Coltivazione, consumo e commercio di fave e altri legumi nel Crotonese

La raccolta in un campo di fave in località Steccato di Cutro (KR).

Pitagora e le fave

Il famoso divieto di mangiare, o toccare, le fave attribuito a Pitagora, rappresenta certamente uno dei passi più noti tramandatici dalla letteratura (Aristotele, Plutarco, Plinio e altri) relativa a questo personaggio. Anche Gio. Battista Nola Molise, autore di una cronaca della città di Crotone alla metà del Seicento, non potè astenersi dal farvi accenno: “Mentre lui visse non magnò altro, che mele, e pane, ne gustò vino giamai, le sue bevande non erano altro, che herbe crude, ò cotte, non magnò mai frutti di mare, non fu mai saturo, non donò mai scandalo di sua vita, non magnò mai fave, et ordinò alli suoi discepoli, che in modo alcuno ne magnassero”.[i]

La pensava differentemente Aulo Gellio, secondo il quale, era solo “una vecchia falsa credenza” quella che il filosofo non si cibasse d’animali e, nella stessa misura, s’astenesse dal mangiare fave. A tale proprosito, ricordata l’affermazione di Callimaco: “guardati dalle fave, cibo indigesto, dico anch’io come ordinava Pitagora”, gli contrapponeva quella di Aristosseno, “uomo informatissimo delle lettere antiche, discepolo del filosofo Aristotele”, il quale “nel libro che lasciò su Pitagora, afferma che di nessun altro legume Pitagora faceva più spesso uso che delle fave, credendo che questo cibo lubrificasse il ventre e lo purgasse. Trascrivo le medesime parole d’Aristosseno: «Pitagora, tra i legumi, apprezzava soprattutto la fava, per essere lassativa e lubrificante; per questo ne faceva grandissimo uso».”[ii]

Giamblico, invece, pone l’avversione dei pitagorici verso le fave, in riferimento alla ideologia aristocratica di Pitagora: “Noi siamo ostili alle fave perché esse sono alla base dei sorteggi e dell’assegnazione agli uffici dei prescelti in base alla sorte.”[iii] L’uso delle fave in occasione delle elezioni a scrutinio segreto, è documentata nel Crotonese alla metà del Seicento, in occasione della nomina dei due communeri e dei due razionali del capitolo cattedrale di Santa Severina, che rimanevano in carica un anno ed erano eletti il 25 agosto, giorno di S. Bartolomeo Apostolo. Anticamente l’elezione si faceva a voce, e ciascun membro del capitolo indicava due communeri e due razionali, risultando eletti coloro che riportavano più preferenze. Dal 1650 in poi si procedette all’elezione “per fave nigre e bianche in secreto a fine d’esimersi ciascheduno dalla necessità, o rispetto, e succeda la elettione meram(en)te libera et in benef(ici)o del Rev.do Capitolo”.[iv] L’uso di fave e ceci nell’elezione a voto segreto di sindaco, mastrogiurato ed eletti dell’università, è testimoniato anche per diverse università crotonesi come, ad esempio, è riferito dal Pugliese nel caso di Cirò.[v]

Sarchiatura di un campo di fave presso Melissa (foto di Treccani E., da lombardiabeniculturali.it).

Un alimento popolare molto diffuso

Anticamente il tipo di alimentazione differenziava rigidamente le classi sociali. Se nutrirsi di pane distingueva, secondo Omero, la stirpe di tutti gli uomini mortali, ossia “quanti ora vivono sulla terra e mangiano pane”,[vi] mangiare fave, favette (“favarole”), orzo, segale (“germano”), verdure ed erbe selvatiche, rappresentava comunque la principale dieta alimentare della maggioranza della popolazione.

I nobili non dovevano mangiare fave, alimento proprio del popolo, come dimostra la donazione fatta nel giugno del 1115 dal senescalco Riccardo, figlio del conte Drogone e nipote di Roberto il Guiscardo, all’abate Raimondo ed ai monaci di San Salvatore di Monte Tabor. Fra le concessioni e privilegi, in territorio dell’attuale Cirò, il senescalco Riccardo concesse anche tutta quella valle dove, per l’amore di Dio, aveva fatto seminare le fave al tempo della carestia per nutrire i poveri: “totam vallem illam in qua fabas seminatas habui, quas tempore famis pro Dei amore pauperibus erogavit”.[vii]

In quanto alimento diffuso e ritenuto basilare nella dieta, le fave rientravano espressamente tra i generi alimentari che il padrone era tenuto a fornire ai pastori in occasione dei contratti di soccida: “Quando il gregge si dà a soccio pretto, il padrone non spesa i pastori, ma dà loro il viatico da Pasqua alla festa di San Pietro in fave, olio, sale e polenta”,[viii] e che rientrava nella razione giornaliera dei “rimieri seu persone condannate alla galera”, composta da un po’ di pane, olio, fave, sale, legna ed olio per il caldaro.[ix]

Anche i soldati stanziati nel castelli del Crotonese, ricevevano un vitto che comprendeva le fave. Il 15 marzo 1487, come da ordine di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, diretto al tesoriere Vinceslao Campitello, si provvedeva “la torre dele castella che se trova nelle nostre marine”. Tra gli interventi “multo necessari”, vi erano quelli di approvvigionarla e di rifornirla di 25 tomoli di “fave et orcziri”.[x]

Scorte di fave risultano anche nella torre di Melissa alla metà del Cinquecento: “assegnandone della torre p.tta le chiavi, artiglierie arme e monitioni ch’in essa si troveranno et insieme li grani orgi fave et ogni sorte di legume e vini conforme si noterà per l’inventario del q.le tenerete copia per v.ra cautela”,[xi] mentre nel castello di Cirò, in occasione di un inventario fatto il 16 settembre 1594, “allo magazeno de sotto la sala de l’Archivio”, risultano riposti tomoli 41 di “fave”.[xii] Nel novembre 1651 le riserve del castello di Crotone consistevano nelle seguenti scorte: grano forte bianco tt.a 820; fave tt.a 102; sarde salate barili 8; sale di pietra cantara 6 e rotola 29; carne salata di porco cantara 14 e rotola 27; olio lampante militra 297; caso pecorino paesano pezze n. 1066, mosto salme 120; vino vecchio salme 30; aceto salme 20.[xiii]

I frati del convento di S. Francesco di Roccabernarda, coltivavano le fave nel loro orto, o giardino, assieme a numerosi cavoli e cavolini, a meloni, orzo e ad altre verdure. Altri quantitativi ne acquistavano annualmente in ottobre, quando il correttore procedeva a fare la provvista annuale di diversi generi, tra cui: cicerchia, ceci, fave, “suriaca occhinigrella” e bianca, “piselli di soriaca” e “fasoli”. Parte di queste fave serviva anche per il compenso del capo vaccaro, dei vaccari e dei “mesaroli”, a servizio del convento, cui spettava il diritto di ricevere una “ricreazione” consistente in un tomolo di grano al mese e, durante la quaresima, un quarto di fave ed una mezza litra di olio. Di altre “ricreazioni” beneficiarono al tempo in cui si marcavano i vitelli, o si portavano a vendere.[xiv]

I legumi tra cui le fave, facevano parte anche della dieta delle clarisse di Crotone. Tra le spese sostenute dal luglio 1768 al maggio 1769, dal procuratore del monastero di S. Chiara di Crotone, il canonico D. Francesco Torrone, troviamo che quelle per cibarie assommavano a ducati 330:50, cui erano da aggiungere altre numerose spese: olio militra 136, provole grasse e grosse pezze 12, capicolli 16, cascio pezze 150, baccalà rotola 30, insogna rotola 80, lardo rotola 32, neri 2, musto barili 14, vino barili 2, vino per acquavite barili 4, maiorca tomoli 100, grano orocavallo tomoli 40, sale, legumi (fave, ceci, riso, cicerchia), uva, amendole, neve, noci, torrone, cannella, garofalo, zucchero, miele, pepe, sciruppata, olive, castagne, mele, ecc.[xv]

Sarchiatura di un campo di fave presso Melissa (foto di Treccani E., da lombardiabeniculturali.it).

La coltivazione

La coltivazione delle fave (Vicia faba L.) risulta tra quelle tradizionalmente praticate nel Crotonese, come leggiamo ad esempio, in una descrizione del territorio di Melissa della metà del Cinquecento: “lo territorio de Melissa è bono fertile, et fertiliss.o, atto ad ogni sorte de massaria de grani, horgi, lini, fave, bambace, et ogni altra sorte de ligumi”.[xvi]

Quanto fosse diffusa la coltivazione delle fave già durante il Medioevo, ci è testimoniato da un documento risalente a verso la metà del Trecento, che riporta uno stato dei censi del monastero cistercense di Sant’Angelo de Frigillo presso Mesoraca, relativo alla sua grangia di S.to Stefano del Vergari, dove risultano annotate le quantità distinte per genere (grano, orzo, ceci e fave), dovute ai monaci di questo monastero da ciascun censuale, per aver ottenuto da loro il terreno in enfiteusi:

“It(em) Pelerinu s(olvi)t tu(mulos) de granu VIII / It(em) Andrea Ubri s(olvi)t tu(mulos) de granu III de orgeo tu(mulum) I de ciceri quartu / unu medi(um) tu(mulum) de fave. / It(em) Nicola de Nigle s(olvi)t tu(mulos) de granu VI de ciceri medi(um) tu(mulum). / It(em) Rugeri Capanera s(olvi)t tu(mulos) de granu III. / It(em) Tomasi Capichanu s(olvi)t tu(mulos) de granu VIII. / It(em) Andrea de Giordanu s(olvi)t tu(mul..) de granu … + de orgeo tu(mulos) III de fave … / It(em) Peri Capichanu s(olvi)t tu(mulos) de granu III de orgeo tu(mulum) I de ciceri tu(mulum) I. / It(em) Vigo Papasodero s(olvi)t tu(mulos) de granu V de orgeo tu(mulum) I de fave quartu I medi(um) tu(mulum) de ciceri. / It(em) Nicola Bardaru s(olvi)t tu(mulos) de granu VIIII de orgeo tu(mulum) medi(um) quartu I de ciceri. / It(em) Mosu de Figulus s(olvi)t tu(mulum) de granu + de orgeo tu(mulum) + / It(em) Dona Iacuba de Pascuale Figulus s(olvi)t tu(mulos) de granu III de fave tu(mulum) I de ciceri quartu I. / It(em) Sidero greco tu(mulos) de granu III. / It(em) Ioanes de Palma s(olvi)t tu(mulos) de granu LV de orgeo tu(mulos) V. / It(em) Guilelmu de Letu s(olvi)t tu(mulos) de granu IIII de orgeo tu(mulum) I de fave quartu I. / It(em) Petru Abenate s(olvi)t tu(mulos) de granu III de orgeo tu(mulum) I de fave tu(mulum). / It(em) Peri Blasiu s(olvi)t tu(mulos) de granu VIII de orgeo tu(mulum) I de ciceri tu(mulos) VI de fave quartu I. / It(em) Ioannes de …siu s(olvi)t tu(mulos) de granu IIII. / It(em) Dona Avade s(olvi)t tu(mul..) de granu +. / It(em) Guilemu Macusu s(olvi)t tu(mulos) de granu III. / It(em) Nicola Abenato s(olvi)t tu(mulos) de granu III de orgeo tu(mulos) VI. / It(em) Robertu Tuscanu s(olvi)t tu(mulum) de granu I. / It(em) Andrea Moduri s(olvi)t V de fave medi(um) tu(mulum). / It(em) Palu Tenca s(olvi)t tu(mul..) de orgeo tu(mulos) II. / It(em) Iurdanu Corchune s(olvi)t tu(mulos) de granu. / It(em) Ioanes Quilise s(olvi)t tu(mulos) de granu VIII de orgeo tu(mulos) IIII de fave tu(mulum) I. / It(em) Panfilus Nicolaus Frebe s(olvi)t tu(mul..) de granu … / It(em) Nicola … s(olvi)t tu(mulos) de granu II. / It(em) Ioanes Tenca s(olvi)t tu(mul…) de granu. (…) Die XIIII.o Agusti XV.e ind(ictionis) / facta …ali ecc(lesi)e; fuit Joh(ann)es / Falconus a(b)bas mon(asterii) S(an)cti Ang(e)li / assignavit Nic(o)l(a)o Mahee i(n) granu(m) / S(an)cti Steph(an)i so(lvit) … th(umulos) LXXXII / cicerios … th(umulos) LXIIII / fabas … th(umulos) XII / It(em) confessus e(st) d(i)c(tu)s ab(b)as / e(ss)e penes se intr(oitus) t(er)rit(or)ii / mes(orac)ae; … so(lvit) th(umulos) XXXV”.[xvii]

La coltivazione dei ceci da parte dei coloni che avevano preso in affitto appezzamenti di terreno da parte delle abbazie, si evidenzia nel caso di quella di Calabro-Maria di Altilia, presso Santa Severina, i cui terreni di San Mauro fornivano ai monaci il quantitativo di “ciceri” che necessitava per il loro vitto. Durante l’annata della IX indizione (primo settembre 1490 – ultimo di agosto 1491), Antonio Baccari per ragione di “teragio”, consegnò all’abbazia 2 quarti di ceci, Dominico Russo e Matteo Guardata 1 tomolo ciascuno, mentre altri 2 quarti furono consegnati da Antonio de Amato, che deteneva in fitto le terre di “ardaburi” in territorio di Santa Severina. Considerato che anche per questo genere, la quantità ottenuta sopravanzava le necessità dei monaci, 1 tomolo di ceci al prezzo di grana 12, fu venduto all’albanese Giorgio Grisumsa.[xviii]

Da un inventario fatto il 22 aprile 1568 in Melissa, ricaviamo il valore corrente a quel tempo di un tomolo di fave, leggermente superiore a quello di ceci e cicerchie: “Due salme de fave à Car.ni cinq.e lo t.o”, “Una salma de Ciceri et cicerchia a q.actro car.ni lo t.o” (1 carlino = 10 grana).[xix] Per quanto riguarda i fagioli, invece, a Roccabernarda, nella prima metà del Settecento, troviamo: “per un tumulo di occhi nirella carlini dodici d. 1-1-0”, “Per un quarto di ochi niurella carlini due d. 0-1-0.”[xx]

Sarchiatura di un campo di fave presso Melissa (foto di Treccani E., da lombardiabeniculturali.it).

Anche la documentazione seicentesca evidenzia come le leguminose da granella risultassero tra le colture comunemente praticate nelle massarie e nei giardini del Crotonese, come testimoniano alcuni atti che riportiamo a titolo di esempio. Il primo ottobre 1626, davanti al notaro comparivano il sig.r Gegnacovo de Torres di Policastro, procuratore del sig.r Cap.o Ant.o Ridolfi, “General governatore del stato di Misorace”, e Gio. Battista Galeazzo di Acri. Quest’ultimo, ritrovandosi debitore nei confronti del detto capitano, in particolare “per il negotio del seminato, tanto delle fave, come orgio, et maijorca”, fatto in Mesoraca nel “terr.o detto di Cannavarca, et Santo Ant.o”, oltre che per il denaro che egli aveva esatto per conto del detto governatore, perviene con lui ad un accordo.[xxi]

A Papanice, nella prima metà del Seicento, i piccoli possidenti locali (Gio. Dom.co Coco, Nicolò Dirante, Nicola Peta, L. Franco, Gio. Fran.co Carnilivari, Marco Franco, Batt.a Quercia, Gio. Saranasi, Luca Borrello), prendono in fitto le terre da enti ecclesiastici, aristocratici e feudatari (Giuseppe Presterà di Crotone, Andrea Pagano di Cutro, il Beneficio di D. Giuseppe Juzzolino e di D. Gio. Dom.co Venturi di Crotone, la marchesa di Licodia, Fabritio Oliverio di Cutro, i Gesuiti di Catanzaro, Gio. Vittorio Ganguzza di Cutro) e, con massari e garzoni, li coltivano in proprio ricavandoci grano, orzo, fave e favette.[xxii] Alla fine del Seicento Domenico Labrutis di Crotone, risulta proprietario di “un giardino loco d.o lo ponte d’Isari con sua torre e vignali uno de’ quali si ritrova sementato di tt.a cinque d’orzo e l’altro dentro detto giardino sementato di lino e fave in comune col giardiniero”.[xxiii]

Il 19 giugno 1761 i crotonesi Domenico Giglio, Michele Manfreda e Dionisio Russo, dichiaravano che “ nel comprensorio delle terre dette il Prastio nel caduto anno millesettecento sessanta viddero, che fu sementato il setto della mandra di circa tumolate dieci di terra, ed a quello furono sementati maj(orch)e ed orzi, e nel setto della mandra nelle terre di S. Biase di circa tumolate quattro, e meza vi furono sementi orzi e grani germani, ed in quest’anno in detto setto di mandra del Prastio vi sono state sementate fave ed orzi ed in quello di S. Biase orzi e grani germani”.[xxiv]

Essendo tra le colture principali praticate nel Crotonese, troviamo le fave e i ceci, tra i beni dotali promessi alle spose, al tempo della stipula dei capitoli matrimoniali, oppure dati a titolo patrimoniale ai figli maschi che avevano deciso di ascendere agli ordini sacri. Il 30 settembre 1627, davanti al notaro comparivano Lucretia Furesta di Policastro, vedova del quondam Lucantonio Valente, e And.a Grano di Policastro. Tra i beni appartenenti alla dote della sposa, risultano cinque tomoli di “grano, Cici, et fave”.[xxv]

Per consentirgli di ascendere agli ordini sacri, il 12 novembre 1629, Joannes Vincensius Riccio di Policastro, dona al clerico Fulvio Riccio suo figlio, diversi beni, tra cui: “tumula quattro di Ciceri”.[xxvi] Il 17 aprile 1636, in occasione della stipula dei capitoli matrimoniali tra Antonio Giordano di Policastro e Vittoria de Franco, Andrea Scandale, fratello della futura sposa, le promette in dote “tre tomola di robbe Cioè, quattro di fave, et quattro di grano fra termine di due anni”.[xxvii]

Essendo un genere comune, un certo quantitativo di fave, come quello di altre vettovaglie necessarie al sostentamento familiare (grano, orzo, segale, ceci), risulta spesso nei magazzini delle case, come evidenziano gli inventari compilati in occasione dei lasciti testamentari, di cui riportiamo alcuni esempi.

In un inventario fatto l’8 luglio 1587 a Cirò, nella casa del quondam Nicolao Joannes de Cutro, oltre ad “una Caniczella con due t(omo)la de fave” trovati nella detta casa, facevano parte della “massaria metuta” appartenuta al defunto, “tre mezalorate de fave” e “la meta di un t(omo)lo di Ciceri”, seminata a metà da Cola Macri.[xxviii] Il 26 agosto 1630, nell’inventario fatto nella casa del quondam Cl.o Joannes Fran.co Capozza, posta dentro la terra di Policastro nella parrocchia di S.to Nicola “de grecis”, troviamo alcuni tomoli di “fave”.[xxix]

Il 29 novembre 1642. in occasione dell’inventario dei beni del quondam Andrea de Albo, morto nei giorni passati, nel “chiancato” del suo palazzo di Policastro, tra l’altro, si trovano “uno tumulo di cicerchia, tre tumula di ciceri”.[xxx] Nell’inventario fatto il 19 ottobre 1648 nella casa del quondam Gerolimo Coco a Policastro, tra le altre cose, nel “catoio” furono trovati “due tt.a incirca de Ciceri”.[xxxi]

Le fave, assieme ad orzo, “cicercola”, lana, lino, olio, cera rossa e bianca, ecc., risultano tra i generi che i romiti della chiesa di S. Anna raccoglievano comunemente attraverso la loro questua nel territorio di Isola e nei luoghi vicini nella seconda metà del Settecento.[xxxii]

Sarchiatura di un campo di fave presso Melissa (foto di Treccani E., da lombardiabeniculturali.it).

I conti della massaria

Le operazioni colturali necessarie in una massaria, dove si seguiva il tipico ciclo attuato nel Crotonese, che prevedeva di coltivare colture sfruttanti, quali i cereali (grano, orzo) e le piante tessili (lino), assieme ad altre migliorative della fertilità dei terreni, quali le leguminose da granella (fave, favette, ceci), si rinvengono nei conti della massaria di Giuseppe Micilotto che, nel 1760, prese in fitto le terre dette “Li Miccisi” in territorio di Crotone, dal monastero di Santa Chiara di Cutro e dal cantore cutrese Domenico Bona, seminandovi 250 tomoli di grano, 8 di linusa, 1 ed ¼ di fave e 3 di orzo. A causa della cattiva annata egli ricavò solamente 493 tomoli di grano, 6 di orzo, 1 e ½ di fave, nonché 3 tomoli di linusa e 29 pise di lino.

In questa occasione, la descrizione analitica di tutte le spese sostenute, ci consente di conoscere dettagliatamente tutte le operazioni culturali necessarie per ottenere questo misero raccolto: “Per costruire il pagliaro per servizio di d.a massaria, per pure giornate d’uomini, oltre legname, docati nove. Per roncare la sud.a gabella, giornate d’uomini num. trecento trenta. Per ammaesare la sud.a gabella, cioè scipare, dubrare, interzare, e tt.a novanta inquartate, paricchiate di bovi num. novecento sessanta. Per fare una gambetta, giornate di vanghiero num. diece. Per roncare li majsi, giornate d’uomo num. cinquecento ottanta otto. Per sementare li sud.i majsi, parecchiate di bovi num. trecento ed otto. Per adaccare giornate d’uomo num. duecento sessanta. Per trasporto delli sud.i tumula duecento cinquanta grano, tt.a otto linusa, tt. Uno e un quarto favi, e tt.a tre orzo, da Cotrone alla gabella, docati diece. Per zappoliare i lavori, giornate d’uomini num. cinquecento trenta due. Per nettare il lino giornate di uomo num. ventisei. Per sfellorazzare i lavori, ed ammaesare le fave giornate d’uomo num. sessantanove. Per scorrere li med.i giornate d’uomo num. trecento novanta. Per sciuppare il lino speso carl. ventinove. Per rampare, e nettare l’aria speso docati quattro e grana diece. Per sciuppare le fave g.te d’uomo num. quattro. Per sei mesate di guardiano per custodire d.i lavori pagati a Nicola Russo di Pietrafitta, docati dieceotto. Per tante giornate pagate a mietitori e ligatori per mietere e ligare d.a massaria doc.ti cento diecesette, e grana trenta. Per le spese cibarie occorse in mietere d.a massaria, essersi consumate la seg.te robba: Grano tt.a trentadue, Vino barili quarantauno. Aceto barili due. Formaggio pezze cinquantaquattro. Oglio militra tre. Foglia carlini trenta tre. Sale rot.a diece, e pecore num. quindeci, e per macinare sud. grano, sale, frasche, e fattura del pane docati diece. Per carrare la gregna giornate di carro num. quaranta quattro. Per trasportare la robba da mangiare alli mietitori, ed acqua alli med.i giornate di carro num. diecesette. Per triturare la gregna trizze di bovi num. ottanta. Al mietere, ed all’aria, giornate d’uomini oltre li mietitori, e li ligatori num. Trecento trenta otto, che pagati a diversi prezzi in tutto ascesero a doc.ti settanta quattro e grana ottanta sette. Per trasporto di tt.a quattrocento novanta tre grano ricavato nella prossima passata raccolta dalla sud.a massaria, dall’aria al magazino, doc.ti quattordici e grana settantanove. Per trasportare il lino alla Vurga, ed indi riportarlo giornate di carro num. quindeci. Per scacciare, e purgare d.o lino doc.ti undeci e grana sessanta. Per il soldo pagato al massaro in tutto docati sessantauno e grana cinquanta. Quali sud.e giornate di uomini come sopra descritte, pagate volta per volta a raggione di grana quindeci la giornata”.[xxxiii]

Risalgono alla seconda metà del Settecento, anche alcune platee della Mensa vescovile di Crotone, che ci danno l’opportunità di valutare l’incidenza della coltivazione delle fave rispetto a quelle cerealicole, nell’ambito del vasto possedimento vescovile di Bugiafaro, nel territorio di Isola. A quel tempo il vescovo di Crotone affittava le terre di Bugiafaro a quasi un centinaio di coloni di Isola e tramite il suo agente, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, al momento della semina, anticipava a molti di loro anche la semente, obbligandoli così a saldare alla raccolta pagando in grano, al prezzo della voce di maggio di Cutro. I coloni mettevano a grano, orzo, fave e favette, le terre affittate, impegnandosi alla raccolta a pagare il “terraggio”, valutato in tante tomolate del genere coltivato, quanto sarebbe stato stabilito dall’apprezzo da farsi nel mese di maggio, da quattro apprezzatori (due massari di Crotone e due di Isola). La coltura maggiormente praticata era il grano (75/80 per cento), seguiva l’orzo (10/15 per cento), il rimanente era a fave e favette. Le parti non seminate, dette “vacanti”, erano affittate con pagamento in denaro in occasione delle fiere di San Janni e Molerà, ad uso di pascolo di pecore.[xxxiv]

Alla metà dell’Ottocento, nei magazzini della masseria di Poligrone, una delle sei appartenenti ai Barracco, oltre a grano, orzo, lino, ecc., confluivano anche: fave, favette, ceci e cicerchia.[xxxv]

Sarchiatura di un campo di fave presso Melissa (foto di Treccani E., da lombardiabeniculturali.it).

Commercio ed estrazione

Le fave come altri legumi, figurano tra le merci ordinariamente imbarcate nel porto di Le Castella agli inizi del Cinquecento: “Item ab extrahente legumina videlicet cicera fabbas, ordeum et aliam ligumina per mare exiguntur per baiulum predittum pro q.alibet salma grana duo et medium.”[xxxvi] Un resoconto dell’amministrazione delle terre della baronessa della Garrubba Anna Suriano degli inizi del Settecento evidenzia le numerose e cospicue esportazioni di grandi quantità di grano, orzo, fave e lino che, prodotte dalle massarie di Poerio e Gullo di Crotone, sono imbarcate dal porto della città per altri luoghi della Calabria e per Napoli.[xxxvii]

Alcuni atti notarili stipulati in occasione di naufragi, e delle scorrerie di corsari e banditi, ci forniscono indirettamente, altre notizie relative al commercio delle fave nel Crotonese. Il 16 settembre 1709, davanti al giudice a contratto, Domenico Foti, patrone della “Barca chiamata Maria di Portosalvo della Città di Reggio, asseriva che, il giorno precedente, dopo essere transitato da Crotone, ritrovandosi “nella marina di questa Città di Catanzaro”, “à derittura della Regia Torre di questa suddetta Città”, la sua imbarcazione era stata predata da sei imbarcazioni “liperote”, che si erano prese le “vele, rimi, et ogni altro ordegno”, assieme al carico, tra cui “tumuli diece di fave”.[xxxviii]

Nel febbraio 1751 una tartana carica di fave, ceci e lenticchie partita da Taranto e diretta a Napoli, sorpresa da una tempesta, tenta di rifugiarsi nel porto delle Castelle ma, non riuscendovi, getta l’ancora sulle secche. A causa della furia del mare essa naufraga ed i marinai a stento si salvano.[xxxix]

Crotone, 16 febbraio 1769. Paolo Ambrosino di Procida, patrone della marticana nominata “San Luigi e Santa Teresa”, dichiarava che, essendo stato noleggiato dal mercante napoletano Giacomo Scherino, si era recato allo “scaro di Fasana” in territorio di Strongoli, per ricevere dall’agente generale del Principe di Strongoli 2000 tomoli di grano, 350 tomoli di orzo e 140 tomoli di fave. Arrivato con il suo bastimento alla meta e avvisato l’agente generale Antonio Ianni, era giunti molti vaticali, i quali cominciarono a trasportare la merce dai magazzini situati nella torre di Fasana al bastimento. A vigilare che durante il trasporto non avvenissero furti, lo stesso agente, come previsto dal contratto, mandò alcuni suoi sgherri. Tuttavia, i guardiani accordatisi con i vaticali e, avuto da questi del denaro, permisero il furto di parte della merce.[xl]

Nel luglio 1803 “più lancie di corsari barbareschi, sbarcarono nel littorale della torre di Melissa, ed i corsari in gran numero per sopra il tetto s’intromisero nei magazini poco distanti da quel littorale, ove i Sig.ri Calvelli (Annibale e Guglielmo) conservavano tutti i generi delle loro industrie, e saccheggiarono quasi tutto il grano, le fave e l’orzo, trasportandolo sopra le lance e lo portarono via.”[xli]

Un certo movimento di questi generi si segnala alla metà del secolo sul litorale cirotano, attraverso i dati relativi al commercio marittimo in questa zona pubblicati dal Pugliese. Dallo “Stato delle Estrazioni dalla Dogana di Cirò per Cabotaggio – anno 1843”, risulta che dal “Caricatojo” di Cirò, furono estratti 17 cantara di legumi per Roccella e 52 per Taranto. Nello stesso anno, dallo “Stato de’ Generi immessi durante il detto anno 1843”, apprendiamo che nel “Caricatojo” di Cirò, giunsero 20 cantara di legumi da Taranto.

L’anno successivo risulta che, dalla “Baracca del Caricatoio” di Cirò, furono imbarcati 5 cantara di legumi destinati a Taranto, 197 a Reggio e 1 a Roccella, mentre dalla “Torretta” di Crucoli, 4 cantara di legumi partirono per Castellamare e, dalla “Torre” di Melissa, 1 cantaro di legumi fu mandato alla Riviera di Reggio. Dallo “Stato del 1845” sappiamo che dal “Caricatojo” di Cirò, furono estratti 22 cantara di legumi per Roccella e 30 per Taranto.

Più circostanziati sono i dati relativi allo “Stato del 1846”, dal quale risulta che dalla “Baracca del Caricatoio” di Cirò, furono imbarcati 100 cantara di fave per “Badolato”, 150 per Reggio, 5 per Roccella e 55 per Castellamare, mentre 2 cantara di fagioli e 3 di piselli furono inviati a Reggio. Dal “Purgatorio” di Strongoli, 6 cantara di cicerchie e fave furono inviate a Bagnara e Reggio. Nello stesso anno, nel “Caricatojo” di Cirò giunse 1 cantaro di lenticchie da Taranto.[xlii]

Note

[i] Nola Molise G. B., Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone e della Magna Grecia, 1649, p. 132.

[ii] Noctes Atticae, IV 11, 1. Trascrizione a cura di Pasquale Attianese.

[iii] Giamblico, Vita di Pitagora, cap. 258 – 259 – 260 – 261. Trascrizione a cura di Pasquale Attianese.

[iv] Pesavento A., Il capitolo cattedrale di Santa Severina sotto il titolo di Santa Anastasia, www.archiviostoricocrotone.it

[v] Pugliese G. F., Descrizione ed Istorica Narrazione dell’Origine, e Vicende Politico-Economiche di Cirò, Napoli 1849, vol. I, pp. 185-186.

[vi] Odissea VIII, 222.

[vii] Delaville Le Roulx J., Cartulaire Général de l’Ordre des Hospitaliers de S. Jean de Jérusalem (1110-1310), Parigi 1897, tome second (1201-1260), pp. 900-901. Maone P., Contributo alla Storia di Cirò, in Historica n. 2-3/1965, p. 96 sgg. e Allegato n. 1.

[viii] Padula V., Persone in Calabria, Ed. Rubettino 2006, p. 112.

[ix] ASCZ, Busta 1345, anno 1777, ff. 77-78.

[x] ASN, Dip. Som. Fs. 552, I Serie, f.lo 1, 1487, Cunto dele intrate dela cita dellisola le castelle et de tacina loro pertinentie et districto administrate per me Antonio de Jacobo de Florentia, f. 42.

[xi] ASN, Arch. Pignatelli Ferrara fs.1, inc. 48, f. 37.

[xii] ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 36, ff. 472-473.

[xiii] ASCZ, Not. Protentino F. G., Busta 229, anno 1651, f. 101.

[xiv] ASCZ, Libri Antichi e Platee, Cartella 80/12.

[xv] AVC, “1768 e 69 Esito per il Ven.le Monastero di S. Chiara Gov. Il Can.co D. Francesco Torrone”, s.c.

[xvi] ASN, Fondo Pignatelli Ferrara, Fasc. 51 bis, Prat. 100, f. 2v. Sempre nello stesso periodo tra le spese sostenute dall’università di Melissa troviamo l’acquisto di “due pise de lino per darle alla femina delo cuntatore” da Cola Russo per carlini 12. ASN, Conti Comunali, Fasc. 199/5 (a. 1561), f. 6.

[xvii] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 66-70.

[xviii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 13r-14r e 29r.

[xix] ASCZ, Notaio Cesare Cadea di Cirò, busta 6, f. 102.

[xx] ASCZ, Libri Antichi e Platee, Cartella 80/12, ff. 9 e 13.

[xxi] ASCZ, Notaio Guidacciro G. B., Busta 79 prot. 296, ff. 74v-75 e 79.

[xxii] Pesavento A., Papanice dalle origini al Seicento, www.archiviostoricocrotone.it

[xxiii] ASCZ, Busta 496, anno 1702, ff. 56-59.

[xxiv] ASCZ, Busta 1268, anno 1761, ff. 107-110.

[xxv] ASCZ, Notaio Guidacciro G. B., Busta 79 prot. 296, ff. 155-156.

[xxvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Policastro, Busta 79 prot. 297, ff. 65v-66v.

[xxvii] ASCZ, Notaio Guidacciro G. B., Busta 80 prot. 303, ff. 36-37.

[xxviii] ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 370-371.

[xxix] ASCZ, Notaio Guidacciro G. B., Busta 79 prot. 297, ff. 141-142v.

[xxx] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Policastro, Busta 182 prot. 801, ff. 121v-123.

[xxxi] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Policastro, Busta 196 prot. 875, ff. 93-94v.

[xxxii] ASCZ, Libro de’ conti della Procura della Ven. le chiesa di S.ta Anna (1745-1784).

[xxxiii] ASCZ, Busta 1342, anno 1761, ff. 33-36.

[xxxiv] AVC, Cart. 125, Platee mensa vescovile di Crotone anni 1775, 1776, 1777, 1778, 1793.

[xxxv] Pesavento A., Poligrone, Marrio seu Agromoleto e Gipso nella Valle del Neto, www.archiviostoricocrotone.it

[xxxvi] AVC, Reintegra di Andrea Carrafa, s.c., f. 18.

[xxxvii] ASCZ, Busta 659, anno 1716, ff. 82-85.

[xxxviii] Valente G., Le Torri costiere della Calabria, pp. 124-125.

[xxxix] ASCZ, Busta 1069, anno 1751, ff. 3-4.

[xl] ASCZ, Busta 1129, anno 1769, ff. 40-42.

[xli] ASCS, Reg. Ud. Prov., Mazzo 22, fasc. 177, f. 38.

[xlii] Pugliese G. F., Descrizione ed Istorica Narrazione dell’Origine, e Vicende Politico-Economiche di Cirò, Napoli 1849, vol. I, pp. 49-62.


Creato il 10 Giugno 2024. Ultima modifica: 11 Giugno 2024.

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