Dal monastero di S. Michele Arcangelo presso Belcastro, al casale di S. Angelo di Cuturella

Cuturella di Cropani, CZ (dalla pagina fb della Parrocchia S. Michele Arcangelo – Cuturella di Cropani).

Dopo la conquista della regione da parte dei Normanni, nel corso della seconda metà del secolo XI, questi nuovi padroni cominciarono a strutturare il territorio secondo le loro esigenze, legate al mantenimento del potere, di cui si erano insignoriti attraverso la guerra, facendo concessioni a quanti avevano aderito alla loro parte e avevano fattivamente contribuito all’istaurazione del loro dominio. Fu così che attraverso la donazione di terre a vescovi e abbati a loro fedeli, i signori normanni legarono a sé la chiesa locale, ridisegnando la geografia dei luoghi secondo la struttura della nuova piramide feudale che andava a costituirsi. In questa fase, scomparvero alcune parti delle strutture appartenenti alla precedente organizzazione territoriale, mentre altre furono riorganizzate in quelle emergenti.

A tale riguardo i pochissimi documenti di questo periodo solo raramente ci forniscono qualche notizia. Nel nostro caso, tracce di un territorio esistito tra gli attuali centri di Belcastro e Cropani, strutturato in maniera autonoma già prima della conquista normanna, emergono attraverso un documento degli inizi del secolo XII.

Scena di combattimento dall’arazzo di Bayeux (da latitudeslife.com).

S. Michele Arcangelo

Si tratta di un atto segnalato dal padre Francesco Russo, attraverso cui lo studioso riferisce la notizia della concessione del monastero di S. Michele, in diocesi di Belcastro, ai benedettini di S. Bartolomeo di Lipari nel 1107, anche se, in un altro passo del suo scritto, lo stesso autore lo individua in diocesi di Umbriatico.[i]

Dal documento relativo a tale concessione, conservato nell’Archivio Capitolare di Patti (ME), e pubblicato da Giuseppe De Biasi nel suo volume “San Nicola dell’Alto”, apprendiamo che, il 9 novembre 1107 (a. m. 6615), I indizione, “Guglielmo Karbouneres”, signore di “Gynaikokastron” (Belcastro), per la salvezza della propria anima e di quella dei suoi genitori, concesse il privilegio dell’immunità, confermando i possessi donati in precedenza, sia dal nonno “Chariberto” che dal padre “Guglielmo”, e dotò con un vasto possedimento il monastero di S. Bartolomeo di Lipari ed il suo abbate Ambrogio (Ambrosio), che aveva edificato a proprie spese una chiesa dedicata a “S. Arcangelo”, “nelle montagne in un luogo boscoso e inabitato” di Genicocastro.

Così sono descritti i confini di questo possedimento: “dalla sella (di monte) ove è fissata la croce verso est, e scende il torrente, e sale l’altro torrente, e giunge alla vecchia strada, e scende fino al fango, e giunge alla grande pietra, e scende il torrente fino alle fosse nel vecchio villaggio, e sale la Antira fino ai sassi e giunge al grande torrente al guado di Kondopietro, e sale lungo il grande torrente e giunge alla quercia ove fu la croce e alla spatula, e sale lungo il torrente secco e giunge al pero sporco, e scende verso il fiume Kroklea (Crocchio?), e sale lungo il fiume fino al guado delle Meline e chiude alla sella (di monte) ove è fissata la croce.”[ii] (Traduzione a cura della prof.ssa Vera Von Falkenhausen).

Statua di S. Michele Arcangelo nella chiesa parrocchiale di Cuturella di Cropani, CZ (dalla pagina fb della Parrocchia S. Michele Arcangelo – Cuturella di Cropani).

Le terre di Sant’Angelo de Frigillo

L’esistenza di una chiesa dedicata a Sant’Angelo in “tenimento” di Genicocastro, è documentata durante la prima metà del XIII secolo, quando un “loco”, o “ecclesia”, di “Sancto Angelo”, o “Sancto Angelo de Pacti”, ricorre in due documenti che troviamo tra le carte latine pubblicate dal Pratesi, riguardanti alcune terre del monastero di Sant’Angelo de Frigillo vicine a questo luogo.

Il 29 maggio 1230, “Guillelmus Grisolemus” cedeva a “domine Alexander de Policastro imperialis iusticiarie Calabrie et Vallis Gratis”, un oliveto “de patrimonio nostro quod est in tenimento Genicocastri in loco qui dicitur Vallis de Sancto Angelo in fonte Filachi”, così confinato: “ab oriente est terra nostra, ab occidente est suberitum comitis Riccardi Fallucca; a septemtrione est olivetum domini Constantini piscatoris; a meridie est olivastretum Guidonis de domino Sturmo, quo quondam fuit olivetum, et sic concluditur olivetum”, ricevendo in cambio una vigna “que est in tenimento Genicocastri in loco qui dicitur Furca”. Il documento scritto in greco nella città di “Genicocastri”, dal “presbiteri Teodori puplici tabellionis Genicocastri”, fu sottoscritto, tra gli altri, da Andreas, Bonus e da Bonaiuta “iudex Genicocastri”.[iii]

Pochi anni dopo risulta documentato che questo oliveto acquisito da Alessandro de Policastro, fu donato dallo stesso giustiziere al monastero di Sant’Angelo de Frigillo che, nelle sue vicinanze, possedeva già altre terre donategli dai feudatari di Genicocastro. Il 6 luglio 1235, “Guido filius domini Roberti de Sturmo”, per la salvezza della propria anima, e per quella dei suoi predecessori e successori, offriva al monastero di “Sancti Angeli de Frigilo duas modiatas terre cum olevastretis”, “in loco qui dicitur Sancti Angeli de Pacti qui sic distinguitur: ab oriente via puplica cum terra quam tenet Iohannes Chefalus, ab ocidente terra quam tenet ecclesia Sancti Angeli de Frigilo ex dono dominationis terre Genicocastri, a septemtrione terra quam dedit quondam dominus Alexander de Policastro ecclesie Sancti Angeli de Frigilo, a meridie terra quam tenet ecclesia Sancti Angeli de Pacti quam terram sic distinctam habeo ex emptione paterna.” Il documento, scritto da “Iohannis iurati notarii Genicocastri”, risulta sottoscritto, tra gli altri, da: “Marcus Dei gratia Genicocastri episcopus”, “Simona comitissa domina Genicocastri”, “magister Philippus Marchafaba”, “Alamannus Falluca”, “iudex Andreas de Genicocastro”, e “Lucas archidiaconus Genicocastri”.[iv]

Questi possedimenti di Sant’Angelo de Frigillo, risultano più tardi anche in una platea della fine del Cinquecento, dove troviamo i censi che l’abbazia possedeva su due appezzamenti olivetati in località Filaci, a Belcastro: “I(tem) Colligitur ex dicta Platea Veteri d.m Abbatiam habere infrascriptos Census In Civitate Bellicastri V.t. Cesare Caputo per un’Oliveto in loco d.o Pellige, (sic) iuxtam le Terre di Giulio Caputo, ne paga grana dudeci annui, ut supra. Alfonso Caputo per Giulio suo f(rat)ello per una possess.e con Celsi, Olive, e Terre intorno, in logo dove si dice filogi (sic), ne paga Carlini quattro annui, ut supra.”[v]

In evidenza i toponimi: “Melina di S. Lorenzo”, “F. Crocchio”, “Contr.a Fra Luca”, “Sovereto di Cuturella”, “Filace” e “Forca”, richiamati negli antichi documenti. Particolare del F. 237 II S.O. “Sersale” della carta d’Italia 1:25.000.

Santa Maria de Genicocastro

Altre informazioni circa le vicende di questo monastero, ci giungono seguendo quelle di Santa Maria di Genicocastro, le cui prime notizie si riferiscono già ai primi decenni della dominazione normanna. Nel 1093 il conte Ruggero I completava le donazioni all’abazia della SS. Trinità e S. Michele Arcangelo di Mileto, specificandone i confini. Tra queste donazioni compare “la terra vicina all’abazia di S. Maria de Caliopoli (poi Genicocastro)”.[vi] Una chiesa di “S. Marie de Giroloclastro” (sic, ma Genicocastro) risulta anche in un atto del 15 marzo 1303 che, tra le “possessiones et bona monasterii S. Mariae de Latina de Agira” in Calabria, menziona la “ecclesiam S. Marie de Giroloclastro cum omnibus iuribus et pertinentiis suis”.[vii]

A tale riguardo bisogna ricordare che, dopo la conquista normanna, il monastero di Agira passò ai benedettini. Nel 1094/1095 Ruggero I lo arricchì e lo fece restaurare, confermandolo ad Ambrogio, abate di S. Bartolomeo di Lipari, al quale confermò sia la chiesa, che il territorio di San Filippo di Agira, già acquisiti in precedenza.[viii] Dopo la conquista di Gerusalemme (15 luglio 1099), volendo potenziare il monastero benedettino di Santa Maria dei Latini che si trovava in quella città, alcuni cavalieri normanni vi aggregarono le rendite di molti monasteri benedettini delle Puglie, delle Calabrie e di Sicilia, tra i quali figura anche quello di San Filippo di Agira, con le sue proprietà e grange. A seguito di tale unione avvenne che tutte le badie e i priorati annessi a Santa Maria Latina di Gerusalemme trassero il nome dall’abazia principale.

Chiesa parrocchiale di Cuturella di Cropani, CZ (dalla pagina fb della Parrocchia S. Michele Arcangelo – Cuturella di Cropani).

Il “vecchio villaggio”

Con l’espansione dell’ordine cistercense nella vallata del Tacina, a cominciare dalla metà del XII secolo, prima dietro la spinta dell’abazia di Santa Maria della Sambucina, poi attraverso quella di Sant’Angelo de Frigillo, diversi antichi monasteri greci passarono sotto il controllo del nuovo ordine. In tale contesto, nel corso della seconda metà del secolo XII, tra i possedimenti dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, è sempre richiamata la “ecclesia” di Santa Maria de Archelao, come attestano, pur nella loro dubbia autenticità, numerosi atti di conferma provenienti dalla curia papale.[ix]

In seguito, questa chiesa, o monastero, compare nel giugno 1202 (a.m 6710), V indizione, in un atto scritto in greco di cui esiste una copia latina,[x] riguardante una permuta tra Bartolomeo, arcivescovo metropolita di Santa Severina, e Luca, kathigoumène de la Thèotokos de la Saboukeina, attraverso cui siamo informati del fatto che, la Thèotokos de Archéalon (Ἀρχελάoυ) era una grangia di questa abbazia che, per tale possesso, ricadente in diocesi di Santa Severina, pagava un censo annuo alla chiesa metropolitana.[xi]

Dopo l’istituzione dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, ritroviamo questa grangia tra i possedimenti della nuova abbazia. Un atto del 6 marzo 1210, infatti, considerato falso dal Pratesi, elenca tra questi quello della“eclesia Sante Marie de Archillao cum casali et terris et vineis et molendinis, forestis et cursis et pertinenciis suis”,[xii] facendo menzione di un abitato la cui esistenza, come “casali Sancte Marie de Archelao”, è testimoniata anche da altri due documenti successivi (1223-1225), di cui il più tardo è considerato un falso dal Pratesi.[xiii]

Di questo abitato, forse il “vecchio villaggio” menzionato tra i confini dell’antica concessione fatta ai benedettini di S. Bartolomeo di Lipari nel 1107 e, comunque, non in possesso dei cistercensi di Sant’Angelo de Frigillo, considerato che non compare mai nella documentazione successiva che descrive i possedimenti di quest’abbazia, ancora nella prima metà del Seicento rimanevano i suoi resti ben visibili, evidentemente non effimeri, come scrive il belcastrese Utius de Urso che, al tempo del terremoto dell’8 giugno 1638, riferendosi al mitico passato della sua città ormai irrimediabilmente decaduta, così si esprimeva: “si vedono ancora le antiche memorie nel punto chiamato Filaci”.[xiv]

Statua di S. Michele Arcangelo esistente nella chiesa parrocchiale di Cuturella di Cropani, CZ (dalla pagina fb della Parrocchia S. Michele Arcangelo – Cuturella di Cropani).

Un nuovo villaggio

Ritroviamo il tenimento di “s.to angelo”, “interposito” nel territorio della città di Belcastro, alla metà del Cinquecento. Nel “Relevio delo Ill.o s.or q.o donno Ant.o de aragonia Duca De Monti Alto”, contenuto nel “Volume Singolare con diversi Instrum.ti del 1544”, tra le entrate feudali de “Lo Contato de Bel cast.o”, risulta:

“Lo Tenim.to de s.to angelo f. otto d. 80.0.0.” “Per lo afficto delo Tenim.to de S.to angelo f. otto d. 80.0.0” (annotato al margine: “in dicto alio quint.o f. 8 d. 44”). “Lo tenim.to de s.to angilo de ditta t(er)ra fo venduto at th(omas)o mangone et compagni duc.ti quaranta quatt.o d. 044.0.00.” “Int.us lo Tenim.to de s.to angelo che lo ha Tenuto affictato in dicto anno p.e ind.s et per quanto prezo Dixit che lo ha tenuto affictatu Th(oma)se mangune de Taberna per ducati quaranta quatt.o et in lo p(rese)nte anno ij.e ind.e lo ha tenuto affictato rubano di li Casali de cosenza per ducati octanta s(eco)ndo appare per Con.cti facti per mano de not.e federico galati de dicta Cita et de not.e marino Carlocto de taberna quali al p(rese)nte è m.ro datti de la Rx.ia aud.cia de Cosenza.” “Item uno alt.o tenim.to no(m)i(n)ato de s.to angelo interposito in lo t(er)rit.o dela dicta Cita de belcast.o il quale lo ha venduto in lo p(rese)nte Anno ducati octanta ad uno no(m)i(n)e rubano de romano et cicco de romani de li pertinentie de li Casali de Cusenza.”[xv]

Luogo disabitato, frequentato stagionalmente solo dai pastori cosentini che, durante la transumanza, vi conducevano le loro mandrie al pascolo durante l’inverno, il corso di S. Angelo ricorre nei primi anni del Seicento, per liti in merito all’esercizio dei diritti universali da parte della popolazione di Belcastro, nei confronti del loro diritto di pascolo avversato dal feudatario. È dell’anno 1604, il ricorso dell’università di Belcastro “per il pascere loro animali nelli territorii delli cursi detti di Santo Ungilo (sic), di Botro, dell’Urghe, li cursi delli feudi de Magliacane, Botricello et Spertuso”.[xvi]

In questi primi anni del secolo, comunque, la frequentazione da parte della popolazione pastorale e la volontà del feudatario di aumentare la rendita fondiaria delle sue terre mettendole a coltura, determinarono la fondazione del casale di S. Angelo. Dalla relazione vescovile del 1627, siamo informati della recente presenza del casale di “S.ti Angeli”, costituito da circa cinquanta fuochi e amministrato, a differenza di quello di Andali dove si trovava un parroco greco, da un parroco perpetuo di rito latino.[xvii] Circa un ventennio dopo la sua fondazione, il casale che, in ragione dell’avvio del processo di messa a coltura del territorio, incominciò ad essere chiamato anche “Cuturella”, risultava affidato alla cura di un cappellano amovibile, che si sosteneva con le decime pagate dagli abitanti, mentre la sua popolazione tra “communicabiles” e non, era composta da 140 anime.[xviii]

Cuturella di Cropani (CZ).

Consistenza del casale

Alla metà del Seicento “Sanctus Angelus, seu Cuturella”, distante circa tre miglia dalla città di Belcastro, risulta uno dei due modesti casali della diocesi di Belcastro, composto da circa 250 anime poverissime che, quantunque residenti nel casale, erano ancora soggette a spostarsi verso altri territori durante il ciclo stagionale seguito dalle mandrie. Per tali motivi e per i suoi scarsi frutti, la “Ecclesia” del casale, sotto il titolo di “Sancti Michaelis Archangeli”, affidata ad un cappellano, non era stata ancora eretta in parrocchiale, anche se il vescovo si riprometteva di farlo quanto prima. Questa si presentava con le strutture murarie ancora incompiute, e non ancora nelle condizioni di conservare decentemente l’eucarestia che, provvisoriamente, si teneva in una piccola custodia. A quel tempo, al suo interno, era stata eretta la cappella sotto l’invocazione di Santa Maria, che era di iuspatronato della famiglia Cambiatore.[xix]

Gli abitanti del casale corrispondevano alla chiesa sia le decime che i “Juribus Mortuorum”.[xx] Da un “certificato” rilasciato su richiesta dell’arcivescovo di Santa Severina, che riporta le rendite percepite dal vescovo di Belcastro Giovanni Battista Capuano, relativamente alle proprietà accatastate nel “libro Onciario” dell’anno 1743, apprendiamo che quest’ultimo esigeva “per jusso nel Casale della Cuturella per ogni defunto carlini dodici”.[xxi] Ancora al tempo della Cassa Sacra, la Mensa vescovile di Belcastro percepiva “duc. 1.20 per ogni defunto nel casale di Cuturella”.[xxii]

Dalla relazione vescovile del 1665 apprendiamo che, il casale assomava complessivamente 203 anime, di cui 140 di “Comunionis” e 63 di “Non Comunionis”. A quel tempo, la “Curatae Eccl(esi)ae Casalis S.ti Angeli Cuturellae” era ormai pienamente efficiente, sia nella sua organizzazione, che nelle strutture del suo edificio. Essa era provvista del fonte battesimale dove si conservavano gli oli sacri, ed era dotata di una campana per convocare il popolo. Escluso il cappellano, la chiesa non poteva contare su altri sacerdoti, ma aveva due chierici ed altrettanti “Diaconos Silvaticos” per il suo servizio che, in forza delle consuetudini vigenti, erano immuni da ogni giurisdizione laicale, reale e personale.

La chiesa però non possedeva rendite certe, escludendo i 15 ducati che percepiva sulle entrate dei due monasteri francescani soppresi in diocesi di Belcastro. Vi erano anche le elemosine degli abitanti del casale che, unite “ad onus Cerae, olei aliorumque necessariorum sustinendum”, costituivano un’altra piccola entrata, alla cui riscossione provvedeva un procuratore nominato annualmente dal vescovo. Oltre la messa domenicale, ed a quella delle altre feste di precetto celebrate dal cappellano, nella chiesa si celebravano altre 100 messe scrupolosamente annotate in tabella, della quali 50 derivavano dall’onere relativo allo iuspatronato laicale eretto con il proprio altare sotto il titolo della “Beatae Virginis Assumpt.nis”.[xxiii]

Tale situazione appare confermata anche un decennio dopo, quando si sottolinea che gli abitanti di Cuturella, provenienti da luoghi diversi, dopo circa cinquant’anni dalla fondazione del loro casale, non si erano ancora pienamente stabilizzati sul territorio, mantenendo ancora il loro carattere migrante: “quia Incolae sunt diversae patriae, unde non firmistatus”.[xxiv]

Sul fine del secolo, “S. Angiolo, ò pur Cuturella”, contava trenta fuochi contribuendo ad accrescere un poco la popolazione della derelitta diocesi di Belcastro, afflitta da un “notabile scemamento”, anche se, secondo la testimonianza del Fiore, tale crescita “dico per numero di soggetti, non per splendore”.[xxv] Le 166 anime registrate dalla relazione vescovile del 1692, costituivano un insieme di “coloniis, et Proselitis” prive della guida di un parroco perché, evidentemente, per le scarse ed incerte risorse su cui poteva contare la chiesa e la precarietà dell’abitato, non si era ancora trovato nessuno che volesse concorrere al posto. Il vescovo supplicava nelle sue relazioni alla curia romana che il nuovo parroco fosse amovibile.[xxvi]

Arme della famiglia Poerio (da comune.belcastro.cz.it).

Dai Caracciolo ai Poerio

Le relazioni vescovili dell’inizio del Settecento evidenziano che, a differenza dell’altro casale di Andali abitato da greci, nel “Pagus nuncupatur S. Angelo, sive la Cuturella”, abitato da duecento anime, c’era un parroco latino, che il vescovo di Belcastro supplicava fosse amovibile.[xxvii]

Risale a questo periodo una notizia riguardante le rendita delle terre che l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo possedeva in questo luogo fin dal Medioevo. Nel 1718 il vescovo di Belcastro Giovanni Emblaviti si rivolgeva alla Sacra Congregazione dei Vescovi, chiedendo di potere applicare la rendita del semplice beneficio esistente nella sua diocesi, sotto il titolo di “S. Angeli in Frigillo”, al seminario di Belcastro. Così egli si esprimeva nella sua relazione: “Adest in hoc territorio Simplex beneficium sub titulo S. Angeli in Frigillo cuius fructus in presentiarum exigit Curia Secularis Reggia; humiliter supplicarem si dignetur Sacra Congregatio, ut applicarem ipso seminario, magnum enim, et vespertinum esset sacrificium, cum Sede Ap(osto)lica nullum fructum redigit”.[xxviii] Non abbiamo notizia che sia stato dato seguito a questa richiesta.

Nel 1715, intanto, lo stato “seu Ducatus Bellicastren” comprendente la citta di Belcastro, il casale greco di Andali e “altero Latinorum” di “S. Angeli Cuturellae”, era passato per vendita, dal dominio del napoletano D. Carlo Caracciolo, a quello di D. Alfonso Poerio della città di Taverna.[xxix] Tale passaggio non determinò cambiamenti sostanziali nella vita del piccolo abitato. Un decennio dopo, il casale di S. Angelo risultava composto da 200-250 anime, tra cui figurava un solo chierico ma nessun ecclesiastico, affidate alla cura di un arciprete forestiero.[xxx]

Anche successivamente le cose non migliorarono. “S. Angeli in Cuturellis” distante due stadi dalla città di Belcastro, composta da 210 anime, con la sua parrocchiale di S.to Michele Arcangelo, priva di ogni reddito ed arredata con le povere suppellettili parate dall’università, non aveva altri sacerdoti, se si escludeva il parroco che godeva il titolo di “Archipresbyter”, anche se il vescovo aveva avviato alla carriera sacerdotale un chierico parrocchiano.[xxxi] Tale soluzione non portò comunque i frutti sperati, considerato che, il 28 luglio 1745, si dava mandato al presbitero belcastrese Iosepho Mazza di provvedere alla parrocchiale di “S. Angeli in Cuturellis”, per la morte di Ioannis Catizone, deceduto da più di nove mesi.[xxxii]

Il casale di “S. Angeli in Cuturellis” continuava a rimanere poverissimo ed involuto. Nel 1758 esso era costituito da 206 anime, riunite nella parrochia di S.to Michele Arcangelo curata da un arciprete, senza altri sacerdoti o chierici dove, secondo la valutazione del presule di Belcastro: “nec qui militiae Ecclesiasticae initiari valeant”. La chiesa priva di ogni entrata, si manteneva con le elemosine, che le destinavano i poveri e miserabili abitanti del casale. In essa si trovavano due altari, uno dedicato alla Beata Vergine Maria, sotto il titolo del SS.mo Rosario, e l’altro dedicato sempre alla Vergine Maria, sotto il titolo della Immacolata Concezione, le cui suppelletili provenivano sempre da elemosine. Anche gli sforzi dei vescovi apparivano non sortire alcun effetto. In questa direzione riferisce il vescovo Tommaso Fabiani che nel 1775, ci informa di aver quasi ultimato i lavori per ampliare e portare in forma decente e comoda, la dimessa ed angusta chiesa di “S. Angeli in Cuturellis”.[xxxiii]

In occasione del terremoto del 1783, “Benchè non fossero caduti edificj nello stato di Belcastro”, il casale che allora contava ancora i suoi 200 abitanti, ebbe danni alle case ed alla chiesa parrocchiale, che furono leggermente lesionate.[xxxiv] Nel maggio del 1794 il presbitero Xaverio Pisani di anni 47, già economo curato della chiesa di S.ta Caterina di Cropani, assumeva l’“archipresbyteratu nuncupatu S. Michaelis Archangeli casalis Cuturellae”, vacante per la morte l’anno prima di Iosephi Mazza, che l’aveva detenuto per quasi un cinquantennio.[xxxv]

Note


[i] Russo F., Storia della Chiesa in Calabria, II, p. 375.

[ii] De Biasi G., San Nicola dell’Alto, Falco Ed. 2018, pp. 44 sgg.

[iii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 364-366.

[iv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 380-382.

[v] AASS, Fondo Arcivescovile, cartella 124B, f. 9v.

[vi] Russo F., Storia della Chiesa in Calabria, II, p. 393.

[vii] Russo F., Regesto, I, 1501.

[viii] Pasini C., Osservazioni sul dossier agiografico ed innografico di san Filippo di Agira, in Storia della Sicilia e tradizione agiografica nella tarda antichità, Rubbettino Editore, 1988, p. 191.

[ix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 43-45; 86-90; 116-122; 146-151; 172-175; 175-179; 198-204; 282-284.

[x] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 168-175.

[xi] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 101-106.

[xii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 241-247.

[xiii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 312-314; 335-339.

[xiv] Boca G., Luoghi sismici di Calabria, Grafica Reventino Ed., 1981, pp. 220-223.

[xv] ASN, Regia Camera della Sommaria, Materia Feudale, Relevi – Inventario, Vol. 348, ff. 5, 16, 84, 113v, 114v.

[xvi] ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.

[xvii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1627.

[xviii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1634, 1641.

[xix] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1645.

[xx] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1665.

[xxi] AASS, Fondo Arcivescovile, cartella 15B, ff. 86-87v.

[xxii] Placanica A., Il Patrimonio Ecclesiastico Calabrese nell’Età Moderna Vol. I, 1972, pp. 176-178.

[xxiii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1665.

[xxiv] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1673, 1677.

[xxv] Fiore G., Della Calabria Illustrata, Vol. I, 1691, p. 218.

[xxvi] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1692, 1699.

[xxvii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1703, 1707.

[xxviii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1718.

[xxix] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1715.

[xxx] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1726, 1727.

[xxxi] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1735.

[xxxii] Russo F., Regesto, XI, 61013.

[xxxiii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1775.

[xxxiv] Vivenzio G., Istoria e Teoria de Tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del 1783, Napoli 1783.

[xxxv] Russo F., Regesto, XIII, 68726.


Creato il 19 Ottobre 2023. Ultima modifica: 19 Ottobre 2023.

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