San Pietro di Camastro, Rocca di Neto e la grancia di S. Maria della Terrata

Rocca di Neto

Ruderi di Rocca di Neto vecchia (da www.krotolando.it).

Nel 1195 l’imperatore Enrico VI concedeva all’abate Gioacchino libero pascolo nel territorio di “Fluca” senza alcun pagamento di “glandatico et herbatico”. L’imperatrice Costanza d’Altavilla nel gennaio 1198 confermava all’abate il “tenimenutum Fluce situm in maritima Calabriae” ed il libero pascolo per ogni sorta di animale del monastero (1).
Già nella prima metà del Duecento il monastero di San Giovanni in Fiore aveva ampliato queste prime concessioni situate nella bassa valle del Neto in territorio di Santa Severina nei pressi del casale di San Petro de Cremasto o Canastro.
Federico II più volte confermerà i possessi dell’abbazia. Nel 1208 convalida all’abbazia i privilegi dati dai suoi genitori tra i quali il tenimento di Fiuca (2); tenimento che in un atto del luglio 1222 è descritto situato tra i due fiumi Vitravo e Neto e che si estende da Rocca di Camastro fino alla confluenza dei due fiumi. L’imperatore ne concedeva gli stazzi delle mandrie ed il libero pascolo per le pecore con l’esenzione dell’erbatico e del glandatico. Sempre con lo stesso documento venivano confermate anche altre proprietà nella zona tra le quali la parte valliva di Policroni, che era stata donata al monastero dal milite di Santa Severina Giovanni Ledda (3). Proseguiva durante il periodo svevo la dotazione del monastero florense. Con un atto del gennaio 1223 il prete Andrea Scaldieri ed il figlio Nicola donavano un vignale in agro di Santa Severina in località Cuttufin ed una casa situata in Santa Severina. Quest’ultimo documento, in lingua greco- bizantina, era stilato dalla mano dell’umile protopapa “Georgii Sancti Petri Cremasti”; segno del permanere del rito greco nel casale ed in Santa Severina (4).
Segue nel 1234 la donazione fatta da Giovanni Stefanizio della città di Santa Severina all’abbate florense Matteo; trattasi della coltura di Rumbolo, posta a sinistra del fiume Neto ma situata in territorio della stessa città di Santa Severina (5). L’estendersi delle proprietà dell’abbazia florense sulla sinistra del Neto, che in periodo svevo risulta in tenimento della città di Santa Severina, ben presto determinerà dei contrasti con gli altri grandi proprietari di terre.
Nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmus fu giudice ed arbitro di una lite che opponeva l’abate Mattheus del monastero di San Giovanni e l’archimandrita Nymphus del cenobio del Patire di Rossano. La questione oggetto di contesa era il diritto di passaggio di un acquedotto che attraverso le proprietà dei florensi alimentava il mulino della grancia di Santa Helena del monastero di Santa Maria del Patire. Tale grancia era situata in territorio di Santa Severina “iuxta flumen Neti subtus Roccam S. Petri de Cremasto” (6). Da tali documenti si ricava che l’abitato murato, o casale, denominato Rocca di S. Pietro di Cremasto si trovava su una collina e posto tra il fiume Neto ed il suo affluente di sinistra Vitravo, in vicinanza della loro confluenza. Risulta inoltre che il casale, situato a sinistra del fiume Neto, era in “tenimento” e diocesi di Santa Severina. Tale stato è convalidato anche da atti successivi.
Nel 1256 Tancredi, del fu Peregrino de Tarento, faceva dono all’abate florense Orlando di un casaleno situato nella città di Santa Severina in parrocchia di S. Nicola de Latinis e di alcune terre poste nel casale di S. Petro de Canastro, che era in “tenimenti eiusdem civitatis” (7).
All’inizio del Trecento la rocca, o casale, di S. Petro de Canastro, anche se non più in tenimento di Santa Severina, farà ancora parte della diocesi, diocesi in cui il rito greco è contrastato ed in via di abbandono, come risulta dai versamenti delle decime per la Santa Sede dell’arcidiocesi di S. Severina. Tra gli ecclesiastici che versano nel 1308-1310 troviamo il presbitero Adam de Sancto Petro de Termasta o Cremasta (8) ed in quelli del 1326 il “Fr Marcus, cappellanus Rocce S. Petri” (9).

S. Petro de Camastro
Durante la seconda metà del Duecento l’abitato di San Pietro de Camastro è documentato anche dal nome dei suoi signori. I primi nomi compaiono all’inizio della dominazione angioina. Nel 1271 il re Carlo I d’Angiò, ormai consolidato nel suo potere, revocava alla sua Curia alcuni beni che essendo detenuti dai “proditores”, riteneva occupati abusivamente. Tra questi compare anche il casale di San Petro de Cremasco, che era situato nel giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana ed era in possesso di Raynaldus Succurdus (10). Ricaduto nelle mani della Regia Curia, lo stesso re dopo poco lo concedeva al suo “panecterio”, il familiare Roberto de Firmitate o de la Ferté (11). Il De Firmitate dopo poco lo riconsegnò nelle mani della Curia, in cambio dei diritti che la Regia Curia esigeva su Caccabono (12). E’ del 1272 un atto con il quale il re interviene perché siano verificati e tracciati nuovamente i confini della Terra di Cerenzia, che aveva concesso al nobile milite Palmerio de Corsilies. Per dirimere ogni questione tra detta terra e quelle confinanti, vengono convocati i signori dei luoghi vicini che sono: Guillelmo Brunello, Abamontis de Cariato, Henrico Ruffo e Roberto de Feritate (13). In seguito risultano feudatari del casale gli scudieri Pietro de Glais e Vincenzo da Baiona (14). Un altro documento ci informa che il milite Petro Cunillo riconsegnò nelle mani della Regia Curia la terra di Strongoli ed ottenne dal re la terra di Simeri, il casale di S. Petro de Camastro con alcuni beni in Crotone (15). Durante questi primi decenni di dominazione angioina il casale di San Pietro de Camastro, pur rimanendo come per il passato in diocesi di Santa Severina, non rientra più nel tenimento di quella città. La stessa sorte seguirà il vicino feudo di “Malapezza” (16). Questa nuova situazione amministrativa territoriale molto probabilmente venne a crearsi dopo che nel febbraio 1280 il re Carlo d’Angiò diede ordine di correggere la sproporzione esistente tra i due Giustizierati di Calabria e di Val di Crati. Con tale atto il confine tra i due Giustizierati fu spostato più a nord. Segnando il fiume Neto la nuova linea di divisione, Santa Severina e gli abitati posti alla destra del fiume furono aggregati al Giustizierato di Calabria (17), mentre San Pietro de Camastro (ed il successivo Rocca Naeaethi), ubicato a sinistra rimase nel Giustizierato di Val di Crati e non risulta far parte del territorio di Santa Severina. Durante il Trecento il casale di S. Petro de Canastro cesserà di comparire nei documenti. Alla sua scomparsa contribuirono diversi eventi che colpirono le terre della vallata del Neto e che possono essere sintetizzati nelle distruzioni causate dalla lotta tra Svevi e Angioini, dalla guerra del Vespro, dalle vessazioni dei feudatari provenzali e dallo spopolamento causato dalle epidemie.

La vallata del Neto tra il Due ed il Trecento
Con la sconfitta e morte di Manfredi nella battaglia di Benevento (1266), il Regno di Sicilia cadeva in mano di Carlo I d’Angiò.
Passata la valle sotto la dominazione angioina, durante l’avanzare dell’esercito di Corradino, essa si ribellò e si schierò dalla parte di Raynaldo de Ypsigro. Fallito il tentativo svevo di riconquista e morto Corradino (1268), i ribelli vennero espropriati delle terre, che furono concesse a miliziani che avevano seguito l’angioino. Furono così espropriati i beni dei “traditori” tra i quali quelli di Goffredo di Cusentia e di Fiore Alterius (in territorio di Strongoli) (18), di Raynaldo de Ypsigro (casale di Crepacore e tenimento di Foce) (19) ecc. I nuovi feudatari sono: Henrico de Cunilla o Cimillis (terra di Strongoli) (20), Joahanni Plovier o Pluvier de Trosilles (Cerenzia) (21), Petro de Folioso (terra di Sancti Leonis, Turluti e Lutrivii) (22), Theodorico de Canz (casale di Crepacore e territorio di Foce) (23), Guido e Iordano de Amantea (casale di Cutronei e territorio di Coczuli) (24), Giordano di Sanfelice (Zorleto, S. Leone, Scandale) (25), Boamondo de Cariato (Casabona, Verzino, Cerenzia, Caccuri ecc. ) (26), ecc.
Altri feudatari presenti nella vallata sono: Guglielmo Brunello, Henrico Ruffo, Roberto de Feritate (27), Helia de Gant (28), Iordanus Ruffus (29), Guglielmo de Cortiniaco (30), l’arcivescovo di Santa Severina (31), Giovanni Rocca (32), Fulcone Ruffo (33), il vescovo di Umbriatico (34), Alexandro Stephanuccio (35), il vescovo di Strongoli (36), l’abate florense, l’abate di S. Maria del Patire, ecc.
Scoppiata l’insurrezione in Sicilia (1282) (37), gli Angioini, al comando di Bertrando Artois, costituiscono una linea di difesa lungo l’istmo di Catanzaro e la valle del Neto (38). L’esercito di Pietro d’Aragona nel 1284 invade la Calabria; Strongoli “senza aspettare la violenza delle armi vincitrici, guidate da Fortunio Aldobelli, passò volontario alla devozione di quelli” (39). Ruggero di Lauria devasta Crotone ed i paesi della costa ionica e della valle del Crati. Matteo Fortunato, capitano di duemila Almagaveri (40), distrugge i paesi dell’interno e dopo aver incendiato il monastero di San Giovanni in Fiore (41) e devastato i casali di Santa Marina, di S. Nicola de Alto e di Marathia (42) scende lungo la vallata del Neto mettendo a ferro e fuoco gli abitati.
Dopo il passaggio delle truppe catalane, la vallata si presentava particolarmente in rovina anche per la resistenza che esse incontrarono da parte dei fratelli Stefanizia, uno arcivescovo di Santa Severina e l’altro vescovo di Umbriatico, e dal vescovo di Strongoli, i quali apertamente si erano schierati dalla parte angioina opponendosi con le armi e dovendo poi perciò esulare, mentre i loro beni furono particolarmente saccheggiati. Per il loro attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti essi furono dal papa Nicolò IV, tramite il Legato nel Regno di Sicilia, reintegrati con altri benefici ecclesiastici (43). Ritornata la valle in potere degli Angioini, Strongoli viene concessa da Carlo II d’Angiò in feudo ad Americo de Possiaco (Ponziaca) (44) , Cariati, Casabona, Verzino, Cerenzia e caccuri a Gentile di San Giorgio (45), Cotronei a Pietro II Ruffo (46) mentre Santa Severina rimase in demanio regio (47) e così anche Crotone agli “homines” della quale il re conferma e concede privilegi perché resistono agli assalti delle bande siciliane (48).
La guerra continuò tra alterne vicende e divenne più violenta quando nell’estate del 1296 Federico II d’Aragona passò con un esercito lo Stretto e ricacciò le truppe di Carlo II d’Angiò dalla Calabria. Durante la tregua stipulata tra il conte Ruffo e Ruggero di Lauria, mentre le città si arrendevano agli Aragonesi, Federico, che stava acquartierato davanti alla città di Crotone, spostò l’esercito contro la città di Santa Severina dove, confidando sulla natura del luogo, l’arcivescovo Lucifero Stefanizia si era asseragliato nella rocca e non voleva arrendersi né accettare la tregua (49). Il re, vista l’impossibilità di prendere con la forza la città, ritenuta inespugnabile, la costrinse alla sete, impedendo agli abitanti di approvvigionarsi alla fonte (50). Allora l’arcivescovo, vista l’impossibilità di sostenere l’assedio, chiese le stesse condizioni di due mesi di tregua poste dal conte Ruffo. Passato il tempo, la città si consegnò a Blasco d’Aragona, vicario del re.
La valle ritornò l’anno successivo agli Angioini e venne ripartita tra numerosi feudatari: Pietro Ruffo, conte di Catanzaro (Cotronei e altre terre) (51), Matteo Aquini (marchese di Casabona) (52), Goffredo Caiazza (alcune terre a Strongoli) (53), Isabella di Possiaco (Strongoli) (54), Francesco de Riso (Cerenzia e Caccuri) (55), Giovanni de Monterlernis (56), ecc.
Cessate le ostilità con la pace di Caltabellotta (1302), l’anno successivo incomincia l’opera di ricostruzione del monastero di S. Giovanni in Fiore a cui sono chiamati dal papa Bonifacio VIII a concorrere il guardiano dei Frati Minori di Messina con una colletta di 30 once e i grandi proprietari che per il loro aiuto potranno usufruire di una indulgenza di 100 giorni (57).
Sempre per facilitare la rinascita della vallata, il duca Roberto esenta l’arcivescovo di S. Severina Lucifero, i feudatari e l’università dalla prestazione della tassa del legname per le galee (58) ed il re Carlo II nel giugno 1306 accoglie la supplica del vescovo di Umbriatico, che fa presente che per le vicende della decorsa guerra erano stati distrutti ed ormai ridotti a feudi rustici i casali di Santa Marina, S. Nicola dell’Alto e Maratea. Il sovrano esenta da ogni gravame di legname per le galee e dagli altri obblighi tanto coloro che erano ritornati ad abitare nei citati casali, quanto coloro che vi sarebbero andati, purchè non provenissero da terre in demanio regio. Il tentativo vescovile tuttavia si scontrerà con la sfavorevole congiuntura e non sortità l’esito sperato (59).
Accrescono lo spopolamento e la fuga della popolazione dalla vallata, oltre alle gravi devastazioni causate dalla guerra, la malvagia tirannia ed i soprusi insopportabili dei nuovi signori e la conflittualità tra questi e con i vescovi.
Umbriatico, a causa della guerra e dei soprusi perpetrati dal feudatario (60), risulta deserta tanto che il papa Giovanni XXII incarica l’arcivescovo di S. Severina, di trasferire la sede vescovile in un luogo più adatto mentre i beni della chiesa sono occupati abusivamente dai feudatari del luogo (61). In seguito lo stesso feudatario Cantono de Messina chiede ed ottiene l’esenzione dal pagamento delle tasse regie per la durata di dieci anni a favore di coloro che andranno a popolare la città (62).
A Strongoli il feudatario Guglielmo de Eboli si impossessa del territorio di S. Basilio e Cursimanda e di altri beni della mensa vescovile e costringe il vescovo Ruggero alla fuga (63). Altra lite vede fronteggiarsi il vescovo di Cerenzia e Francesco de Riso, feudatario di Cerenzia e Caccuri. Il vescovo protetto dalla famiglia di appartenenza, i Faraco di Santa Severina, occupa illegalmente, percepisce i frutti e non permette al feudatario di entrare in possesso delle terre (64). Anche alcune terre del monastero di San Giovanni in Fiore sono state occupate, o concesse illecitamente, e il papa Clemente VI incarica l’arcivescovo di Cosenza di recuperarle al monastero (65).
Le ripetute bolle pontificie di Clemente VI, Urbano V e Gregorio XI che sollecitano l’arcivescovo di Cosenza a recuperare i beni dell’abbazia cadono nel vuoto; molte delle terre occupate ormai da molti anni, altre concesse illecitamente da abati compiacenti, non torneranno più all’abbazia (66). Il lungo periodo della decadenza iniziato sul finire del Duecento si prolunga nel secolo successivo con effetti devastanti per il riapparire della peste. Molti abitati vengono abbandonati dai vassalli in fuga dalle vessazioni feudali. Numerosi terreni non sono più coltivati, dando luogo al mutamento del paesaggio. Il decadere degli abitati e la riduzione delle superfici a semina, in quanto non ci sono uomini per aprirle, fanno primeggiare l’economia primitiva dell’incolto e del bosco. Per proteggersi dal decadimento e dalla riduzione delle loro rendite alcuni feudatari sono costretti a tentare il ripopolamento delle loro terre, allettando i nuovi vassalli con esenzioni. E’ dell’aprile 1389 la concessione di Carlo II Ruffo, conte di Montalto, agli abitanti del casale di Lutrò. Il conte nel tentativo di non veder spopolare la sua terra di Verzino esenta dal pagamento di casalinatico sia coloro che nei tempi passati vi erano andati ad abitare sia quelli che, abbandonando il casale, vi andranno; la concessione sarà confermata dalla figlia Covella nel 1427 (67), segno del permanere della condizione di spopolamento per tutto la metà del Trecento e per buona parte del Quattrocento.

Rocca di Neto
In queste vicende si colloca la scomparsa del casale di San Pietro de Camastro e la comparsa della terra di Rocca di Neto. Da alcuni documenti del Trecento si sa che molti abitati a sinistra del Neto caddero sotto la signoria dei Ruffo, conti di Montalto. Nel 1343 Carlo I Ruffo, conte di Montalto, vendeva il feudo di Poligrone, situato in territorio di San Pietro di Camastra a Pietro di Frisia. Il feudo di Polligrone, sarà in seguito confermato a Lucente Frisia, figlia di Pietro, prima nel 1375 da Antonio Ruffo, figlio di Carlo I, e poi nel 1395 da Carlo II Ruffo, figlio di Antonio (68). Verzino, Cerenzia, Rocca di Neto, Caccuri ecc. fanno parte dei feudi che da Carlo II Ruffo, conte di Montalto, pervengono dopo la sua morte avvenuta nel 1414, alla figlia Polissena. Nel 1417, la regina Giovanna II confermava i possessi di Polissena Ruffo e concedeva il “mero e misto imperio” su numerose terre tra le quali Cerenzia, Rocca di Neto, Caccuri, Verzino, ecc. (69). Polissena sposò in seconde nozze Francesco Sforza e alla sua morte (luglio 1420) i feudi passarono alla sorella Covella Ruffo, che sposò Giovanni Antonio Marzano, duca di Sessa e Grande Ammiraglio del Regno. Covella Ruffo, appena subentrata alla sorella, confermava nell’ottobre 1420 ad Antonello d’Eboli il feudo di Poligroni, situato presso Rocca di Neto. Rocca o Motta di Neto fu poi feudo del loro figlio Marino Marzano, principe di Rossano, che sposò Eleonora, figlia del re Alfonso d’Aragona (70). E’ del 1448 la concessione da parte del principe di Rossano a favore di Giovanni, vescovo di Cariati e Cerenzia, e dei suoi successori di un annuo canone sul corso di Malapezza, che è descritto sito e posto “in tenimento et pertinentiis terrae nostrae Roccae Neaethi” (71); segno che già da tempo la Terra di Rocca di Neto aveva un suo territorio distinto ed autonomo. Ribelle al re Ferdinando, Marino Marzano fu nel 1464 imprigionato e privato dei suoi feudi, tra i quali compare Rocca di Neto che a causa delle vicende belliche risulta aver subito il saccheggio e l’incendio (72).
In seguito nel 1479 Ferdinando I concesse Rocca di Neto con le altre terre che formavano la contea di Cariati a Geronimo Riario (73) ecc.

La grancia di Santa Maria della Terrata
Durante il Quattrocento il monastero florense mantenne i suoi possedimenti ed i suoi diritti, anche se contrastati, nella bassa valle del Neto. Esemplare il caso del tenimento di Fiuca, in territorio di Rocca o Motta di Neto. Il tenimento durante l’occupazione aragonese sarà oggetto di usurpazioni, tanto da richiedere l’intervento sia del re Alfonso d’Aragona che del figlio Ferdinando. Il primo nel 1457 intervenne a favore dell’abbazia con una lettera diretta al vicerè della provincia di Calabria, il secondo dapprima nel 1470 con una lettera contro gli usurpatori dei beni dell’abbazia e particolarmente contro Bonaccursio Caponsacco, che ostacolava i diritti dell’abate florense sul territorio di Fiuca e poi salvaguardandolo l’anno dopo con un apposito privilegio (74).
All’inizio del Cinquecento tra i numerosi terreni e proprietà in territorio di Rocca di Neto, posseduti dall’abbazia florense, già da diversi anni amministrata da un abbate commendatario, vi è anche la grancia di Santa Maria della Terrata. La sua esistenza è documentata da una bolla che concede l’indulgenza a favore di coloro che visitavano la chiesa di Santa Maria della Terrata, situata nella terra di Rocca di Neto, la quale era grancia del monastero di San Giovanni in Fiore. Tale beneficio era stato concesso nel 1543 a viva voce dal papa Paolo III a Ennio Filonardi, cardinale di S. Angelo in Foro piscium (75).
Così sarà descritto, alla metà del Seicento, il luogo dove sorgeva Santa Maria della Terrata in territorio di Rocca di Neto, diocesi di Santa Severina (76): “stà situato.. in loco aperto sopra un monticello distante dall’habitato per spatio d’un meglio”. I frati, che in quel tempo vi dimoravano, non avevano notizia né di quando la grancia fosse stata fondata, né da chi e tanto meno con quali condizioni e obblighi. Pensavano che, poiché l’abbazia di San Giovanni in Fiore possedeva sul luogo molti beni stabili e censi, i “Padri antichi” decisero di fondare la Grancia per la devozione dei fedeli e dei benefattori. Gli edifici della grancia erano costituiti dalla chiesa e da una piccola abitazione. La chiesa era sotto il titolo di Santa Maria della Terrata ed era “ben composta e finita di fabriche di soffitto et tetti con una devotissima Imagine e statua della Madre di Idio col suo altare Maggiore et vi è anco un altro altare con l’immagine di S. Domenico di Soriano”. Il piccolo abitato era murato tutto attorno come un monastero e vi era il dormitorio con tre camere abitate dai religiosi, con uno spazio dove era possibile costruire molte altre camere, e al piano del cortile avevano sede il refettorio, la cantina, la cucina, le stalle ed un magazzino, usato per conservare le vettovaglie.
La chiesa di Santa Maria de Terrata è richiamata anche in alcuni atti della seconda metà del Cinquecento, quando essa era custodita da eremiti (77). Da una relazione sappiamo che la grancia, che da tempo era amministrata, assieme agli altri beni dell’abbazia, dagli abati commendatari di San Giovanni in Fiore, fu nel 1570 oggetto di una convenzione tra il commendatario Bernardino Rota ed i superiori dell’ordine cistercense. Il Rota con tale atto obbediva alle constituzioni emanate dai papi per ripristinare i monasteri cistercensi con l’assegnazione della terza parte delle rendite ai monaci perché potessero ripristinare gli edifici ed il culto
Morto in quell’anno il Rota, la commenda fu conferita al cardinale Giulio Antonio Santoro il quale eseguì l’accordo che prevedeva l’assegnamento di beni per 220 ducati, concedendo perciò alcuni beni e le due grancie, con chiese e case, di Vordò nella terra di Caccuri e di Santa Maria della Terrata nel territorio della Rocca di Neto, dove l’abbate possedeva molte altre terre. L’assegnazione delle due grancie fu fatta con la condizione che i monaci facessero celebrare la messa nelle chiese. La grancia di Santa Maria delle Terrate era costituita dalla chiesa, da una casa e da un piccolo pezzo di terreno dell’estensione di una tomolata e mezza, per potersi fare la vigna. La chiesa allora era servita da un eremita. In seguito vedendo che la manutenzione della chiesa era costosa, specie per le spese di mantenimento di un cappellano per la celebrazione della messa, come da obbligo, i monaci di San Giovanni in Fiore concessero che il loro capitolo vi provvedesse con qualche religioso, che vi dimorasse stabilmente. Per la presenza continua di religiosi e con l’aiuto di benefattori e di devoti la grancia divenne ben presto autonoma e aumentò in beni ed elemosine, tanto da assumere la forma di un vero e proprio monastero autonomo. Alla metà del Seicento la grancia era abitata da due sacerdoti (il priore Ottavio Riccio di Altomonte ed Antonio Cimino di Scigliano) e da un serviente. Essa poteva contare sull’entrate provenienti da alcuni fondi rustici (vigne, terreni a semina ed un orto) situati in località Terrate, Le Vallitelle e la Volta di Gallina. Locava cinque case in Rocca di Neto ed incrementava le sue entrate con l’elemosina del sale, con le offerte per la celebrazione di messe e col grano della questua. Altro denaro proveniva alla piccola comunità dall’affitto di buoi e dall’allevamento del bestiame (vacche, suini e capre) (78). Cento anni dopo, al tempo della confezione del catasto onciario di Rocca di Neto (1742), la grancia di S. Maria della Terrata, membro del monastero di S. Giovanni in Fiore, conservava alcuni terreni in località “La Terrata”, “La Vallatella” e “Il Vignale del Piro” ed esigeva alcuni censi. Il monastero di San Giovanni in Fiore, di cui era abate commendatario il cardinale Martino Innico Caracciolo, possedeva territori in località Sciroppio e S. Maria e poteva contare su molte prestazioni che gravavano numerosi piccoli appezzamenti, concessi anticamente a gente del luogo. Anche l’abbazia di Santa Maria del Patire esigeva ancora prestazioni della metà, a volte del terzo, del frutto per due anni nel corso di cinque su alcuni terreni di Rocca di Neto (79).

Note

1. Ughelli F., Italia Sacra,cit., IX, 195-196.
2. L’Inventario del monastero florense, in Siberene pp. 219,226.
3. De Leo P., “Reliquie” florensi cit., pp.406 sgg.
4. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 373-374.
5. L’inventario cit., p. 273. L’abbazia di S. Giovanni in Fiore esigerà ancora nel Settecento dalla chiesa arcipretale di Rocca di Neto la prestazione ogni due anni della metà del frutto su “Rumbolo”, Spizzirri M., Rocca di Neto nel Catasto del 1742, Rossano 1995, p.219.
6. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 517-520. La chiesa di Sant’Elena fa parte dei beni e dei privilegi confermati nell’aprile 1198 dal papa Innocenzo III all’archimandrita Nicodemo dell’abbazia del Patire. Ughelli F., cit., IX, 296; L’abbazia manterrà ancora nel Settecento vasti beni a Rocca di Neto ed a ricordo della grancia rimarrà il toponimo “La valle di S. Lena”, Spizzirri M. cit., pp.224-225, 236.
7. L’inventario cit., p. 273.
8. Russo F., Regesto, I, (2388); Siberene p. 287.
9. Russo F., Regesto, I, (5484).
10. Reg. Ang., VIII, 80.
11. Reg. Ang. VIII, 82.
12. Reg. Ang. IX, 53.
13. Reg. Ang. IX, 274.
14. Maone P., San Mauro Marchesato cit., p.83.
15. Reg. Ang. XI, 127.
16. Il 7 marzo 1275 il re Carlo d’Angiò ordinava al Giustiziere di Val di Crati e di Terra Giordana di restituire a Fulcone Ruffo il feudo di Malapezza, che era situato in “tenimento” di S. Severina. Il feudo era stato abusivamente occupato dal feudatario di Cerenzia, il milite Guglielmo de Cortiniaco, Reg. Ang. XII, 136-137.
17. Le terre che prima erano nel Giustizierato di Valle di Crati e che furono aggregate a quello di Calabria furono: “Catensarium, Taberna, Scilla, Symerus, Barbarum, Genico castrum, Mausurica cum casalibus ipsarum terrarum, Policastrum, Tracina, Castella, Rocca Bernarda, Sancta Severina cum casalibus suis, Sanctus Iohannes de Monacho, Cotronum cum casalibus suis”, Reg. Ang. XXXVI, 81.
18. Reg. Ang. VI, 116.
19. Reg. Ang. IV, 115.
20. Reg. Ang. VI, 116, 156; VIII, 187. Strongoli fu poi data in feudo a Henrico Girardo, Reg. Ang. XXVII, 339, 433.
21. Reg. Ang. III, 199, 201; reg. Ang. IV, 104. La città passò poi in feudo a Palmerio de Corsiliers, Reg. Ang. IX, 274, e quindi a Icvterio de Mignac o Mignat, Reg. Ang. XXVII, 167, 280, 406.
22. Reg. Ang. XXVII, 194, 234, 326, 407.
23. Reg. Ang. IV, 115.
24. Reg. Ang. VIII, 16; IX, 271. Ritornarono poi nuovamente in possesso dell’abbazia dei Tre Fanciulli, Reg. Ang. VII, 161; VIII, 16; IX, 271.
25. Campanile F., Dell’armi cit., pp. 104-105.
26. Maone P., Caccuri cit., p. 14.
27. Reg. Ang. IX, 274.
28. Reg. Ang. VI, 116.
29. Reg. Ang. IX, 271.
30. Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL, n. ½, 1962, pp. 13-14.
31. Reg. Ang. XXVI, 41.
32. Nel 1278 ebbe in concessione dei terreni nei pressi di Strongoli, De Lorenzis M., Catanzaro, Vol. III, Cattanzaro 1968, p. 559.
33. Nel 1275 Carlo I dava disposizioni affinchè il feudo Malapezza occupato illegalmente da Guglielmo de Cortiniaco fosse restituito a Fulcone Ruffo, Maone P., Notizie storiche cit., pp 13-14.
34. Il vescovo di Umbriatico possedeva i casali di Marathia, S. Nicola e Santa Marina, Ughelli F., IX, 527.
35. Reg. Ang. VIII, 283.
36. Ancora nel Settecento il vescovo percepiva le decime sul pascolo di animali nei quattro corsi di Virga Aurea, S. Mauro, Serpito e Zuccaleo, Rel. Lim. Strongulen., 1753.
37. Giovanni Monfort, essendo stata occupata la Sicilia dal re Pietro d’Aragona e avendo quindi perduto i feudi che vi aveva, ebbe da Carlo d’Angiò “S. Mauro, Ipsigro, hoggi detta lo Zirò, Fiscaldo e Montepavone… e poscia il castello di Belvedere”, Campanile F., cit., p. 41.
38. Minieri Riccio C., Memorie della guerra di Sicilia, Negli anni 1282, 1283, 1284, in ASPN, Vol. I, 1876, p.97.
39. Fiore G., cit., I, 231.
40. Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana (1250 –1293), cap. LXXXII, pp. 56-58.
41. Russo F., Regesto, I, pp. 202-203.
42. Ughelli F., cit., IX, 527; Russo F., La diocesi, la cattedrale ed i vescovi di Umbriatico, in Calabria Nobilissima, n. 43, 1962; Russo F., Regesto, I, 246.
43. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, in ASPN, 1961, pp. 207 sgg.
44. Vaccaro A., Fidelis Petilia, Palermo 1933, p. 90; Fiore G., cit., III, 186.
45. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p.14; Siberene p. 312.
46. Maone P., Notizie storiche su Cotronei, in Historica, n. 4, 1971,pp. 218-219.
47. Un prezioso documento del secolo XV, in Siberene p. 160.
48. Reg. Ang. XXXVIII, p.27.
49. Nicolai Specialis, Historia Sicula, Lib. III, cap. X, in Muratori t. X, pp. 975-976., L’inventario del monastero florense, in Siberene p. 212.
50. Si fa riferimento molto probabilmente alla fonte che si trovava fuori della porta della piazza dalla parte di ponente poco distante da dove sorgeva il convento dell’Osservanza e delle cui acque di buona qualità si servivano i cittadini, Un apprezzo della città di S. Severina, in Siberene, p. 99 sgg.
51. Fiore G., cit., I, 219.
52. Matteo Aquini fu prima del 1297 marchese di Casabona; Casabona passò poi ai Gentile San Giorgio la cui figlia Tomasa la portò in dote ad Amerigo de Sus. Pietro de Sus, figlio di Amerigo, ne ebbe l’investitura da Roberto d’Angiò nel 1309, Fiore G., cit., III, p. 219.
53. Campanile F., cit., p. 296.
54. Nel 1297 la città di Strongoli era stata dichiarata demanio regio ma ai primi del Trecento ritornò ad Isabella Possiaco che la tenne fino al 1306, Vaccaro A., cit., pp. 90-91.
55. Maone P., Caccuri cit., p. 14.
56. All’inizio del sec. XIV (1304) ricorre al re Giovanni de Monterlernis che era stato privato di alcuni vigneti e terre site in Cirò, Strongoli e Umbriatico dal conte Ruffo di Catanzaro, in Pontieri E., Un capitano della guerra del Vespro: Pietro Ruffo (II) di Calabria, ASCL, 1931, p. 526.
57. Russo F., La guerra cit., p. 215.
58. Dito O., Cit., p. 133.
59. Ughelli F., cit., IX, 527; Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
60. Russo F., Regesto, I, 246.
61. Russo F., La guerra cit.pp. 216-217. Sempre in questi anni l’arcivescovo di S. Severina veniva incaricato di indagare e di punire il vescovo di Cerenzia che si era macchiato di molti delitti, Dito O, cit., p. 139.
62. Maone P., Precisazione sulla storia feudale di Umbriatico e Briatico, in Historica n. 1, 1968, pp. 30-31.
63. Russo F., La guerra cit., p. 217; Nel 1321 “Carlo figlio di Roberto ordina al Giustiziere di Val di Crati di accertare i fatti, di punire i colpevoli e di restituire Ruggero alla sua sede”, Russo F., Regesto, I, 259.
64. Maone P:, Caccuri cit., pp. 14-15.
65. Russo F. La guerra cit., p. 219.
66. Russo F., La guerra cit., p. 219; Russo F., Regesto, II, 56;Barletta P., Leggi e documenti antichi e nuovi relativi alla Sila di Calabria, Torino 1864, pp. 58-59.
67. Giuranna G., Storia di Umbriatico, in Studi Meridionali, fasc. I, 1971, pp. 22-26.
68. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., p. 385.
69. Maone P., La contea di Cariati, in ASCL. 1963, fasc. III-IV, p. 318.
70. Nel 1453 Francesco Siscar, vicerè di Alfonso d’Aragona nel ducato di Calabria, si rivolge al principe di Rossano, al di lui vice principe ed ai vicari di Cerenzia e di Motta di Neto per la restituzione di alcuni animali indebitamente sequestrati a Giacomo Russo de Casulis, “fidaturis seu accattaturi del tenimento di Iuca, Font. Arag. II, 52, 81.
71. Documenti di archivi, in Siberene p. 376 sgg.
72. Gallo Cristiani A., Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Roma 1929, p. 39
73. Maone P., Caccuri cit., p. 23.
74. L’inventario cit., pp.242, 249.
75. Siberene, p.205.
76. Una “grangia de Terratis” situata nella valle del Tacina in territorio di Roccabernarda appartenne all’abbazia di S. Angelo de Frigilo, Pratesi A., Carte cit., pp. 244 sgg.
77. Adi 4 de aprile 1597 morse fra gioanni lo romito di santa maria de terrata; Adi 11 di 8bre 1598 è morto vincento loremita di santa maria della terrata, “Libro delli Morti” di Rocca di Neto, ff. 202v, 203v.
78. S. C. Stat. Regul. Relationes 16. Riformati San Bernardo (Cistercensi) ff. 53-56, 59v. A. S.V.
79. Spizzirri M., Rocca di Neto nel catasto del 1742, Rossano 1995.

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Relat.ne del luogo di S.ta M.a della Terrata della Rocca di Neto dioc. Di S.ta Severina Grancia del Monast. Di S. Gio. in Fiore dell’ordine cisterciense della Cong.ne di Calabria in conformità della Constitu.ne della S.ta di Nostra Sig.re P. P. Innoc. o X.

Il luogo di S.ta M.a della Terrata è grancia del monast. di S. Gio. in Fiore dell’Ord.ne Cister.se e stà situato nel territorio della Rocca di Neto Dioc. di S.ta Severina in loco aperto sop.a un monticello distante dall’habitato per spatio d’un meglio. Della sua fund.ne et erett.ne non si have memor.a, e molto meno del consenso, et authorità della persona che n’havesse la facoltà e ne meno dell’assignam.ti oblighi e patti, ma si congettura ch’havendo la p.tta Abbadia di S. Gio. in Fiore la q.le di p.nte sta conferita e commendata all’Em.mo Sig.r Cardinale Rocci molti beni stabili e censi nel territ.o della p.tta terra della Rocca da q.lli Padri antichi vi si fondasse q.a Grancia per devot.ne de fedeli et benefatt.ri. Have la chiesa il titolo et invoca.ne di S. M. della Terrata et è ben composta e finita di fabriche di soffitto et tetti con una devotiss.ma Imagine e statua della Madre di Idio col suo altare Mag.re et vi e anco un altro altare con l’Imag. ne di S. Dom.co di Soriasno. L’habitat.ne di d. luogo è murata di intorno come monast.o et vi è il suo Dormit.rio con tre camere finite dove al p.nte habitano li Religiosi, et vi è luogo proportionato di fare molte altre camere.habitabili, al piano del cortile vi sono il Refett.o cantina, cocina e stalle et vi è anco un magazeno da riponere le vettovaglie, et altre robe di casa. Vi habitano di p.nte di famiglia il P. D. Ottavio Riccio Priore sacerdote della T.ra d’Altomonte Dioc. di Cassano, il P. D. Ant.o Cimino sacerdote della città di Scigliano Dioc. di Martorano. Vi è anco un serviente per servitio della chiesa e casa. Possiede una vignola con terre vacue attaccata al d. luogo li q.li t.re sono infruttifere. Possiede un’altra vigna et sei tumulate ad uso del Regno di terre vacue loco d.o Le Vallitelle confine alla via publica. Le q.li terre vacue si soglono sementare per essi religiosi nel tempo quando si sementano e coltivano l’altre t.re convicine et quando vacano si pascolano dall’a.li di d.o Luogo. Possiede ancora un’altra vigna loco d.o La Volta di Gallina pervenuta al d.o Luogo da tre anni in q.a parte per la oblatione di fra Vincenzo Marinaro oblato.
L’un anno per l’altro se riceve per vendita di vino che sopra avanza al vitto della famiglia e che proviene dalle d.e vigne docati di Regno diece dico D. 10 – 0 –0.
Possiede un altro comprensorio di T.re chiamate le Vallitelle e compensato l’un anno per l’altro si ne riceve docati quindici dico D. 15- 0 –0.
Possiede un orticello di sotto il med.o luogo che solam.te serve per uso della famiglia per fornagliarne per l’inverno.
Possiede quattro case dentro della d.a t.ra della Rocca pervenute al d.o luogo da tre anni in q.a parte per la oblat.ne et dona.ne del sud.o fra Vincenzo Marinaro oblato le q.li case sono state pigionate per tutti questi anni tre e detratto la spesa dell’acconcime se ne ricevono per affitto l’un anno per l’altro docati tridici dico D. 13 –0 –0.
Item have un’altra casa nella d.a t.ra donatali da una benefattrice chiamata Catarinella nella q.le habita essa benefattrice durante sua vita non se ne riceve lucro alcuno di p.nte.
Item have la solita elemosina di sale concessa a Religiosi dalla M. Catholica, dalla quale detratto la spesa per la tagliatura, cacciatura condutta di esso, et la quantità che si conserva per la famiglia il restante suole vendersi l’un anno per l’altro D. 3-0-0.
Item have soluto havere dal sindaco et Regim.to della d.a T.ra della Rocca per una messa la settimana il sabato all’altare mag.re della Madre Dantiss.ma per molti anni per loro devot.ne et al loro arbitrio et per ogni anno sono D. 5-0-0.
Item ha soluto ricevere per servim.to d’una messa la settim.na nella chiesa Parochiale nell’altare della SS.ma Trinità ch’è beneficio particolare D. 4-1-10.
Item ha soluto ricevere per messe da particolari benefattori in dies l’un anno per l’altro per elemosine manuali di denari D. 4-0-0.
Item ha soluto ricevere per elemosina di Grano l’un anno per l’altro tumula diece che ha ragione di carlini otto il tum. Rauguagliandosi il prezzo del d.o grano per il più e meno sono D. 8-0-0.
Item suole ricevere per affitto di un paro di bovi a rag.ne di tum. Sidici di grano che scomputati in denari sono un anno per l’altro D. 12-0-0.
Item have un altro paro di bovi con li q.li si fa l’arte del campo seu massaria e delle vittovagli che si ricevono dalla p.tta massaria si alimenta il garzone si scomputa la spesa, che corre in d.a massaria et anco s’alimenta per il vitto necess.o di grano et legumi la fameglia residente in d. luogo e gli hospiti passagieri cosi relig.si come secolari.
Item have diece porche femine et un verre et con li frutti di esse l’un anno per l’altro si riceve il commodo della famiglia per il salato sagime et prisotti computandosi in essi animali la spesa per loro sostenta.ne.
Item have capre giovenette ricevute per elemos.a da diversi, numero venti le q.li per essere giovenette per ancora non si n’è recivuto frutto alcuno.
Item have due vacche figliate et una genca il frutto delle q.li va per hora per la spesa dell’herbagi seu pascolo et sollevandosi genchi servono per la massaria et per sostituirsi alli bovi che muoiono et mentre di p.nte sono così pochi non si riceve altro utile.
All’incontro il d.o luogo ha peso di una messa perpetua una volta per ogni settimana da Gio. Vito Pignanello fondata sop.a il territorio delle Vallitelle notato come di sop.a.
Item ha peso di sodisfare una messa la settimana che suole concedere per elemosina et devotione il sindaco et Regim.to della Rocca annotata ut supra.
Item ha peso di sodisfare per questo p.nte anno tantum una messa la settimana per Gio. Vito Pignanello nell’altare di S. Dom.co di Soriano.
Item ha peso di sodisfare le messe manuali che occorrono per elem.a come si è notato di sop.a per ogni messa comunem.te si suole dare un carlino di moneta di Regno.
Item paga ogn’anno di censo perpetuo alla chiesa arcivescovale si S. Severina sopra le case pervenute da fra Vincenzo Marinaro oblato per come di sopra carlini diece di regno D. 1-0-0.
Item paga sop.a la vigna del loco detto La Volta di Gallina sop.a la vigna del med.o fra Vincenzo oblato grana quindici annui D. 0-0-15.
Item paga sopra la vigna et terre delle Vallitelle all’abb.a di S. Gio. in Fiore di censo perpetuo annui D. 0-1-2.
Item per candele e bisogno di chiesa l’un anno per l’altro D. 1-2-10.
Item per reparat.ne delli tetti et altri bisogni manuali del d.o luogo l’un anno per l’altro docati tre dico D. 3-0-0.
Item per spese estra ordi.rie di mobili et biancherie di case vasi robbe di tavola, cocina et per acconcioni di botti et per altri necessità della cantina l’un anno per l’altro D. 6-0-0.
Item per vestiario al supe.re annui D. 15-0-0.
Item per vestiario al P. sacerdote D. 12-0-0.
Item per salario del serviente D. 6-0-0.
Item al barbiero D. 1-1-0.
Item alla lavandara D. 1-1-0.
Item per coltivare et acconciare custodire et vendemiare le vigne un anno per l’altro docati otto dico D. 8-0-0.
Item perche ogni quattr’anni si celebra il loro capitolo provinciale e viene tassato il d. luogo per cibarii et viatico del P. Presid.te che viene deputato dal P. Generale per sopra intendere al d.o loro Cap.lo paga docati quattro dico D. 1-0-0.
Computati l’un anno per l’altro.
Item ha di spesa ord.ria di vitto comprendendosi in essa passagi et allogo così di relig.si come di secolari, non comphrendendosi pero in essa med.a spesa il grano e vino le q.li cose si ricevono dalle loro vigne e massarie l’un anno per l’altro docati dicedotto li q.li dividendosi a tre bocche che sono ord.rie in d. luogo viene per ciasceduno docati sei l’anno in tutto D. 18-0-0.
Noi Inf.tti col mezo del n.ro giuramento facciamo fede di haver fatto diligente inquisitione del stato del soprad.o luogo et grancia et che tutte le cose di introito et uscite sono vere et che non si è tralasciato d’esprimere l’istessa entrada et uscita del d.o luogo che sia pervenuta alla n.ra notitia et in fede habiamo sottoscritto la p.nte di n.re pp-e mani e sigillato con il sigillo questo di 11 di marzo 1650.
Io Don Ottavio Riccio Priore
Io D. Ludovico Nicastro sacerdote Cisterciense
Io Don Felice Benincasa sacerdote cist.se affirmo quanto di sopra.
(S. C. Stat. Regul. Relationes 16. Riformati San Bernardo (Cistercensi) ff. 53-56. A. S.V.)

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