccia) vista dai monti presso Savelli (KR).

I tre castelli

L’estensione di questa realtà e la sua importanza, sono evidenziate agli inizi dell’età feudale, quando gli antichi miti che rendono conto della primitiva strutturazione del territorio in chiave urbana, attraverso il suo passaggio dalla civiltà pastorale a quella agricola e cittadina, riemergono nelle fonti medievali, in occasione di una importante cesura, identificabile durante le prime fasi conseguenti alla conquista normanna, quando i resoconti delle lotte che si conducevano per stabilire il dominio di questi luoghi, ci segnalano che, alle falde della Sila, il dominio della città vescovile di Acerentìa, si stava riorganizzando secondo i nuovi principi del Feudalesimo.

Tale riorganizzazione che, parimenti, coinvolgeva tutti gli altri territori vicini, ci rimane descritta dal monaco Goffredo Malaterra, autore di una cronaca che ripercorre i principali avvenimenti di questo periodo.

In uno degli episodi di questa cronaca che, seguendo lo schema culturale del suo tempo, ricostruisce gli avvenimenti attraverso il racconto della ribellione, più o meno legittima, del vassallo al suo signore, le trasformazioni realizzate nell’ambito dell’arcidiocesi di Santa Severina, sono narrate attraverso le vicende di Abagelardo ribelle allo zio Roberto il Guiscardo, assediato dal conte Ruggero “apud Sanctam Severinam, Calabriae urbem” (1073/74). In questa occasione, giunto all’assedio anche il duca Roberto e tenuto consiglio con i suoi, fu deciso di erigere “tria castella” in modo da perseguire la città, che dovette infine cedere all’azione congiunta dei due fratelli.[lv] Un riferimento che ci rimanda all’epopea del re d’Epiro Alessandro Neottolemo, alludendo al famoso vaticinio ricevuto dal sovrano a Dodona dall’oracolo di Zeus.

In questo senso, costituendo il riferimento mitico all’antica ed originaria identità del territorio tramandato dalla tradizione classica, tale riferimento rimarrà conservato nel simbolismo rappresentativo adottato dalle comunità locali.

Ritroviamo così i tre colli sull’antico sigillo dell’abbazia di Calabromaria e sullo stemma dell’università di Caccuri mentre, attualmente, appaiono rappresentati sul gonfalone della città di Catanzaro e su quelli di diversi comuni delle provincie di Catanzaro, Crotone e Cosenza. I tre castelli, anch’essi ampiamenti rappresentati negli attuali gonfaloni di diversi comuni di queste tre provincie, compaiono anticamente, sul sigillo del capitolo di Santa Severina e su quelli di altre università del Crotonese.

Altilia sigillo

Sigillo dell’abbazia di Santa Maria di Altilia detta di Calabromaria.

caccuri

Stemma dell’università di Caccuri (da blogcamminarenellastoria.wordpress.com).

L’importanza dei simboli riferiti alle antiche vicende legate ai miti che descrivono la strutturazione del territorio, risulta avvalorata da una seconda testimonianza, che continua a permanere nel patrimonio mitico locale, questa volta attraverso la tradizione orale. Si tratta della leggenda che, attraverso il racconto della sconfitta e della uccisione del “Re Pagano”, ovvero del re greco, rende conto della costituzione del nuovo abitato di Roccabernarda, al tempo del passaggio del territorio dal dominio greco degli imperatori bizantini, a quello dei nuovi dominatori normanni giunti dal nord della Francia.

Secondo questo racconto, anch’esso costruito sullo schema della ribellione del vassallo al suo signore, anticamente, il paese sarebbe stato dominato dal “Re Pagano” che opprimeva gli abitanti, imponendo loro lo jus primae noctis. A tale imposizione si sarebbe però ribellato il cavaliere franco Rinaldo di Montalbano che, desiderando prendere moglie, non voleva però sottostare al diritto del re. Impugnate le armi ed ucciso il sovrano in duello, Rinaldo sarebbe così riuscito a liberare il paese dalla sua tirannia.[lvi] Con l’avvento della dominazione spagnola, all’eroe franco sarà fatto subentrare lo spagnolo Bernardo del Carpio.

S. Anastasia sigillo capitolo

Sigillo del capitolo di Santa Severina che raffigura Santa Anastasia reggere in mano un simulacro della città con tre castelli.

 

Il feudo di Cerenzìa

Nella scia di questi racconti, ricalca ancora lo schema narrativo della ribellione del vassallo nei confronti del proprio signore feudale, il racconto dei fatti che condussero alla formazione del feudo di Cerenzìa.

Secondo le cronache, che riconducono i fatti al 1090, al tempo in cui il conte Ruggero si accingeva alla spedizione contro Malta, il suo scontro con “Mainerius de Gerentia”, sarebbe nato dal rifiuto di questi di partecipare all’impresa. Constatata tale insolenza, il conte avrebbe quindi differito la sua partenza per Malta, spostandosi dalla Sicilia “in Calabriam”, per ricondurre al proprio volere il feudatario ribelle.

Secondo il Malaterra, atterrito dall’assedio di Ruggero e giunto a più miti consigli, Manerio si sarebbe sottomesso al conte pagandogli la somma di mille solidos d’oro. Ottenuta così la sua obbedienza, Ruggero si diresse a Cosenza, valicando le alture dei monti adiacenti: “Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit”.[lvii]

Rispetto a questo sviluppo dei fatti fornitoci dal Malaterra, diversa appare la conclusione della vicenda secondo le cronache di Lupo Prothospatario e di Romualdo Salernitano che, concordemente, riferiscono la devastazione e l’incendio della città di “Acherontia” nel 1090.[lviii]

In questo caso, come rinveniamo in altri episodi analoghi contenuti nelle cronache medievali, tali devastazioni, prodotte ricorrendo all’incendio dei luoghi, risultano interpretabili alla luce del processo di ricomposizione del territorio, assumendo un significato rigenerativo/rifondativo.

sigilli 3 Castelli

I tre castelli rappresentati sui sigilli dell’università di Isola (1), Mesoraca (2), San Mauro (3) e Belcastro (4).

 

La diocesi vescovile

Le vicende poste in evidenza da queste fonti, che possiamo porre in relazione alla costituzione del feudo di Cerenzìa, sono accompagnate, parallelamente, da quelle relative al suo vescovato che, in questo stesso periodo, assume un nuovo assetto nell’ambito di una diocesi vescovile strutturata in un territorio definito, abbandonando così la sua originaria dimensione di monastero che caratterizzava ancora le chiese cattedrali a quel tempo, come ben documenta il “brébion” della cattedrale di Reggio risalente a verso la metà del sec. XI.[lix]

Tracce di questo precedente assetto della cattedrale di Cerenzìa, riferibile alla sua antica origine, emergono, ad esempio, attraverso la notizia riferita dal Fiore, circa l’appartenenza alla “diocesi di Gerenzia” del monastero Tassitano posto nella Sila[lx] mentre, ancora al tempo del c.d. Decennio francese, sempre sull’altipiano silano, la Mensa vescovile di Cerenzìa possedeva la difesa di Trepidò Sottano.[lxi]

In relazione al suo antico assetto ecclesiastico, sorto nell’ambito di un vasto territorio che aveva visto la presenza d’importanti realtà dell’evo antico, sul finire dell’Undicesimo secolo troviamo il vescovo di Cerenzìa Polycronio intervenire ben oltre quelli che risulteranno i confini della sua diocesi medievale, quando, col consenso dell’arcivescovo di Santa Severina Costantino, riedificò e ripristinò l’abbazia greca di Calabromaria ad Altilia, reintroducendovi i monaci e dotandola di molti beni.[lxii]

La particolare antichità della chiesa di Cerenzìa e la vastità del territorio interessato dal suo dominio in epoca precedente a quella feudale, si evidenziano anche attraverso alcune notizie che risalgono al tempo della erezione della cattedrale di Cariati (1437).

Al quel tempo, infatti, quest’ultima non fu unita alla più vicina Umbriatico, ma alla più distante sede vescovile di Cerenzìa,[lxiii] andando a costituire la nuova diocesi, con i territori di Cariati, Scala, Terra vecchia e S. Maurello che, invece, secondo le affermazione del vescovo di Cerenzìa Maurizio Ricci (1621), avrebbero precedentemente fatto parte della diocesi di Rossano, alla quale, per ricompensarne la perdita, sarebbero andate quelle di Campana e Bocchigliero, prima appartenute alla diocesi di Cerenzìa.[lxiv]

Attraverso i pagamenti relativi alle decime dovute alla Santa Sede, sappiamo invece che, agli inizi del Trecento, la diocesi di “Gerencie”, suffraganea della metropolia di Santa Severina, e confinante con quelle di Santa Severina, Umbriatico, Rossano e Cosenza, oltre alla città di Cerenzìa, comprendeva solamente i casali di Verzino e di Lucrò ed il castrum di Caccuri,[lxv] mentre la terra di Campana e quella di “Bucchigleri”, come anche “Cariati, S. Maureli, Scale et Terra Vecchia”, appartenevano tutte alla diocesi di Rossano.[lxvi]

Da tutto ciò possiamo argomentare, che le notizie relative i diritti vantati dal vescovo di Cerenzìa sopra un beneficio esistente fuori dai confini diocesani, al pari di quelle che ci riferiscono dei possedimenti o degli interessi che la Mensa vescovile aveva avuto, o ancora manteneva in epoca moderna oltre tali confini, ci rimandano ad un periodo precedente alla strutturazione feudale dei territori, quando i possessi delle chiese cattedrali non ricadevano ancora all’interno di una diocesi definita da un confine continuo ma, al pari di quelli appartenenti agli altri monasteri, erano riuniti secondo criteri funzionali alla loro economia abbaziale.

 

Note

[i] Sofia P. A., Il Regno di Napoli Diviso in dodici Provincie, 1611, p. 50.

[ii] Strabone VI, 1, 5.

[iii] P. Jo: Baptistae Aucher Ancyrani, Eusebii Pamphili Chronicon Bipartitum, Pars II, Venezia 1818, p. 173.

[iv] “Est autem Lucaniae peninsula. In ea sunt hae urbes Graecae: Posidonia, et Elaa Thuriorum colonia, Pandosia, Platacenses, Terina, Hipponium, Mesa, Rhegium promontorium et urbs.” Scylacis Caryandensis Periplus, ed. Rud. Henr. Klausen Dr., 1831 p. 167.

“12. Lucani. Samnites sequuntur Lucani usque ad Thuriam. Praeternavigatio Lucaniae est dierum sex (et noctium sex). Est autem Lucania peninsula. In ea Graecae urbes hae sunt : Posidonia, Elea, Laus Thuriorum colonia, Pandosia (Πανδοσία), Plateenses (leg. Clampetia), Terina, Hipponium, Mesma, Rhegium promontorium et urbs.” Scylacis Caryandensis Periplus, 12; in Geographi Graeci Minores, Parisiis 1855, I, pp. 19-20.

[v] “Post Crotonem Pandosia et Thurii; finitimum his est Metapontium. Has omnes urbes Achaeos e Peloponneso advenas condidisse perhibent.”. Anonymi (vulgo Scymni Chii), Orbis Descriptio vv. 326-329, in Geographi Graeci Minores, Parisiis 1855, I, p. 209.

[vi] Pseudo Aristotele, De Mirabilibus Auscultationibus, 97.

[vii] Attianese P., Kroton Ex Nummis Historia, 1992, pp. 55-57.

[viii] Compendio delle Vite di Plutarco, tomo I, Firenze 1816, p. 284.

[ix] “38. Eadem aestate in Bruttiis Clampetia a consule ui capta, Consentia et Pandosia et ignobiles aliae ciuitates uoluntate in dicionem uenerunt. et cum comitiorum iam appeteret tempus, Cornelium potius ex Etruria ubi nihil belli erat Romam acciri placuit. is consules Cn. Seruilium Caepionem et C. Seruilium Geminum creauit. inde praetoria comitia habita. creati P. Cornelius Lentulus P. Quinctilius Uarus P. Aelius Paetus P. Uillius Tappulus; hi duo cum aediles plebis essent, praetores creati sunt. consul comitiis perfectis ad exercitum in Etruriam redit.” Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXIX, 38.

[x] Pomponio Mela, Chorographia, Ed. Muratori G. F., 1855.

[xi] Tolomeo, Geografia, ed. Nobbe C.F.A., Tom. 1 Lipsia 1843.

[xii] L’itinerario Antonino, descrivendo il percorso per Reggio della via proveniente da Capua (“ab Equo tutico per Roscianum Regio”), evidenzia l’esistenza di un tracciato che da “Heraclia” per “Ad Vicensimum” e “Turios”, si dirigeva a “Roscianum” e continuando nell’interno, per “Paternum” e “Meto”, ritornava sulla costa a “Tacina” (“Heraclia” mpn XXVIII, “Ad Vicensimum” mpn XXIIII, “Turios” mpm XX, “Roscianum” mpm XII, “Paternum” mpm XXVII, “Meto” mpm XXXII, “Tacina” mpm XXIIII; Pinder M. et Parthey G., Itinerarium Antonini Augusti et Hierosolymitanum, 1848, p. 52).

La Tabula Peutingeriana, la Cosmografia dell’Anonimo di Ravenna e la Geografia di Guidone, documentano concordemente un percorso costiero. La Tabula Peutingeriana (segm. VII), riporta: “Heraclea . IIII . Senasum . Turis . XXXVIII . Petelia . Crontona”, mentre la Cosmografia dell’Anonimo di Ravenna e la Geografia di Guidone, rispettivamente, menzionano in successione: “Heraclea”, “Scinasium”, “Turris”, “Pelia” e “Crotona”, la prima, “Heraclea”, “Senasum”, “Turris”, “Pellia” e “Crotona”, la seconda. Pinder M. et Parthey G., Ravvennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1860, pp. 262-263 e p. 470.

[xiii] Barrio G., De Antiquitate et Situ Calabriae, Liber Secundus, Roma 1571, p. 106.

[xiv] Marafioti G., Croniche et Antichità di Calabria, Libro Terzo, Padova 1601, pp. 267-268.

[xv] Fiore G., Della Calabria Illustrata, 1691, Ed. Rubettino Tomo I, p. 183 e p. 250.

[xvi] Come si legge in alcuni passi riportati dal Mazochi: “In antomo qui ad Pandosiam est” (“versu sexto”), “in via quae ducit ex Urbe et ex Pandosia per sacros agros” (“versu 16” ripetuto al “versu 22”), “primum agrum … qui est iuxta illum antonum, qui est supra Pandosiam” (“v. 65”), “Commensi vero fuimus facto initio ab antomo qui supra Pandosiam ducit, dirimens sacros agros a privatorum praediis.” (nel “fragmento Britannico” delle stesse tavole “apud Clariss. Mattaire versu 12.”). Alexii Symmachi Mazochii, Commentariorum Aeneas Tabulas Heracleenses, Pars I, Napoli 1754, p. 104.

[xvii] Strabone, V, 3, 1; “I Lucani sono di stirpe sannitica” Strabone, VI, 1, 3.

[xviii] Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XVI, 15, 1-2.

[xix] Strabone VI, 1, 4.

[xx] Attianese P., op. cit., pp. 186-187. N. Sculco, Ricordi sugli Avanzi di Cotrone, ed. Pirozzi 1905, pp. 34-36.

[xxi] Strabone VI, 1, 5; Livio VIII, 24;  Giustino XII, 2.

[xxii] Strabone VI, 1, 5.

[xxiii] Ethinicorum quae supersunt, ed. Meneike (Berolini, 1849) p. 499.

[xxiv] “Eodem anno Alexandream in Aegypto proditum conditam Alexandrumque Epiri regem ab exsule Lucano interfectum sortes Dodonaei Iouis euentu adfirmasse. accito ab Tarentinis in Italiam data dictio erat, caueret Acherusiam aquam Pandosiamque urbem: ibi fatis eius terminum dari. eoque ocius transmisit in Italiam ut quam maxime procul abesset urbe Pandosia in Epiro et Acheronte amni, quem ex Molosside fluentem in Stagna Inferna accipit Thesprotius sinus. ceterum ut ferme fugiendo in media fata ruitur, cum saepe Bruttias Lucanasque legiones fudisset, Heracleam, Tarentinorum coloniam, ex Lucanis Sipontumque, Bruttiorum Consentiam ac Terinam, alias inde Messapiorum ac Lucanorum cepisset urbes et trecentas familias illustres in Epirum quas obsidum numero haberet misisset, haud procul Pandosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttiis finibus, tres tumulos aliquantum inter se distantes insedit, ex quibus incursiones in omnem partem agri hostilis faceret; et ducentos ferme Lucanorum exsules circa se pro fidis habebat, ut pleraque eius generis ingenia sunt, cum fortuna mutabilem gerentes fidem. imbres continui campis omnibus inundatis cum interclusissent trifariam exercitum a mutuo inter se auxilio, duo praesidia quae sine rege erant improuiso hostium aduentu opprimuntur; deletisque eis ad ipsius obsidionem omnes conuersi. inde ab Lucanis exsulibus ad suos nuntii missi sunt pactoque reditu promissum est regem aut uiuum aut mortuum in potestatem daturos. ceterum cum delectis ipse egregium facinus ausus per medios erumpit hostes et ducem Lucanorum comminus congressum obtruncat; contrahensque suos ex fuga palatos peruenit ad amnem ruinis recentibus pontis, quem uis aequae abstulerat, indicantem iter. quem cum incerto uado transiret agmen, fessus metu ac labore miles, increpans nomen abominandum fluminis, ‘iure Acheros uocaris’ inquit. quod ubi ad aures accidit regis, adiecit extemplo animum fatis suis substititque dubius an transiret. tum Sotimus, minister ex regiis pueris, quid in tanto discrimine periculi cunctaretur interrogans indicat Lucanos insidiis quaerere locum. quos ubi respexit rex procul grege facto uenientes, stringit gladium et per medium amnem transmittit equum; iamque in uadum egressum eminus ueruto Lucanus exsul transfigit. lapsum inde cum inhaerente telo corpus exanime detulit amnis in hostium praesidia. ibi foeda laceratio corporis facta. namque praeciso medio partem Consentiam misere, pars ipsis retenta ad ludibrium; quae cum iaculis saxisque procul incesseretur, mulier una ultra humanarum irarum fidem saeuienti turbae immixta, ut parumper sustinerent precata, flens ait uirum sibi liberosque captos apud hostes esse; sperare corpore regio utcumque mulcato se suos redempturam. is finis laceratione fuit, sepultumque Consentiae quod membrorum reliquum fuit cura mulieris unius, ossaque Metapontum ad hostes remissa, inde Epirum deuecta ad Cleopatram uxorem sororemque Olympiadem, quarum mater magni Alexandri altera, soror altera fuit. haec de Alexandri Epirensis tristi euentu, quamquam Romano bello fortuna eum abstinuit, tamen, quia in Italia bella gessit, paucis dixisse satis sit.” (Livio, Ab Urbe Condita, VIII, 24).

[xxv] “II. Porro Alexander, rex Epiri, in Italiam auxilia Tarentinis adversus Bruttios deprecantibus sollicitatus, ita cupide profectus fuerat, velut in divisione orbis terrarum Alexandro, Olympiadis, sororis suae, filio, Oriens, sibi Occidens sorte contigisset, 2 non minorem rerum materiam in Italia, Africa Siciliaque, quam ille in Asia et in Persis habiturus. 3 Huc accedebat, quod, sicut Alexandro Magno Delphica oracula insidias in Macedonia, ita huic responsum Dodonaei Iovis urbem Pandosiam amnemque Acherusium praedixerat. Quae utraque cum in Epiro essent, 4 ignarus eadem et in Italia esse, ad declinanda fatorum pericula peregrinam militiam cupidius elegerat. 5 Igitur cum in Italiam venisset, primum illi bellum cum Apulis fuit, 6 quorum cognito urbis fato brevi post tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit. 7 Erat namque tunc temporis urbs Apulis Brundisium, quam Aetoli secuti fama rerum in Troia gestarum clarissimum et nobilissimum ducem Diomeden condiderant; 8 sed pulsi ab Apulis consulentes oracula responsum acceperant, locum qui repetissent perpetuo possessuros. 9 Hac igitur ex causa per legatos cum belli comminatione restitui sibi ab Apulis urbem postulaverant; 10 sed ubi Apulis oraculum innotuit, interfectos legatos in urbe sepelierant, perpetuam ibi sedem habituros. Atque ita defuncti responso diu urbem possederunt. 11 Quod factum cum cognovisset Alexander, antiquitatis fata veneratus bello Apulorum abstinuit. 12 Gessit et cum Bruttiis Lucanisque bellum multasque urbes cepit; cum Metapontinis et Poediculis et Romanis foedus amicitiamque fecit. 13 Sed Bruttii Lucanique cum auxilia a finitimis contraxissent, acrius bellum repetivere. 14 Ibi rex iuxta urbem Pandosiam et flumen Acheronta, non prius fatalis loci cognito nomine quam occideret, interficitur moriensque non in patria fuisse sibi periculosam mortem, propter quam patriam fugerat, intellexit. 15 Corpus eius Thurini publice redemptum sepulturae tradiderunt. 16 Dum haec in Italia aguntur, Zopyrion quoque, praefectus Ponti ab Alexandro Magno relictus, otiosum se ratus, si nihil et ipse gessisset, adunato XXX milium exercitu Scythis bellum 17 intulit caesusque cum omnibus copiis poenas temere inlati belli genti innoxiae luit.” (Marco Giuniano Giustino, Epitome historiarum Trogi Pompeii, XII, 2).

[xxvi] “La Lucania, dunque, è situata fra la costa del mar Tirreno e quella del mar di Sicilia: sulla prima si estende dal Silaris al Laos, sulla seconda da Metaponto a Turi; sul continente essa si estende dalla terra dei Sanniti fino all’istmo che va da Turi a Cerilli, vicino a Laos: l’istmo misura 300 stadî.” Strabone, Geografia VI, 1, 4.

[xxvii] Strabone VI, 1, 4.

[xxviii] Strabone, VI, 1, 2.

[xxix] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 71-74 e 97-98, Ed. Domenichi M.L., 1844, pp. 359-361 e 369-371.

[xxx] “mediterranei Bruttiorum Aprustani tantum; Lucanorum autem Atinates, Bantini, Eburini, Grumentini, Potentini, Sontini, Sirini, Tergilani, Ursentini, Volcentani, quibus Numestrani iunguntur. praeterea interisse Thebas Lucanas Cato auctor est, et Pandosiam Lucanorum urbem fuisse Theopompus, in qua Alexander Epirotes occubuerit.” Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 98.

[xxxi] Scylacis Caryandensis Periplus, 12, ed. Rud. Henr. Klausen Dr., 1831 p. 167; Scylacis Caryandensis Periplus, 12, in Geographi Graeci Minores, Parisiis 1855, I, pp. 19-20.

[xxxii] Livio, Ab Urbe Condita, VIII, 24, 5.

[xxxiii] Strabone, Geografia VI, 1, 4.

[xxxiv] Anonymi (vulgo Scymni Chii), Orbis Descriptio vv. 326-327, in Geographi Graeci Minores, Parisiis 1855, I, p. 209.

[xxxv] Strabone, VI, I, 5.

[xxxvi] “proximum autem flumen Melpes, oppidum Buxentum, Graeciae Pyxus, Laus amnis. fuit et oppidum eodem nomine. ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda, flumen Baletum, portus Parthenius Phocensium et sinus Vibonensis, locus Clampetiae, oppidum Tempsa, a Graecis Temese citum, et Crotoniensium Terina sinusque ingens Terinaeus. oppidum Consentia intus. in paeninsula fluvius Acheron, a quo oppidani Aceruntini. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus, portus Herculis, Metaurus amnis, Tauroentum oppidum, portus Orestis et Medma. oppidum Scyllaeum, Crataeis fluvius, mater, ut dixere, Scyllae. dein Columnia Regia, Siculum retum ac duo adversa promunturia, ex Italia Caenus, e Sicilia Pelorum, XII stadiorum intervallo, unde Regium XCIV.” Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 72-73.

[xxxvii] Strabone VI, 1, 12.

[xxxviii] Strabone, Geografia VI, 1, 3.

[xxxix] “Praeter Petelinos Brutti omnes”, Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXII, 61. “Eodem tempore Petelinos, qui uni ex Bruttiis manserant in amicitia Romana”, Ibidem, XXIII, 20. “Petelia in Bruttis”, Ibidem XXIII, 30.

[xl] Appiano, Annibalica, 57.

[xli] Pugliese Carratelli G., I Brettii, in Magna Grecia, 1987, p. 285.

[xlii] Stefano Bizantino, Ethnica, s.v. Πανδοσία.

[xliii] Attraverso l’indicazione del Martire, l’Aceti ricorda “Scutia pagus Cerenthiae ubi nunc est aex vetusta.” Gabrielis Barrii Francicani, De Antiquitate et Situ Calabriae …, Roma 1737, p. 421.

[xliv] Maone P., Indagini sul Passato di Cerenzia Vecchia alla ricerca dell’origine del “Locus Scalzaporri”, in Historica n. 2-3, 1961, pp. 66-67.

[xlv] “Al centro della «Scuzza» vi è una specie di amba, sopraelevata di un centinaio di metri sul piano circostante ed estesa circa un chilometro quadrato. Viene chiamata «Timpone del Castello» e vi sono visibilissimi innumerevoli briciole di tegoli e di mattoni; mura non ne affiorano più, perché tutto è stato rimosso e coltivato.” Maone P., cit., p. 58.

[xlvi] Maone P., cit., pp. 64-66.

[xlvii] Gelzer H., Georgii Cypri Descriptio Orbis Romani, Lipsia 1890, p. 82. Parthey G., Hieroclis Synecdemus et Notitiae Graecae Episcopatuum, 1866, p. 126. Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi C.A.M., Napoli 1957.

[xlviii] Parthey G., cit., pp. 293-294.

[xlix] “Il nahr nîṭû (fiume Neto) scende da ’aṣṣîlâ (la Sila) a destra di ǵ.runtîah (Cerenzia) e si dirige verso levante. A sinistra di questa città esce un altro fiume (fiume Lese) che si unisce col precedente nel luogo chiamato ’al mallâḥah (“la Salina” in oggi Salina di Altilia), distante da ǵ.runtîah, che dicesi pur ǵ.ransîah (Cerenzia), nove miglia. Il Neto quindi continua il suo corso fino a che passa sotto śant samîrî (Santa Severina) lontano un miglio e mezzo, e proseguendo tra quṭrûnî (Cotrone) e ’.str.nǵ.lî (Strongoli) mette in mare.” Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero”compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883, p. 128.

[l] Fabre M. P., Le Liber Censuum de l’Eglise Romaine, V, Parigi 1889, p. 104. Russo F., Regesto I, 404.

[li] “Ebriacensem, Giropolensem, Geretinensem, [Geneoc]as[tr]ensem et Lesim[anensem.]”. AASS, pergamena 001. “Ebriacensem, Giropolensem, Gerentiensem, Gereocastrensem et Lesimanensem.” AASS, 22 A.

[lii] Nei documenti scritti in greco editi dal Trinchera, il toponimo Acerentia ricorre durante il periodo compreso tra il 1170 ed il 1223, quando troviamo: Andrea tabulario di Acerentia (αϰερέτιας, 1170), Nicola catapano di Acerentia (ἀϰερετιας, 1170), il castrum di Acerentia (ϰάστρoν ἀϰερεντείας, 1196; ϰάστρoυ ἀϰερεντίας, 1211), Teodoro notaro e tabulario di Acerentia (ἀϰερεντίας, 1196) e Petro cavaliere di Acerentia (ἀϰερεντίας, 1223). Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum, Napoli 1865, pp. 231-232, 326-327, 357-359, 373-374. Anche in alcuni privilegi latini dei primi anni del secolo XIII riguardanti l’abbazia Florense, la città compare con questo nome: “viam que venit a Cherentea” (1204), “in tenimento Acherentiae” (1208), “viam que venit a civitate Acherentee” (1208), “Gerentiae” (1209), “Epum. Geruntinen.” (1209), “in tenimento Acherentiae” (1210), “in tenimento Acherenteae” (1210), “in tenimento civitatis nostrae Gerentee” e “viam, quae venit a Gerentea” (1214), “in tenimento Gerentiae” (1215), “in tenimento Cerentiae” (1215), “in civitate Gerentiae” (1216), “terra ipsa Cerentiae” (1216), “in tenimento Acherentiae” (1219), “in tenimento Cherentiae” (1219), “in tenimento Cerentie” (1220), “civitate Acheronteae” (1221). De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. XXXV, 029-031, 042-043, 054-055, 055-056, 058-059, 063-064, 080-082, 088-089, 239-241, 244-245; Scalise G. B. (a cura di), Siberene, pp. 212, 219.

[liii] “Alcuni, poiché il popolo continuava, e continua tuttora, a chiamare il paese «Cerentìa», con l’accento greco, lo ritennero l’abbreviazione di Acherontìa, nome indiscusso della Cerenzia bizantina, ereditato, forse, dall’antichità classica;”. Maone P., cit., p. 59.

[liv] Rende P., Risorse minerarie ed attività estrattiva in alcune aree del Crotonese e della Sila in età antica, www.archiviostoricocrotone.it

[lv] Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V, parte I, pp. 59-60.

[lvi] De Rito A., Il Re Pagano, in Roccabernarda Storia e Istituzioni, 2016, p. 63 e sgg.

[lvii] “Caput Decimo Sextum. Comes Melitam vadit.” (…) Dum ista geruntur, Mainerius de Gerentia a comite, ut sibi locutum veniat, invitatus, accedere differt, cum arrogatione, praesente adhuc legato comitis, respondens, se numquam ipsum, nisi ut damnum, si possit, inferat, visum velle. Quod – referente legato, qui missus fuerat – comes audiens, plurimum indignatus, festinus mari transmeato, a Sicilia in Calabriam venit: Petrum Mortonensem, cui vices suas plurimum commiserat exequendas, ut per Siciliam exercitum commovens post se acceleret, mittit. Qui prudenter iniuncta perficiens, infra octo dies ab omni Sicilia copioso exercitu congregato, mense maii ad comitem adduxit. Sicque comes versus Gerentiam accelerans, castrum terribili obsidione vallavit. Qua de re Mainerius territus, se stulte et fecisse et locutum fuisse cognoscens, supplex ad misericordiam comitis venit: equos, mulos, thesauros et omnia, quae habebat, veniam petens, in eius dispositione ponit. Comes super iis, quae fecerat, eum poenitere videns, ut semper pii cordis, omnia condonavit, excepto quod – quasi pro disciplina potiusquam ambitione – mille aureos solidos de suo accepit, ut eum a tali praesumptione ulterius coerceat. Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit.”. Goffredo Malaterra, cit., p. 94.

[lviii] “Eodem anno Acherontia civitas cremata est mense augusti, in tantum enim eodem vastata est igne, ut nulla domus, nullum inveniretur edificium quod non ab igne consumptum deperierit. Homines etiam XXV eodem incendio mortui sunt.”. Romualdi Salernitani Chronicon, in Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. VII parte I, p. 199. “mense Augusti Acherontia admirandum in modum cremata est a se ipsa, et mortuus est Iordanus Princeps.”. Lupus Protospatarius Barensis Rerum in Regno Neapolitano Gestarum Breve Chronicon ab Anno Sal. 860 vsque ad 1102, a. 1090.

[lix] Guillou A., Le Brébion de la Métropole Byzantine de Région (vers 1050), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1974.

[lx] “Tassitano, diocesi di Gerenzia.”. Fiore G., Della Calabria Illustrata II, p. 594.

[lxi] Oliveti L., Istruttoria Demaniale per l’accertamento, la verifica e la sistemazione del demanio civico comunale di Cotronei 1997, p. 12.

[lxii] Ughelli F., Italia Sacra, IX, 476 sgg.

[lxiii] Russo F., Regesto II, 10355.

[lxiv] “Queste tre Terre sudette [ossia Scala, Terra vecchia e S. Maurello] et Cariati erano della Diocesia di Rossano, et nell’erettione in Vescovato fatta di Cariati furono dismembrate da detta diocesia di Rossano, et in ricompensa le furono date due Terre grosse Campana, et Bucchigliero ch’erano della Diocesia di Gerentia. Et in segno di ciò la detta Chiesa di Gerentia, tiene ancora il jus conferendi un beneficio sub titulo Sancti Joannis posto con la Chiesa nel territorio di Campana.”. Scalise G.B. (a cura di), Una relazione di Mons. Ricci, in Siberene, Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, 1999, p. 437.

[lxv] Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, 1939, pp. 200-201. Russo F., Regesto I, 3949-3985.

[lxvi] Vendola D., cit., p. 197.

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