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Crotone, resti del tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna.

Greci e barbari

Nelle vicende che riguardarono la vita delle città durante la seconda metà del V secolo, un ruolo particolare dimostra di essere stato quello svolto dai barbari che da secoli vivevano a contatto dei Greci, ma sui quali possediamo solo scarne testimoniane. Ad esclusione di alcuni episodi relativi alla fondazione e di qualche altro cenno, essi vengono sostanzialmente trascurati dagli storici antichi che, in questo periodo, cominciano ad interessarsi di più alle loro vicende, evidenziando, in questo modo, un cambiamento dello scenario complessivo. Tale silenzio rispecchiava una situazione che nel passato aveva visto un sostanziale predominio delle città greche nei loro confronti. In questo periodo, invece, i barbari cominciano a diventare per queste ultime un delicato problema, iniziando a trovare spazio nei resoconti degli avvenimenti, nei quali assumono, sempre più consistentemente, il ruolo di protagonisti. Seppure bisogna sfuggire da esemplificazioni e seppure le cause possono essere ritenute molteplici, da parte dei barbari, tale opportunità sembra essere stata favorita da un sostanziale momento di crisi delle città, in conseguenza del periodo di conflitto che caratterizzava i loro rapporti. A questo stato di precarietà contribuiva certamente Atene che si trovava profondamente impegnata nello scacchiere occidentale. Dopo la definitiva vittoria sui Persiani, Atene aveva notevolmente ampliato la sua influenza su vaste aree del mondo greco, giovandosi della capacità della sua flotta di gestire militarmente e commercialmente un vasto impero marittimo. Questo suo dominio fu mantenuto fino a quando le città a lei soggette non trovarono in Sparta una potenza capace di opporsi a tal egemonia. La scintilla che avviò le ostilità fu un contrasto tra Corinto, appoggiata da Sparta e Corfù che era sotto tutela ateniese, cosa che dette l’avvio alla guerra del Peloponneso. Questo conflitto, a partire dal 435 a.C., dissanguò per trent’anni il mondo greco, in una lotta senza quartiere tra Atene e Sparta nella quale furono coinvolte numerose città, che si legarono a loro attraverso patti ed alleanze. In occidente queste alleanze portarono allo scontro tra una coalizione, guidata da Siracusa, ed Atene. Crotone invece riuscì a non farsi coinvolgere, ed anche se i suoi interessi la portavano a parteggiare per Atene contro Siracusa, si mantenne neutrale rispetto ai due schieramenti, come del resto fecero tutti gli Achei. Di questa neutralità siamo informati dal racconto di Tucidide[1] che si riferisce alla marcia d’avvicinamento compiuta dalle truppe ateniesi guidate da Demostene ed Eurimedonte che nell’anno 413 a.C. si recavano a combattere in Sicilia. In questo caso quando gli Ateniesi giunsero al fiume Ilia, i Crotoniati mandarono a dirgli che non volevano che essi attraversassero il loro territorio, costringendoli ad imbarcarsi ed a continuare il viaggio per mare lungo la costa. Tale neutralità da parte dei Crotoniati può essere vista come la scelta di rimanere alla finestra, scelta che nasceva dalla speranza in un indebolimento di Siracusa e delle pressioni che quest’ultima esercitava nei confronti della città. Ma probabilmente lo scenario si presentava al momento più complesso, dato che, come abbiamo visto, i barbari erano entrati prepotentemente alla ribalta, e la loro azione disgregatrice dell’assetto dato dai Greci al territorio, consigliava di mantenere comunque un collegamento tra le città. In questo senso vanno forse valutati gli avvenimenti che con il consenso di Crotone videro la nascita di Thurii, la posizione di neutralità assunta dalla città durante la guerra del Peloponneso e gli sviluppi successivi che la trovano assumere le redini di un nuovo organismo federale, la cui costituzione aveva il preciso scopo di realizzare un efficiente argine all’espansione dei barbari.

 

La riorganizzazione federale dei Greci

La fase che stiamo considerando comprende un periodo molto travagliato della storia del mondo greco occidentale, durante la quale cominciano ad emergere tutti i limiti della sua organizzazione cittadina. Se nel passato era stato relativamente facile per i Greci controllare i barbari in virtù di una superiore capacità militare e sfruttando la loro struttura disorganica, questa nuova fase, che trova in particolare i Lucani organizzati attraverso un’entità politica in rapida espansione, impose la ricerca di un sistema di alleanze per realizzare una risposta adeguata. I fatti sembrano essere stati favoriti dalla complessiva situazione di conflitto ed instabilità esistente tra gli stati greci nel quadro della guerra del Peloponneso che, in coincidenza della prima spedizione ateniese in Italia, portò i Campani a realizzare la conquista di Capua e di Cuma, seguiti dai Lucani che sul finire del V secolo s’impossessarono di Poseidonia. A questo punto, di fronte all’espansione dei Lucani, la lega guidata da Crotone che si era costituita sotto la protezione di Zeus Homarios, si ristrutturò, accogliendo Velia e Thuri che, per la loro posizione, erano le città più direttamente minacciate. Questa lega si costituì con a capo ancora una volta Crotone ma questa volta sotto la protezione di Hera Lacinia che, per i significati politici e religiosi del suo culto, costituisce un chiaro segnale della volontà degli alleati di reagire in difesa del loro spazio territoriale[2]. Anche in questo caso appaiono quelle caratteristiche che abbiamo avuto modo più volte di evidenziare. Si può osservare come il passaggio da una struttura (la lega consacrata a Zeus Homarios) che era nata e serviva a regolare i rapporti tra le città achee, ad una (la lega consacrata a Hera Lacinia) che invece era stata costituita con evidenti intenti di difesa del territorio minacciato dai barbari, abbia comportato la sostituzione della divinità tutelare. Nel primo caso, le caratteristiche del culto di Zeus fanno riferimento al suo ruolo di sovrano dell’ordine olimpico, ed implicano una realtà nella quale è possibile riconoscere i rapporti di convivenza tra gli stati greci. Stati comunque di stirpe achea, considerata l’epiclesi della divinità (Homarios) che riprende un classico culto dell’Acaia peloponnesiaca. Nel secondo caso, il mutare delle esigenze ed il concorso di Greci di stirpi differenti, determinarono l’accantonamento del culto di Zeus e l’adozione di quello di Hera, le cui caratteristiche rimandano chiaramente alla tutela della sovranità territoriale, continuando a ribadire il ruolo di leader dei Crotoniati, dato che l’epiclesi (Lacinia) rappresenta in tal senso una chiara testimonianza. Il ruolo ricoperto da Crotone nella federazione dimostra che in questa fase essa era la città che offriva le maggiori garanzie o che comunque essa era stata capace di imporre questo suo ruolo agli alleati, in virtù della salvaguardia dei propri interessi. Come dimostrano alcune serie monetali del periodo[3] che accanto al tripode riportano le effigie di città quali Terina, Metaponto e Pixunte, è possibile rilevare che tali interessi, oltre a riguardare aree tradizionali nelle quali si estendeva la sua influenza politica e commerciale (Terina), riguardano anche aree tirreniche più settentrionali (Pixunte) o direttamente connesse con queste (Metaponto), esposte in primo piano all’espansione che i Lucani stavano realizzando. Ma la minaccia lucana non era l’unica alla quale s’imponeva di dare una risposta, perché se da nord i Lucani insidiavano gli stati greci della penisola, un’altra grave minaccia si veniva delineando a sud. In questo periodo, infatti, in Sicilia si determinarono una serie di avvenimenti che produssero una notevole instabilità sia nei rapporti tra le città greche sia al loro interno e che coinvolsero anche gli interessi di altri, primi fra tutti quelli dei Cartaginesi. Questi ultimi avevano fondato da tempo diverse città nella Sicilia occidentale, la cui influenza si estendeva anche a città alleate di etnia diversa come agli Elimi di Segesta, confinando pericolosamente con le aree dove invece si radicavano gli interessi greci, in particolare quelli di Siracusa. Questa contrapposizione non aveva portato a sviluppi durante la spedizione ateniese in Sicilia del 415-413 a.C., durante la quale Cartagine preferì osservare una sostanziale neutralità, ma successivamente le cose cambiarono, dando modo a quest’ultima di aprire un conflitto contro le città greche di Sicilia mirato al loro assoggettamento. Prendendo a pretesto il conflitto tra Selinunte e Segesta, i Cartaginesi intervennero nel 409 a.C. al fianco dei loro alleati, distruggendo Selinunte e Imera, proseguendo poi tra il 406 e il 405 a.C., con la distruzione e l’annessione di Agrigento, Gela e Camarina. L’opposizione dei Greci guidata da Siracusa non ebbe risultato, anzi determinò all’interno di quest’ultima una serie di dissidi che, con alterne vicende, portarono all’assunzione del potere da parte di Dionisio (detto il Vecchio) che, facendo leva sugli insuccessi che erano stati conseguiti, nel 406/5 a.C. assunse la tirannide della città.

 

La tirannide di Dionisio il vecchio a Siracusa

Anche Dionisio inizialmente non si trovò a buon partito. Fallito un suo intervento in favore di Gela, attaccata dai Cartaginesi nel 405 a.C., si trovò a dover recuperare anche una nuova rivolta interna a Siracusa, arrivando, verso la fine dello stesso anno, a stipulare una pace con i Cartaginesi che ora si trovavano a controllare gran parte della Sicilia. Raggiunta la pace, Dionisio s’impegnò a questo punto sul fronte interno, mirando a consolidare il proprio regime. Poi lanciò una campagna contro le città di Nasso, Catania e Leontini, la cui popolazione fu trasferita forzatamente a Siracusa. Anche Messana venne assoggettata, ma non così Reggio che riuscì a rimanere fuori dalle sue mire. A questo punto nel 397 a.C. Dionisio riprese le ostilità contro i Cartaginesi e, dopo alterne vicende, riuscì a ristabilire un largo dominio siracusano sulla Sicilia, arrivando nel 392 a.C. ad una nuova pace con Cartagine. All’indomani della tregua, Siracusa si trovò in possesso di un capitale territoriale molto consistente. Le città etnee (Nasso, Catania e Leontini), private di larga parte della loro popolazione, ricadevano oramai completamente nell’orbita politica di Siracusa. La ricostituzione di Agrigento e Tauromenio (Taormina) riallineava due preziosi alleati, mentre la ricostruzione di Messana, distrutta dai Cartaginesi, permetteva a Dionisio di avere un solido controllo dello stretto. In quest’occasione la cittadinanza di Messana fu ricomposta da Dionisio facendovi affluire 4000 cittadini di Medma e 1000 da Locri.

 

La prima campagna di Dionisio in Italia

Questi avvenimenti non dovettero essere accolti con molta soddisfazione da parte delle città che aderivano alla Lega, considerando il tipo di politica intrapresa dal tiranno ed i probabili sviluppi che lasciava intravedere. Proprio la Lega, nata per realizzare la difesa contro i Lucani, dovette organizzarsi per opporsi all’espansionismo siracusano, come dimostrano gli avvenimenti successivi e come sembrerebbero indicare le adesioni di Reggio e Hipponion che sarebbero successive alla tirannide di Dionisio[4]. Si rilevano a questo punto due convergenze di obiettivi che delineano due opposti schieramenti. Del primo facevano parte le città della Lega con in testa Crotone, messe sulla difensiva e pronte a rispondere ad una serie di minacce su più fronti, il secondo fu costituito da Siracusa, con obiettivi che miravano ad estendere la sua egemonia su larghi settori del mondo greco occidentale. Essa poteva contare in Italia sull’aiuto tradizionale di Locri, ma allo stesso tempo poteva sfruttare la convergente politica dei Lucani che, con il medesimo obiettivo, attendevano il momento propizio per avanzare ai danni dei loro vicini greci, in particolare di Thurii che in questo periodo, si trovava a far da confine tra l’area occupata dai Lucani e quella greca. Come era da attendersi, dopo la campagna in Sicilia, Siracusa cominciò a dare corpo ai suoi propositi nei confronti delle città greche della penisola. Dionisio intraprese una prima spedizione contro Reggio nel 390/89 a.C. che comunque portò ad una immediata reazione da parte della Lega e ad un complessivo fallimento delle operazioni. In risposta all’offensiva lanciata da Dionisio, da Crotone salparono 60 navi in aiuto dei Reggini[5] che, venute a contatto con quelle siracusane, si trovarono inizialmente in difficoltà. A seguito però dell’intervento dei Reggini, e di una tempesta che avrebbe colpito le navi siracusane, queste furono costrette a riparare a Messana. Il pericolo fu tamponato, ma Dionisio meditando propositi di rivincita, si ritirò a Siracusa per trascorrere l’inverno, dopo aver stretto alleanza con i Lucani. A testimonianza di ciò, nella primavera successiva, i Lucani (che attendevano il momento propizio), attaccarono Thuri ma, a differenza dell’episodio precedente, in quest’occasione l’organizzazione federale della Lega sembra aver fatto cilecca. I Thurini, infatti, senza attendere l’aiuto degli alleati, avrebbero affrontato da soli il nemico rimanendo sconfitti, essendosi intestarditi ad inseguire i Lucani dopo un primo scontro vittorioso. Nella loro ritirata sarebbero però stati salvati da Leptine, fratello di Dionisio che avrebbe preso a bordo delle sue navi i superstiti e si sarebbe reso garante nei confronti dei Lucani per il pagamento del loro riscatto. Se non abbiamo motivo di mettere in discussione l’epilogo di questi fatti, la descrizione fornitaci da Diodoro siculo sembra comunque far risaltare una serie di elementi che tradiscono una ricostruzione degli avvenimenti influenzata da ragioni di parte. La ricostruzione di questi avvenimenti non avrebbe comunque per noi molto interesse, se non per il fatto che ci fornisce elementi importanti che fanno chiarezza sull’obiettivo che Siracusa si riprometteva di realizzare. Essa, nella sostanza, prevedeva di scardinare il patto che univa le città della Lega, per proporne in cambio uno proprio. Ciò traspare dalla maniera con cui ci sono proposti gli episodi che abbiamo menzionato. Il mancato funzionamento dei meccanismi che avrebbero dovuto portare all’intervento degli alleati, lo scriteriato comportamento dei Thurini, l’intervento pacificatore e garante dei Siracusani sono gli elementi di una ricostruzione tesa a propagandare l’inadeguatezza della Lega e della sua guida crotoniate, che non si sarebbe dimostrata efficiente nel garantire la sicurezza dei Greci. Per tale ruolo si proponevano invece proprio i Siracusani, la cui azione è ricostruita dalla tradizione, facendo risaltare due aspetti principali: la loro superiore capacità militare ed allo stesso tempo la loro capacità politica in grado di mantenere a freno i Lucani. L’obiettivo non era stato raggiunto durante la prima fase della campagna, ma ciò non scoraggiò Dionisio che nell’estate dello stesso anno dell’attacco lucano a Thurii, sbarcò a Locri con 20.000 fanti, circa 3.000 cavalieri, 40 navi da guerra e almeno 300 navi adibite al trasporto delle vettovaglie, ponendo l’assedio a Caulonia. A questo punto, riunita la Lega, da Crotone partì un esercito forte di 25.000 fanti e 2.000 cavalieri in soccorso dell’alleata, che fu affidato al comando di Eloride, esule siracusano nella città. Esso però fu sconfitto nel 388 a.C. presso il fiume Elleporo[6], in circostanze che ricalcano quelle che avrebbero portarono alla sconfitta dei Thurini nell’episodio precedente. Gli alleati, nella foga di soccorrere la loro avanguardia guidata da Eloride, che era entrata inaspettatamente in contatto con il nemico, persero il collegamento tra loro e fu dunque facile per i Siracusani sbaragliarli e costringerli alla fuga, visto che erano avanzati in maniera disordinata ed imprudente. In una fase successiva, l’esercito federale fu circondato e si arrese per sete, venendo risparmiato da Dionisio che concesse agli sconfitti di rientrare in salvo ma separatamente alle proprie città senza pagamento di riscatto. Come si può notare la narrazione dell’avvenimento ricalca il precedente, in entrambi i casi, le motivazioni della sconfitta sono in linea con quanto sappiamo dello svolgimento di una battaglia oplitica. Le difficoltà di mantenere uno schieramento compatto durante lo scontro, erano le motivazioni alla base dell’esito di qualunque battaglia, a maggior ragione, quando, come si usava, le falangi degli alleati si disponevano separatamente, una di fianco all’altra e ciò aumentava la vulnerabilità dello schieramento perché ne diminuiva la compattezza. Se dunque le motivazioni sono realistiche ed implicano una realtà ben conosciuta da ogni greco che almeno una volta si fosse trovato in combattimento, proprio per questo motivo sembrano essere messe in evidenza per far risaltare la fragilità e l’inadeguatezza della guida dei Crotoniati, che avrebbero determinato la sconfitta con la propria condotta o comunque, attraverso quella del comandante che avevano designato. Anche in questo caso, l’episodio si conclude con la solita munificenza dei Siracusani, che avrebbe visto Dionisio concedere agli sconfitti di ritornare in salvo e separatamente alle loro città, con un atto che sottolinea la dissoluzione della Lega e l’abbandono di ogni opposizione al tiranno.

 

La politica imperiale di uno stato greco

Restiamo comunque alla descrizione dell’avvenimento, perché ci consente altre considerazioni. Per quanto detto, l’azione di Dionisio perseguiva uno scopo ampiamente dichiarato: provocare lo scioglimento della lega, isolare le singole città e ricondurle ad un progetto di pacificazione garantita dalla protezione siracusana. L’offerta, naturalmente, era rivolta a larghe porzioni dell’occidente greco. Dionisio persegue, infatti, una politica che potremmo definire imperialista, usando una strategia molto diversa da quella che fino a quel tempo, aveva animato la visione politica dei Greci. Abbiamo infatti visto, quali erano i limiti che impedivano la costituzione di uno stato che superasse i limiti cittadini, che in primo luogo, erano fissati da una estrema rigidità del diritto di cittadinanza. Nel suo disegno di ampliamento dei propri domini, Dionisio invece superò per la prima volta questo limite, realizzando ciò che per ogni città greca costituiva una specie di assurdo: la dilatazione a dismisura del suo corpo civico. A Siracusa ciò avvenne prima, attraverso l’assunzione della tirannide e l’estensione del diritto di cittadinanza alle classi popolari della città e poi, attraverso la deportazione a Siracusa degli abitanti di alcune città greche di Sicilia, esperimento che successivamente fu realizzato anche a carico degli abitanti di alcune città greche della penisola. Perseguendo tale disegno, successivamente alla vittoria dell’Elleporo, Dionisio attaccò le singole città oramai isolate, con lo scopo dichiarato di realizzare uno sbarramento dell’istmo a difesa dei Greci che vivevano a sud di questo confine[7].  Questo proseguimento della campagna, portò il tiranno alla distruzione di Caulonia, la cui popolazione fu trasferita a Siracusa con diritto di cittadinanza ed esenzione dalle tasse per 5 anni, ed a quella di Hipponion (389/388 a.C). Nello stesso anno i Siracusani, dopo un lungo assedio, occuparono anche Reggio. Per le città poste a sud dell’istmo, le cose andarono abbastanza male. Caulonia e Hipponion persero la loro autonomia e rientrarono in un ambito territoriale a dominazione locrese, Reggio fu duramente punita. Crotone invece riuscì in qualche modo a reggere la situazione, anche se la cosa non avvenne senza ulteriori conflitti. Solo da Giustino[8], la cui fonte sarebbe Timeo, sappiamo che Dionisio attaccò anche Crotone, ma fu sconfitto dovendo rinunciare al proposito di occuparla. Il fatto che quest’avvenimento sia riportato solo da Giustino, ha portato alcuni a considerare poco attendibile la notizia che, comunque, alla luce degli avvenimenti e delle nostre fonti d’informazione, sembra invece abbastanza verosimile.

 

Un problema di simpatie politiche

Il racconto degli episodi relativi alle imprese di Dionisio di Siracusa, ci è noto attraverso gli scritti di Diodoro siculo (I secolo a.C.) che è autore di una storia universale in 40 libri che copre un lunghissimo periodo che va dalle origini fino alla conquista della Britannia da parte di Cesare (54 a.C.). Senza entrare nel merito di un’analisi sulla sua attendibilità, possiamo dire che non essendo contemporaneo ma posteriore di diversi secoli rispetto ai fatti che descrive, il valore storico della sua opera dipende molto dagli scritti di autori più antichi che egli ha utilizzato nella stesura del suo lavoro. Per quanto riguarda i fatti che stiamo esaminando, queste fonti sono: Timeo di Tauromenio (metà del IV – metà del III secolo a.C.), Eforo di Cuma eolica (vissuto circa tra il 405 e il 330 a.C.), e Filisto di Siracusa (430-356/5 a.C.). Da un punto di vista delle loro simpatie politiche, possiamo dire che Timeo può essere considerata una fonte ostile a Dionisio, data la sua riconosciuta avversione alla tirannide che tra l’altro lo portò ad abbandonare la Sicilia ed a recarsi in esilio ad Atene. Simpatizzante dell’assetto aristocratico dello stato e quindi vicino alle idee del precedente, può essere considerato Eforo. Molto diversa è invece l’impostazione di Filisto di Siracusa, che fu tra i protagonisti dell’ascesa al potere di Dionisio il vecchio ed al servizio del figlio Dionisio II. Da quanto detto è possibile rintracciare nel materiale usato da Didoro siculo due filoni diversi. Il primo, riferibile e Filisto, riporta una ricostruzione dei fatti che, se non abbiamo motivo di mettere in discussione nei loro epiloghi, evidenziano, comunque, una serie di risvolti tesi a magnificare l’opera di Dionisio. Ciò che ci proviene attraverso gli scritti di Timeo tradisce invece una decisa avversione per il tiranno. E’ il caso della mancata conquista di Crotone, che Giustino (per quanto apprende da Timeo), presenta come una rivincita da parte dei Crotoniati della battaglia della Sagra, in considerazione dell’appoggio che Locri aveva dato a Dionisio, durante lo svolgimento delle operazioni che lo avevano visto protagonista in Italia. Anche in questo caso, l’epilogo dei fatti non sembra poter essere messo in discussione. In questo senso testimonia la vitalità delle città federate, in momenti appena successivi e lo stesso resoconto di Strabone[9], quando riferisce che il progetto di sbarramento dell’istmo da parte del tiranno fallì in virtù di un violento attacco dei Greci che vivevano a nord di questo confine. Anche in assenza di una esplicita identificazione, l’episodio può essere qualificato come una reazione vincente che vide sicuramente protagonisti i Crotoniati, dato che, in tale frangente, essi erano stati a capo degli oppositori di questo progetto. Ciò s’inquadra in una situazione che, seppure mantenga un forte carattere di instabilità, trova comunque una tregua, citata esplicitamente nel racconto di Diodoro Siculo che, da una parte vede la dissoluzione o forse solo il ridimensionamento della Lega, consentendo di abbattere la minaccia che essa rappresentava all’espansionismo siracusano, ma dall’altro blocca tale espansione senza che essa interessi il punto cruciale dell’istmo che era l’obiettivo finale programmato.

 

La seconda campagna di Dionisio in Italia

Pochi anni dopo i fatti che abbiamo descritto, assistiamo al riaccendersi dei conflitti, che questa volta oltre a vedere il coinvolgimento dei Lucani, trovarono il concorso anche dei Cartaginesi che abitavano la Sicilia, i cui interessi erano in forte contrasto con quelli di Siracusa. I fatti presero l’avvio del conflitto che nel 382 a.C. Dionisio intraprese contro i Cartaginesi, che dette modo alle città federate di tentare di recuperare quanto era stato perduto in precedenza. In una prima fase la situazione sembrò volgere in loro favore, dato che, grazie all’aiuto dei Cartaginesi, fu ricostituita Hipponion, ma successivamente la stipula della pace tra Cartaginesi e Siracusani e l’entrata in gioco dei Lucani, determinò un recupero della situazione da parte di Dionisio, che nel 379 a.C. occupò Crotone[10], mentre i suoi alleati Lucani realizzarono la conquista di Petelia. Secondo Livio[11], i Siracusani riuscirono ad espugnare la città con l’inganno, scalando la ripida parete della rupe che difendeva l’acropoli dalla parte del mare, in un punto dove un attacco era del tutto inatteso. In quest’occasione Dionisio avrebbe consentito ai propri mercenari il saccheggio del tempio di Hera Lacinia[12], e la sua dominazione sulla città sarebbe durata 12 anni[13]. Ciò sembrerebbe comprovato da alcune emissioni in bronzo di questo periodo che, accanto al classico tripode, riportano il nome del tiranno siracusano[14]. La maniera con la quale la tradizione propone complessivamente quest’avvenimento, non lascia comunque dubbi sulla sua veridicità, anzi ci permette di mettere in evidenza una serie di risvolti particolarmente significativi per la città, che lasciano intravedere uno scenario complessivamente mutato. Le notizie che riferiscono dell’inganno perpetrato da Dionisio, il coinvolgimento di truppe mercenarie e le notizie dei saccheggi che ad esse vengono attribuite, rappresentano una serie di elementi che, oltre a testimoniare la prima e significativa violazione dello spazio urbano della città, dimostrano che seppure per un breve periodo, ciò impose ai Crotoniati, una dipendenza che non si era mai realizzata nel passato.

 

Le trasformazioni del IV secolo

Gli episodi che riguardano il conflitto con Siracusa nel primo quarto del IV secolo, rappresentano per Crotone un momento fondamentale della sua storia. Lo scenario che è possibile recuperare, dimostra che questi avvenimenti, provocarono una serie di cambiamenti molto importanti nell’organizzazione della città. Ciò è rilevabile anche attraverso alcuni adeguamenti di tipo urbanistico, che testimoniano del suo momento di particolare prosperità economica, ma che allo stesso tempo, ed in maniera non contraddittoria, mettono in evidenza anche una crisi legata al superamento della sua dimensione cittadina. Gli avvenimenti, infatti, non solo misero Crotone e le altre città greche di fronte ad una serie di questioni che determinarono la formulazione di una nuova risposta politica, rappresentata dalla costituzione di un organismo di tipo federale come la Lega, ma determinarono anche cambiamenti profondi nella mentalità cittadina che li aveva animati durante le fasi precedenti. Si trattava oramai di far fronte a conflitti diversi da quelli che avevano opposto gli stati greci nel passato, rispetto ai quali, le notizie a riguardo di vere e proprie devastazioni, assumono un significato molto veritiero. Ci troviamo in un periodo nel quale i conflitti sono rappresentati da vere e proprie campagne, non più orientate ad eliminare la forza militare dell’avversario, ma indirizzate contro le stesse città che oramai si erano dilatate fino a divenire delle vere e proprie metropoli, ricche e densamente abitate. Da un punto di vista militare, ciò impose di passare da una difesa attiva, basata sul principio di muoversi con tutte le proprie forze incontro al nemico, ad un modello che contemplava anche il ricorso ad una difesa passiva. Le città si dotarono in questo periodo di possenti cinte murarie, capaci si sostenere un assedio. Questo cambiamento di strategia, non deve essere letto solo come un adeguamento d’ordine militare. Esso presuppose anche un cambio di mentalità, che seppure necessario, deve essere stato particolarmente sofferto. I Greci, infatti, non solo dovettero venire a patti tra loro in organismi federali, e legarsi attraverso alleanze necessarie, ma delle quali avrebbero fatto volentieri a meno se non fossero stati minacciati così seriamente, ma dovettero abbandonare per sempre quella che era stata una delle loro prerogative fondamentali. Si tratta del ben noto desiderio di affermare la propria sovranità e di reagire contro qualsiasi estraneo che calpestasse la loro terra, un’esigenza sentitissima anche solo verso soggetti neutrali, come abbiamo visto nel caso del transito degli Ateniesi che si recavano in Sicilia durante la guerra del Peloponneso. La difficoltà di accettare una diversa strategia di fronte alle nuove necessità è significativamente espressa dal fatto che (come si rileva negli avvenimenti che portarono alla conquista di Crotone da parte di Dionisio, ma anche in episodi successivi), rispetto al convenzionale scontro in campo aperto, la morale greca considererà sempre un inganno il ricorso ai sotterfugi dell’assedio. Ciò non tanto in virtù di una presa di posizione retorica, quanto in considerazione del fatto, che questo tipo di combattimento aveva permesso una sostanziale salvaguardia dei centri abitati, e poi perché la resistenza all’assedio si dimostrerà nei fatti sempre poco efficace, quando si escludeva la possibilità di ricevere rapidamente aiuti dall’esterno. A ciò si aggiunge che i Greci dovettero in parte anche rinunciare a difendersi autonomamente. L’allungamento delle campagne ed il miglioramento del tenore di vita, presupponevano l’utilizzazione di personale che si dedicasse completamente a tale scopo, cosa che non poteva certo fare il cittadino, se voleva ancora occuparsi dei fatti suoi e salvaguardare la propria incolumità. Ciò determinò il ricorso alle truppe mercenarie che, da una parte, dovevano essere pagate, gravando pesantemente sulle casse, mentre, dall’altra, acquisivano diritti che a volte costituivano una seria minaccia per le stesse città che avrebbero dovuto difendere. Coerentemente con la situazione illustrata, in questo periodo Crotone realizzò un grande progetto adeguato alle nuove esigenze militari e politiche che prevedeva un totale ripensamento del suo sistema difensivo e che portò la città a dotarsi di una cinta fortificata, per una protezione complessiva di tutta l’area urbana[15]. Si trattava di un’opera imponente che doveva proteggere una città che si estendeva su di una superficie molto vasta e sembra quindi verosimile la notizia fornitaci da Livio secondo cui essa sarebbe stata lunga 12 miglia romane (circa 18 chilometri)[16]. La tecnica di costruzione prevedeva il posizionamento a secco di blocchi di pietra che costituivano le due facce della murata, che era colmata internamente con un riempimento di pietre e terra. Questa cortina era poi intervallata da torri che aumentavano la difesa del perimetro e difendevano gli ingressi che, essendo i punti più vulnerabili, dovevano essere particolarmente muniti. La difesa di questa murata era aumentata dalla realizzazione di un fossato per impedire l’avvicinamento delle macchine d’assedio e doveva essere dotata di camminamenti che consentissero di effettuare sortite. La grandiosità di quest’opera deve comunque dare l’idea delle proporzioni oramai assunte dalla città, visto che per una realizzazione di questo tipo essa dovette impegnare ingenti risorse, con le quali retribuire la manodopera impegnata e reperire i materiali usati. L’immagine di Crotone che ci consegna questo periodo è quindi quella di una metropoli potente e popolata, ricca ed influente, ma che, allo stesso tempo, anche sforzandosi di adeguarsi alle nuove condizioni, si avviava ad essere superata dal corso della storia, secondo una parabola naturale che indurrà gli intellettuali greci a idealizzare la sua buona costituzione dei tempi passati. Si tratta di una realtà sociale fortemente ancorata all’economia monetaria ed allo scambio, nella quale si erano affermati i servizi (come quelli militari) e le attività dei cosiddetti mestieri artigianali, che permettono a molti di sfruttare le proprie capacità, ricevendo una retribuzione che consentiva loro di vivere senza terra. Ciò permetteva di acquistare da altri quanto serviva, contribuendo in questo modo ad alimentare un sistema economico che andava contrapponendosi sempre più drasticamente all’autarchia dei contadini. Anche questi ultimi, comunque, erano oramai molto diversi dalle figure che abbiamo descritto durante l’epoca arcaica. I soggetti legati all’agricoltura si erano progressivamente evoluti, annoverando tra quanti lavoravano direttamente un proprio fondo, altri che avevano accumulato abbastanza risorse da costituire proprietà sempre più vaste, occupandosi solo della organizzazione e della gestione dell’attività agricola e ricorrendo alla manodopera fornita dagli strati più miseri della città che affittavano le loro braccia in rapporto di salario. Se tale situazione aveva permesso un miglioramento delle condizioni generali di vita e di conseguenza un notevole incremento demografico, portando le città a dilatarsi enormemente, d’altra parte aveva alterato sensibilmente gli equilibri che avevano permesso la nascita ed avevano retto la società della polis.

 

Una ritrovata prosperità

Siamo comunque ancora lontani dagli avvenimenti che porteranno al collasso il sistema cittadino greco, anzi possiamo dire che proprio questa fase, successiva alla morte di Dionisio il Vecchio (367 a.C.), rappresenta per Crotone ma anche per i principali stati greci d’occidente un momento di rinnovata stabilizzazione. Ciò avvenne attraverso un ritrovato equilibrio tra i principali protagonisti, tra i quali spicca Taranto che era già emersa durante la prima metà del IV secolo. Quest’ultima, a differenza di Crotone, poteva sfruttare una tradizione di favorevoli rapporti con Siracusa che risalivano già al tempo della spedizione ateniese in Sicilia e la cosa le permise di proporsi come nuovo punto di riferimento per i Greci della Penisola, che al pari di Crotone, erano reduci da una lunga serie di conflitti. Le tensioni vennero dunque stemperate attraverso la costituzione di un nuovo organismo federale che, in virtù del ritrovato assetto, si costituì ad Heraclea attorno al 366 a.C. sotto la guida dei Tarantini che conferirono ad Archita, che già governava la loro città, la carica di stratega della lega. La tradizione, riferendo della sua appartenenza ai Pitagorici e dell’amicizia verso Dionisio II di Siracusa, riassume bene i termini della nuova situazione. Questo nuovo organismo federale non aveva più nessun atteggiamento ostile verso Siracusa, mentre aveva l’intento di realizzare una valida opposizione alla minaccia dei Lucani, verso i quali gli stessi Siracusani realizzarono una decisa campagna militare. Nel quadro dei rinnovati rapporti di amicizia, Dionisio II non solo realizzò una spedizione contro i Lucani (366 – circa 361 a.C.), ma s’impegnò pure nella ricostituzione di Reggio e Caulonia, notizia che anche in assenza di una esplicita citazione, fa fondatamente ritenere che Crotone recuperò rapidamente la sua autonomia nel lasso di tempo che vide l’avvento di Dionisio II e la costituzione della lega. Il delicato equilibrio che legava le città federate con la loro capofila Taranto a Siracusa, non ebbe in ogni modo vita molto lunga. Nel 356 a.C., poco tempo dopo la morte di Archita (attorno al 360 a.C.), Dionisio II fu scacciato da Siracusa ad opera di Dione. Quest’ultimo venne sostenuto nella sua ascesa al potere da diversi Greci d’Italia, tra i quali, seppure non citati espressamente, non è difficile intravedere quanti, come i Crotoniati, avevano dovuto forzatamente accettare la leadership del personaggio, che trovò accoglienza a Locri. Sarebbe comunque errato ricomporre tale situazione evidenziando solo le figure di tiranni e di leader militari, perché alla costruzione di quest’effimero momento di stabilità, non sono estranei gli apporti che coinvolsero il meglio dell’intellighenzia greca. Non a caso negli anni che videro Archita e Dionisio II reggere le sorti dei greci d’occidente, si realizzarono due viaggi di Platone in Sicilia (366 e 361 a.C.), mentre lo stesso Platone[17] si attribuiva il merito di aver favorito l’amicizia tra i due personaggi, giudicandola “di non piccola importanza politica” al tempo del suo secondo viaggio (366 a.C.). Quest’ultimo era già stato in Sicilia nel 388 a.C. al tempo di Dionisio il Vecchio e a testimonianza di alchimie abbastanza chiare, si fermò lungo il suo viaggio anche a Taranto e a Locri, i perni attorno ai quali ruotava il sistema di alleanze fedele ai Siracusani. Sarebbe qui inutile soffermarsi sul pensiero del personaggio, ma in merito agli avvenimenti esposti e nel quadro del particolare momento vissuto dai Greci, vale la pena di recuperare almeno alcuni spezzoni del pensiero platonico, accanto ad altre importanti correnti di pensiero che hanno cercato di delineare un nuovo schema di società politica, in un momento in cui invece essa cominciava a disegnare la sua parabola discendente.

 

La proposta degli intellettuali per una nuova società cittadina

Solo apparentemente può risultare strano che un personaggio come Archita, responsabile di una pur breve primavera delle città greche, sia accreditato di una esperienza pitagorica. Ciò potrebbe sembrare in conflitto con la sostanziale emarginazione della setta, e con l’effettivo anacronismo tra il Pitagorismo (quello legato al periodo di passaggio tra la fase arcaica e classica della polis) e l’esperienza autoritaria di Archita o Dionisio II, alle quali la tradizione lega l’azione di Platone. Le cose appaiono invece sotto una luce diversa, leggendo le vicende di questi personaggi all’interno del sostanziale filone di crisi che investe la polis in questo periodo, e che sembra trovare uno sbocco all’interno di un processo di rivalutazione di esperienze del passato. Tra esse il Pitagorismo aveva rappresentato certamente un sistema alternativo per sfuggire a forme demagogiche o comunque di allargamento troppo radicale della costituzione. Le elaborazioni del periodo avvengono, infatti, attraverso una rivisitazione del passato, che solo idealmente si riferisce o può essere ricondotta al Pitagorismo. In questo senso è facilmente rilevabile come in Platone (427 – 347 a.C.) sia molto profonda l’influenza pitagorica e l’impronta di matrice aristocratica o comunque elitaria della sua proposta politica. Essa, riferendosi al modello di Sparta, ipotizza che la guida della società sarebbe stata affidata ad una élite ristretta e selezionata, capace di mettere a frutto la conoscenza maturata dai filosofi e di realizzare una convivenza basata sull’osservanza delle leggi. L’influenza del pensiero pitagorico in Platone è in questo caso molto più marcata che in Socrate (470/469 – 399 a.C.) che seppure vive già in una società greca (quella ateniese) che attraversa i suoi travagli, a differenza del precedente non si trova nella profonda crisi di identità che investe la polis in questo periodo. Tale crisi, come è stato fatto notare, nasceva dalla difficoltà di adeguare la rigida dimensione politica della polis, allo sviluppo che aveva interessato la società greca durante la fase classica. Ciò determinerà da parte degli intellettuali del periodo, prese di posizione verso forme che prevedevano una cittadinanza più contenuta, teorizzando sistemi di matrice aristocratica, nei quali un ruolo importante è assegnato ad una classe media dedita all’agricoltura. In questo senso si consolida una crescente avversione verso gli artigiani ed i mercanti, che erano andati assumendo un ruolo sempre più importante e che erano stati i principali responsabili della dilatazione a dismisura delle città. Non a caso gli intellettuali del periodo si esprimeranno verso questi ultimi attraverso vere e proprie forme di denigrazione, esaltando, viceversa, le virtù degli uomini dediti all’agricoltura, come si rileva in Senofonte[18], in Platone[19] o in Aristotele[20]. Questi ultimi, nella sostanza, esprimevano una tradizione aristocratica che aveva come modello l’arcaismo di Sparta, richiamandosi, come nel caso di Platone, al Pitagorismo, dato che tale utopia, già efficacemente utilizzata, costituiva una valida base ideologica per la difesa delle prerogative di un’aristocrazia conservatrice.

 

Note

[1] Tucid. VII, 35.

[2] La costituzione di questa lega sarebbe relativa all’anno 393 a.C. (Diod. XIV, 91), anche se la data non è ricavabile con sicurezza dal testo. D. Musti, Storia Greca, p. 570, Editori Laterza, 1992.

[3] P. Attianese, op. cit. p. 184-185.

[4] G. De Sensi Sestito, op. cit. p. 277-279.

[5] Diod. XIV, 100.

[6] Diod. XIV, 104. Per quanto riguarda il luogo e la data di quest’avvenimento, in Polibio (I, 6) si rileva che la battaglia sarebbe avvenuta attorno al 388 a.C., anche se lo storico non la fornisce direttamente, ma attraverso l’accostamento ad altri avvenimenti del periodo, la cui cronologia non si presenta del tutto concordante. Le considerazioni espresse sull’importanza della via istmica e le caratteristiche del toponimo poro, che in greco ha il significato di valico – passaggio, porterebbero, in questo caso, ad un’identificazione del fiume teatro dello scontro, pertinente alle immediate vicinanze dell’imbocco dell’istmo.

[7] Strab. VI 1, 10.

[8] Giust. XX 5, 4.

[9] Strab. VI 1, 10.

[10] La data di quest’avvenimento non è riferita esplicitamente, ma viene ricavata indirettamente in base alla notizia che l’occupazione siracusana sarebbe durata 12 anni (Dion. di Alic. XX, 7) e che si sarebbe verosimilmente conclusa alla morte del tiranno (367 a.C.).

[11] Livio XXIV, 3, 8.

[12] Ps. Arist., De Mir. Ausc., 96.

[13] Dion. di Alic. XX, 7, 3.

[14] P. Attianese, op. cit. p. 190.

[15] Tito Livio (XXIV, 3) riferisce che l’acropoli fu munita di mura dopo l’occupazione di Dionisio nel 379 a.C..

[16] Livio XXIV, 3.

[17] Plat., Ep. VIII, 339 A.

[18] Senof. Eco. 4, 2-3.

[19] Plat., Gorgia 512 c..

[20] Arist., Pol. V, 2, 1-2.