Le vicende del castello e del casale di Crepacore presso Crotone

Crotone, il casino un tempo esistente in località Crepacuore.

Carlo I d’Angiò confisca Crepacore

Posto sull’antica via che da Crotone porta al Neto ed in Sila, durante l’ultimo periodo svevo il casale appartiene in feudo a Raynaldo de Ypsigro che fu vicario generale di Corradino in Calabria, e protagonista assieme al giudice Leone Manduca di Crotone, a Federico Lancia, conte di Squillace e ad altri, dell’opposizione sveva contro gli Angioini, capeggiando la rivolta che vide dalla sua parte quasi tutte le città della Calabria. Dopo la morte di Corradino (1268), mentre alcuni tradivano la causa sveva e, passando dalla parte angioina, partecipavano alla riconquista,[i] Raynaldo assieme a numerosi altri baroni ribelli, si rifugiò a Gallipoli nel tentativo di imbarcarsi per le coste dalmate, ma qui fu assediato per terra e per mare dal giustiziere Gualtiero de Sumeroso. Nella primavera del 1269 si arrese a patti, ma fu ugualmente mandato al patibolo assieme a molti altri baroni. La moglie Aleburga e la sorella Sibilia furono date ai sindaci della città di Nardò, mentre i beni dei ribelli furono confiscati.[ii]

Carlo I d’Angiò, dopo aver domato la ribellione in Calabria, in quello stesso anno 1269 donò il casale confiscato al suo fedele milite provenzale Theodorico de Canz o di Gant, assieme al vicino tenimento o terra di Foca.[iii] Crepacore, che è una delle terre del Giustizierato di Valle di Crati e Terra Giordana, è tassata poco dopo, nel 1276, per once 24, tari 9 e grana 12,[iv] cioè per una popolazione che possiamo stimare di 1216 abitanti.[v] Le entrate del casale furono poi concesse dalla Regia Curia a Tancredi de Scarlino[vi] e quindi Crepacore pervenne ai Santa Croce.[vii]

Pietro Ioanne de Sancta Cruce, cavaliere e consigliere di Roberto d’Angiò ebbe da costui in concessione i casali di Crepacore e di Favara o Fabata, situati presso Crotone. Carlo II, succeduto al padre, ampliò le potestà feudali del Santa Croce sui due casali, dandogli la possibilità di poterli lasciare in eredità ai suoi figli di entrambi i sessi.[viii] Ma nonostante questo privilegio, morto senza figli il Santa Croce, il feudo ricadde in potere della regia corte e venne concesso nel 1311 a Margarita de Cariato.[ix] Sempre in questi anni il feudo risulta popolato, in quanto il presbitero Bartholomeus paga la seconda decima alla Santa Sede, versando un tari e mezzo.[x]

La località “Mas.a Crepacore”, particolare della tavola 29 (1789) della Carta di G. A. Rizzi Zannone).

La località “Crepacuore” in un particolare del foglio N.° 571 Crotone della carta 1:50.000 (IGM).

Il castello di Crepacore al tempo dei Ruffo

Il casale ricompare tra le terre possedute da Nicola Ruffo, marchese di Crotone[xi] e poi tra quelle che la figlia ed erede Errichetta Ruffo porta in dote ad Antonio Centelles,[xii] che si ribellò al re Alfonso d’Aragona. A quel tempo il casale, per la sua posizione strategica, era stato fortificato e sulla sommità della collina si elevava un importante e munito castello. Posto lungo la via costiera dalla quale poteva provenire un esercito nemico, esso rappresentava l’ultimo baluardo della città di Crotone, una volta che il nemico avesse guadato il Neto. In un dispaccio del 15 dicembre 1444 diretto alla città di Molfetta, Alfonso d’Aragona mentre era all’assedio del castello di Crotone, tra le conquiste fatte annoverava Cirò, Melissa, Rocca Bernarda, Policastro, Mesoraca, ecc, e tra quelle più recenti, e che quindi avevano opposto maggiore resistenza, la città di Santa Severina, Belcastro, il castello di Crepacore e la città di Crotone.[xiii]

Sconfitto il Centelles, Alfonso d’Aragona confiscò i feudi del ribelle, tra i quali il casale, e la regia Corte amministrò “Crepa Cordium”, incamerandone le entrate.[xiv]

In precedenza, l’otto dicembre 1444, il sovrano, per favorire la resa, aveva concesso alla città di Crotone ed ai suoi casali di Crepacore e Torre di Isola, quali membra della città stessa, il privilegio della demanialità “in perpetuum”, e aveva preso l’impegno di non concederli mai né “in baronia ne in capitania et castellania”.[xv] In quell’occasione, poiché il marchese di Crotone aveva disboscato e messo a coltura parte del suo feudo, facendo “uno jardino adtorno Crepacore guastando vie publiche antique et piglyando possessioni di citadini multo damniphicandoli”, l’università aveva ottenuto di poter riportare il territorio nello stato originario.[xvi]

Lasciando la Calabria nell’aprile 1445, Alfonso emanò alcune disposizioni per la custodia dei castelli conquistati. Tra questi, oltre a quelli di Crotone, Roccabernarda e altri, è ricordato anche quello di Crepacore, segno della sua importanza.[xvii]

Ma in seguito il castello non compare più, anzi tra il 1467 ed il 1469, Enrico d’Aragona, figlio naturale di re Ferdinando e suo luogotenente generale in Provincia di Calabria,[xviii] otteneva la licenza di potervi edificare una torre con “l’officiali et altro”.[xix] Segno che il castello era stato dismesso e che il casale era passato in amministrazione o in feudo. In tale periodo Enrico d’Aragona, risulta anche signore di Isola, segno che era subentrato in parte dei possessi che erano stati dei marchesi di Crotone.[xx] Nel 1488 il casale esiste ancora,[xxi] ma poco dopo la terra è data per spopolata.

Arme della famiglia Santacroce: “Fa per arme questa Famiglia tre bande vermiglie in campo d’argento, alle quali s’attraversa una fascia azura, et tal’hora verde.” Campanile F., L’Armi Overo Insegne De’ Nobili, Napoli 1610, p. 270.

Il feudo spopolato dai Caraffa agli Oliverio

“In anno 1496 a 14 ottobre il serenissimo re Federico asserendo che per la ribellione del qm. Antonio Centelles, marchese di Cotrone, commessa contro re Ferdinando suo padre s’erano devolute la città di Santa Severina con li suoi casali con le terre delle Castelle, Policastro, Roccabernarda, Ipsigro habitati et il feudo di Crepacore inhabitato in provincia di Calabria Ultra nec non annui Ducati 300 in perpetuum sopra li pagamenti fiscali di detta città e terre vendì quelle all’illustrissimo Andrea Carrafa per se e suoi heredi et successori utriusque sessus et in defectu ipsorum pro suis fratribus eorumque descendentibus sessu, aetatis et primae geniturae inter eos servate cum omnibus castris seu fortilitiis et cum juribus Portulaniae, mercaturae, ponderum et mensurarum bayulationibus …” per ducati 9000.

Nel cedulario della Provincia di Calabria Ultra del 1500, Andrea Caraffa risulta in possesso del feudo di Crepacore inabitato. Cause dello spopolamento possono essere state sia la peste del 1484, sia i fatti bellici accaduti durante la “Congiura dei baroni” e la guerra tra Francesi e Aragonesi sul finire del secolo.[xxii]

Il feudo passò da Andrea a Galeotto Caraffa che nel 1551, lo vendette a Ferrante Caraffa, duca di Nocera. “In detto anno 1551 a tre giugno fu prestito il Regio Assenso alla retrovendita facienda per Pietro Jacono Brancaleone in beneficio dell’Ill.mo D. Ferrante Carrafa duca di Nocera come cessionario dell’Ill.mo Galeotto Carrafa conte di Santa Severina della terra seu casale di Cutri ed il casale di San Giovanni Minago in provincia di Calabria Ultra con loro palazzi ecc … Banco di giustizia et cognitione delle prime e seconde cause civili, criminali et miste mero e misto ecc … una con li feudi nominati di Fota sito in territorio di Santa Severina, di Crepacore in territorio di Cotrone et delli Barrili in territorio di S. Giovanne con nove molini nominati della Canosa nel fiume Tacina in territorio di Rocca Bernarda verum con annui ducati 2000 tantum delli frutti et intrate ordinarie d’essi casali, feudi et molina”.

Morto nel maggio 1558 Ferrante Carrafa gli succede il figlio Alfonso, a cui seguì il figlio Ferrante. Morto Ferrante nel settembre 1593, il feudo passò al figlio Maria Francesco che nel 1620, vende Crepacore ed altri feudi a Giovanna Ruffo marchesa di Licodia.

“In detto anno 1620 a 9 marzo dall’Ill. duca d’Ossuni all’hora vicerè del regno fo prestito il Regio Assenso per verbum fiat in forma et convalidato poi espedito in forma regie Cancellerie per l’Ill.mo Cardinal Zapata a 24.1.1622 sopra la vendita libera fatta per l’Ill. D. Francesco Maria Carrafa duca di Nocera mediante il d. Giulio Cesare Casole suo procuratore a detto Sebastiano Vitale delle terre di Cutri, Le Castella, Roccabernarda et della terra seu casale di San Giovanni Minagò in Provincia di Calabria Ultra con loro ville seu casali habitati et inhabitati … li vendì similmente il Jus dell’ancoraggio di Cotrone e le ragione teneva di ricomprare dalli heredi del qm Gio. Domenico di Franco per ducati 600 il feudo chiamato gabella di Foti posto nella città di Santa Severina l’anni passati da esso Ill. Duca venduto con il patto di retrovendendo quandocumque e tutto il sudetto per il prezzo di ducati 238791 parte pagati et parte promessi pagare da detta Ill. Giovanna Ruffo marchesa di Licodia essendo stato anco compreso in essa vendita il feudo di Crepacore”, che faceva parte del così detto “Stato di Cutro”.

Il figlio della marchesa di Licodia, Francesco Maria principe di Scilla, lo rivende nel 1659 a Francesco Filomarino, principe della Rocca dell’Aspro.[xxiii] Morto Francesco Filomarino nel novembre 1678, su istanza dei creditori lo stato di Cutro fu messo all’asta e venduto con regio assenso del 6 giugno 1686 ad Ippolita Maria Muscettola.

Tra i vari feudi vi era anche il “suffeudo inhabitato di Crepacore con tutti i suoi membri detti Scutillo (o Carpentiero) e Butturo con casa diruta”. Subito dopo però ritornava ai Filomarino finché nel 1729 Giovan Battista Filomarino lo vende a Giuseppe Antonio Oliverio, che assumerà il titolo di barone di Paparone e di Crepacore. Risale al periodo in cui il feudo appartiene a Giuseppe Antonio Oliverio, un atto in cui il canonico Giuseppe Rizzuto, rettore e possessore del canonicato dei SS. Vincenzo e Anastasio, afferma di possedere un vignale nel feudo di Crepacuore, con chiesa diruta, confinante con le terre Ponticelli e Foresta. Il canonico cede il vignale al feudatario per un annuo canone di ducati 8 con la condizione che la chiesa diventi di patronato del barone.[xxiv] Il feudo di Crepacore rimarrà agli Oliverio con l’erede Cesare, che succede dopo la morte del padre Giuseppe Antonio, avvenuta il 29 agosto 1765.

Castello di Santa Severina (KR), arme dei Carrafa.

Dalla storia alla leggenda

A ricordo del vecchio abitato lo Sculco annotava che “nel destro di Crepacore e nei pressi della casinetta testè costruita furono trovate delle tombe a mattoni e poche anfore”, e il Nola Molise verso la metà del Seicento, così descrive il luogo: “Sopra un bellissimo poggetto due miglia lontano dal mare è un luogo, ch’era habitato, anticamente detto Allegra cuore, dopo si dice Crepacore, perché vi morì la Marchesa di Crotone, dopo che il re di Aragona carcerò il Marchese suo marito D. Antonio Centeglia, e li confiscò tutte le sue terre”;[xxv] mentre lo Imhoff aggiungeva che Errichetta vi sarebbe morta per mal di cuore perché, avendo il marito ucciso durante una partita di caccia Teseo Morano, era stato costretto dal figlio di costui Giannotto, il quale lo perseguitava con i suoi Albanesi a cavallo, a ripudiare la moglie per sposare la sorella Costanza Morano.[xxvi] Ultimamente scavi casuali hanno portato alla luce tombe ai piedi della collina vicino alla vecchia strada.

Note

[i] Su ricorso di Leone Manduca, prima seguace di Corradino, condannato e rinchiuso nel carcere di Crotone dal vicario Raynaldo de Ipsigro, poi dagli Angioini rinchiuso nelle carceri di Stilo, come traditore, poiché afferma di essere stato costretto dalla forza a seguire Raynaldo e che fuggito riuscì a far ritornare all’ubbidienza del principe Carlo la città di Crotone, si ordina di prendere informazioni sul fatto. Reg. Ang. XXVII (1283-1285), p .7.

[ii] Reg. Ang. III, 210; VII, 260, 263, 264.

[iii] “Theodorico de Canz militi donat Rex casale Crepacore et tenimentum Foce de Iustitiaratu Vallis Gratis et Terre Jordane que fuerunt Raynaldi de Ypsigro proditoris.” Reg. Ang. IV, 115.

[iv] Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, pp. 215-216.

[v] Pardi G., I registri angioini e la popolazione calabrese del 1276, in Archivio storico per le provincie napoletane, Ser. NS, vol 7 (1921), p. 27 sgg.

[vi] Reg. Ang. XXXIX (1291-1292), pp. 47-48.

[vii] Campanile F., L’Armi Overo Insegne De’ Nobili, Napoli 1610, pp. 268-269.

[viii] Reg. Ang. XXXIX, pp. 47-49.

[ix] Secondo il Fiore il feudo fu concesso dapprima a Filippo di Santa Croce e quindi al figlio Pier Giovanni, per la cui morte senza figli venne dato a Margarita di Cariato nel 1311. Fiore G., Della Calabria Illustrata, I, p. 163.

[x] Vendola D., Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1939, p. 212.

[xi] ASV, Reg. Vat. 355, f. 287.

[xii] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 277.

[xiii] De Leo P., Tra tardo antico ed età moderna, in Cirò Cirò Marina, Rubbettino Ed. 1997, p. 96.

[xiv] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 279.

[xv] Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e all’università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV, Napoli 1923, p. 10.

[xvi] Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e all’università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV, Napoli 1923, p. 12.

[xvii] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 205.

[xviii] Enrico d’Aragona era figlio di Diana Guardato, nobile salernitana. Sposò nel 1465 Polissena, figlia del marchese di Crotone Antonio Centelles ed Errichetta Ruffo. Il 26 gennaio 1446 per ordine di suo padre, re Ferdinando, fece imprigionare in Santa Severina il suocero. Morì per avvelenamento da funghi in Terranova nel novembre 1478. Pellicano Castagna M., Storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, C:B.C. 1996, p. 305.

[xix] Falanga M., Il manoscritto da Como fonte sconosciuta per la storia della Calabria dal 1437 al 1710, in Rivista Storica Calabrese, n.1-2, 1993, p. 251.

[xx] “Conventio fatta per qm. Ill.mum D.num D. Enricum de Aragona D.num Civitatis Insulae cum e.po Insulae pro solutione ducatorum quindecim pro tenimento de Tripano et terrar. dictar. de Pilacca. Deinde fuit facta reasumptio huius Convent.nis per Ill.mum Bonadeum Epum Insulanum in Civitate Catanzarii in anno 1487.” AVC, Carte antiche del vescovato di Isola, 139.

[xxi] Fiore G., Della Calabria Illustrata, III, p. 464.

[xxii] Nella primavera del 1484 gli abitanti di Crotone fuggono dalla città per la peste e, nello stesso periodo, rovina la terra di Barbaro, sempre a causa della peste. Barone N., Notizie storiche raccolte dai Registri Curiae della cancelleria aragonese, ASPN a. XIII, f. IV, 1888, p. 762. Fiore G., Della Calabria Illustrata, I, p. 84.

[xxiii] ASN, Ref. Quint. 207, ff. 79-122.

[xxiv] ASCZ, Busta 666, anno 1743, ff. 31-34.

[xxv] Nola Molise G. B., Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, Napoli 1649, p. 60.

[xxvi] Imhoff G. G., Exellentium familiarum in Gallia genealogiae, Norimberga 1701, III, p. 285.


Creato il 9 Marzo 2015. Ultima modifica: 13 Ottobre 2022.

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